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Austrismo che Filtra…

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December 15th, 2010 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

Il gentilissimo Max Neri (autore del blog Processi di Mercato, fermo perché l’amico è alle prese con una grande tesi di dottorato con Huerta De Soto) ci segnala un articolo sull’Economist “Taking von Mises to pieces.

Questo articolo ha più letture, di cui una sicuramente molto gradita per tutti gli austrofili e per tutti i vari economisti “austriaci”: a scapito del vergognoso silenzio accademico, che costringe uno studente a entrare in contatto con le teorie di Mises solo dopo la laurea e solitamente per caso, il pensiero “austriaco” si espande, si diffonde, e filtra sempre più nei canali di informazione sia di massa che più qualificati.

 

Il pensiero di cui Hayek e Mises sono i pilastri non avrà convinto tutti, ma si fa strada nonostante gli enormi gap di diffusione iniziali. Questo rende un po’ di giustizia a Usemlab, Ventinove Settembre, e chiaramente IHC, praticamente gli internet-pionieri italiani della critica austriaca all’inflazionomia.

L’articolo dell’Economist ha certamente il merito di riconoscere il valore della teoria austriaca del ciclo economico ed auspicarne un maggior riconoscimento in quanto strumento opportuno per la comprensione dell’attuale stato dell’economia. Carina è la molto coincisa rappresentazione del contenuto della teoria del ciclo economico, così come lo spunto Hayekiano sulle limitate capacità di qualsiasi pianificatore (altro punto caratterizzante dell’ampio corpus teorico austriaco) con le parole “il curioso compito dell’economia è dimostrare agli uomini quanto poco veramente sappiano di ciò che suppongono di poter progettare”; altrettanto carino è il riconoscimento di come economisti diversi (Reinhart, Rogoff, Minsky, Taleb) siano arrivati a conclusioni che in vario modo Mises e Hayek avevano già presentato.

 

L’articolo comunque sconta una debolezza di fondo, che emerge parlando di quali (ben ridotte) prescrizioni questa teoria offra per risolvere la fase bust del ciclo economico. Questa debolezza è comunque la stessa debolezza che tocca tutto il mainstream, e che IHC ha ben evidenziato nella critica ai non-sequitur di Masciandaro, e cioè che una teoria debba per forza offrire “prescrizioni positive” la cui adozione da parte delle autorità permetterebbe di “risolvere i problemi”. Infatti l’articolo lamenta che “almeno i monetaristi propongono di tagliare i tassi e espandere la moneta”. È un po’ come pensare che negli anni ‘30 il keynesianismo abbia prevalso solo perché offriva una ricetta positiva (interventismo monetario e fiscale fatto di espansione monetaria e deficit spending) per uscire dalla depressione; non importa se tale soluzione fosse efficace o efficiente o addirittura controproducente, era una regola cui aggrapparsi, mentre dall’altra parte tutto ciò che veniva proposto era lasciar scorrere la crisi, lasciare che l’economia “liquidasse” parte di sé stessa… ops, è esattamente ciò che è accaduto!

Dalla cerchia dei “liquidazionisti” viene però tirato fuori Hayek in quanto promotore di una Banca Centrale con il compito di stabilizzare il reddito nominale; come dire che “una politica economica o monetaria che ci risparmi una recessione è sempre possibile”. In realtà la proposta di Hayek va contestualizzata perché non si presenti come antitetica rispetto alla generale posizione “austriaca”. Anche per Hayek la recessione deflazionistica (deleveraging, diremmo oggi) è un rimedio necessario e inevitabile alla precedente fase di boom inflazionistico (idea già in Prices and Production, del 1931); solo con una inflazione crescente si potrebbero infatti mantenere i posti di lavoro meramente creati dall’inflazione precedente. Qui si innesta il compito della politica economica di impedire una riduzione assoluta del flusso dei redditi (idea nei New Studies del 1978) da cui l’obiettivo di stabilizzazione del reddito nominale; questo riguarda però più una funzione di rassicurazione degli operatori nelle loro pianificazioni (su valori nominali) piuttosto che una reale possibilità delle Banche Centrali di risolvere alcunché della congiuntura, la cui soluzione invece passa sempre e comunque da una correzione dei prezzi relativi (stipendi compresi) che ri-allochi correttamente le risorse (come ricorda nel proprio libro il prof. Muscatello) e che non deve risolversi in un semplice gonfiamento solo di alcuni prezzi mentre altri restano fermi (cioè pura inflazione); addirittura Hayek arriva a suggerire forme di “lavoro pubblico” a sostegno del flusso di redditi (con tutti i caveat di vincoli di bilancio e accorgimenti salariali che rendano non strutturali tali soluzioni, come puntualizza ancora Muscatello). Tutto sommato, quindi, l’anzidetta regola di politica monetaria non ha esattamente una portata salvifica, e sinceramente la sua necessità non è neppure scontata.

Fatta questa precisazione, andrebbe ricordato anche che la regola monetarista prescriverebbe la stabilità (del tasso di crescita) dell’offerta di moneta (regola che di per sé eliminerebbe vari problemi di ciclo), e che la proposta di aumentare l’offerta di moneta è una sorta di eccezione per i casi di recessioni particolarmente profonde (con fini di stabilizzazione delle aspettative non troppo diversi da quelli di rassicurazione di Hayek), quindi praticamente solo il ‘29.

Insomma, persiste questa “voglia” di farsi dire cosa fare “positivamente”, escludendo così che anche il “non fare”, cioè il lasciar liquidare le attività anti-economiche, sia effettivamente una “azione” o per lo meno una “decisione”; che alcuni economisti, Keynes in testa, abbiano cavalcato la cosa, è un fatto.

 

L’articolo dell’Economist, pur succintamente, evidenzia anche un certo problema di “immagine” dell’austrismo causato dal fatto che i più evidenti o “rumorosi” sostenitori di Mises Hayek e Rothbard spesso sono personaggi un po’ troppo “coloriti” o “agitati”, essenzialmente non-economisti, cui gli accademici hanno comprensibili remore a venir associati. In effetti nella mia esperienza personale ho sentito definire gli “austriaci” come “Talebani del mercato”, presupponendo così che questi difendano a priori posizioni ultra-liberiste, quando in realtà il “primato del mercato” (e delle libertà individuali) non è un a-priori bensì un risultato ottenuto “a valle” analizzando un sistema economico che si voglia stabile (sostenibile, diremmo oggi). Queste riflessioni hanno un qualche eco con articoli e discussioni su IHC (ad esempio qui).

Io non saprei se per superare certe diffidenze accademiche causate dai detti problemi di immagine o dalla “durezza” delle posizioni austriache, consentendo quindi una maggior “potabilità” di questo pensiero da parte di un pubblico quanto più ampio possibile, si debbano accettare alcune forzature date dal diffuso senso di preoccupazione per le sorti dell’economia che richiede, come detto sopra, non la cruda verità bensì una speranza “positivista” (discorso simile è stato fatto sulla distinzione tra aspetto teorico e opportunità politica della riserva intera).

Sicuramente occorre attenzione sulla comunicazione, evitando che un austriaco venga assimilato a un Grillino o a un Dipietrino (i “contestatori” sono presi come sfogo, ma non si attribuisce loro una particolare longevità e nemmeno incisività politica). Sicuramente posizioni “possibiliste” sul lato interventi-assistenza possono rendere l’austrismo un po’ più invitante. Ma personalmente ritengo più opportuno sfruttare questa tendenza ad un (ancora troppo limitato) austrian-revival facendo perno su coerenza teorica e capacità esplicativa, e senza annacquare il messaggio di fondo: l’organizzazione statale attuale, fatta di interventi sostegni e welfare selvaggio, è sempre più manifestamente insostenibile; sempre più persone lo stanno realizzando e vanno accettando l’idea di uno Stato più piccolo (meno costoso ma anche meno presente) in cambio di maggiori opportunità (possibilità e rischi) personali; sempre più persone stanno realizzando che il loro futuro è stato divorato dalle statal-assistite generazioni precedenti; il terreno è fertile per dire le cose come stanno, e presentare l’Austrian Economics nuda e cruda.

 

Chiudo su questa mia ultima affermazione rafforzandola con un piccolo estratto dall’ottima rubrica “Scorie” distribuita via mailing-list dal gentilissimo Matteo Corsini (contattateci pure se volete venir inclusi):


Ricordo che, all’indomani del fallimento di Lehman, i dipendenti che avevano perso il lavoro misero un cartellone all’ingresso della sede della banca a New York, raffigurante il volto dell’amministratore delegato, Dick Fuld. Ognuno lasciava un messaggio su quel cartellone. Incuriosito, ingrandii un’immagine e lessi, tra gli altri, questo messaggi: “Austrian economics was right”.

Di quel messaggi cambierei solo il tempo del verbo essere: Austrian economics is right.

 

 

 

Il messaggio deve filtrare: Austrian economics is right.

 

Spediscilo ad un amico in PDF www.pdf24.org
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2 Responses to “Austrismo che Filtra...”

  1. 1

    Biagio Muscatello Says

    Abbiamo veramente bisogno che l’attuale congiuntura economica venga letta con gli strumenti d’analisi austriaci, e che venga fatta giustizia di tanti luoghi comuni.
    Qui Leonardo ricorda le tesi di Hayek sul livello dei salari. Schumpeter ha scritto che la vittoria di Keynes su Hayek (nell’opinione pubblica, nelle decisioni politiche, nell’influenza sugli economisti; non certo nella validità dell’analisi!) fu determinata dal fatto che Hayek “nuotò sempre contro corrente”. Non vi è dubbio che il tema più caldo, da questo punto di vista, è proprio quello delle politiche salariali.
    Su questo tema ho scritto qualche anno fa, criticando alcuni aspetti del ragionamento di Hayek, pur accettandone l’impianto di base. Devo dire che mi sono poi convinto che Hayek avesse integralmente ragione.

    Alcune precisazioni sulla presunta ‘revisione’ degli anni ‘70. Hayek non attribuisce alla politica il compito di impedire la riduzione del flusso dei redditi, ma di frenarne la discesa, nel caso che tale riduzione sia troppo brusca; anche attraverso lavori pubblici, ma a “salari bassi”, al fine di impedire la permanenza di questo tipo di occupazione.
    Hayek non ha mai abbandonato il principio che occorresse ‘liquidare’ le posizioni inefficienti. Perché, come giustamente ricorda Leonardo, niente potrà impedirne la liquidazione.

  1. 1

    Desocialistizzare l’Occidente at Ideas Have Consequences

    […] Come già riportato su IHC la critica più frequente che viene riproposta agli economisti austriaci è quella di essere semplicemente dei “liquidazionisti” e non offrire prescrizioni positive implementabili in termini di policy. In particolare si ha una certa difficoltà a percepire il “laissez faire” come proposta: non soltanto da chi professa in modo convinto una adesione all’interventismo, ma anche da molti liberali, i quali pur esprimendone un giudizio positivo, vedono nel celebre epiteto il simbolo di un tempo che fu, tanto glorioso, quanto difficilmente riproponibile e credibile. […]

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