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Austrismo Nostrano (e non) tra Utopia e Azione

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June 1st, 2009 by Leonardo

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di Silvano, IHC

L’economia austriaca, sebbene ancora presente in misura estremamente marginale nel nostro paese, ha innegabilmente fatto dei passi in avanti, specie nell’ambito accademico statunitense e, nonostante l’imperante neokeynesianismo di ritorno, sembra avere tutte le carte in regola per ritagliarsi uno spazio autonomo e più consistente rispetto al passato. Insomma, neanche per gli accademici del vecchio continente, né per i vetero-socialisti, l’austrismo può essere semplicemente liquidato come una deviazione inarco-libertaria, di matrice americana, del monetarismo. Ma se l’implosione delle bolle speculative ed i maldestri risultati ottenuti dagli ingegneri sociali nonché dai banchieri centrali ne favoriscono l’affermarsi degli sviluppi teorici, altrettanto non si può dire della proposta politica sul piano empirico. Del resto l’economia austriaca è per eccellenza un qualcosa di descrittivo e non prescrittivo.

Il mio intento è allora quello di riassumere alcuni elementi di debolezza ed alcuni limiti che a mio giudizio concorrono a dare un carattere utopico all’azione degli austriaci, specie nostrani. Premetto per correttezza che lo scrivente condivide sotto il profilo sociologico molte delle analisi degli elitisti, Pareto e Mosca in primis, i dubbi di Hoppe sulla democrazia ed altre convinzioni che possono suonare sgradite.

 

Senza nulla togliere alla valenza delle millanta ed oltre considerazioni circa la capacità dei mass media di influenzare e dirigere l’opinione pubblica, mi preme, una volta tanto, sottolineare come sia ridondante e fastidiosa quella sorta di autocommiserazione che spesso traspare dagli ambienti libertari circa l’incapacità di convincere le folle delle loro argomentazioni, incapacità tendenzialmente ricondotta a due fattori: l’esclusione dai circoli mediatici dominanti e l’isolamento imposto dagli accademici mainstream. Frustrante e piagnona sotto il profilo politico, a mio giudizio contiene anche degli elementi di falsità. Non è stata forse l’ostinata consapevolezza di essere diversi, abbinata alla profonda convinzione delle proprie idee a trasformare le elaborazioni di menti eccellenti in una vera e propria scuola di pensiero? Non è forse coerente con lo stesso pensiero austriaco che l’attività di ricerca ed educazione venga condotta e sostentata eminentemente grazie al libero associazionismo, piuttosto che tramite il denaro estorto alla collettività ? E non è del pari coerente che all’interno del consorzio umano proliferino associazioni ed enti con visioni politiche, economiche, etiche diverse, financo opposte alle nostre? Io credo di sì. Così come credo che lo sviluppo della tecnologia e dei mezzi di comunicazione abbiano pesantemente influito a favore dell’economia austriaca e della diffusione del pensiero libertario, che, negli anni ‘30 ad esempio si trovava in una posizione molto più marginale (ed anche pericolosa aggiungerei) dell’attuale. Ciò non nega che anche altri abbiano tratto profitto dai mass media, né tanto meno può stupire che questi altri siano principalmente caratterizzati da orientamenti government o central-banking friendly. In breve, cosa c’è di particolarmente sorprendente nel fatto che dottrine power-friendly, in un contesto che vede l’espansione dei campi di azione dell’attività statale godano quanto mento di un vantaggio competitivo iniziale rispetto all’individualismo metodologico austriaco ? A mio giudizio nulla. Ma tanto più la realtà contrasta con la fallacia delle loro spiegazioni, tanto più l’economia austriaca acquista posizioni. Ognuno è libero di portare avanti la posizione liberale nel modo più consono alla propria indole ed al proprio temperamento (internet, conferenze, insegnamento ma anche semplici discussioni). Il proselitismo di massa, quasi orgiastico, verso il culto della libertà, specie verso una determinata e univoca visione di questa (colgo qui l’occasione per ricordare che il Collettivo di Ayn Rand era fortemente autoreferenziale e richiedeva un’accettazione integrale e sostanzialmente acritica dell’oggettivismo) è funzionale ad una proposta politica di tipo rivoluzionario che non escluda, ma anzi contempli, l’uso e se necessario anche l’abuso - in quanto è difficile tracciare una linea di confine in tali eventualità - della forza e della violenza. Proposta che forse avrebbe il pregio di essere più chiara e lineare di molte visioni anarco-libertarie, e che personalmente - se pur preferisca le vie pacifiche - non mi scandalizza affatto, ma che non metterei al top dell’agenda libertaria.

Del resto la semplice condanna della forza, se non in chiave difensiva - e della violenza in toto - per quanto fondamentale sul piano etico, ha castrato una serena analisi del fatto che l’uomo, nella sua storia, si è sempre dovuto confrontare con questi elementi, e che i periodi in cui il valore della libertà ha prevalso sugli altri sono una positiva ma assai limitata eccezione piuttosto che la regola. Non è un caso che moltissime tematiche afferenti l’uso della forza ricorrenti nella produzione austriaca siano riconducibili all’illegittimità del monopolio di questa da parte dello stato (abbinato ad un certo astio verso tutte le regolamentazioni sul possesso di armi da fuoco - l’americano desiderio di fare pum pum nel proprio cortile di casa), ed in seconda battuta alle forme di resistenza opponibili agli agenti del fisco. Anche questo contribuisce  a rendere più difficoltoso l’affermarsi di un austrismo "pragmatico", in particolare in Europa.

 

L’ideale dell’annullamento pressoché totale dello Stato e la conseguente costituzione di libere comunità, ognuna rispondente ai desideri dei membri che la compongono, ove si è liberi in qualsiasi momento di "secedere" caratterizza la produzione di molti libertari americani. Con tutta franchezza ritengo che ciò sia tanto utopico quanto americano. Americano, in quanto un tale ideale risulta molto più facilmente concepibile negli Stati Uniti, paese vasto, dotato di grandi spazi e risorse, caratterizzato da una densità abitativa complessivamente bassa e che ha visto nella Guerra di Secessione, in buona sostanza, l’unico conflitto armato di vaste proporzioni combattuto sul proprio terreno. Ritengo difficile concepire un qualcosa del genere in un fazzoletto di terra, quale è del resto l’Europa, che ha vissuto due guerre mondiali, un certo numero di guerre civili, alcuni scontri nazionali di un certo rilievo e quasi un ventennio di guerre napoleoniche - e tutto ciò soltanto negli ultimi due secoli che ci hanno preceduto. Se uniamo i fattori geografici con quelli storici, non c’è affatto da stupirsi che vi sia una disposizione a cedere quote di libertà a favore di una relativa sicurezza (per quanto iniquo od inefficiente tale scambio possa poi addivenire). Una riduzione dell’ingerenza statale, a me pare un obiettivo sì difficile, ma sicuramente abbordabile e comprensibile specie se comparato a quello dell’instaurazione volontaria dell’Eden libertario in terra. Anzi, polemicamente dico che trovo a volte infantile ed eccessivamente idealista argomentare le proprie asserzioni riferendosi a come sarebbe la società in un mondo anarco-libertario siffatto, quando razionalmente sappiamo che tale mondo non c’è e le possibilità di una sua realizzazione sono assai remote. È un atteggiamento mentale, una forma mentis, per certi aspetti speculare a quello di tutti coloro i quali sostengono che il "vero" comunismo non è mai apparso nella storia e pertanto ogni riferimento alla sua prassi politica passata è da considerarsi capzioso.

 

Per concludere, ad una maggiore affermazione anche accademica della dottrina economica, che ha notevoli potenzialità di successo, forse più di quanto comunemente si creda - specie se si osserva il mondo dalla sola prospettiva nazionale - deve insomma seguire una certa affermazione culturale sui piani politici, giuridici e filosofici. Vi sono insomma spazi culturali che la scuola austriaca non può permettersi di lasciare intonsi e nemmeno pretendere di trattarli come semplici appendici, considerando l’economia una sorta scienza sociale omnicomprensiva. 

Il Mises Institute è sicuramente esente da quasi tutte le critiche fin qui esposte, anzi è avanti anni luce, rispetto a quanto si vede circolare in Italia, e più in generale nell’Europa continentale. Allo stato dell’arte rimane però una bella storia americana, a cui certamente dobbiamo moltissimo. Tuttavia ciò non elimina la necessità di elaborare un qualcosa di endogeno, emancipato, non necessariamente sovrapponibile, a livello europeo e italiano, di andare oltre il semplice cut & paste, inteso come traduzione (al più riarrangiata) di quanto prodotto oltre oceano. Altrimenti l’austrismo nostrano rischia di essere una mera e opaca luce riflessa e non una pianta in grado di crescere e fruttare autonomamente.

 

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14 Responses to “Austrismo Nostrano (e non) tra Utopia e Azione”

  1. 1

    libertyfirst Says

    Clap clap.

  2. 2

    libertyfirst Says

    Ma chi è l’autore?

    Una cosa mi suona strana: “Per concludere, ad una maggiore affermazione anche accademica della dottrina economica … deve insomma seguire una certa affermazione culturale sui piani politici, giuridici e filosofici.”

    Il problema è che in Itlaia la scuola austriaca esiste solo al di fuori delle facoltà di economia: non c’è quasi neanche un austriaco economista, ma ci sono giuristi, filosofi, scienziati sociali a bizzeffe.

    Poi questo paragrafo non l’ho capito: “Il proselitismo di massa, quasi orgiastico, verso il culto della libertà, specie verso una determinata e univoca visione di questa … è funzionale ad una proposta politica di tipo rivoluzionario che non escluda, ma anzi contempli, l’uso e se necessario anche l’abuso - in quanto è difficile tracciare una linea di confine in tali eventualità - della forza e della violenza. Proposta che forse avrebbe il pregio di essere più chiara e lineare di molte visioni anarco-libertarie, e che personalmente - se pur preferisca le vie pacifiche - non mi scandalizza affatto, ma che non metterei al top dell’agenda libertaria.”

  3. 3

    Leonardo, IHC Says

    E’ un spero nuovo autore continuativo per IHC.
    A lui la parola.

  4. 4

    Endeeder Says

    Una cosa, leggendo l’articolo, mi salta subito alla mente: ma se il potere cerca sempre di estendere il proprio regno, se la politica cerca sempre di estendere la propria influenza e se i governi cercano sempre di aumentare i propri diritti sulle popolazioni che guidano, come sarebbe possibile attuare ciò che dici tu?
    Da quanto ho capito, tu dici che dovremmo prima cercare di diffondere una vera cultura liberale per poi tentare di avvicinarci quanto più possibile all’ideale libertario per mezzo della politica, o sbaglio?

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    Io rispondo per me, non per l’autore, che prima o poi si alzerà dal letto e vi risponderà, spero…

    Sì, essenzialmente i Governi riflettono il popolo che guidano, quindi per sperare che cambi “il mondo” deve cambiare la coscienza della massa, o almeno di una parte significativa della massa. Per farlo occorre però poter guadagnare un confronto sul comune piano politico, ma l’impostazione avuta finora dall’austrismo non ha certo permesso questo. Dall’ingresso di una “testa di ponte” liberale in politica si può poi sperare un ritiro dello stato da una qualche area, poi forse un’altro… e così via.

    Ma il punto resta sempre quello: il Governo è quello che la gente si sceglie, nel bene e nel male, perché la riflette. La proposta politica vale a far conoscere il punto di vista austriaco, poi sarà la gente a decidere.

  6. 6

    Silvano Says

    L’ autore si è alzato dal letto.. e ringrazia sia il sito IHC che i lettori (non ripeto quanto già sintetizzato da Leonardo in quanto conincide con quanto penso).
    Allora il pezzo si muove partendo da due premesse. Una è che condivido molte analisi dell’elitismo circa le organizzazioni sociali. Brevemente: non vi sono sostanziali differenze tra le forme di governo, il potere è semplicemente esercitato da delle elites che si succedono nel tempo (”la storia è il cimitero delle elites”), la complessità implica volente o nolente una qualche forma di organizzazione, l’organizzazione volontaria o meno, tende comunque a concentrare il potere nelle mani di un numero limitato di soggetti, eccetera, eccetera. La seconda è che la dottrina austriaca finora non ha riportato significativi risultati politici, inclusi i paesi teoricamente più “affini” al movimento libertario (in fondo la cd “rivoluzione conservatrice” si è integralmente basata sul monetarismo di Friedman e se siamo dove siamo, a galleggiare di bolla in bolla è anche grazie a loro). Oltretutto, in paesi come il nostro, l’economia austriaca fatica ad entrare persino dalla finestra.
    Mi sembra allora giusto chiedersi il perché di ciò, con provocazioni e autocritiche, e se si può fare di più sul piano pratico (il che porta inevitabilmente a dei compromessi). Altrimenti il rischio è quello di venire identificati come delle cassandre che propongono un far west all’amatriciana - e non è un rischio tanto remoto.

  7. 7

    Leonardo, IHC Says

    A parte quello che dirà quel malvagio di LF, Friedman non c’entra niente con l’attuale situazione. grrrrrrrrr

  8. 8

    Silvano Says

    Cinque punti e poi cerco di rispondere al primo intervento sulla scuola austriaca in Italia.

    1. Non ritengo attuabile una società totalmente anarco libertaria.
    2. Credo che sia più ragionevole ed urgente l’obiettivo di una riduzione dell’ingerenza statale e per quanto difficoltoso, il raggiungimento di uno stato “leggero” mi sembra un target per il quale valga la pena spendere qualcosa.
    3. Lo stato “leggero” non implica necessariamente la democrazia.
    4. Un collasso dell’entità statale non è necessariamente un evento piacevole per chi ci vive e preferisco una repubblica delle banane ad un collapsed o failed state (ex. la Yugoslavia anni ‘90, la Russia di Eltsin, la Somalia, ed altri ancora).
    5. Le società più libere e prospere sono quelle che hanno partorito, o comunque visto e assecondato, gli stati più imperialisti. Ciò è facilmente spiegabile: i governi di tali società dispongono di una “base imponibile” di capitali, mezzi tecnici e uomini superiore ed hanno quindi un notevole vantaggio comparato nell’iniziativa bellica. Viceversa ad ex. gli stati socialisti difficilmente possono permettersi interventi militari rilevanti e sforzi bellici che non siano piccole guerre regionali tra di loro. Ed infatti gli stati più espansionisti negli ultimi due secoli sono stati la Gran Bretagna e gli Usa. Come trattenere l’ingordigia che può derivare dalla propria prosperità ? E’ un paradosso spinoso dalla difficile risoluzione, ma sotto il profilo politico non è marginale.

    In Italia non esiste nessuna scuola - né austrica, né monetarista e nemmmeno marxista. Ultimamente, è un po’ che importiamo tutto. Al massimo partoriamo qualche bella testa ogni dieci anni. Ciò premesso, per ambito accademico intendevo un qualcosa di più ampio della mera università statale. Il numero di traduzioni e pubblicazioni è in aumento; oggi è possibile leggere anche articoli su giornali mainstream che fanno riferimento o comunque hanno una certa sintonia con l’economia austriaca. Spesso sono da cercare con il lumicino, ma fino a pochi anni fa neanche con quello li trovavi !
    Io invece queste bizzeffe di giuristi e filosofi non le vedo. In ogni caso direi che sono poco coordinati tra di loro, perché:
    - in politica, ognuno usa la parola libertà un po’ come gli pare;
    - nella filosofia del diritto e nella prassi giuridica la situazione mi sembra un po’ sclerotizzata;
    in questi ambiti credo che per ottenere anche dei piccoli risultati sia necessario uno sforzo ancora maggiore, rispetto a quello accademico - economico.

  9. 9

    Antonio Says

    Non sono un economista, ne un umanista, sono un ingegnere ex manager ex new economy che ad un certo punto della vita ha voluto capire il “vero” perche´della crisi
    La mia ricerca e´iniziata quasi un anno fa, senza preconcetti, senza teorie economiche precostituite, conoscevo solo i luoghi comuni di Adam Smith e Keynes ed ovviamente non avevo mai sentito parlare di Mises e della Teoria Austriaca
    E´inutile dirvi che la mia lunga e faticosa ricerca, seguendo lunghi e tortuosi percorsi e´finita su mises.org!
    E´stata una scoperta meravigliosa, che cambia la vita…a mio avviso e´necessario divulgare con parole semplici e comprenisbili le basi della teoria austriaca

  10. 10

    Silvano Says

    Esatto, è necessario diffondere la cultura austriaca e avere un approccio politico pragmatico. Il fatto che non ci piaccia il governo non è sufficiente a non farlo esistere.
    Per quanto degradante sia il panorama politico italiano, questo non toglie che vi siano in ambo gli schieramenti persone con maggiori sensibilità in fatto di idee liberali. Per quanto diffusa sia l’omologazione culturale, è necessario fare un maggior lobbing a favore delle idee liberali. Bisogna “allargare il salotto” ma anche riuscire a pisciare un po’ nel giardino degli altri. E per questo, come prima e semplice cosa io dico che è necessario evitare di cascare in forme di autocommiserazione.

    ‘night.

  11. 11

    Prometeo Says

    Congratulazioni!

    ottimo pezzo, concordo quasi su tutto.

    Soprattutto sul fatto di smetterla di masturbarsi con la “fase destruens” ed iniziare almeno a pensare ad un “fase construens”.

    Su due punti non sono daccordo.

    1) più distante rimane il pensiero dalle Università del Leviatano, più possibilità esso avrà di sopravvivere. Le Università, anche non italiane, per la stragrandissima parte sono dei buchi del lavandino per la cultura. Sono un luogo dove la creatività, la libertà e la cultura scopaiono in un buco nero senza ritorno.

    2) analogamente, non è la Politica la via per l’azione. Più indipendente dal secchio di vermi della Politica, saprà il pensiero austriaco diffondersi, tanto maggiori possibilità esso avrà. E’ inutile continuare ad illudersi di vivere in democrazia, pertanto è inutile continuare a sperare nella politica.

    Non credo nemmeno io nella possibilità di una società anarco-libertaria, ma sulla possibilità di lavorare per il ristabilitimento di un “contatto con il sè” che il Potere costantemente lavora per impedire.

  12. 12

    Silvano Says

    Oddio, in effetti nelle universita’ italiane pullula un onanismo mentale da accecare qualsiasi austriaco… Credo che praticamenti tutti abbiano conosciuto l’economia austriaca per i fatti loro.
    Pero’ anche abbandonare il campo per principio non mi convince. Cosi’ come per la azione politica. E’ da intendere in senso lato il termine, non a quello limitato dei meccanismi formali e sostanziali della amministrazione del potere. Ad ex. una marcata astensione e disaffezione, nel momento in cui prende coscenza e si esprime attivamente, diventa una azione politica e non un mero fatto politico.
    Chiamalo pure austrismo di lotta e di governo…

  13. 13

    Prometeo Says

    […]una marcata astensione e disaffezione, nel momento in cui prende coscenza e si esprime attivamente, diventa una azione politica e non un mero fatto politico[…]

    Alle passate elezioni politiche italiane hanno votato circa l’80% degli elettori (che è circa lo 0.8*0.75=0.6 della popolazione).

    Quanto è secondo te una marcata disaffezione?

    Arrivare al 40% degli elettori lo sarebbe?

    Nelle democrazie “mature” raramente vota più del 40% degli aventi diritto. Il che, in aggiunta al fatto che nelle “democrazie mature” gli unici due schieramenti presenti raccolgono rispettivamente il 51% ed il 49% (circa), fa governare un paese con il 20% degli aventi diritto… che fa circa il 15% della popolazione di quella “democrazia matura”… il che dovrebbe aprire del tutto gli occhi su fatto che… chi vuole governare non deve affatto preoccuparsi di quel 15%… ma assai di più di come “narcotizzare” il restante 85%!

    E se davvero ci fosse questa marcata disaffezione ed anche l’Italia diventasse finalmente una democrazia matura?

  14. 14

    gardel Says

    5. Le società più libere e prospere sono quelle che hanno partorito, o comunque visto e assecondato, gli stati più imperialisti.

    Riflessione degnissima di nota. Testiminierebbe a favore di una antropologia negativa. Una volontà di potenza. L’Impero attuale prende però il Viagra.

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