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Ascesa e Caduta del (Vero) Liberalismo – parte II

October 19th, 2012 by Leonardo

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Pubblichiamo la seconda – e purtroppo ultima – parte del lavoro di Claudio Bandini di cui qui la prima puntata. Ringraziamo ancora Claudio per la gentile concessione che ci ha fatto.

  

di Claudio Bandini

La spinta propulsiva delle migliori idee prodotte dall’Illuminismo sarebbe durata a lungo producendo nei due secoli successivi il più grande cambiamento nelle condizioni di vita degli uomini che si fosse mai visto dall’inizio del Neolitico. Ma il fuoco che aveva generato questa forza presto non sembrò più una fonte di calore ma uno spreco di legna. Durante e dopo la Rivoluzione Francese molte cose cambiarono nel modo in cui le teste pensanti in Inghilterra si posero di fronte ai temi economici e sociali. Le due grandi reazioni ad essa pur poste agli antipodi, quella di supporto entusiasta e quella di pura condanna per motivi diversi segnarono il riflusso dall’economia politica così come era stata originariamente intesa.

 

Da una parte i radicali inglesi, Tom Paine, Joseph Priestley e più tardi William Godwin importarono il razionalismo e il “perfettibilismo” francese per cui il progresso e la ragione avrebbero potuto (e dovuto) liberare quanto prima gli uomini dalla scarsità, dall’ingiustizia e dall’egoismo. Era una visione millennarista, che per quanto avesse una provenienza dall’Europa continentale, si saldava a meraviglia con la tradizione religiosa puritana raccolta in modi diversi delle chiese dissenzienti inglesi a cui apparteneva la gran parte dei simpatizzanti dei giacobini. Dalla parte opposta della barricata c’era Burke e il suo conservatorismo autodefinitosi “old whig, convinto ammiratore di Smith e del libero mercato, ma altrettanto persuaso, dopo la Rivoluzione, che per salvare l’ordine dell’Inghilterra la priorità fosse rinsaldare le sue istituzioni più antiche: l’aristocrazia e la Chiesa anglicana. Burke operava un ribaltamento della prospettiva storica adottata dagli scozzesi: laddove per Hume, Smith (a cui vanno aggiunti Ferguson, Robertson, Millar e altri) era stato il commercio a creare la civiltà e a far uscire dalla barbarie, per l’autore delle Riflessioni sulla Rivoluzione Francese era l’età della cavalleria cristiana e feudale ad aver dato all’Europa la morale e le manners necessarie affinché il commercio si potesse sviluppare. Attaccare i pilastri della tradizione, i nobili e la Chiesa, come avevano fatto i francesi in nome di una falsa libertà che altro non era che dispotismo di pochi esagitati, voleva dire creare le premesse per il regresso nei secoli più bui della storia. Burke, suo malgrado, era destinato a sperimentare per la propria opera il significato dell’espressione “conseguenze inintenzionali”. La sua visione del passato così idealizzato divenne ben presto, nelle mani degli esponenti del nuovo Romanticismo, uno strumento di contestazione del presente e di rivolta contro il XVIII secolo.

 

Nel quadro del primo Ottocento va tenuto conto dell’importanza assunta da Thomas Malthus, il principale esponente in campo economico negli anni della crisi dovuta alle guerre napoleoniche. L’economia Smithiana, in buona parte era apprezzata, ma giudicata mancante di spirito religioso. Malthus si applicò per riconciliarla con la dottrina della Rivelazione e della Chiesa anglicana. Era evidente per Malthus che le leggi dell’economia politica erano in fondo le leggi di Dio: la scarsità delle risorse era il mezzo tramite cui gli uomini erano incentivati a lavorare e a migliorarsi ma era anche un freno all’espansione indiscriminata. Il suo compito da “utilitarista teologico”[i] era quello di presentare i rimedi necessari a evitare il disastro demografico dato dall’aumento vertiginoso del numero dei poveri a cui assisteva e per il cui sostentamento nessun ordine spontaneo avrebbe potuto fornire risorse necessarie. Malthus, pur sempre un sacerdote, non risolveva la faccenda propagandando il controllo delle nascite come avrebbero fatto i suoi successori; preferiva raccomandare di ritardare il matrimonio, e, fatto più interessante, indicava nuovi campi d’azione per il legislatore come favorire l’agricoltura rispetto alla manifattura onde evitare che i capitali abbandonassero un settore tanto indispensabile preferendogli i maggiori profitti. Malthus si batté anche per l’abolizione delle Poor Laws, il sistema di sussidi ai poveri tradizionalmente in vigore in Inghilterra, che accusava di generare i poveri che doveva soccorrere incentivandoli a figliare oltre quello che sarebbe stato il livello naturale.

Ora, le idee di Malthus, autore che verrà poi rivalutato da Keynes per la critica a Ricardo e Say sulla legge degli sbocchi, si trovarono assalite da contestatori di ogni sorta. Da “sinistra” Godwin, contro le cui idee era rivolto il “Saggio sui Principi della Popolazione”, replicò che quella di Malthus era una scienza artificiale, una deviazione dalla benevolenza naturale dell’uomo che faceva leva sulla corruzione della società e sui vizi dei ricchi per mantenere lo stato di miseria e di soggiogamento dei poveri. Dalla “destra” il gruppo dei Lake Poets (Wordsworth, Coleridge e Southey in primis) iniziò a usare Malthus come straw-man dell’economia politica, un termine che iniziò a indicare una concezione della società materialista, utilitaria, antipatriottica e fomentatrice di divisioni sociali. Magicamente comparve in un vasto settore del mondo intellettuale inglese, che di economia si occupava poco o nulla, il mito di una cospirazione di filosofi da Bacone e Hobbes a Locke e Newton che aveva imposto all’Inghilterra il pensiero unico di un freddo e inumano materialismo in cui era poi germogliata la scienza economica. Ovviamente Malthus per costoro era indistinguibile da Smith, da Bentham, da Ricardo o da qualunque altro economista a loro contemporaneo. Tutti erano uniti, ai loro occhi, dalla macchia indelebile di voler imporre un sistema industriale che trattava i lavoratori come animali, che arricchiva i più arrivisti e distruggeva i legami sociali e le tradizioni popolari. Il mercato diventava l’antitesi della cultura, la rivoluzione industriale il nemico che ogni intellettuale doveva disprezzare[ii].

Non si sa come Hume o Smith avrebbero risposto alle nuove sfide. Nessuno tra i loro eredi si dimostrò all’altezza del compito di controbattere alle menzogne e alle infamie sul loro conto. Il liberalismo Vittoriano non era più quello settecentesco. L’economia Ricardiana voleva risolutamente divorziare dalla filosofia morale e dalla politica e porsi come scienza deduttiva e matematica; e effettivamente la nuova economia ispirata a principi Benthamiani e utilitaristi era molto più vicina alla a-moralità e al materialismo di quella Malthusiana contro cui si era scagliato con astio un Coleridge o un Southey. Quella sorta di “umanesimo commerciale”[iii] che aveva costituito il nocciolo degli insegnamenti della parte migliore del whiggismo settecentesco, era finita per essere  un ossimoro agli occhi di molti. Peggio ancora, finiva per esserlo agli occhi della stessa borghesia per cui si prospettava l’alternativa tra il senso di colpa per la propria ricchezza e il bigotto moralismo dell’età Vittoriana.

Nel frattempo l’Inghilterra, pur covando in se i semi del proprio declino, diventava sempre più la prima potenza mondiale e il resto d’Europa si adeguava a seguirla, chi più chi meno, nella nuova realtà dell’industrialismo. Che però, ormai è evidente, portava con se i germogli del nazionalismo, del socialismo e delle loro mescolanze destinate a far danni.

 

Cosa può dirci oggi questa storia (da me inadeguatamente riassunta per sommi capi laddove richiederebbe migliaia di pagine) sulla realtà attuale? Tante cose, ma una particolarmente importante: se c’è un fallimento imputabile al liberalismo è quello di aver abbandonato l’unica strada che poteva renderlo attraente alla gente e essersi arreso a diventare la caricatura di qualcos’altro. Oggi l’economia soffre di molti degli stessi pregiudizi di due secoli fa, con la differenza che questi pregiudizi si riflettono nelle urne e quindi nei Parlamenti. Non siamo poi così lontani da vedere Tremonti, invece di Smith, entrare a Montecitorio e sentirsi dire: “Maestro!” da destra e da sinistra. Gli ottimisti diranno che i vantaggi materiali e il benessere garantito dal capitalismo sono troppo evidenti perché possano essere rinnegati, malgrado le tante lamentele e accuse che gli vengono rivolti. Personalmente non so dire quanto siano grandi i rischi che ci pone davanti il futuro, ma la piega intrapresa non mi piace per niente.

Hayek diceva di non potersi considerare un conservatore[iv] e di non trovare altro termine che quello, così inattuale, di whig per definire il suo pensiero e la sua posizione politica. Ecco, io penso che o il liberalismo del XXI secolo sarà Hayekiano e quindi Humeano, Smithiano, e, in una parola, whig, o esso è destinato a soccombere.

 

 




[i]     Donald Winch, Riches and Poverty:an intellectual history of political economy in Britain, 1750-1834, 1996, pag.243. A questo libro mi sono rifatto per l’interpretazione generale di Burke e Malthus

[ii]    Per chi cercasse una lettura marxista/New Left  del rapporto storico tra mercato e cultura si può vedere Raymond Williams, Cultura e rivoluzione industriale. Inghilterra 1780-1950, 1968

[iii]   Definizione assai calzante di John Pocock in Virtue, Commerce, History, 1985

[iv]   Si veda “Why I’m not a conservative” , originariamente pubblicato in appendice a The Constitution of Liberty


6 Responses to “Ascesa e Caduta del (Vero) Liberalismo – parte II”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Bella ricostruzione storica di C. Bandini.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Sì bel lavoro e significativa conclusione.

    C’è un punto che mi piacerebbe fosse trattato ancora più profondamente, ma nel caso servirebbe un concorso di competenze storiche e filosofiche: per come ha scritto (o io ho letto) questi due articoli, sembra che in certo momento si sia avuta una cesura intellettuale, che si sia cominciato quasi all’improvviso a pensare diversamente… da una parte si richiama un contributo di un particolare spirito religioso, dall’altra un Malthus che, in qualche modo spuntando proprio da quello spirito, crea un’impalcatura intellettuale economica particolarmente spendibile.

    Ecco… a me sembra che manchi qualcosa. La gente non riconglionisce tutto insieme (o sì?); la rivoluzione francese, cosa ha messo in moto veramente? C’è stata una paura di alcuni ceti o classi che, per pararsi il didietro, ha provato a rimescolare le carte, a mimetizzarsi, fino al punto che chi è venuto appena dopo ci ha pure creduto?

  3. 3

    Claudio Says

    @Prof.Muscatello

    La ringrazio del giudizio, professore. Detto da lei fa particolarmente piacere.

    @Leonardo
    Ancora grazie anche a te per l’ospitalità. Riguardo ai dubbi su cosa succeda tra XVIII e XIX secolo: è una questione complessa, mi piacerebbe avere risposte adeguate ma ancora le sto cercando. Di certo la Rivoluzione Francese è un momento cruciale, anche perchè gli anni di guerre che ne seguirono segnarono un momento di crisi politica e economica non da poco pure per l’Inghilterra. Per fare tre esempi di conseguenze:

    1)Dugald Stewart che fu il primo biografo di Smith, trovandosi in un clima in cui era piuttosto pericoloso parlare di politica ne edulcorò i lati più “progressisti” e può aver contribuito involontariamente a farne un bersaglio di chi poi avrebbe voluto contrastare “l’ordine borghese”. Analogamente Say in Francia annunciò “il divorzio tra politica e economia politica” che poi divenne agli occhi di molti il divorzio tra economia e morale

    2)I problemi di inizio ‘800 (debito, inflazione, carestie ecc.) crearono una certa domanda di economia pratica più che speculativa. C’erano da risolvere problemi a breve termine insomma, e Malthus un po’ keynesiano lo era. Questo può aver spalancato le porte a utilitaristi vari, e poi a Ricardo. Con loro di fatto l’economia prende una strada diversa da quella smithiana

    3)Uno come Burke fu sinceramente scosso da quello che era accaduto in Francia. Di fronte al dubbio che la società commerciale fosse incompatibile con il rispetto per le istituzioni scelse di difendere le seconde ma poi venne in parte frainteso. Smith muore nel 1790 ed è difficile dire come si sarebbe schierato.

    Sullo sfondo intanto c’è l’industrializzazione che va avanti, lentamente ma inesorabilmente. Aldilà delle prediche sui “dark satanic mills” di Blake e poeti vari, motivi per lamentarsi ce ne erano. Non era vero che si stava peggio di prima? Probabile, ma la favola sui “bei tempi antichi” è vecchia quanto il mondo e non era morta neanche nel ‘700 sennò non salterebbe fuori Rousseau. La maggior parte del mondo intellettuale tende a lamentarsi del presente, in ogni epoca, dall’800 in poi ancora più di prima e quel che è peggio è che da lì in poi trova seguito come non mai. Ma di fatto l’eccezione è stata quella di Hume, Smith e compagnia, non i loro successori.

    Insomma materiale ce ne è, i libri che ho citato in parte lo affrontano. Prima o poi McCloskey dovrebbe uscirsene con “The Treason of the Clerisy, 1848-2000: How the Bourgeoisie Became Inauthentic” sempre sulla stessa vexata quaestio.

    Per ultimo, sul fatto che la gente sia rincitrullita di punto in bianco chiudo citando Mises:

    Le masse, la turba degli uomini comuni, non concepiscono idea alcuna, sana o insana. Esse scelgono soltanto tra le ideologie sviluppate dai capi intellettuali dell’umanita. Ma la loro scelta è definitiva e determina il corso degli eventi. Se preferiscono cattive dottrine, nulla puo impedire il disastro

  4. 4

    Biagio Muscatello Says

    Io non ho conoscenza particolareggiata di tutti gli autori del periodo in questione. E forse esageriamo un po’ nel racchiudere in una sintesi discorsiva e semplice la complessa articolazione delle posizioni (e anche le eventuali contraddizioni, presenti nel pensiero di qualche autore). Parlerò solo di quello che so.

    Malthus ‘keynesiano’? Forse per il suo ‘interventismo’ nella sfera sessuale degli inglesi?
    Malthus che anticipa l’utilitarismo di Ricardo?
    Di fatto Malthus discusse con Ricardo per anni: non arrivava a cogliere le sottigliezze analitiche della teoria del valore di Ricardo; era invece fermo alla saggezza del senso comune. Condivideva con Ricardo le posizioni bullioniste (quindi, niente Keynes, nè i suoi antenati): solidità della moneta buona.
    Keynes ‘parteggiava’ per Malthus vs. Ricardo, perché non aveva tempo di studiarsi Ricardo (lo faceva studiare a Sraffa, che poi lo leggeva con gli occhi rossi…)

  5. 5

    Claudio Says

    Gentile prof. Muscatello,
    sono d’accordo sull’estrema difficoltà di sintetizzare un periodo così denso di idee e di autori peraltro in continua evoluzione e confronto tra di loro (l’ho scritto anche nell’articolo che il tema richiederebbe ben più spazio e sopratutto competenze più vaste di quelle del sottoscritto).

    La domanda di Leonardo però merita considerazione perché come l’economia diventi la “dismal science” nel primo ‘800 è un problema non solo storico ma anche attuale, visto che due secoli dopo i fraintendimenti continuano. Le idee di Smith di dismal non avevano proprio niente, però è anche vero che dopo di lui non ci sono stati autori in grado di porsi con lo stesso raggio di competenze e di problematicità, almeno fino a Hayek, quest’ultimo ovviamente in tutt’altro contesto. E che l’approccio scozzese alle scienze sociali fosse “speciale” lo riconoscono anche autori che Hayek lo criticano perchè “liberista”.

    Su Malthus: gli ho dato velatamente del keynesiano solo perchè il suo approccio alla crisi post-guerra (dopo il 1815) nei Principles of Political Economy era in qualche modo interventista, almeno nella teoria e almeno rispetto a Ricardo. Ma riconosco che su questo le mie nozioni sono un po’ deficitarie.
    In realtà per il tema in questione non è nemmeno il problema principale: Malthus alla fine era attaccato in quanto economista, non per le sue idee specifiche sulla materia, che i suoi oppositori non si preoccupavano di capire più di tanto. La polemica dei”romantici” verso “gli economisti” era in fondo, per usare un’espressione di Winch, rather a matter of feeling than argument. Dopo tutto, non è così anche oggi?

  6. 6

    Biagio Muscatello Says

    Le discussioni su Malthus, almeno fino a J. S. Mill, non misero mai in dubbio il suo Saggio sulla popolazione, che fu accettato acriticamente da tutti (anche da Ricardo). Le divergenze vertevano sui rimedi: Malthus era dalla parte dei proprietari terrieri e voleva proteggere i produttori nazionali di grano; Ricardo parteggiava per i manifattori, e credeva che la caduta tendenziale del saggio di profitto (causata dall’alto prezzo del grano interno) sarebbe stata frenata dal free trade internazionale. Vinse Ricardo, anche se post mortem.

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