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Altre Austro-Opinioni Monetarie

April 30th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Dopo la paradossale boutade sull’ipotetico favore di Keynes alla riserva bancaria intera, mi va di tornare sugli argomenti “moneta” e “riserva bancaria”, in specie richiamando in dettaglio l’articolo di Schlichter su Cobden Center “What gives money value, and is fractional-reserve banking fraud?.

D’ora in poi per la sedicente ortodossia di Rothbardiani e DeSotiani userò il termine “Austrodossia” e il corrispondente aggettivo “austrodosso”. Sono certo che molti non apprezzeranno.

 

L’autore di Paper Money Collapse ha sentito la necessità di puntualizzare su alcune diffuse concezioni, ammettendo di non farlo in altri contesti per non far deviare i dibatti dall’oggetto delle discussioni; grosso errore: le puntualizzazioni sui concetti base andrebbero discusse subito, perché altrimenti – come avviene – ci si porta dietro uno stuolo di sedicenti true believer che alla lunga impedisce qualsiasi progresso della scienza economica.

Un punto importante è cosa dà valore alla moneta?”. Schlichter è chiaro: la sola accettazione di un bene quale moneta, cioè la sicurezza della ri-scambiabilità di quel bene con altri beni, definisce la natura di “moneta”, e qualsiasi altra considerazione sul presunto valore intrinseco di quel bene è insensata. L’oro può avere un vantaggio in caso di libera scelta della moneta, ma non perché questo abbia un valore industriale, bensì perché la natura “inelastica” della sua offerta (e la possibilità di conservazione fisica nel tempo, direi) gli ha permesso di essere più a lungo di altri beni oggetto di una convenzione sociale sul suo uso come moneta. Disquisire continuamente del fatto che la “moneta di carta” non vale nulla perché “carta” non ha alcun senso.

In questa discussione Schlichter tocca un problema importante che lui chiama “elasticità” dell’offerta di moneta: la gold money (ma anche un gold exchange standard senza la “truffa” poi ammessa da Nixon) ha un’offerta data e sostanzialmente stabile – il tasso di estrazione dell’oro – e quindi di pontenziale creazione di moneta è molto basso, il che impedisce una politica monetaria attiva specialmente se espansiva; l’offerta di fiat paper money (moneta cartacea ma anche in forma di e-money a corso legale) può invece, chiaramente, venir incrementata a piacere dall’istituto di emissione, ed è da qui che partono i problemi (effetto Cantillon, effetto Wicksell, moral hazard…) che poi avviano il business cycle austriaco. Perfetto, tranne che per il termine “elasticità”: la qualità contro cui Schlichter si scaglia è da chiamare più correttamente “arbitrarietà della base monetaria, in quanto nei termini in cui si considerano come moneta anche i suoi sostituti – e in generale il credito – si ottiene per forza un aggregato monetario “elastico”, che si espande e si contrae in relazione al grado di fiducia diffuso nell’economia (sulla fiducia, si veda questo ultimo pezzo di IHC), e questa caratteristica, che va correttamente chiamata “elasticità”, non è assolutamente pericolosa bensì è il risultato endogeno della combinazione delle decisioni individuali a partire da fattori anch’essi endogeni nell’economia; il problema si ha invece quando questa “elasticità” si impernia (o piramida) su una base monetaria “arbitraria perché attivamente gestita da fuori dal mercato come nel caso odierno delle Banche Centrali quali agenti monetari dello Stato (ricordo questo). Gli Austrodossi, per conformazione mentale, ignorano sia gli “Unsettled problems” di Hayek che l’evoluzione di V.L. Smith, pertanto mi aspetto che continueranno a confondere elasticità con arbitrarietà.

Interessante è anche il cenno alla vita separata della moneta, pure del tipo “paper”, rispetto ai default sovrani: il problema dell’euro è la sua inflazione (in senso austriaco) che ne distrugge il valore reale (potere d’acquisto) sia direttamente che attraverso il ciclo economico indotto, mentre il default statale è solo il fallimento di un utente di questa moneta. Ho già fatto le stesse considerazioni (qui), aggiungendo il particolare dell’ampiezza del mercato di riferimento della moneta, per cui non mi dilungo (è curioso, in ogni caso, che entrambi facciamo lo stesso esempio di default sovrano in caso di gold money).

Sulla aspettativa che “domani” con la stessa moneta si possa proceder a nuovi scambi incide per me il fatto che una certa moneta sia imposta per legge, il che rende certa la possibilità di farne valere il potere liberatorio; le modalità di creazione della moneta (leggi: la politica monetaria) incidono per me sulle attese di evoluzione del valore della moneta e quindi soprattutto sul suo utilizzo come riserva di valore. Ne discende che stabilito un sistema ferreo di controllo dell’offerta di moneta anche la moneta cartacea sarebbe, secondo me, perfettamente funzionale. Concludo pertanto che una k-percent rule di Friedman sulla base monetaria di una paper money (data una base “stabile”, saranno i privati a far evolvere il sistema dei pagamenti e il credito in accordo alle esigenze reali dell’economia) sarebbe coerente con la visione austriaca, ammesso che questa venga liberamente scelta di fronte ad altre alternative; questo riporta alle mie conclusioni sulle valute concorrenziali di Hayek. Al proposito è rilevante l’esempio della Bitcoin di Satoshi Nakamoto, che in forza della “rigidità” della sua offerta riesce a superare la propria natura “immateriale” presentandosi per molti aspetti simile all’oro: non ha autorità monetarie che possano sfruttarne il monopolio di emissione, non è legata a nessuno stato sovrano, ed esiste indipendentemente dal settore bancario. Per rinforzare l’idea, ricordo un vecchio articolo sul Mises.org che discuteva di un’altra valuta “virtuale”, i LindenDollar (qui e qui), che a causa dell’allegra politica di emissione avevano causato dentro al mondo virtuale di SecondLife una vera e propria iperinflazione in grado di minacciare la godibilità di quel mondo e quindi la sua esistenza (e in effetti sono anni che non sento più parlare di SecondLife).

 

Dopo questo discorso interessantissimo e molto opportuno, Schlichter discute sulla riserva bancaria frazionaria (FRB). Anzitutto ne viene confutata la natura di “frode”. Sinceramente, l’esempio che propone a partire da un deposito in oro mi pare un po’ confusionario oltre che non aderente alla realtà attuale, tanto che temo un Austrodosso ci troverebbe conferme alle proprie accuse di “frode”. Chiara ragione ha invece nel dire che nessuna banca oggi nasconda il fatto che un conto corrente non è un vero “deposito”, e che tutti sanno o dovrebbero sapere di cosa vive una banca e perché è disposta a pagare interessi anche sui conti correnti; io ripeto che soprattutto sotto un regime di civil law, e in specie sotto il codice civile italiano che è il codice di diritto privato più completo nel mondo, dovrebbe esser ben chiaro che il conto corrente è un sostanziale “prestito” e con quei soldi la banca fa quel che vuole salvo restituirli su richiesta. Già il fatto che chi sa come funziona la FRB, e dato il sistema di garanzie statali, continui a tenere un conto corrente dimostra che questo contratto può essere una scelta razionalmente voluta, per cui la sua “illegittimità” a priori non è sostenibile (gli Austrodossi fanno benissimo a informare sulla vera natura del contratto di conto corrente così che le scelte individuali siano più consapevoli, ammesso che questo faccia poi davvero cambiare le scelte).

Il vero problema che individua invece Schlichter è la “elasticità” che la FRB introduce, ritornando così all’inizio del discorso su quale sia il vero problema della paper money: essendo sotto FRB l’offerta di moneta finale superiore alle riserve, da qui parte un ciclo economico di tipo austriaco; sarà poi il downturn che spingerà gli individui a fare una scelta meglio ponderata tra i vari mezzi di pagamento distinti anche per emittente (in realtà, se la fiammata iniziale può venir poi corretta, non si avrebbe un ciclo bensì un isolato shock, ma lasciamo stare).

Ritengo questa conclusione di Schlichter sulla “elasticità” dettata dalla confusione lessicale tra “elasticità” e “arbitrarietà” fatta in origine. “L’arbitrarietà”, cioè quanto realmente intendeva l’economista, sicuramente potenzia i suoi effetti distorsivi attraverso la FRB ma solo perché “l’elasticità” (nel senso da me indicato) della FRB è un canale di trasmissione e un amplificatore delle scelte individuali; senza il peccato originale della “arbitrarietà” della base monetaria resta il combinato delle libere scelte individuali che non ritengo censurabili specialmente da un punto di vista austriaco: permessa la diretta responsabilità dei propri impegni anche da parte delle banche, siano queste ultime ad imparare se e quale livello di FRB possano sostenere senza fallire. Se si confondono i concetti di “elasticità” e “arbitrarietà” si arriva per forza alle conclusioni di Schlichter appena menzionate, ma è il secondo concetto che implica una “distorsione” della distribuzione del potere d’acquisto e del sistema dei prezzi (voluta dalle autorità) che dà il via ai fenomeni di ciclo economico, mentre il primo concetto implica solo un “rischio” cioè un fattore economico che comporta opportunità e possibili costi ma che è gestibile da una libera economia.

Schlichter chiude il pezzo dicendo che tutti gli interventi dello Stato implicano “elasticità” (per come la intende lui, cioè “arbitrarietà”) della moneta, e che tutto l’insieme di garanzie ed aiuti alle banche serve per dare l’illusione della sicurezza del settore e della relativa moneta, il che spinge le banche ad accentuare il FRB; in pratica il tutto è un sussidio al FRB con forti spunti di socializzazione dei costi che comporta in realtà una maggiore fragilità del sistema. La soluzione non è abolire il FRB ma semplicemente smettere di sostenerlo soprattutto tramite la socializzandone dei costi (per come l’aveva messa, ci sarebbe stato da attendersi dall’economista una proposta austrodossa di riserva 100%, vero?).

Io condivido la sua soluzione ma partendo dall’assoluzione generale del FRB. Come riassume bene Vittore Longhi, Selgin e White ammettono il FRB in seno al commodity free banking, mentre Hayek scavalca direttamente il problema attraverso una piena concorrenza valutaria privata. Pure l’austrodosso Bagus ha ammesso (come già detto qui) che la riserva intera non eviterebbe la ciclicità dell’economia se permangono il sistema di garanzie e interventi statali a protezione del sistema bancario nonché la solita politica monetaria attiva. “L’arbitrarietà” dell’offerta di moneta è il vero problema.

 

Ce n’è abbastanza per dubitare che l’Austrodossia possa vantare di essere la (unica almeno) depositaria del pensiero austriaco.

 


7 Responses to “Altre Austro-Opinioni Monetarie”

  1. 1

    william Says

    austrodosso è bel neologismo…
    e il ragionamento fila…
    ma tanto se si parte dal solito concetto del deposito irregolare etc etc si giunge sempre alla solita soluzione.
    gli austrodossi hanno un sistema caratterizzato da logica interna cristallina e hanno deciso di viverci dentro, infischiandosene dell’evoluzione storica del diritto, del sistema dei pagamenti, etc etc perché… perché… hanno ragione loro e il mondo si deve adattare.

  2. 2

    Leonardo Says

    Più che altro parlandoci (litigandoci) mi è parso chiaro che soprattutto riguardo la fattispecie italiana non capiscono letteralmente l’articolo del codice che dice che nel conto corrente “la proprietà passa alla banca”. Questo basta a definire al cosa come un prestito e non più come un “deposito”. Se glielo fai notare allora obiettano che però si chiama deposito, e allora è una “truffa”. Se gli fai notare che non c’è truffa perché il diritto è esplicito su questo e l’ignoranza non scusa, allora la buttano sulla morale… E se dici che si parlava di economia e non di morale allora dicono che la moneta è moltiplicata, se fai notare che si tratta di credito e non di nuova moneta dicono che è uguale. Se dici che anche sapendo tutto il giro io quel contratto lo sottoscriverei lo stesso quindi la sua cancellazione in via generale è sbagliata allora ti fanculizzano… bah

  3. 3

    william Says

    personalmente, nel mio piccolissimo infinitesimo pertugio spaziale da dove vedo le cose, credo che il danno prodotto dai rothbardiani alla scuola austriaca sia stato devastante. considerando che sono loro a guidare la rinascita austriaca da almeno 30 anni attraverso il mises inst., c’è poco da fare. o si accetta la verità, o si è dalla parte oscura della forza (o magari solo un po’ coglioncelli criptosocialisti, come ti fanno sentire quando obietti qualcosa su certi ragionamenti).
    oltretutto, certi ragionamenti presentano un fascino politico che tendono ad attirare l’attenzione di frange assai poco simpatiche. ma questo è un altro discorso…

  4. 4

    Vincenzo Says

    Ottimo articolo veramente. Non sono un esperto di economia e finanza ma, a pelle, non ho mai condiviso l’austrodossia del gold standard, mentre invece condivido molte altre posizioni austriache soprattutto quando si entra nel campo delle regolamentazioni statali.
    Il sistema economico, di fondo, si basa sul baratto, sulla scambio di beni tra persone. Nel sistema del baratto diretto l”economia non cresceva per le ovvie difficoltà di operare lo scambio tra venditore e compratore. Era un sistema non elastico. L’oro è stato strumento di baratto indiretto che ha introdotto una maggiore elasticità, ma anche esso ha limiti, poco importanti forse in sistemi di piccole dimensioni, ma forse critici in sistemi più grandi. La moneta fiat introduce maggiore elasticità, punto.
    Combattiamo quindi l’arbitrarietà e non l’elasticità.

  5. 5

    walter Says

    Non avevo ancora letto questo punto di vista sulla teoria monetaria e devo dire mi sembra molto coerente, logico e al tempo stesso intriso di buona pratica economica. Riguardo il dibattito sulla riserva frazionaria, penso che farò mio questo punto di vista.

    Mi permetto di aggiungere che la BCE nonostante i bei proclami segua purtroppo l’ortodossia monetarista alla Friedman: in UE si usa un target di inflazione invece di fissare un target di crescita (o decrescita) dell’offerta di moneta – la soluzione che oggi come oggi per me rimane la second best in attesa di una vera liberalizzazione della moneta per il momento impraticabile; naturalmente ancorando tale crescita per decreto a qualche valore che tenga conto delle necessità monetarie che crescono di pari passo all’economia reale senza inflazionare, non al capriccio del presidente di turno.

  6. 6

    Leonardo Says

    “Mi permetto di aggiungere che la BCE nonostante i bei proclami segua purtroppo l’ortodossia monetarista alla Friedman: in UE si usa un target di inflazione invece di fissare un target di crescita (o decrescita) dell’offerta di moneta”
    Mi sa che devi venir disintossicato dalle put****te che dicono altri blog sedicenti austriaci & scientifici. L’ortodossia monetarista implica un target sull’offerta di moneta (discutiamo quanto vogliamo se sia BM, M1, M2 o M3) e non sull’inflazione (questa è la K-percent rule di Friedman, offerta di moneta che cresca a-ciclicamente di un 4% annuo e sai perché? perché al tempo il 4% era considerato sia un tasso medio di crescita reale del mondo che il tasso medio di estrazione dell’oro). L’ortodossia monetarista prevede questo tasso fisso di crescita anche cascasse il mondo; un monetarista meno ortodosso ammette in casi eccezionali come la crisi del ’29 (non saprei l’attuale però) una sciacquata una tantum per vedere di smuovere la situazione. Tutto qui. Il monetarismo non è interventista come raccontano tante anime belle dell’anarcocapitalismo.

    Il target inflativo è ben più coerente con il pensiero Keynesiano (che tra l’altro, nell’elaborazione ISLM ragiona a prezzi invariati). E te lo dice chi ha fatto la tesi sulla BCE mentre veniva eletto Duisenberg, quindi non uno che queste cose le ha lette pezzi e bocconi su internet: non si voleva un target monetarista à la tedesca perché per gli interventisti era troppo rigido!

    “l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario” è una frase di Friedman. Mi dispiace ma ti hanno tirato su raccontandoti ca***te colossali solo per non farti vedere che il monetarismo, come le pur grosse differenze metodologiche, non è in contrasto con l’austrismo.

  7. 7

    walter Says

    Ripeto anche qui, grazie della precisazione allora!

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