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Ascesa e Caduta del (Vero) Liberalismo – parte I

October 15th, 2012 by Leonardo

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IHC è felice di presentare ancora una volta un bel lavoro scritto da un nostro lettore, Claudio Bandini, studente alla Facoltà di Storia dell’Università di Firenze. Data la lunghezza l’articolo è articolato in due parti, ma invito i lettori a non farsi spaventare e percorrere l’interessante – e utilissimo – sentiero storico descritto dall’ottimo Claudio, che ringraziamo sentitamente.

  

di Claudio Bandini

C’è una domanda che ogni frequentatore di questo blog credo possa essersi fatto almeno qualche volta. Perché il liberalismo classico, di stampo austriaco o meno che sia, è così marginalizzato nel dibattito pubblico, e quando compare è sommerso da fraintendimenti, ignoranze e pregiudizi vari su cosa sia l’economia di mercato che si presume sostenga? Eppure, a ragionarci un attimo, perché concetti come quelli di scambio volontario, capacità imprenditoriali, ordine spontaneo ecc. non dovrebbero risultare attraenti per il grande pubblico più di espressioni come pianificazione, primato della politica, redistribuzione e così via? L’evidenza storica tuttavia ci racconta che se dietro ai primi termini si cela la radice del nostro benessere e della crescita economica degli ultimi due secoli, è dai secondi che le grandi masse si sono sentite (e si sentono) attratte irrefrenabilmente nello stesso arco di tempo.

 

Si potrebbe concludere frettolosamente che la gente non resiste alla voglia di sputare nel piatto in cui mangia e mettersi di conseguenza nei guai, e che, vuoi per l’ignoranza, vuoi per la demagogia, totalitarismi e dittature siano output più naturali di quanto si pensi per un sistema capitalista. Non è una tesi da buttar via, ma allora resta da spiegare un’altra cosa: come è possibile che l’economia di mercato si sia imposta dapprima in aree ristrettissime del pianeta per poi dilagare in tutto l’Occidente e infine conquistare gran parte delle terre emerse? A questa domanda si può effettivamente cercare di rispondere, e lo si è fatto, con la più vasta gamma di teorie possibile, dal complotto massonico allo spirito del protestantesimo, e lo spazio per una disamina completa allungherebbe decisamente troppo la discussione.

 

Ma piuttosto che arrendersi di fronte ai massimi sistemi credo che seguire la strada indicata dal nome di questo sito resti la soluzione migliore e che la storia delle idee, se opportunamente indirizzata ci dica molto sui motivi dell’ascesa e caduta del liberalismo classico come sistema politico. È nell’Inghilterra della rivoluzione industriale tra XVIII e XIX secolo e nel dibattito intellettuale che la animò che si possono rintracciare temi di un’attualità per molti versi sorprendenti. Anche il lettore più distratto di Hayek conosce il filo che lega il grande pensatore austriaco a Smith e Hume, i due più grandi filosofi dell’Illuminismo scozzese e dell’importanza che attribuisce al loro pensiero come matrice della sua teoria sociale. Quello che Hayek potrebbe non aver analizzato fino in fondo è la complessità e la ricchezza del contesto culturale in cui fiorirono queste due eccezionali menti. Il ‘700 britannico non è solo la culla dell’industrialismo ma anche del pensiero che lo sostenne.

A metà del secolo, quando Hume scriveva i suoi Saggi morali e politici, elogiando il commercio come il mezzo migliore per raffinare le abitudini degli uomini e difendendo il lusso dalle accuse di sovvertire l’austera morale dei grandi esempi della classicità, lo faceva avendo in mente gli esempi di tanti pubblicisti, dall’olandese Mandeville agli inglesi Addison, Steele e Defoe (rimasto poi famoso per Robinson Crusoe) che nei primi anni del ‘700 avevano sconvolto il dibattito pubblico con una tesi tanto semplice quanto rivoluzionaria: che il perseguimento degli interessi privati e l’interazione dei singoli individui piuttosto che le astrazioni della teologia o della ragion di Stato, potessero essere le vere basi da cui partire nell’analisi delle strutture sociali. La frattura tra l’individualismo “vero” e “falso” cara ad Hayek nasceva qui. Ora, che tra lo sviluppo di un linguaggio favorevole al progresso e l’invenzione della macchina a vapore e della ferrovia passi parecchia strada nessuno vuole metterlo in dubbio. Ma come hanno evidenziato tra gli altri autori come Mokyr e Mccloskey, per l’Inghilterra essere la patria di gente come quella descritta (ma anche, prima di loro, di Bacone, Newton e tanti altri) era senz’altro un buon punto di partenza per candidarsi a motore dello sviluppo economico europeo. Difendere il capitalismo però non era una passeggiata di salute neanche allora, quando nessuno sapeva cosa fosse. Gli schieramenti politici dell’Inghilterra del tempo erano complicati anche più dei nostri e la divisione whig=progressisti, tory=conservatori se non sbagliata, è comunque semplicistica. In realtà le categorie di destra e sinistra erano già vecchie prima che la Rivoluzione francese le sdoganasse: la vera discriminante era tra chi vedeva nella nascente società commerciale un’opportunità di migliorare il benessere di tutti e difendeva lo status quo da una posizione court e chi si considerava portavoce del paese reale, country, con un linguaggio che già rimpiangeva i bei tempi antichi e vagheggiava delle forme repubblicane sul modello di Sparta, che quelle sì che garantivano il governo dei virtuosi! Certo, Hume aveva gioco facile a ricordare che a Sparta, ma in tutte le repubbliche antiche, la libertà era un affare per pochi privilegiati e gli schiavi reggevano la baracca, ma non era facile convincere della bontà della rule of law i costruttivisti del tempo. E poi c’erano le nuove invenzioni del debito pubblico e la Banca Centrale, mica che gli Inglesi si accontentassero di perfezionare il sistema di fabbrica! E qui, visto dove siamo arrivati, non possiamo dare torto a Hume che guardava con sospetto questi meccanismi generatori di percettori di rendite in grado un giorno di far tracollare le fondamenta dello Stato inglese e assoggettarlo allo straniero (suona già sentita?). Di fatto, mentre l’homo oeconomicus doveva ancora essere teorizzato era piuttosto l’homo creditor a turbare i sonni dei patrioti e dei radicali dell’epoca e a gettare le prime ombre su una nuova realtà in cui il valore delle cose diventava oggetto dell’opinione e dei sentimenti degli speculatori di Borsa[i].

 

Ma, riprendendo il sentiero tracciato da Hume, fu Adam Smith a spianare un’autostrada, con la sua capacità di difendere la società commerciale e il mercato (con un realismo che non lasciava mai spazio all’utopismo, e questa è la prima grande lezione dimenticata da certi liberali libertari). L’economia politica Smithiana era un tutt’uno con la sua filosofia morale e non poteva essere diversamente dato che quest’ultima era la sua materia d’insegnamento all’università di Glasgow. Il sentimento morale e la simpatia nel sistema di Smith sono all’origine delle distinzioni tra comportamenti “buoni” e “cattivi” in un processo endogeno ai rapporti tra gli individui che assomiglia a un vero e proprio processo di mercato degli standard morali accettabili. In maniera del tutto analoga alla naturalezza con cui ricercano l’approvazione dei propri simili nei loro comportamenti, gli uomini, notava Smith, sono spinti dall’istinto a trafficare e scambiare per migliorare la propria condizione materiale. Allora il legislatore che avesse voluto arricchire la sua nazione doveva dire addio all’ossessione mercantilista per la bilancia commerciale, farla finita con i dazi e i premi agli esportatori, e limitarsi a quello che realmente era necessario (e davvero in Smith il compito del legislatore è tanto delicato quanto nobile, fatta salva la difficoltà di trovare uomini all’altezza). Tre cose, dice l’autore della “Ricchezza delle nazioni” gli spettano di dovere: la difesa del paese, l’amministrazione della giustizia e il mantenimento dei lavori e delle istituzioni pubbliche[ii]. Il realismo Smithiano è spietato: il sistema della libertà naturale verrà messo a dura prova da ogni parte, dall’insolenza dei grandi proprietari terrieri legati ai propri privilegi, dallo spirito di monopolio dei mercanti che cercheranno di evitare la concorrenza con accordi e pressioni di ogni tipo e dall’incapacità dei lavoratori di comprendere la concordanza dei loro interessi con quelli della società. Davvero si ha in molti passi di Smith la sensazione che fosse dotato di capacità profetiche…

Ma non erano poteri soprannaturali: solo la grandezza e lo scetticismo del vero studioso della società. Se si volesse sintetizzare il programma di ricerca della scuola scozzese (che accanto ai due colossi vide una concentrazione con pochi eguali di storici, filosofi e proto-sociologi accomunati da interessi simili) esso potrebbe suonare qualcosa come “Ok, sappiamo che l’umanità non è un granchè, ma è pur sempre l’unica umanità che abbiamo. In quale modo può dare il meglio di se?”. Non con le utopie ma con la consapevolezza che le scelte possibili sono spesso dei second-best, non con l’ingegneria sociale ma con il senso del limite nasceva nel secondo ‘700 l’unico liberalismo destinato ad avere successo. Intendiamoci: non che i bottegai o i tessitori tenessero i poster di Smith nelle camere: non è mai stato un prodotto di massa. Ma se è vera la storia per cui, durante una visita a Londra di Smith, il Primo Ministro William Pitt gli si rivolse dicendo Sir, we will stand till you are first seated, for we are all your scholars[iii] si capisce che, in quanto a idee, almeno i politici britannici e le classi medio-alte godevano se non altro di una buona base di partenza.

 

 




[i]     John Pocock ., Il Momento Machiavelliano: il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone 1980, in particolare i capitoli 13-14.

[ii]    Adam Smith La ricchezza delle nazioni, libro IV, cap.9.

[iii]   Citato in Joel Mokyr,  The enlightened economy: An economic History of Britain 1700–1850,2010, pag. 70. 


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