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“La FED distrugge la bussola del mercato”: Chi lo disse?

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May 8th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc

Leggo che Shostak, economista del Mises Institute verso cui non nutro simpatia, ha riconosciuto in un suo articolo (“Does Fed Transparency Fuel Growth?”) l’importanza e la perversità di un elemento cruciale della politica di Inflation Targeting propriamente detta, trasferendo il risultato teorico nella realtà applicativa della Federal Reserve di Ben Bernanke: la Trasparenza.

 
L’Inflation Targeting in effetti non consiste solo nel fissare un certo obiettivo inflazionistico, bensì comprende ben più importanti accorgimenti istituzionali (vincoli operativi, istituzionali e informativi) che, in breve, devono far sì che l’autorità monetaria diventi trasparente nel suo intero processo decisionale (dalle informazioni storiche utilizzate, agli scenari futuri con relativa probabilità, all’analisi costi/benefici sottesa alle varie politiche realizzabili) in modo che i privati possano “prevedere” il comportamento dell’autorità (che a sua volta sconta nelle proprie decisioni questo fatto) senza sorprese, e possa “razionalmente” prevedere il “razionale” perseguimento dell’obiettivo inflazionistico.
Per diversi aspetti l’Inflation Targeting è un po’ una sintesi dei diversi risultati in letteratura riguardo economia monetaria, aspettative razionali, economia delle istituzioni, e teoria dei giochi. Certamente tutto questo ignora i risultati monetaristi sull’efficacia in forma debole della politica monetaria, così come il Nobel di Hayek, a partire dalle motivazioni stesse dell’esigenza di un controllo dell’inflazione (creare una stabilità dei prezzi o della loro dinamica che faciliti le pianificazioni di spesa e investimento e quindi stimoli la crescita dell’economia), ma questo era scontato (in altro articolo ho già esposto quanto l’Inflation Targeting sia vicino a Keynes e lontano da M.Friedman).

Shostak fa una buona osservazione: la Banca Centrale si crea un certo percorso per l’inflazione (sorvolo sulle sue posizioni in merito all’impossibilità del calcolo dell’inflazione perché non è influente rispetto allo scopo dell’analisi) e fa sì che il percorso sia così credibile che le aspettative dei privati vi si conformino; da un altro punto di vista si può considerare un certo sentiero desiderato di aspettative inflazionistiche impostando la politica monetaria in modo che le aspettative diventino coerenti. Si deve notare come politica monetaria e aspettative debbano convalidarsi l’una l’altra.
Il risultato di questo “gioco” dovrà alla fine dimostrarsi avulso dalla congiuntura economica per sua stressa costruzione (si vuole inflazione stabile sia in upturn che in downturn, sempre che si creda nella presenza del business cycle). Con una felice espressione Shostak ci dice quindi che “central banks policies give rise to expectations that are out of sync with reality”.
Insomma, la Banca Centrale, e nel caso particolare la Federal Reserve, è in grado di “fissare” le aspettative di inflazione su un percorso arbitrario; chiaramente i prezzi non potranno più dare segnali affidabili sul rapporto di scarsità di beni e servizi (Shostak puntualizza che la disomogeneità degli effetti della politica monetaria altera appunto i prezzi relativi) e quindi il capitale verrà allocato in maniera sub-ottimale.
Il fatto veramente grave, ben sottolineato da Shostak, è che i privati verranno guidati dalla Banca Centrale nel fissare le previsioni e non avranno più motivo di “analizzare lo stato dell’economia”, in quanto grazie alla trasparenza operativa della Banca Centrale i privati razionalmente sanno che la FED si comporterà per forza in un certo modo e l’inflazione sarà necessariamente ad un certo livello da qui fino ad un tempo indefinito.
 
Una cosa che Shostak non dimostra di sapere (o comunque non cita), ed è l’aspetto comico della storia, è che la stessa critica all’Inflation Targeting (ed in generale a politiche che mirino a incidere su previsioni e aspettative) è stata mossa nel 1997 da altri due economisti (il cui nome rivelerò solo alla fine) tramite un modello formale. Voglio ricordare che almeno fino al 1998 la politica monetaria della FED era definita “Just Do It” ed era ben lontana dai crismi di trasparenza richiesti dall’Inflation Targeting.
Intendo esporre e commentare economicamente questo modello (il che fungerà anche da rimando alle discussioni sul valore della formalizzazione in economia).
 
Ricordando che un modello non è inteso necessariamente a replicare puntualmente la realtà, poniamo che in un certo tempo l’inflazione (πt+1=st+utt+1)sia il risultato dello stato dell’economia nel tempo precedente (st), della stance di politica monetaria del tempo precedente (ut), e di uno shock casuale contemporaneo (εt+1 con media nulla e varianza finita), elementi che ne determinano anche la variabilità in termini di varianza (σπ2s2u2ε2 essendo le variabili tra loro incorrelate). Poniamo inoltre che la variabilità dell’inflazione rispetto alle previsioni dei privati (πf)sia percepita come un costo o una perdita da parte degli individui (utilizziamo Lft =Et [(πft+1)2] come funzione di perdita individuale), per cui l’individuo cercherà di elaborare previsioni precise sullo stato dell’economia e l’autorità monetaria si sentirà investita del compito di tutelare i privati dando loro un ambiente inflazionistico stabile.
 
Di per sé è necessario che i privati sfruttino le proprie informazioni sullo stato dell’economia per elaborare previsioni “razionali” (minimizzando analiticamente la perdita Lft rispetto alle previsioni private si ha infatti πf=Et [πt+1|st ], che per i non matematici è traducibile come il valore atteso dell’inflazione del periodo successivo sfruttando le informazioni attuali dello stato dell’economia), e questo per vari versi è scontato (perché non usare le informazioni che si dispongono?).
Se la Banca Centrale disponesse dell’informazione sullo stato dell’economia, potrebbe semplicemente impostare la propria politica in modo perfettamente anticiclico (ut=-st) ottenendo un’inflazione minima (πt+1t+1) e soprattutto con varianza minima (σπ2ε2), e come tale verrebbe “attesa” dai privati (infatti πf=Et [πt+1|st ]=Et [εt+1|st ]=0 giusto perché lo shock casuale εt+1 non è prevedibile ma comunque alla lunga si compensa).
 
I due misteriosi economisti però suppongono che la Banca Centrale non possa conoscere lo stato dell’economia (insomma, non sembrano credere in un’autorità statale onnisciente, e come dar loro torto?) e suppongono che solo i privati abbiano idea della realtà delle cose (considerazione credo condivisa almeno per i partecipanti a questo sito); insomma, la Banca Centrale può ricavare informazioni sullo stato dell’economia solo estrapolandole dai segnali del mercato. I due economisti più precisamente considerano che la politica monetaria venga impostata come una funzione delle aspettative private di inflazione (ut=φπf). I privati sanno questo, quindi “razionalmente” includono questa politica monetaria tra le determinanti dell’inflazione ed elaborano le loro previsioni in funzione delle informazioni che solo loro hanno sullo stato dell’economia (si ottiene πf=ψst con ψ=(1-φ)-1 combinando politica monetaria, definizione dell’inflazione e aspettative razionali); quindi l’informazione sullo stato dell’economia ora è ricavabile.
 
Poniamo allora che la Banca Centrale imposti una politica perfettamente anticiclica (ut=φπf=-st); questo impedirà che si formino previsioni private “razionali” (mentre da una parte si ha φπf=-st , da un’altra si ha πf=ψst , cioè deve verificarsi φ=-ψ-1, ed essendo ψ=(1-φ)-1 non c’è soluzione). Più precisamente, associando le aspettative razionali con la politica monetaria anticiclica (combinare πf=ψst con ut=φπf=-st implica φψ=-1 cioè φ=-ψ-1) si ottiene che i privati non formeranno più previsioni utilizzando le informazioni sull’economia (portare φ=-ψ-1 dentro ψ=(1-φ)-1 comporta ψ=0 e cioè πf indipendente da st); in altre parole si ottiene lo stesso risultato esposto da Shostak, cioè che la politica della Banca Centrale crea aspettative inflazionistiche private avulse dall’andamento reale dell’economia!
 
Ma non finisce qui.
Nel caso generale di una politica monetaria dipendente dalle aspettative private di inflazione (cioè ut=φπf) in quanto l’informazione sullo stato dell’economia è conosciuta solo dai privati, e date aspettative razionali, l’inflazione di steady-state (πt+1=st+utt+1=ψstt+1) implica una varianza (σπ22σs2ε2) decrescente rispetto al valore assoluto della reattività della politica monetaria (φ), per cui la varianza minima è raggiungibili solo “al limite” per reattività potenzialmente infinite in termini assoluti (limφ→∞ σπ2ε2).
I due misteriosi economisti non hanno evidenziato però che solo una delle politiche “limite” ha economicamente senso (limφ→-∞σπ2) in quanto implica un comportamento “normale” dell’economia (politiche restrittive in caso di aspettative inflazionistiche crescenti essendo φ<0 e inflazione crescente in caso di fase espansiva dell’economia tramite limφ→-∞ψ tendente a zero da valori positivi), mentre l’altra (limφ→+∞σπ2) rappresenta una “perversione” (essendo la politica in tal senso pro-ciclica tramite φ>0 e l’inflazione decrescente con stance espansiva dell’economia tramite limφ→-∞ψ tendente a zero da valori negativi), il che, oltre a far riflettere in generale sulla differenza tra matematica e logica economica, in questo caso sottolinea come la politica monetaria possa distorcere (appunto limφ→+∞ψ tendente a zero da valori negativi), “incanalare” nel suo sentiero (limφ→∞σπ2ε2) ed infine “annientare” (limφ→∞ψ=0) le capacità di analisi dei privati facendo loro prendere “fischi per fiaschi” (nel caso: formulare aspettative di deflazione in fase di espansione) e quindi rinforzando l’opinione che una politica monetaria attiva possa esser particolarmente deleteria per l’economia.
I due misteriosi economisti non avevano parimenti considerato che preservare la funzione segnaletica dei prezzi potesse avere un valore per l’efficienza dell’allocazione delle risorse, lasciando così che le attese di inflazione venissero guidate solo dallo stato dell’economia (πf=st), per cui sarebbe bastato eliminare la componente “esogena” della variabilità dell’inflazione data dalla politica monetaria (πt+1=st+utt+1|ut=0=stt+1 per cui σπ2s2ε2 che è comunque inferiore a σπ2s2u2ε2 che si avrebbe in caso di politica monetaria erratica) lasciando che le aspettative private venissero formulate in accordo con i fondamentali dell’economia (πf=Et [πt+1|st]=Et [st|st]+Et [εt+1]=st, il che si può ottenere anche ipotizzando φ=0 da cui seguono nel caso generale trovato dai due economisti ut=0, πf=0, ψ=1, σπ2s2ε2, πt+1=stt+1 e πf=ψst=st ); questo scenario è coerente con le idee più condivise in questo sito.
 
L’analisi dei due economisti prosegue dimostrando come un costo non nullo dell’estrapolazione delle informazioni dalle previsioni private crei un limite alla precisione della politica monetaria, ma questo esula dal motivo per cui ho voluto citare il loro lavoro.
Quel che mi premeva era dimostrare come un modello formale abbia anticipato, tra gli altri, Shostak nel criticare l’Inflation Targeting e nell’imputare quindi ad una Banca Centrale, in questo caso la FED, la creazione di un sistema senza alcun riferimento nei prezzi, di un assoluto arbitrio inflazionistico nell’economia, e della totale incoerenza delle aspettative inflazionistiche rispetto al ciclo economico (malinvestment, direbbe qualcuno).
 
Ma chi sono questi due misteriosi economisti?
L’articolo che ha “anticipato” le critiche di un “austriaco” alla FED ed al suo Governatore Ben Bernanke è “Inflation Forecasts and Monetary Policy” pubblicato nel 1997 come NBER Working Paper n.6157, e gli autori sono Woodford e… pensate un po’… Ben Bernanke!
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5 Responses to ““La FED distrugge la bussola del mercato”: Chi lo disse?”

  1. 1

    alepuzio Says

    Come Greenspan che prima era per il gold standard e poi è divenuto er capoccia della FED!! :)

  2. 2

    Paolo Says

    Wonderful! Thanks a lot… Ancora piu’ convinciente (anche se ne ero gia’ convinto). C’e’ secondo te, a livello individuale non-violento, un modo per costruirsi uno spazio di reale liberta’?

  3. 3

    L.Baggiani Says

    ehm… per chi è e a cosa si riferisce la domanda?

  1. 1

    Draghi Dixit: l’Inflation Targeting at Ideas Have Consequences

    […] 1 Views - di Leonardo, Ihc   Con il presente articolo cerco di continuare l’analisi della Relazione Annuale della Banca d’Italia, alla ricerca di quanto di particolarmente interessante sia stato detto, omesso, o sottinteso dal Governatore, volendo stavolta soffermarmi sul contenuto delle pagine 7 e 8 delle Considerazioni Finali limitatamente a ciò che riguarda la, tra l’altro mai enunciata esplicitamente, politica di Inflation Targeting (lascio le considerazioni più generali sulla politica monetaria ad un futuro contributo); quanto a tale riguardo rilevabile dalle parole del Governatore della Banca d’Italia è nel mio giudizio, e come cercherò adesso di esporre, il contrappunto (scontato) di alcune critiche mosse all’Inflation Targeting i cui lineamenti principali ho già esposto in “ ‘La FED Distrugge la Bussola del Mercato’: Chi Lo Disse?”.     Nelle sue Considerazioni il nostro Governatore vuole sottolineare anzitutto come i mercati finanziari siano ormai una importante fonte di informazioni. Considerato che il mercato finanziario si palesa in forma di caratteristiche giuridiche degli strumenti trattati, ampiezza della partecipazione, ed andamento di prezzi e tassi di interesse, quanto affermato indica che dall’analisi di questi aspetti si possa rilevare qualcosa di importante sull’andamento attuale e prospettico dell’economia. […]

  2. 2

    Draghi Dixit: la Stance Monetaria at Ideas Have Consequences

    […] Confidando nel fatto che Draghi non stia giocando due partite diverse nello stesso momento (una ufficiale sui tassi di interesse e una “subdola” sull’offerta di moneta), si potrebbe dire che nelle sue Considerazioni Finali ci sia un qualche eccesso di stile, e che in fondo un “rallentamento” della stance monetaria espansiva sia effettivamente condotto dal rialzo dei tassi di interesse operato. Questo va di nuovo incontro ad una possibile conferma del “new consensus” di cui sopra, che fa eco alla dichiarazione di Woodford (proprio lui, quello che con Bernanke aveva anticipato di 10 anni le critiche austriache all’Inflation Targeting) riportata dall’Economist in cui “[Woodford] argues that inflation can to all intents and purposes be modelled and controlled without paying any attention at all to money”; in un ambito wickselliano la moneta è endogena, e inflazione e deflazione nascono dal solo disallineamento tra MRI e NRI, per cui effettivamente il controllo dell’inflazione passa dal solo controllo dei tassi di interesse “senza prestare assolutamente alcuna attenzione alla moneta”. […]

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