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“Svendesi Banca”: Liquidare le Istituzioni Finanziarie Insolventi in un Mondo Imperfetto

December 7th, 2011 by Leonardo

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di Silvano, IHC

Nelle economie di mercato le crisi bancarie, finanziarie, valutarie e sovrane sono sempre occorse, e questo sia nei cosiddetti paesi in via di sviluppo come in quelli sviluppati. Periodi di relativa stabilità sono stati spesso accompagnati da politiche di repressione finanziaria con i relativi costi in termini di mancato sviluppo economico; parallelamente periodi di elevata mobilità internazionale dei capitali e liberalizzazione finanziaria sono correlati con il propagarsi su scala internazionale degli effetti delle crisi bancarie. Del resto declinare in termini operativi la nozione di stabilità finanziaria in modo non ambiguo è più difficile di quanto possa sembrare a prima vista: esiste una tassonomia ampia e variegata così come i tentativi di stabilire una metrica adeguata a misurare la solidità del sistema creditizio si sono da sempre susseguiti nel corso del tempo, continuano tuttora e presumibilmente continueranno sia nel futuro prossimo che in quello remoto. In caso di shock sistemico inoltre la stabilità finanziaria è un obiettivo che può facilmente confliggere con gli altri obiettivi tipici di politica monetaria e fiscale. Willem Buiter (Chief Economist di Citibank ed ex professore alla LSE) ha prodotto interessanti contributi analitici in questo campo (vedi qui, e qui) .

La risposta alla recente crisi finanziaria da parte delle Banche Centrali e dei Governi si è materializzata in un generale salvataggio a carico dei contribuenti che ha finito per rendere precaria in molti casi la posizione delle finanze pubbliche dei paesi coinvolti. I limiti di un approccio fatto di massicce operazioni di bail-out appaiono ormai evidenti e pongono una serie di problematiche particolarmente rilevanti. In particolare:

§  I costi posti a carico degli Stati si sono rivelati eccezionalmente elevati;

§  Le autorità monetarie hanno finito per condurre politiche di supporto eterodosse di natura quasi fiscale, un ruolo questo che tipicamente spetta alle istituzioni politiche di natura rappresentativa e non agli organismi di tipo tecnocratico;

§  I salvataggi pubblici rappresentano volente o nolente un rilassamento della disciplina di mercato che genera e rafforza fenomeni di azzardo morale forieri di allocazioni inefficienti ed eccessivamente rischiose delle risorse;

§  Nonostante la recessione sia ufficialmente terminata, sia negli Usa come in Europa, le prospettive di crescita a breve rimangono stagnanti e persiste il rischio di una nuova flessione dell’economia.

§  Sono state implementate numerose politiche più o meno eterodosse dagli effetti irreversibili e sulla cui valutazione sussistono forti divergenze in ambito accademico: molti Governi hanno inizialmente attuato tradizionali politiche di stampo keynesiano mentre le Banche Centrali hanno espanso le dimensioni del loro bilancio ritirando dal mercato attivi di dubbia qualità. Successivamente, vista l’entità raggiunta sia dai deficit che dagli stock di debito pubblico, più o meno in tutti paesi sono state avviate azioni di contenimento caratterizzate da tagli ai programmi di spesa ed incrementi di imposte.

È maturato quindi un forte consenso sulla necessità di rivedere la regolamentazione del settore finanziario e favorire il coordinamento delle politiche macroeconomiche. L’idea di fondo è quella di rendere il sistema più robusto, maggiormente capitalizzato, più attento alla gestione del rischio e complessivamente più liquido in modo da essere in grado di assorbire shock di dimensioni importanti senza ricorrere al supporto pubblico.

Dato l’attuale assetto istituzionale, il track record delle autorità di regolamentazione e supervisione del mercato non faccia certamente ben sperare si pone la necessità di definire delle procedure di liquidazione in grado di rimuovere dal mercato gli istituti insolventi, minimizzando i costi associati al fallimento ed incrementando la disciplina di mercato. Possiamo essere ragionevolmente certi che si riproporranno nuovamente situazioni in cui i regulators falliranno ma al tempo stesso è opportuno cominciare a pensare che, almeno in linea di principio le perdite, anziché dal contribuente, debbano essere sopportate innanzitutto dagli azionisti e dai creditori non garantiti così come il management delle banche insolvente debba essere rimosso senza l’attivazione di “paracaduti d’oro”. Nell’attuale contesto un’attenzione particolare viene riservata alle LCFI (Large and Complex Financial Institution), entità la cui risoluzione presenta maggiori difficoltà sia sotto il profilo economico che sotto quello giuridico data la mole di succursali e affiliate sottoposte a differenti  giurisdizioni nazionali.

Allo stato attuale è possibile raggruppare approssimativamente almeno quattro differenti categorie di procedure concorsuali applicabili al settore bancario:

§  Pagamento e liquidazione diretta dei depositanti e successiva bancarotta (una variante di questo metodo può prevedere il trasferimento immediato dei depositi garantiti presso una terza parte).

§  Bridge Bank: la banca viene divisa in due entità, Good Bank e Bad Bank. La Good Bank mantiene la continuità aziendale, mentre i creditori ai quali ove necessario viene applicato un haircut mantengono la proprietà di entrambe gli istituti. La Bad Bank viene posta in liquidazione ed il ricavato va a soddisfare depositanti non garantiti e creditori della banca originaria. Lo scopo principale è quello di evitare le cosiddette “fire sales, ovvero vendite in blocco di tutte le attività che per entità e tempistica finirebbero per comprimerne i prezzi di realizzo a danno dei creditori.

§  Nazionalizzazione temporanea o TPO (Temporary Public Ownership) con conferimento del capitale sociale in circolazione allo Stato e successiva privatizzazione. Teoricamente fattibile ed applicabile anche alle LCFI, la TPO presenta tuttavia numerosi rischi di natura politica: in particolare può essere interpretata come una garanzia statale implicita a favore di tutti i creditori.

§  Bail-in: al determinarsi di un prestabilito evento (trigger event) la banca viene posta in ristrutturazione e la ricapitalizzazione viene effettuata ascrivendo le perdite in conto agli azionisti ed ai creditori. La procedura può essere teoricamente gestita da una corte commerciale, ma è assai più verosimile che venga implementata da una autorità di controllo e regolamentazione preposta allo scopo.

Allo stato attuale la Commissione Europea sembra intenzionata a prendere in considerazione questa ultima opzione (vedi qui) specialmente in riferimento alle LCFI. Per quanto sia immaginabile che il risultato finale sarà caratterizzato da un livello di regolamentazione abnorme che andrà a cumularsi con Basilea III e che una pletora di autorità e dipartimenti fortemente centralizzati verranno creati al fine di omogeneizzare il tutto a livello intracomunitario, è necessario riconoscere l’urgenza di creare delle credibili procedure di risoluzione in grado di far internalizzare al sistema creditizio e finanziario le proprie perdite, per quanto imperfette possano essere.


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