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Spesso blatero sulla liquidità che le banche avrebbero “nascosto” presso le Banche Centrali, liquidità che resta ferma a fare non si sa cosa e che se immersa nel sistema sarà foriero di rilevanti spinte inflazionistiche. La mia idea è sempre stata che si tratti di risorse “coccolate” da direzionare in qualche modo sul mercato dei titoli di Stato, quale indispensabile aiuto agli straordinari impegni di spesa dei Governi.
Avendo trovato qualche numero, provo a scandagliare meglio la situazione.
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Riprendendo il discorso sulle Good Banks, va ricordato che con tutte le debolezze che sconta (sia di principio sia per l’assenza di dati certi e dettagli più “pratici”) il progetto mantiene alcuni punti di interesse. Uno di questi, che poi è la forza dell’idea, è poter ottenere un sistema bancario non gravato del peso dei “titoli tossici” al contempo estromettendo le banche che hanno sostanzialmente fallito il loro ruolo. Resta il dubbio se lo Stato possa, pur pro-tempore, gestire efficacemente e efficientemente un sistema bancario, oltre che la transizione dall’attuale situazione (sia per l’impiego che, soprattutto, per il reperimento delle risorse).
Molto interessante è invece il tracciare un parallelo tra la soluzione Good Bank e il normale processo di liquidazione di una attività.
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Da un prezioso intervento di Giannini sulla precedente mia critica al modello della Bad Bank sono venuto a conoscenza della proposta, pare originariamente lanciata proprio da Giannini, del modello Good Bank (sul suo sito si trovano molti, fin troppi riferimenti, di cui suggerisco quello a Buiter). L’idea di fondo è che per evitare i problemi di valutazione dei titoli-letame (la critica del precedente mio articolo faceva appunto perno su questo) basta creare un istituto che acquisti i titoli non-letame, più sicuri e trasparenti, in un certo senso lasciando che gli attuali istituti diventino delle Bad Bank in quanto titolari residuali di quanto le Good Bank non abbiano acquistato. Le Good Bank acquisterebbero anche i depositi presso le esistenti banche, in modo da disporre sia dell’attivo che del passivo necessari allo svolgimento di un’ordinaria attività bancaria. Chiaramente questi nuovi istituti nascerebbero da capitale statale e andrebbero a sostituire le precedenti banche nell’attività di deposito e prestito, lasciando le seconde fuori dal mercato a riprendersi o fallire. L’economia può tornare a “funzionare” e i contribuenti avrebbero nel caso pagato per avere (attraverso il Tesoro) la titolarità di enti sani.
Sembra un’ottima trovata, ma per me lo è a metà.
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