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Diverse concezioni del diritto, diverse concezioni dell’uomo.

Quando parliamo di diritto o di diritti spesso non ci troviamo d’accordo. Così anche i teorici del diritto. Soprattutto se si rifanno a tradizioni dottrinarie differenti, o addirittura confliggenti.
Una
summa divisio vi è, innanzitutto, tra
giusnaturalisti e giuspositivisti. Fra sostenitori del
diritto naturale e sostenitori del
diritto positivo. O,
rectius, fra coloro che affermano l’antecedenza e la preminenza del diritto naturale e coloro che invece le negano fino a mettere in discussione la sua stessa esistenza.
Questa fondamentale ripartizione del pensiero giuridico deriva da una diversa, anzi: opposta concezione dell’uomo. Se, infatti, i primi vedono
l’uomo come di per se dotato di diritti inalienabili; i secondi lo vedono come
suddito cui i diritti possono solo essere
graziosamente concessi (e, quindi, revocati)
dal sovrano. Se per i giusnaturalisti l’autorità assoluta è ultraterrena, per i giuspositivisti è terrena. Se gli uni parlano di ragione natura Dio, gli altri cianciano di volontà artificio legislatore.
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Ecco a voi il nuovo sondaggio per la settimana a venire. Il tema non poteva altro che essere lui: il miglior amico del consumatore.

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Il quindicinale di Ideas Have Consequences vuole aggregare tutto il materiale pubblicato nel periodo in un unico foglio, consultabile e scaricabile liberamente, che renda più semplice la lettura e dia la possibilità effettiva di stampare su carta gli articoli degli autori. Con questo intento ogni quindici giorni verrà pubblicato questo fascicolo.
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Sono passati centocinquantadue anni da quel 1° luglio del 1855 giorno in cui, all’età di cinquantotto anni, si spense Antonio Rosmini Serbati. Morì sereno nella sua Stresa a due passi dalle Alpi sul lago Maggiore dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita dedita alla meditazione e alle opere di carità.
Era nato a Rovereto ma giovanissimo si trasferì a Padova dove svolse i suoi studi di teologia e medicina: a ventiquattro anni fu ordinato sacerdote.Aveva uno scopo principale, come lui stesso afferma in una sua lettera, quello di “riordinare le menti tutte disordinate e sconvolte dal guazzabuglio di dottrine sparse per tutto, massime dagli scrittori della Rivoluzione”. Per raggiungerlo ingaggiò un’incruenta ma tenace lotta contro l’Empietà allora come oggi dilagante. Trovò sostegno e incoraggiamento in papa Pio VII che, in questo assai lungimirante, intuiva l’opportunità di buoni scrittori e filosofi. Perché, diceva, gli uomini bisogna “prenderli con la ragione e per mezzo di questa condurli alla religione”.
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Ci hanno provato in lungo e in largo. Da tutti i versi possibili. Prima pagandoli per produrre di più, dopo pregandoli – continuandoli a pagare – di fermarsi. Prima incentivando l’industrializzazione agricola, poi spingendo per un ritorno all’
Arcadia Greca. Cinquant’anni fa parlavano di competizione – evidentemente in stati psicofisici alterati – e dopo trent’anni si ritrovavano in giro per tutta Europa (leggi Francia) mucche talmente rosse, che più rosse non si può. Si, fondamentalmente è così:
le uniche vere vincitrici sono loro.
Le Mucche. Sembra strano affacciarsi nel nuovo millennio, ed osservare che una delle economia tra le più ricche e sviluppate del pianeta ha al suo interno
un piccolo grande piano quinquennale dalle origini losche e dagli effetti ancor più oscuri. Sembra strano, ma è proprio così. La Politica Agricola Comunitaria è questo e ancor di più. Indubbiamente, è
l’esempio più eclatante, nel suo insuccesso, del Socialismo Economico Comunitario.
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Tutti conoscono i polli di Trilussa: se ne mangio due e tu zero, in media ne abbiamo mangiato uno a testa. Pochi invece sanno che la statistica dice, correttamente, che uno di noi due ha la pancia vuota. Al contrario, proprio la Statistica, che è una nobile e importantissima scienza, può essere usata ascientificamente per diffondere la superstizione e dimostrare il falso, con intenti, quelli sì, scientificamente criminali.
Lo Stato, fornitore per eccellenza della statistica (il cui nome deriva proprio da "Stato"), calcola molti numeri per tentare di pianificare, di programmare, di prevedere e soprattutto per dare l’impressione di controllare efficacemente le conseguenze dei suoi atti. Tra questi numeri statali o statistici l’indice che misura i prezzi al consumo, erroneamente definito inflazione, è particolarmente importante nel modo popolare di vedere.
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Le disuguaglianze aumentano, la sperequazione del reddito si fa sempre più forte, i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, la progressività dell’imposta e la sua qualità redistributiva, il modello Scandinavo come successo dello Stato Sociale, i doveri dei paesi industrializzati e i compiti dei loro burocrati, istruzione, lavoro, sviluppo.
Sono queste le chiavi dell’intervista al premio Nobel 2001 Joseph Stiglitz che andrete a vedere dopo il salto, qui sotto. Sono le chiavi del suo pensiero, ma sono le chiavi anche di tutta quella flotta di economisti, illustri ed onorati più che mai, che avversano la globalizzazione, confondendone continuamente il significato. Stiglitz, tra di loro, è stato quello che indubbiamente ha avuto più successo, riuscendo a riportare sull’onda (ce n’era veramente bisogno?) il vecchio Lord Keynes dopo la brevissima stagione monetarista, dopo Friedman e Lucas, dopo il Nobel per Hayek. Sì proprio lui, Lord Keynes ovvero "l’economista defunto che continua a far danni". Minimum wage, boosting the cycles with public expenditures, new-new-deal, sembrano essere i concetti preferiti dal Nobel dell’Indiana. Lo potremmo chiamare il nuovo socialismo in giacca e cravatta, ma credo che la definizione non centri esattamente la questione.
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Dietro la difesa - oserei dire apologetica - dell’economia di mercato senza se e senza ma non c’è soltanto una considerazione di ordine economico, ma anche e soprattutto una considerazione di tipo morale. Si tratta dell’opzione a favore della libertà.
Libertà - insieme a poche altre come: amore giustizia verità - è parola fra le più oltraggiate. Nata, come si evince dall’evidente etimologia latina, con un significato ben preciso (condizione di non schiavitù) di carattere negativo e individuale, ha poi assunto nelle bocche e negli scritti degli empi i più svariati e arbitrari significati (di carattere positivo o collettivo) fino ad identificarsi nel suo opposto (la schiavitù).
Il primo adultero fra i moderni fu Hobbes che, nel suo De cive, definì libertà la facoltà di fare tutto ciò che risultasse necessario per la propria sopravvivenza; in seguito si accodarono altri che, di volta in volta, la definirono più o meno sfacciatamente con autodeterminazione dei popoli, emancipazione dal bisogno, partecipazione al potere. Così dalle ceneri di Westfalia nacque e prosperò lo Stato moderno; che della libertà è la negazione istituzionalizzata. E così i sedicenti liberali presero a vagheggiare improbabili limitazioni di potere concependo la libertà meramente come la facoltà dell’individuo di fare tutto ciò che non è vietato dalla legge emanazione del sovrano (monarca o parlamento che sia).
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Premetto che la pratica di
linkare articoli di altri siti sarà ben rara su Ideas Have Consequences. Ma non potevo trattenermi dal portare a conoscenza dei nostri cinque lettori questo grandissimo articolo di Alberto Mingardi, direttore gerale dell’
IBL.
Emma Bonino, in una delle sue rare uscite sensate, si rivolse al The Economist dicendo che "in Italy, to be a liberal is somewhere between a sin and a crime". Le diamo ragione: aver pensato che PierluigiBersani potesse avviare una stagione riformista in senso liberale suona un po’ come un piccolo peccato.
Ecco il link.


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di Jacopo, Ihc.
La teoria economica moderna è tutta basata su un concetto cardine. Un concetto importante dalle numerose conseguenze, anche pratiche. Questo è il concetto di Bene Pubblico o Collettivo che dir si voglia. Per Bene credo che la letteratura sia pienamente unanime per una unica definizione. Anche noi, usando il semplice buon senso, possiamo individuare cosa differenzi un bene da un male. Il bene è una qualsiasi cosa oggetto di interesse da parte di qualcuno. Un centro di interesse, dunque. Vieppiù, se questo “qualche cosa” presenta la caratteristica della scarsità, allora si ce ne occupa anche in termini economici. L’economia, infatti, osserva e giudica i differenti metodi di allocazione delle risorse all’interno di una comunità.
Un concetto che al contrario non è così pacifico quanto quello di bene è la misura dinamica della disponibilità di beni per gli individui. Pare ovvio, e credo proprio lo sia, pensare che se la stessa essenza di bene sia così legata all’azione individuale, ad una ricerca di utilità, anche il bene sia volatile quanto le preferenze dell’uomo. Ciò che oggi è bene può un domani non esserlo più. Ciò che non era bene oggi, potrà esserlo forse un domani. La quantità di bene-risorsa presente in un determinato istante all’interno di una comunità è ben lungi dall’essere statica e predeterminata. Al contrario, la dinamicità delle preferenze individuali la trasforma e la muta in un processo continuo. E’ solo nell’uomo la capacità della scoperta, dell’invenzione, dell’innovazione. E’ solo in un mercato che queste capacità possono essere premiate. Le risorse dunque non sono statiche, ed è ragionevole pensare che l’uomo dovrebbe fare in modo di mettersi nella situazione migliore affinché questa sua capacità di scoprire sia più stimolata e quindi fruttifera.
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