“Crack Up Boom” e Dintorni (Parte I)
January 26th, 2011 by Leonardo
Nella letteratura della scuola economica austriaca le espressioni “crack up boom” e “runaway boom” sono sinonimo di iperinflazione. Indicano il limite ultimo all’espansione creditizia, superato il quale, la moneta come strumento di scambio indiretto si sgretola e gli individui si rifugiano nei beni reali. La prima delle due è la traduzione dal tedesco di Mises dell’espressione “Katastrophenhausse” coniata o comunque diffusasi in Germania durante l’iperinflazione del 1923. La seconda invece è più ampiamente utilizzata da Rothbard.
L’idea dell’implosione del sistema monetario a seguito di una creazione dei mezzi fiduciari tendente all’infinito è pressoché una costante in quella parte del libertarismo avversa alla riserva frazionaria, al punto da rendere questa sinonimo di inevitabile iperinflazione e debasement totale. Sulla scorta di ciò previsioni di carattere apocalittico sono sempre abbondate e presumibilmente mai cesseranno.
Personalmente ritengo che analisi di questo genere, specie se fatte in modo grossolano, finiscano per ricordare le profezie di Marx sulla fine del capitalismo. Senza ricorrere ovviamente alle panzane del materialismo dialettico e del collettivismo metodologico, si arriva comunque a definire un elemento esogeno – la produzione illimitata di mezzi fiduciari – come causa scatenante di un processo che porterà ineluttabilmente al crollo del sistema. Una volta che tale attività di creazione di moneta dal nulla viene istituzionalizzata con la riserva frazionaria, è il sistema stesso a divenire votato all’autodistruzione per cause interne. In questa rappresentazione il crack up boom diventa la raffigurazione dello stadio terminale, una sorta di giorno del giudizio.
Questa rappresentazione soffre a mio giudizio di alcune lacune, offre una lettura coartata dei testi di Mises, Rothbard e Hayek, ed ha contribuito a dare una certa aura di millenarismo ai sostenitori della scuola austriaca. Cercherò adesso di illustrare la mia posizione.
In primo luogo è necessario separare la analisi dalla proposta politica di ogni autore. Tutti gli economisti austriaci condividono l’idea della necessità di una “sound money”, moneta “genuina”, tutti concordano con l’idea che questa debba essere esente dalle interferenze dell’attività politica, tutti sostanzialmente apprezzano la libera concorrenza nella produzione della base monetaria, ma non per questo le proposte per raggiungere lo scopo sono identiche. Vi è una marcata ed espressa preferenza per il gold standard a riserva intera indubbiamente in Mises, Rothbard, De Soto e Salerno. Mentre Salin, Sechrest, Selgin e White, alcuni rifacendosi peraltro allo stesso Mises, e sulla scorta di alcune esperienze storiche (tra cui quella scozzese) sostengono le virtù del free banking. Hayek ha esposto le sue tesi nel celebre libro “La Denazionalizzazione della Moneta” e partendo probabilmente da posizioni giovanili meno radicali è arrivato ad assimilare l’idea della separazione tra Stato e moneta ad un obiettivo simile per valenza storica quasi alla separazione tra Stato e Chiesa.
Sotto il profilo analitico è indubbio che tutti considerino la riserva frazionaria un elemento di instabilità. In particolare applicata sotto l’egida della Banca Centrale ed in regime di fiat money a corso legale è uno strumento formidabile per l’estrazione di rendite parassitarie e per lo sviluppo di cicli economici di natura inflazionistica. Tuttavia, evidenziare gli elementi di fragilità che possono condurre al collasso un sistema non equivale a dimostrare che lo stesso inevitabilmente si sfalderà sempre e comunque, anche se allo stato attuale la “strana coppia” Bernanke–Obama sta facendo del proprio meglio affinché si avverino le più infauste previsioni.
In particolare ritengo si possano muovere le alcune obiezioni all’idea di un capitalismo che, colpito in uno dei suoi gangli vitali (moneta e credito), implode inevitabilmente su se stesso fino a far collassare la società in un indefinito alto medioevo in stile cyberpunk. La prima riguarda un aspetto del ciclo economico: il sistema bancario dovrebbe continuare a inflazionare a prescindere dalle perdite in conto capitale inevitabilmente connesse ai malinvestimenti. La seconda riguarda un aspetto tecnico: la dinamica inflazionista seguirebbe in maniera molto rigida un’espansione coerente con un moltiplicatore della moneta tendente asintoticamente all’infinito. Ampiamente diffusa in qualsiasi testo scolastico, una visione statica del moltiplicatore è insoddisfacente nello spiegare tutte le dinamiche degli aggregati creditizi, nonché carente di supporto empirico (per quanto quest’ultimo aspetto abbia poca rilevanza sotto il profilo scientifico, per la metodologia austriaca). La terza obiezione infine è una considerazione di carattere istituzionale: una volta spiegati vantaggi e privilegi per il sistema bancario derivanti dall’operare in un contesto centralizzato, cartellizzato dalla Banca Centrale e protetto dal monopolio statale, bisogna spiegare perché questo debba votarsi sistematicamente all’autodistruzione anziché allo sfruttamento di tale rendita parassitaria.
Comincio con la prima osservazione. Coerentemente con la teoria austriaca del ciclo economico, l’espansione creditizia genera un boom insostenibile: gli investimenti non sono coperti da risparmi reali e la allocazione delle risorse indotta da un tasso di interesse inferiore al naturale diventa sempre meno compatibile con le preferenze intertemporali dei soggetti. Il boom diventa inevitabilmente bust. Attualmente in italiano la migliore descrizione disponibile per semplicità e chiarezza espositiva è quella di Rothbard ne “La Grande Depressione”. Ovviamente la letteratura sull’argomento in lingua inglese è decisamente più vasta e approfondita. La differenza tra un “bust” ed un “crack up boom” risiede nel fatto che nel secondo caso l’espansione monetaria continua a oltranza fino a sfociare nell’iperinflazione e nel debasement finale della moneta. Tuttavia, affinché ciò accada è necessario che le banche siano praticamente incapaci di valutare qualsiasi feedback proveniente dall’economia reale e possano inflazionare assai più rapidamente rispetto anche all’emersione delle perdite su crediti. In questo senso la riserva frazionaria e la presenza di una Banca Centrale sono una condizione necessaria, ma non sufficiente, perché si verifichi un “crack up boom”. Qualora invece l’espansione venga interrotta, il ciclo si inverte ed una deflazione degli aggregati creditizi prende corpo mentre i malinvestimenti cominciano ad essere liquidati. Con questo non voglio affermare che gli effetti di un ciclo economico indotto dall’inflazione siano un fatto marginale, tutt’altro. Voglio semplicemente sottolineare che la vulnerabilità del sistema, può essere sì associata a fenomeni di instabilità cronica, ma non porta necessariamente all’autodistruzione. Una conclusione di questo tipo è eccessivamente frettolosa.
Rothbard, in “What The Government Done to Our Money”, rileva che nei casi di iperinflazione eclatante, come quello degli “assignat” francesi o dei Greenbacks, il potere di emettere fiat money fosse nelle mani del Tesoro. Nel XX secolo gli episodi qualificabili come “runaway boom” hanno visto come protagonista emissioni di cartamoneta governate dal Tesoro o da Banche Centrali integralmente sottoposte al governo (“This Time Is Different” di Reinhart e Rogoff offre un’ampia e interessante raccolta di dati – il libro è disponibile anche in italiano). Anche nel recente caso dello Zimbabwe, la Banca Centrale è poco più di un orpello ad uso e consumo del regime dittatoriale di turno. Al contrario, fenomeni ricorrenti come le corse agli sportelli all’epoca del gold standard e le crisi bancarie in regime di fiat money hanno più prosaicamente prodotto misure di salvataggio volte a socializzare le perdite e/o ad impedire il travolgimento del sistema bancario: nel XIX secolo questi provvedimenti prendevano forma di sospensione dei termini di redimibilità delle banconote emesse, corso forzoso, etc. mentre nel XX secolo l’abuso della Banca Centrale come prestatore di ultima – per non dire di “unica” – istanza è stata la prassi dominante. Ripeto: ben lungi da me sottovalutare o difendere la moralità di un sistema che si nutre di inflazione e svalutazione, ritengo tuttavia importante evidenziare come un’eccessiva propensione alle profezie “apocalittiche” (vendute spesso a chili in siti e blog americani dai toni millenaristici) mini la credibilità della scuola austriaca rendendola una sorta di economia politica buona per fare mea culpa durante i tempi cupi e da riporre nel cassetto al primo spiraglio di ripresa. Inoltre una visione parziale ed eccessivamente incentrata sul peggiore degli scenari possibili può indurre ad analisi incomplete dei fatti. Per fare un esempio personalmente ritengo di aver sopravvalutato la velocità di risposta del sistema bancario di fronte alla prima manovra di Quantitative Easing. E il fatto che oggi l’incremento del prezzo delle commodity e dei beni di consumo nei paesi emergenti renda più probabile uno scenario inflativo anche in Europa e negli Usa non rende merito alla mia congettura iniziale: ho sottovalutato la capacità di “esportare” inflazione da parte della Fed (quale produttore della moneta di riserva globale), così come ho inizialmente dato poco peso alla possibilità delle banche di accumulare riserve di base monetaria in eccesso. Quest’ultimo aspetto tra l’altro non è nemmeno una novità: la tendenza a parcheggiare grandi somme di liquidità di fronte ad una ricaduta del tasso di interesse durante una recessione è illustrata ad esempio dallo stesso Mises nel saggio contenuto in “The Austrian Theory of the Trade Cycle and other essays”, così come da De Soto in “Dinero, Credito Bancario y Cyclos Economicos”.


Biagio Muscatello Says
Aspettiamo la seconda parte!
Jan 27th, 2011 at 12:00 am