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Afrika Shox

May 28th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Il continente più povero si sta alzando in piedi. Lo dice l’economista Dambisa Moyo, Zambesi (dettaglio significativo) e con un bel curriculum tra Harvard, Oxford, Banca Mondiale e Goldman Sachs. È una gioia non tanto sentire che il continente nero ha trovato la via di risollevarsi, bensì leggere il tipo di analisi che un’economista formata in seno all’economia mainstream è arrivata a produrre, che rende giustizia alle contestate opinioni (ultra) liberali espresse su IHC come su Ventinove Settembre e Mises.org. E visto il tipo di analisi è chiaro perché non solo economisti ma anche “paladini dell’umanità” come Bob Geldoff e Bono Vox (cantanti, non economisti, ma grandi manager della propria immagine ed esponenti di quella continua confusione tra “fatti” e “valori” che ultimamente sottolineo) si scagliano contro questa quarantenne africana.

 

Il contenuto del suo pensiero, ammesso che quanto riportato dalla stampa sia fedele al contenuto del suo libro “Dead Aid”, è talmente semplice e lineare per chi ha assunto dimestichezza con le analisi in stile “austriaco” da sembrare scontato. Deve essere per questo che è tanto odiata dalle anime belle dalla pelle bianca amiche dell’Africa.

Il problema dell’arretratezza dell’Africa per Dambisa (e per me) risiede nelle scarsità di attività imprenditoriale propria e nella scarsa capacità amministrativa dei Governi, da cui segue la non ottimale gestione delle risorse finanziarie e ambientali (in sostanza: corruzione e sprechi) e la scarsità di fonti di ricchezza (produzione) interne, oltre che l’assenza di spinte verso una maggiore maturità dei mercati finanziari, che sarebbe fonte di successivi miglioramenti in ambito sia imprenditoriale che amministrativo. In cima a questa catena c’è il peccato originale “dell’aiuto del ricco occidente”, cioè quell’attività governativa e non fatta di trasferimenti a titolo per lo più gratuito di merci e denaro (ne fa parte anche la periodica cancellazione del debito governativo africano, che va avanti per ragioni di contabilità nazionale degli Stati prestatori e non certo per quel fastidioso baccano periodicamente sollevato da Bono e dal suo discepolo Jovanotti che fingono di salvare il mondo), che finisce per disincentivare l’oculatezza amministrativa (ci sarà sempre uno Stato che cancellerà debito mal speso o una ONG che ci regalerà ulteriore denaro di cui non si dovrà rendere conto) e pure l’imprenditorialità interna (se si offre al contempo sia denaro che accesso a beni immediatamente disponibili va da sé che sarà economicamente più conveniente coprire gli impellenti bisogni invece che impegnarsi nella creazione di una attività imprenditoriale che proporrà ricchezza, cioè soddisfazione di bisogni, in tempi più lunghi e con un certo rischio). Tra l’altro l’incapacità amministrativa si riverbera in peggiori condizioni per l’attività imprenditoriale (corruzione, scarse infrastrutture) che ne uscirà depressa e incapace anche di imporsi su un mercato sovranazionalee o intercontinentale (su questo giocano molto anche i protezionismi della PAC europea che bloccano il primo settore da cui l’Africa può costruire il proprio sviluppo).

 

Il discorso non è nuovo almeno per noi che non crediamo all’inganno comune del “più moneta – più consumo – più crescita”, ed è a ben vedere una riproposizione dell’ormai comune meccanismo del moral hazard (perché gestire oculatamente le mie risorse se dispongo di un fantastico “bancomat umanitario”? Perché rischiare un’attività imprenditoriale se il rischio non è remunerato e se già dispongo di un “bancomat umanitario” con annesso “distributore umanitario” di beni?), per questo a noi critici degli “equilibri artificiosi” dettati da una per lo meno imbranata (se non cieca o perversa) solidarietà queste idee sembrano scontate. Ed è per questo che la stessa Dambisa accusa molte ONG di essere “interessate a perpetuare la povertà per giustificare la loro esistenza (leggi: specularci).

Ma il continente si muove, le presenze imprenditoriali estere (e chissà, forse anche le esperienze in occidente di molti africani) hanno portato dei miglioramenti sul piano amministrativo e tecnologico (rilevante è l’aspetto delle telecomunicazioni), e l’importante sviluppo economico e finanziario dell’Asia ha offerta una nuova “sponda” per l’avvio di un proprio percorso di crescita africano. E per Dambisa l’attuale recessione mondiale, riducendo i flussi di “aiuti” all’Africa, costringerà a sempre maggiori miglioramenti ed alla ricerca attiva di una propria fonte di ricchezza e crescita, proprio perché eliminerà questa posizione di sostanziale “rendita” del proprio status di povertà. Sarebbe l’ennesima prova della fisiologicità e necessità delle recessioni quale strumento di “pulizia” dagli equilibri artificiosi e viziosi a vantaggio della scoperta di puri “vantaggi comparati” e fonti di ricchezza reale.

 

Certamente l’ascesa africana diventa una minaccia per alcuni settori produttivi occidentali, così come è accaduto con l’Asia. Ma il punto è che il singolo settore non è tutta l’economia, è solo una lobby mentre i vantaggi di un confronto produttivo libero e intercontinentale si distribuiscono tra tutti (o meglio tra tutti coloro che accettano i cambiamenti e non impostano il loro benessere su un’ottusa posizione di rendita). Speriamo che Dambisa faccia da traino per un’intera generazione di nuovi economisti africani finché non saranno i senegalesi, novelli “austriaci di Dakar”, a insegnare agli italiani cosa è davvero un “buon governo dell’economia”.


15 Responses to “Afrika Shox”

  1. 1

    M.G. in Progress Says

    Leggo altrove che Moyo sia in cerca di fama e scrive cose azzardate e non supportate da evidenza o statistiche. Vedere nell’aiuto allo sviluppo una sorta di moral hazard é pericoloso. Usare alcuni indicatori per dire che tanto con aiuti allo sviluppo le cose non cambiano é distorcere la realtà perché magari non sono cambiati gli indicatori osservati ma ne sono cambiati altri. Certo che se tutto cio’ lo legge il nostro governo che ha tagliato gli aiuti dirà che la loro strategia è supportata da illustri economisti anche africani. Quindi gli africani non bisogna aiutarli, direbbe Berlusconi. Cavoli loro. La strada di Moyo é pericolosa per il continente africano dove tra l’altro gli aiuti spesso non arrivano o arrivano in percentuale minima perché tornano indietro all’occidente. La solita forma di neocolonialismo e questo è vero. Leggendo questo post mi sembra di sentire Brunetta che dice che con la crisi si sono arricchiti pensionati e dipendenti con il posto fisso. Questa bella rendita nella povertà proprio io non la vedo, ed ho vissuto in Africa. Ho visto certo ONG, europee in partnership con le ONG locali, che in effetti “speculano” per perpetuare la loro esistenza. Io stesso avevo segnalato alla Commissione Europea alcuni meccanismi facili di frode. Ma questo non significa che le ONG facciano un cattivo lavoro. Diverso il caso della PAC europea, sicuramente un controsenso. Ma vallo a dire ai difensori della fortezza europea che anche l’agricoltura si potrebbe liberalizzare…

  2. 2

    Leonardo Says

    Sicuramente con gli aiuti si è impedito che molti morissero di fame; ma io credo che gli stessi aiuti, anche per come sono stati gestiti sicuramente, sono stati in realtà deleteri in una prospettiva più lunga.

    E’ chiaro che se dico “rendita da povertà” non è che faccia riferimento allo strato più basso della popolazione, qui per favore lasciami lontano il nano-bis.

    La stessa Dambisa non parla di “tutte” ma di “alcune” ONG.

    Il meccanismo di moral hazard nella questione per me esiste ed è rilevante. Sempre in cerca di paralleli, prova a pensare a 2000 euro di indennità di disoccupazione eterna. Tu lavoreresti?

  3. 3

    M.G. in Progress Says

    Ma chi l’ha avuto questa indennità eterna? Non c’é mai stata. Sicuro l’hanno avuta gli agricoltori europei, i corrotti e i corruttori. I nostri businessmen… Purtroppo i tipi di ragionamento del tipo la crisi fa bene o siccome gli aiuti son gestiti male allora si possono tagliare son pericolosi. Sono simili a quegli economisti che dando ragione al papa dicono che il preservativo in Africa non serve o no risolve il problema dell’AIDS. Salvo poi correre a mettersi la mascherina e allarmarsi tanto per un po’ di febbere porcina o altro. Guarda ad esempio cosa dice la Moyo sulle retine per combattere la malaria: a me sembra un approccio simile a quello del papa per i preservativi. Siccome in apparenza non risolve il problema (in verità entrambe salvano molte vite umane e mantegono in salute la popolazione) non sa da fare… Il punto é che gli effetti di lungo termine degli aiuti son difficili da misurare. La fame, la salute et l’educazione sono bisogni immediati. E nessuno nega che gli aiuti devono essere gestiti meglio. Purtroppo a me sembra che glielo abbiamo insegnato noi a come gestirli…e a noi fa comodo che sia cosi’.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Dai, l’indennità eterna era una metafora per parlare del moral hazard!

    Sull’ultima parte del tuo discorso sono d’accordo, però vorrei puntualizzare che il problema dell’azzardo viene fuori non per l’aiuto spot, ma per la sistematicità degli aiuti, il che significa “ok, per stavolta si sistema tutto, ma non abusiamone perché alla lunga il problema non si risolve così, magari si aggrava”. Ecco, il problema è la sistematicità di questo stato di assistenzialismo, per l’Africa come per altre realtà più vicine su scale diverse. Era il caso di precisarlo, se no sembro troppo cattivo.

  5. 5

    M.G. in Progress Says

    Io l’ho capito. Il problema é che il lungo termine é un insieme di corto termine e nella cooperazione ci si ritrova a risolvere ogni volta il quotidiano salute e fame (l’educazione é un po’ più di lungo, si campa anche senza…). Non é un caso che il lungo termine in Africa non ha molto senso perché a) loro stessi non ce l’hanno come cultura b) non esiste il lungo termine c) nel lungo termine saremmo tutti morti, e non lo dice solo Keynes, in Africa é vero perché l’aspettativa di vita e la prospettiva di vita sono ridotte. Loro mica pensano molto al domani e io li capisco…
    Io punterei a combattere non la sistematicità dell’assistenzialismo, come vorrebbero i libertarian o la Moyo, ma la sistematicità di certi errori. L’errore sistematico, inclusa la cattiva gestione sistematica, fanno molto più danno. L’incoerenza dell’aiuto é peggio: da una parte si aiutano dall’altra gli si dice no alle loro esportazioni. Nella nostra ipocrisia intellettuale abbiamo sempre avuto inetresse a che loro continuassero a dipendere da noi.

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    Perdonami, ma credo che questa ottica del Lungo termine come semplice somma di tanti Brevi termini abbia già prodotto un po’ troppi danni.

    Ok, allora aiutiamoli ad avere finalmente una visione di lungo.

  7. 7

    M.G. in Progress Says

    E li’ sono d’accordo, ma quando qualcuno ha fame o è malato non é facile. Per esempio a volte siamo più interessati a dargli strade (perché le fanno le nostre aziende) che scuole, dare auto ad analfabeti, fare ponti che non servono a nessuno, gli vendiamo armi, etc…
    PS: i cattivi dicono che la Moyo ha avuto il bel curriculum grazie alle borse di studio occidentali, quindi aiuti, e che ora tenda a pontificare dicendo che quegli stessi aiuti o simili si possono tagliare. E anche questo é tipico africano, una volta che uno si é liberato del fardello se la rifa con chi il fardello ce l’ha ancora, per una ragione o l’altra.

  8. 8

    Leonardo, IHC Says

    Sono d’accordo che il bisogno immediato vada soddisfatto, altrimenti non c’è tempo futuro da costruire; d’altra parte una volta che si è messo “un tappo” allo stomaco, si dovrebbe cominciare a costruire qualcosa.
    E sono d’accordo che c’è stata una grandiosa speculazione sopra, per cui si è costruito non quello che serviva all’Africa (istruzione per prima) bensì quel che serviva ai nostri produttori, ma qui si ritorna a bomba: mi manca una strada, metto su un’impresa oppure prendo i soldi che mi arrivano come aiuti e li spendo per far lavorare un’impresa (europea) già esistente? Facile… Forse avrò la strada, ma non avrò una industria per farne altre…
    Il fatto di avere il “bancomat” non mi spinge esattamente a questo sforzo imprenditoriale.

    Io non attaccherei la Moyo perché ha avuto borse di studio: sono soldi riconosciutile per capacità, spero, quindi sono un investimento in una persona che poi ha reso qualcosa lavorando, non un mantenimento in vita di uno zombie che domani riavrà bisogno di soldi di altri. Direi che la differenza è sostanziale, non credi?

  9. 9

    M.G. in Progress Says

    La polemica sulla Moyo la leggo sui siti americani e per mia formazione credo più a Jeffrey Sachs che alla Moyo soprattutto quando quest’ultima non porta evidence per quello che dice. La polemica é anche che agli africani gli dai le borse di studio e poi loro mica tornano nel loro paese a metterle a frutto, non tornano più e se ne stanno all’estero quindi son risorse sprecate. Se poi dall’estero dicono tagliate gli aiuti ora é un po’ una forma di opportunismo tipica. In Asia succede meno e infatti essendo partiti da livelli simili di sviluppo alcuni paesi sono più avanti.
    Il problema è che se manca la strada loro non hanno imprese o la tecnologia per costruirla. E nemmeno le mettono su in poco tempo. E in teoria nemmeno é detto che lo debbano fare per la teoria del vantaggio comparato e divisione internazionale del lavoro. Sono paesi in via di sviluppo se avessero le capacità e le risorse non lo sarebbero: e questo è un truismo che non tutti capiscono, forse inclusa la stessa Moyo. E’ ovvio che bisogna aiutarli a crescere ma questo ripeto non é mai stato nei nostri interessi e forse é vero nemmeno nei loro (delle loro elités e governanti sin dai tempi dello schiavismo).

  10. 10

    Leonardo, IHC Says

    se avessero capacità e risorse non lo sarebbero…

    … questo vale per alcuni paesi di sucuro, ma l’Africa è grande…

  11. 11

    Leonardo, IHC Says

    Aggiungo, gentilissimo Giannini, che comunque avevo sentito parlare un po’ di tempo fa di più di un economista africano che stava schierandosi contro questo “assistenzialismo”. Non credo che la Moyo sia l’unica, forse è solo la più evidente anche perché oltre il cv ha un viso ben spendibile pubblicitariamente.

    Sul fatto che un africano prenda una borsa di studio e poi non torni in Africa non credo sia da censurare così tanto. Ripeto, la borsa di studio è un investimento sulla persona, poi la persona ha diritto di decidere dove vivere, “votando con i piedi” il paese che preferisce, e non mi pare che qualsiasi sia la causa l’Africa abbia da offrire molto a menti particolarmente brillanti. Se vuoi è come lamentarsi degli italiani che vanno all’estero dopo aver approfittato della gratuita istruzione universitaria italiana e magari delle sue borse di studio e altre facilitazioni. Vogliamo privare un Normalista del suo diritto di dire “l’Italia fa schifo, vado a lavorare negli USA?”.

    Sul fatto che ci sia un interesse occidentale di lobby di mantenere in uno stato di povertà un continente, va da sé che di ragioni ne hai molte, ma questo a me pare un altro piano di discussione che non riguarda cosa è meglio ora per l’Africa quanto cosa è stato meglio finora per l’Europa (o credeva fosse meglio almeno per alcune lobby).

  1. 1

    Time to Clear the Floor and Let the Zulus Rock at Ideas Have Consequences

    […] Tra chi loda questa iniziativa e vede un cambiamento di direzione nella finora fallimentare politica degli aiuti, e chi si lamenta delle ridotte dimensioni dell’intervento, è interessante fare un confronto con quanto già detto sull’Africa e sull’analisi proposta da Dambisa Moyo, che evidentemente non aveva proprio tutti i torti. […]

  2. 2

    Funk don’t Stop (Let the Zulus Rock) at Ideas Have Consequences

    […] Ho toccato il tema già due volte: la prima ho parlato di Dambisa Moyo e della sua critica al tipo di aiuto “assistenzialista” dell’occidente; la seconda volta ho commentato l’annuncio di una diversa politica di aiuto all’Africa, un svolta “costruttiva” emersa nell’ultimo G-8, cercando un qualche parallelo con le idee di Dambisa. […]

  3. 3

    Punte di Pugnale Emergenti at Ideas Have Consequences

    […] C’era qualcosa che dicevamo su IHC a partire dal maggio del 2009. Era un discorso sull’Africa, sul fatto che il continente nero si stesse “risollevando”, partito dal libro “Dead Aid” dell’economista Dambisa Moyo fatto di denunce dell’effetto perverso degli “aiuti occidentali” […]

  4. 4

    Concorrenza Fiscale: Charter City at Ideas Have Consequences

    […] La questione riecheggia un po’ della vicenda africana come esposta da Dambisa Moyo (qui il primo riferimento di IHC), dove la ripresa economica viene dalla riduzione degli aiuti esterni e quindi dalla necessità di un miglioramento competitivo dall’interno. Riecheggia pure di quel che si voleva dalla UEM, dove la moneta unica avrebbe dovuto forzare gli Stati a competere sul piano dell’efficienza produttiva e dal rigore fiscale (la storia direbbe che la sfida è fallita, ma le crisi del debito sovrano, di cui un po’ avvertivo già a inizio 2009, dicono che in realtà ci stiamo ancora avvicinando a qualcosa di simile a una resa dei conti). E riecheggia anche delle suggestioni federaliste italiane che analogamente alla vicenda UEM dovrebbero mettere le regioni in competizione fiscale (e amministrativa) tra loro, forzando tutti al miglioramento (ritengo però che in Italia l’aspetto politico, se non folkloristico, abbia adombrato del tutto quello economico). […]

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