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Avanzano le Idee Protezionistiche

April 7th, 2008 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc

Prendo il titolo del pezzo da una frase della mail con cui il gentilissimo Enzo C. mi porta a conoscenza del sito www.movisol.org e delle bislaccherie (per me, per carità) che professa. Dal vasto insieme di segnalazioni che mi ha offerto Enzo, prendo in esame quando indicato nel sito tra “Le misure necessarie per fermare la crisi economica”.

 

Prima di commentare i punti per me più indicativi della distorsione interpretativa della realtà che il “Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà” diffonde tramite il suo sito, credo sia utile puntualizzare che le riflessioni in materia economica proposte partono dal pensiero dell’economista e leader democratico americano Lyndon LaRouche. Chiaramente uno si sceglie i riferimenti che preferisce, ma io non sottovaluterei la possibilità che LaRouche stia cercando di accaparrarsi un certo consenso politico pro domo sua toccando un po’ furbescamente i nervi scoperti di almeno parte del popolo americano, con il rischio di avanzare proposte contradditorie o non sufficientemente ancorate alla teoria economica (come succede nella politica italiana, tra l’atro).

Perché questa precisazione? Perché per me sotto c’è appunto del furbesco, e non una vera proposta di innovazione dell’ordine finanziario mondiale come viene professato. Chi legge valuterà la bontà delle proposte.

 

Nella parte dedicata “alla Nuova Bretton Woods” viene detto che “ormai è sfatato il mito secondo cui le banche centrali avrebbero un numero illimitato di possibilità per mettere sotto controllo un crac finanziario”, affermazione che mi trova naturalmente d’accordo; il pericolo che viene evidenziato è il trascinamento del mondo verso uno stato iperinflazionistico, altra cosa su cui sono d’accordo e che ho evidenziato a mia volta nella discussione “sull’effetto farfalla” delle politiche della Fed. Da qui a dire che “questo sistema finanziario è finito”, si deve passare per il riconoscimento del fatto che la crisi di banche & affini discende anzitutto da una sconsiderata politica monetaria, e quindi che le “colpe” stanno in capo alla Banca Centrale, un ente politico organico alla gestione centralizzata dello Stato; chiaramente il riconoscimento di questo passaggio manca (forse perché minerebbe la logica di una soluzione demandata allo Stato stesso). Ma forse ho capito male io, e si tratta di una discussione sul paradigma di intervento più che sulla natura degli enti; staremo a vedere.

 

Più interessante è l’affermazione per cui “il modello della cosiddetta globalizzazione è in bancarotta tanto quanto lo era il modello comunista nel 1989-91”. La globalizzazione è in bancarotta? Forse occorre fare pulizia nei termini: la globalizzazione è una cosa un po’ più vasta dell’idea di una finanza mondiale, perché riguarda anche (e direi per lo più) l’economia reale e quindi la riorganizzazione del pattern di specializzazioni/despecializzazioni produttive internazionali, da cui discendono i nuovi flussi internazionali di merci, capitali e persone.

Davanti a una Germania che esporta alta tecnologia (anche con l’euro “alto”) dopo aver demandato ai cinesi (e ai rumeni) la produzione di scarpe, si può davvero dire che la globalizzazione sia in bancarotta? Certamente l’insostenibilità dell’attuale schema di finanza mondiale ha e avrà effetti negativi sull’economia reale, ma i due aspetti devono essere tenuti concettualmente distinti (d’altra parte se costruisci una casa perfetta e te la fanno saltare con la dinamite, la colpa non sta nell’inettitudine dell’architetto bensì nell’aver messo lì sotto la dinamite).

Allo stesso modo è criticabile affermare che si sia di fronte a un “disastro provocato dal liberismo economico” quando l’impalcatura cade per il peso di una finanza drogata dalla presunzione delle Banche Centrali e quindi dello Stato… Ah, dimenticavo che questo passaggio è stato trascurato.

Insomma, provate a chiedere a un cinese che finalmente ha accesso attraverso il proprio lavoro a lasagne e bistecche se la globalizzazione è un fallimento; cosa credete che possa rispondere? Siamo allora sicuri che LaRouche non sia la versione primigenia USA di Tremonti, e non stia cercando un consenso tra i “vinti” con la scusa di volere una “giustizia mondiale” per poi proporsi come “timoniere” (lui o chi per lui) di uno Stato accuratamente non criticato?

 

Una mossa piuttosto “astuta” è quella di ricordare come un supposto imperialismo USA (impressione che condivido) abbia nei fatti accelerato forme di cooperazione in Europa Asia e Sud America (altra impressione che condivido) quale forma di contrapposizione al potere USA, e legare questo al fatto che “numerosi capi di Stato hanno dichiarato l’intenzione di difendere il bene comune delle loro popolazioni dagli attacchi degli organismi finanziari legati alla globalizzazione”: ora, andrebbe ricordato che offire soldi a chi li ha finiti non è esattamente un attacco perché basta dire “no grazie”, e che in fondo si tratta di soldi che sono stati a loro tempo spesi (come ricordato discutendo dei Fondi Sovrani) e se “pecunia non olet” prima allora “non olet” neppure adesso; e andrebbe ricordato che questi “organismi” sono enti di Stati finora rimasti “ai margini” e che semplicemente stanno sfruttando “il loro turno” nel gioco dell’economia mondiale.

Non capisco come un movimento che professa “giustizia e solidarietà mondiali” abbia da questionare se gli “ultimi” di un tempo si stanno riavvicinando ai “primi”, anche se capisco che è meglio solidarizzare da “capi” invece che da “pari”.

La storia della difesa dalle “locuste finanziarie” comunque puzza ormai di pesce marcio, è stata utilizzata politicamente senza gran successo in Germania e decadrà da sola ovunque quando i soldi “occidentali” saranno veramente finiti e i politici non sapranno più dove cercarli.

 

Da queste prime puntualizzazioni mi pare si veda già una marca populista, una volontà di far leva su sentimenti di insicurezza e istinti di protezione “dell’occidente” vestendoli di eticità mondiale e catastrofismo globale quando etica e catastrofe sono in realtà quelle di chi ora “perde” dopo aver a lungo “dettato legge”.

Le soluzioni proposte hanno una forte marca dirigista statale, non per niente LaRouche è politicamente schierato, ma per non appensantire la lettura rimando la trattazione dei particolari ad un successivo articolo.


12 Responses to “Avanzano le Idee Protezionistiche”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    Tra elencare fatti e capirli c’è una differenza enorme chiamata teoria. Purtroppo in tempo di crisi chiunque crede di poter collegare i fatti in qualche modo pensa di avere le soluzioni per tutto.

    Parrebbe che la somiglianza con Giulio “Naomi” Tremonti è notevole… i due assiomi che ricicciano sempre e che sono quasi del tutto infondati sono:

    (1) I mercati finanziari sono liberisti perchè sono stati deregolamentati. Che la politica monetaria sia monopolizzata dalla Banca Centrale per statuto legislativo e che senza questa andrebbe tutto a rotoli è trascurato.

    (2) Gli USA sono liberisti e tutto ciò che fanno è liberismo, se non fanno qualcosa di liberista, allora vuol dire proprio che quel qualcosa è terribile… come se la politica USA fosse meno un mercato delle vacche di quella europea…

  2. 2

    Andrea Says

    Non so se la mia interpretazione è corretta ma questa discussione sembra svolgersi sul paradigma:
    E’ la società che, tramite lo stato, che regola il mercato o il mercato che regola la società attraverso lo stato?

    La mia personale interpretazione è: lo stato non esiste e quindi rimane solo il mercato che modella la società per creare le condizioni di profitto ottimali.

    Poiché la globalizzazione è un fenomeno ampio che coinvolge le attività produttive e quindi anche il mercato del lavoro gli italiani fabbricatori di scarpe e sedie non hanno futuro.
    Da questo punto di vista il protezionismo è una risposta comprensibile in America come in Italia. Anzi, volendo trovare una somiglianza con il passato, riporta alla mente la fissazione delle quota 90.
    Purtroppo però temo che anche il modello tedesco abbia i suoi limiti perché esportare tecnologia con il tasso di crescita e specializzazione dell’india non è chiaramente una prospettiva a lungo termine.
    A meno che qualcuno in occidente non decida di tirare fuori dal cilindro soluzioni tecnologiche in grado di cambiare radicalmete la vita delle persone come accaduto con i calcolatori elettronici.
    Ma dubito che questo accadrà perché, presumibilmente, finché ci saranno milioni di persone in Asia da soddisfare con la tecnologia del 900, qui da noi non si vedranno significative innovazioni.

    O sbaglio?

  3. 3

    Leonardo, Ihc Says

    @Andrea

    Purtroppo devo dirti che non condivido il tuo ragionamento, anzitutto perché lo Stato esiste ed è un ente separato dalla società e dal mercato. Lo Stato sono alcune persone che possono prendere decisioni autonome con effetti su una moltitudine, e non coincide con il mercato, è una parte del mercato, e non coincide con la società perché è formato da una parte non necessariamente rappresentativa, mentre il mercato è uno strumento di chi ci partecipa (società e Stato ad esempio, essendo la società qualcosa di più che un insieme di mercanti).

    Che i tre attori si possano influenzare a vicenda, in diverse gradi, è ammissibile; per dire che lo Stato non esiste bisognerebbe definire lo Stato come parte della società, ma allora si torna al punto di partenza perché serve una analisi di sperequazione dei poteri all’interno dell’aggregato società, non credi?

    Hai ragione a dire che il protezionismo è una reazione comprensibile, nessuno ci sta a farsi fregare il lavoro, ma la comprensibiltà individuale è una cosa diversa dall’opportunità a livello di sistema che, se dinamico (cioè con capacità imprenditoriali) può rivolgere la cosa proprio favore.

    Il tuo ragionamento sull’insostenibilità dell’approccio “tedesco” (in realtà è l’approccio sempre esistito in Stati aperti alla concorrenza estera) è per me errato perché “statico”: se consideriamo che siamo al top dell’evoluzione tecnica, potremo solo livellarci globalmente, se però cosideriamo che esistono possibilità di evoluzioni ulteriori che chiaramente avverranno primanegli Stati che già sono più avanzati, le possibilità di trovare spazi ulteriori di crescita rimangono, e lo stimolo a cercarli viene proprio dal fatto che l’Asia non resterà al ‘900 e vorrà raggiungere i primi (catching up with the Jones’s).
    Pensare di essere al copolinea a me pare francamente esagerato.

    E poi vorrei ricordare che non è necessario che la frontiera si sposti sempre avanti… alla fine quello che conta sono i vantaggi comparati e non quelli assoluti, per cui il pattere di produzione potrebbe ribaltarsi consentendo comunque, con mercati aperti, la crescita degli standard di vita di tutti; secondo me è meglio cercare di tenere un vantaggio su produzioni più avanzate, ma in ogni caso la Cina non sta facendo regredire il mondo, anzi.

  4. 4

    Andrea Says

    Perché purtroppo?
    io sono molto piu a mio agio con chi è in disaccordo con me.

    E’ il modo migliore per capire qualcosa di nuovo.

    Tra le altre cose, quelle che ho espresso erano solo delle impressioni non supportate da alcuna teoria.
    Sottoscrivo completamente quello che dici a proposito dello sviluppo della Cina. Rimane da chiarire esattamente in che modo si misura il benessere.

    Sicuramente negli ultimi anni la velocità con cui esso si diffonde è aumentata sensibilemente.
    Sono anche convinto che un modello statico non sia mai lo specchio di nessun processo economico.

    Al contrario è proprio l’evoluzione del mercato come lo descrivi nei tuoi post che mi fa essere un po’ preoccupato e a tratti pessimista.

    Gli elementi in base ai quali traggo le mie conclusioni sono essenzialemente tre.
    Primo, dopo diversi mesi, le voci che ricorrevano sulle future speculazioni sui prodotti alimentari sono diventate una realtà.

    Secondo, come hai spesso evidenziato nei tuoi post, l’eccessivo ricorso al credito per finanziare i consumi americani ha causato una condizione non prevista o forse sottovalutata.

    Terzo ( forse l’ho letto in un tuo post, ma non ricordo) dopo anni in cui la Cina, con le sue produzioni a basso costo ha calmierato i prezzi di numerosi beni, si avvia verso una fase in cui dovrà necessariamente redistribuire in maniera più accettabile la ricchezza prodotta ai suoi cittadini.

    In questo modo si trasformerà in esportatrice di inflazione, che pare essere la balena bianca dei nostri banchieri europei.

    Basteranno le industri ad alta tecnologia europee a riquilibrare gli effetti di uno scenario di questo tipo?

    Tralasciando il discorso sullo stato che merita un lungo discorso mi tantopiacerebbe leggere una tua breve opione rigurado questi fatti.

  5. 5

    Leonardo, Ihc Says

    Dico “purtroppo” perché spesso non essere d’accordo significa creare polemiche e scontri invece che discussioni; non con te pare, meno male!

    Da parte mia ti dò queste veloci considerazioni:
    Misurare il benessere è un problema grosso, perché incrocia necessariamente ipotesi sulle valutazioni soggettive del proprio stato che sono misurabili con approssimazioni talmente forti che qualcuno mette in discussione che abbiano senso. Preferisco pensare a un processo dove ciascuno determina il proprio stato di benessere, quindi concentrarsi sul “modo” invece che sul “traguardo”.

    Le speculazioni alimentari erano una delle possibilità e nemmeno la più remota del posizionamento dei capitali all’evidenziarsi degli effetti del malinvestment, oltre che una banalità se si pensa a quanta carta-moneta si è creata in quindici anni. I problemi del credito USA sono uno dei byproduct dello stesso processo, necessariamente sottovalutato considerata la dottrina economico-politica imperante.

    Io non mi preoccuperei dell’inflazione cinese in queste condizioni: con tassi di cambio flessibili (che incorporerebbero almeno parte del deprezzamento della valuta), con Europa che importa il prezzo secco cinese (senza balzelli commerciali o dazi), con politiche monetarie neutrali, con il perdurare della crescita produttiva cinese (che riduce i prezzi), e con la crescita reale europea (che crea le risorse da spendere in import). Niente di questo esiste “in natura”, quindi preoccupiamoci, anche se la realtà europea è composita.

    Io vedo anche un problema dato da questo: se un bene cinese costa un decimo di quello europeo, abbiamo un vantaggio; se in cina c’è inflazione al 50% il bene costerà un quinto di quello europeo, ma ancora abbiamo un vantaggio. La cosa di cui ci si doveva preoccupare era “perché la roba cinese non costa un decimo quando entra in Italia?”. Questo ha eroso un “risparmio” che sarebbe utile se la Cina dovesse davvero soffrire di inflazione elevata.

    Ma d’altra parte la Cina non ha una grande convenienza a farsi buttar fuori dal mercato, almeno per ora, quindi è possibile che il cambio venga fatto fluttuare quel minimo che basta perché i suoi prodotti non perdano appeal. Ma siamo nel mondo delle congetture.

    Basterà la specializzazione nel settore high tech? Be’ mica sono indovino, ma certo non basterà se non si liberano risorse per investirci e se si pensa che una volta riconvertiti non si debba continuare a “cercare” imprenditorialmente altri sviluppi.

  6. 6

    Andrea Says

    >

    ho riso per mezz’ora!

    grazie veramente per le tue risposte e penso che ti chiederò ancora molte altre considerazioni.
    ciao
    Andrea

  7. 7

    Leonardo, Ihc Says

    di che ridi?

  8. 8

    Prometeo Says

    Bel post e interessante discussione.

    Sono pienamente daccordo sull’aspetto smaccatamente populista… e sul parallelo con Tremonti che dietro a bislacche farneticazioni “illuminate” nasconde un erezione da dirigismo…

    Secondo me la “muffa populista” si legge in “solidarietà mondiale”.

  9. 9

    Claudio Giudici Says

    Egr. Leonardo,
    sono un rappresentante del Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà, ed ho letto con vivo interesse la sua riflessione. Intervengo dunque nel dibattito da lei avviato.

    Premetto che tutta la sua ricostruzione è evidentemente viziata dalla non conoscenza della storia politica di Lyndon LaRouche, e da diverse lacune inerenti le dinamiche fondamentali dell’economia mondiale. Un approccio ideologico alla questione – l’ideologia sarebbe quella del “liberismo” –porta non pochi abbagli, che nonostante i diversi punti di condivisione tra la sua veduta e quella di LaRouche, sfociano in soluzioni diametralmente opposte, per causa dei diversi principi ispiratori delle due ricostruzioni.

    Entro nel dettaglio delle questioni da lei sollevate.
    Lei insinua che LaRouche, secondo logiche populiste, tocchi i nervi scoperti della nazione per ottenerne ritorni elettorali.
    Si tratta, come già accennato, di una insinuazione viziata dal fatto di non conoscere la storia politica di LaRouche. Il movimento di LaRouche, così come ha avuto modo di definirlo la paladina del movimento per i diritti civili dei neri, Amelia Boynton Robinson, è la continuazione della tradizione che per ultimo incarnò Martin Luther King.
    Il 24 aprile è stato il trentatreesimo anniversario dall’annuncio fatto a Bonn da LaRouche circa la necessità di ritornare ad una organizzazione delle relazioni tra Stati sovrani ispirati dall’idea del bene comune, piuttosto che alla nicciana “volontà di potenza”, affinché si possa “elevare alla dignità di uomini tutti gli individui della specie umana”. Il tutto, come primo step, attraverso la riorganizzazione del sistema finanziario internazionale.
    Tra le battaglie più famose di LaRouche vi sono: l’ “Operazione Juarez” (1982) con cui attraverso il suo amico, il presidente messicano Lopez Portillo, promosse l’azione di alleanza tra i paesi dell’America Latina per rilanciare l’economia dell’intera area; il “Piano Marshall per i Balcani”; il “Piano Oasi” per il Medio-oriente”; la “Nuova Bretton Woods” (1997); il “ponte di sviluppo eurasiatico”, la recentissima “Homeowners and bank protection act (HBPA)”.
    Se l’obiettivo del LaRouche era quello di “raccattare voti”, forse era meglio che si fosse dedicato ai soli forgotten statunitensi, o comunque era meglio non insistere per oltre trent’anni sulle solite questioni, ma piuttosto cambiarle di volta in volta, a seconda della moda del momento, magari parlando di “più giovani in politica”, “più donne in politica”, “cittadino-consumatore”, “sviluppo sostenibile”, “ambientalismo”, “pacifismo”, “terrorismo”, “eccellenza”, “libero mercato”, ecc. ecc..
    E’ evidente che nel LaRouche vi è una missione superiore che ispira tutta la sua azione politica.
    Per sgomberare subito il campo da ostacoli che di volta in volta sovrastrutture mentali interporrebbero in un autentico cammino di ricerca della verità che il dialogo aiuta a perseguire, preciso quella che è la visione antropologica di LaRouche. Per LaRouche l’uomo è imago viva Dei, essere fatto ad immagine e somiglianza di Dio, con Dio intendendosi l’Uno laico che tutto conosce e tutto crea. Da ciò, ne consegue che l’uomo è qualcosa che somiglia alla caratteristica essenziale di questo Uno, ossia un soggetto dotato di capacità cognitivo-creativa (che appunto conosce e crea). Questa naturale inclinazione umana, lungi dall’essere una ricostruzione sociale, innaturale, è già rilevabile nel concepito all’interno del grembo materno e nei primissimi giorni di vita del neonato.

    Circa la sua idea di “globalizzazione”, da lei definita come “una cosa un po’ più vasta dell’idea di una finanza mondiale, perché riguarda anche (e direi per lo più) l’economia reale”, fa confusione tra ciò che sarebbe auspicabile che fosse e ciò che invece è. La globalizzazione è per oltre il 90% transazioni finanziarie (prevalentemente su valute) e per la restante parte scambio di merci. La globalizzazione è un fenomeno principalmente speculativo. Infatti, il processo di “distruzione controllata dell’economia” non poteva attuarsi senza sostituire alla produzione reale, una bolla speculativa. Il dio che solitamente si va guardando – il p.i.l. cioè – non avrebbe potuto altrimenti crescere. Questo fenomeno di distruzione della produzione fisica è più evidente che mai negli Usa da circa un trentennio (decrescita di ogni genere di produzione), e non solo in Italia. A riguardo del nostro paese, si potrà facilmente rilevare come, per esempio, la capitalizzazione di borsa incida sul p.i.l. oggi per circa il 70%, mentre negli anni ’60 tale incidenza era al 10%. Il fenomeno attuato è facilmente comprensibile se si concentra la nostra attenzione su ciò che avvenne nel ’29 – come denunciato da Galbraith – o su ciò che nei primi anni del 2000 ha rappresentato la breve vita di CDB Web Tech (l’azienda contenitore di Carlo De Benedetti).
    I processi di delocalizzazione non si sarebbero potuti attuare senza quella che è una vera e propria forma di credito al consumo senza merito, la globalizzazione appunto.

    Vogliamo che essa diventi un fenomeno di libera circolazione di merci e servizi orientato allo sviluppo dei popoli così come era nel disegno del grande Franklin Roosevelt, e così come tentato di costruire con gli Accordi di Bretton Woods del 1944? Bene, bisogna allora riformare il sistema finanziario e monetario internazionale.

    Ben comprendendo l’essenza della “globalizzazione”, così come voluta dall’oligarchia finanziaria, si comprende allora perché essa sia fallita. Lo scollamento tra ciò che oramai l’economia reale rappresenta e ciò che invece l’economia finanziaria virtualmente rappresenta, è tale da comportare una costante decrescita della prima, a tutto vantaggio del parassita rappresentato dalla seconda.

    Ma cosa sarebbe allora l’economia per LaRouche?
    L’economia di LaRouche è fisica (in primis) e dinamica. Fisica perché la ricchezza sta nella trasformazione della materia e nell’estrazione di energia dall’universo per mezzo di conquiste scientifiche che facciano gestire potenze (nel senso più lato del termine, di entità) sempre più rappresentative dell’infinito che non solo è trascendente l’universo ma ne è anche permeante.
    Dinamica, perché l’intervento dell’intelligenza (dello Stato) nell’economia è proprio paragonabile al regolamento da parte dei princìpi della dinamica degli eventi che coinvolgono i corpi materiali. Il liberista vorrebbe che le bocce sul biliardo giocassero da sole, mentre noi sappiamo che occorre qualcuno che ne decida le direzioni.

    Circa il dirigismo statale presente nella ricostruzione economica del LaRouche, non si tratterebbe altro che di una delle caratteristiche fondanti quello che è conosciuto come Sistema americano di economia politica, così come sviluppatosi da Alexander Hamilton a Franklin Delano Roosevelt (FDR).
    Questa caratteristica dirigistica, presente anche nel nostro dettato costituzionale che all’opera di FDR si ispirò, non preclude la presenza maggioritaria dell’iniziativa economica privata regolamentata in funzione del bene comune (o di una utilità e funzione sociale come richiesto dagli artt. 41 e 42 della nostra Costituzione). Tuttavia diffida dall’erigere a totem incontestabile il mercato, in quanto crede che si possa essere di fronte ad un qualcosa di ispirato a giustizia non nel momento in cui è lasciato a sé stesso – che diverrebbe allora preda della legge del più forte – ma nel momento in cui è regolamentato, tendenzialmente, nella sua cornice fondamentale, dall’ingegno umano organizzatosi comunitariamente ( abitualmente chiamato “Stato”).
    D’altra parte che l’idea di “libero mercato” sia uno specchietto per allodole, lo si ricava dalla stessa ricostruzione ricardiana. Per Ricardo infatti per giungere a quello erano necessarie due condizioni imprescindibili: 1) la perfetta corrispondenza tra riserve auree e moneta; 2) un’economia chiusa da influenze monetarie esterne. Si tratta dunque di un qualcosa che consente soltanto in chiave autarchica il libero mercato – non a caso sostenuto da Mussolini in un celebre discorso parlamentare del 1925 – oppure realizzabile in presenza di una moneta unica mondiale. Tuttavia la prima precondizione (corrispondenza moneta-riserve auree), paradossalmente corrispondente anche all’elemento portante della critica leninista, sfocerebbe nel malthusianesimo del “i poveri abbiano a morire!”, negando quell’elemento portante di tutta la convivenza umana che si chiama fiducia degli uni con gli altri e su cui il sistema del credito di regge. Il sistema del credito non può essere limitato dal “dio aurifero”, ma dal solo “dio bene comune”. Il Sistema americano di economia politica, non a caso il più produttivo della storia umana, è un sistema che si regge sul credito (ex nihilo per l’oggi, ma non il futuro).

    Cordialmente la saluto.

    Claudio Giudici
    http://www.movisol.org
    http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it

  10. 10

    Leonardo Says

    Io la ringrazio per la gentilezza dell’intervento, che trovo molto utile.
    Oltre a ricordare che l’aver combattutto per giuste cause non libera dal pericolo di scadere in populismi elettorali, e che le modellizzazioni di “economia chiusa” dipendevano non dal voler chiudere l’economia bensì dalla minor rilevanza al tempo delle relazioni finanziarie internazionali, potrei dirle che quanto cortesemente da lei esposto non fa cambiare la mia valutazione sulle proposte di LaRouche (di cui ancora avrò da esporre) e forse pure la rafforza.
    Rileggerò di nuovo il suo intervento con calma, e intanto lascio a chi ha la bontà di leggere questo sito di farsi la propria idea.
    Grazie ancora.

  1. 1

    Se Non Vi Sono Bastati Socialismo e Nazionalismo… at Ideas Have Consequences

    […] Sul sito si trovano sette punti programmatici quale risposta alla “urgenza di un nuovo ordine economico mondiale più giusto”. Il problema di quale sia il parametro di “giustizia” preso come riferimento è evidente, ed implica un giudizio etico o morale, in altri termini politico; dalle proposte avanzate, anche per quanto discusso in precedenza, io dedurrei un’etica alquanto elettorale. In ogni caso vale la pena approfondire riprendendo la discussione da dove si era fermata nel precedente articolo. […]

  2. 2

    Dal Picco di Hubbert sul Petrolio alla Crisi? at Ideas Have Consequences

    […] Tra l’altro questa interpretazione “hubbertiana” trascura essenzialmente il fenomeno monetario (inteso come quantità di moneta e credito, e andamento di prezzi e tassi) salvo la sola considerazione di un crollo economico legato al semplice “spaiamento” tra andamento della massa monetaria e quello della produzione in questo caso del petrolio, una considerazione pericolosamente vicina a quella di Larouche (uno che non disegnava curve spaiate partendo dai dati, ma se le inventava e rimaneggiava nel tempo per adattarle alle proprie opinioni per poi spacciarle per realtà a priori, lasciando alla fine oscuro il nesso logico-causale) che, mancando di una seria analisi dei prezzi e quindi delle scelte microeconomiche di consumo e produzione (errore anche di Latouche) sono più un vaticinio che economia. […]

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