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Banalizzare per Diffondere?

February 6th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ho letto la recensione di John Armstrong sul libro “Non per profitto” di M. Nussbaum (“il valore intrinseco della cultura”, il Sole24Ore 3/2/2013). Il libro discute del ruolo delle scienze umanistiche. Non mi interessa l’oggetto del libro, quanto una riflessione che emerge a latere: esiste un trade-off tra l’approfondimento di un argomento e la sua diffusione al pubblico. Un po’ tutti eravamo già consci di questo problema, ma sentir sollevare il problema da una filosofa mi è parso interessante.

 

La discussione di Nussbaum (e Armstrong) come detto riguarda le materie umanistiche e l’apporto che possono dare alla società (al suo funzionamento in particolare). L’economia non è considerata esattamente una materia umanistica, più che altro è percepita come una scienza tecnica, ma noi – almeno noi che abbiamo masticato qualcosa di economia austriaca – sappiamo che in realtà è molto vicina alla filosofia e coinvolge non solo lo studio di certi aspetti della realtà ma anche la “narrazione” degli stessi, e che pur essendo una scienza sociale condivide qualcosa del mondo umanistico. Certamente si tratta di un ambito dello scibile umano con cui abbiamo a che fare costantemente, inscindibile dalla nostra vita individuale e sociale quanto lo è il linguaggio e la ricerca del senso dell’esistenza (salvo essere delle capre), e come tale assume un valore particolare se la sua evoluzione è accompagnata dalla sua diffusione e condivisione. La fisica quantistica non necessariamente deve esser diffusa a tutti, la quota di persone le cui azioni possono dipendere da una consapevolezza dell’universo quantistico è abbastanza bassa, e tutto sommato basta che ne sappia qualcosa chi dedica la vita alla ricerca scientifica o alla sua applicazione; ognuno di noi invece vive e pianifica risparmi investimenti e consumi, ognuno di noi maneggia denaro e impiega lavoro ed è in competizione per beni servizi lavoro nonché tempo e denaro, e aver coscienza di questo o quel meccanismo socio-economico può farci cambiare corso d’azione (pensate a cosa cambia nella vostra vita quando vi spiegano che il bosone di Higgs dà massa alla materia, ed invece a cosa cambia quando vi spiegano che il “bengodi” di tassi bassi sta in realtà erodendo il vostro risparmio e preparando l’economia ad un tonfo che può durare anni, oppure a cosa cambia quando un Baudelaire – per chi l’ha letto – vi mostra come l’idea classica del “bello quindi buono” è falsa).

Alcuni problemi delle materie umanistiche devono quindi essere gli stessi dell’economia. Uno di questi è certamente il dilemma tra voler diffondere una cultura economica e la necessità – pare – di banalizzarne il contenuto fino all’inutilità. Una volta lessi che l’esperto è uno che sa sempre di più di sempre meno cose fino a sapere tutto di nulla… ecco, la scelta è tra pochi che sanno moltissimo di certe cose e tutti che sanno praticamente nulla. Economia e scienze umanistiche, per dispiegare la loro funzione, devono venir diffuse, “integrate nella vita della società”, ma “uno degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obbiettivo è costituito dal terrore della banalizzazione. [O] si sposa la serietà e ci si rivolge solo agli addetti ai lavori o si parla a tutto il mondo, ma si dicono solo banalità [cioè vale] l’impossibilità di rivolgersi con intelligenza a un pubblico diversificato”. Da economista come mi fingo di essere dovrei rispondere che deve valere il principio della specializzazione del lavoro, per cui alcuni approfondiscono mentre altri si dedicano a cose che sanno far meglio, e poi i due gruppi si scambiano i reciproci prodotti (conoscenza contro lasagne, per capirci). Come dice Armstrong lo scopo fondamentale della ricerca e dello specialismo dovrebbe essere quello di promuovere l’educazione del grande pubblico. Ma non è così che funziona il sistema. È interessante sentire qui l’eco di qualcosa già presentato su IHC da Bandini (il titolo già era formidabile: “di specializzazione si può anche morire”).

 

Perché non funziona così il sistema? L’esposizione di Bandini ad esempio non diceva esattamente questo, ed io sono abbastanza d’accordo: alcuni punti di vista hanno piantato radici ben più profonde di altri, cioè hanno coniugato la “ricerca” di una certa visione o soluzione con l’integrazione nella vita del vasto pubblico, mentre altri – in specie i pensieri liberalisti soprattutto nelle forme libertarie meno inclini al compromesso politico – hanno acquisito rilevante profondità filosofica senza però esser riusciti a diventar parte della “cultura di massa”.

È ben comprensibile che si creino ovunque – perfino nella socialista Italia – progetti culturali votati alla diffusione ad esempio della scuola austriaca, tenendo alto il tono retorico ma bassa la complessità del messaggio per poter raggiungere anche la “casalinga di Voghera”. Occorre però chiederci quanto sia efficace tutto questo, perché pare proprio che massimizzare la diffusione implichi minimizzare il contenuto. Ha senso sicuramente “acchiappare” qualcuno con messaggi semplici sulla stampa del denaro, sulla sua proprietà, sul vantaggio del settore bancario, e sulla tirannia statale per scuoterlo ed avvertirlo che “esiste un pensiero diverso”, ma quando si persiste sullo stereotipo, sulla visione triviale o sul contenuto banale si rischia solo di trovarsi davanti una pletora di minus scientes che si credono filosofi, citano slogan (“torniamo ai dobloni d’oro”), e sono proni a farsi trascinare dal primo capopopolo che sappia quali parole d’ordine pronunciare. Ancora di più ci si deve porre il problema se la massa così raccolta sia unita dalle idee di fondo o da una qualche singola affermazione la cui banalità dia l’illusione di una comprensione più vasta.

Ideas Have Consequences – chi lo legge da più tempo se ne sarà accorto bene – se ne è fregato del problema. Essenzialmente qui scriviamo di quel che ci pare nel grado di complessità che pare, il nostro punto di riferimento è semplicemente il nostro interesse personale ed il grado di complessità della trattazione è funzione dell’argomento (e delle nostre capacità, ovviamente)… La conseguenza è che pur facendo numeri sempre migliori, non è certo un sito di massa, ma questo è quel che – a parer nostro – ha permesso agli autori di crescere e pure cambiare opinione nel tempo. Confidando nell’ordine spontaneo, Ideas Have Consequences ha fatto da ponte per casuali collaborazioni (si veda il rapporto con il prof. Muscatello, o con la Mazziero Research), ed ha raccolto un certo tipo di lettori (o preparati, o intenzionati a prepararsi, o selettivi su quali articoli bersi e quali lasciar stare) di cui alcuni ci hanno pure proposto contributi molto interessanti. Crediamo di aver aperto la mente a qualcuno in modo più proficuo di altri, ma non abbiamo (ancora) raggiunto uno status “di massa”.

Non si può avere tutto, e l’ordine spontaneo sembra avere dei limiti. Ma allora si torna al punto di prima: banalizzare pur di diffondere? Qualcosa, soprattutto questa specie di limitata capacità dell’ordine spontaneo, non torna.

 

Ecco secondo me cosa non torna. Nella veloce disquisizione di Armstrong c’è un grande assente: l’istruzione. Si possono cercare tutti i canali possibili per diffondere un pensiero non banale, come cercare un punto di equilibrio tra semplicità ed elitarietà o studiare linguaggi innovativi, ma il pensiero che si vuol diffondere non ha vita propria, bensì ha una vita nei termini in cui lo stesso viene percepito, compreso, e metabolizzato. Inutile cercare di spiegare la teoria fisica della relatività a chi non ha qualche nozione di matematica e geometria, come è inutile spiegare il contrappunto di quarta specie a chi non sa neppure leggere le note, e ancora è inutile spiegare il valore di Pirandello a chi non riesce a concepire l’impatto “dell’invenzione” della psicanalisi. È possibile ragionare di economia bancaria senza sapere cosa fa davvero una banca, quale è il contesto istituzionale, come funziona la partita doppia, e cosa distingue giuridicamente la moneta base dal credito? No, non è possibile, e banalizzare dicendo che una banca non può moltiplicare le monete d’oro non risolve il problema.

Il punto è che non ha senso che per capire come gira il rapporto tra il tuo conto corrente e il prestito ad una azienda sia necessario non solo laurearsi in economia ma pure andarsi a scegliere l’esame di diritto bancario, così come non ha senso che per sapere che in Italia il Primo Ministro non fa le leggi si debba aver fatto economia o giurisprudenza, e neppure ha senso che per saper attualizzare una somma si debba aver fatto l’ITC (oggi liceo commerciale o come diavolo l’avranno battezzato) o, di nuovo, aver una laurea in economia… certe cose dovrebbero essere conosciute a tutti perché sono strumenti di conoscenza utili – ma anche necessari – a tutti per aver padronanza di ciò che gira loro attorno. Senza certe basi comincia a non aver alcun senso parlare neppure del famoso “calcolo economico” austriaco. E questo per non parlare della conoscenza della storia, visto che ignorandola si decontestualizzano certe affermazioni di importanti pensatori e si prendono abbagli spaventosi nella loro trasposizione sic et simpliciter nella realtà attuale.

Se il pubblico non è recettivo, e ancor peggio se non capisce una sega ma si crede la reincarnazione di Mises, mancano decisamente i presupposti per la diffusione di una conoscenza con un livello di profondità/complessità adeguato a renderla utile. In queste condizioni l’unica diffusione possibile è quella di messaggi banali, comprensibili ai più semplicemente perché i più non sono in grado di capire niente di intellettualmente più complesso di un piatto di lasagne.

 

L’ordine spontaneo ha fallito? No, ma non ha potuto funzionare perché alla base, nel momento della formazione di base, questa è gestita in un modo centralizzato che predilige l’uguaglianza del titolo di studio per tutti indipendentemente dal valore – o meglio detto: dal contenuto – del titolo stesso, e la scelta centralizzata è caduta su un criterio arbitrario di specializzazione dell’insegnamento orizzontale (tra percorsi di studio diversi) e verticale (distribuita nel tempo).

Formando ignoranti (chi sa poco e pure di poche cose) si è formato un pubblico sensibile alle sole banalità (i messaggi più complicati restano estranei o vengono scientemente evitati), come spesso sono banalità certe parole d’ordine del pensiero che – tornando al Bandini di cui sopra – è stato più efficacemente diffuso (ad es.: lavorare meno per lavorare tutti, consumare di più per lavorare di più…)

 

Insomma, per risolvere il trade off diffusione-profondità si deve partire da molto lontano.


14 Responses to “Banalizzare per Diffondere?”

  1. 1

    carlo massa Says

    Concicio sine qua non per un reale cambiamento è una scuola totalmente libera (buono scuola Fridmaniano); nessun spazio di libertà potrà mai essere stabilmente conquistato diversamente.

  2. 2

    Claudio Says

    Mi fa piacere che tu abbia trovato modo di tornare sull’argomento. Mi resta il dubbio che in qualche misura tu avessi inteso quel mio articolo come un velato invito ai liberali (più o meno austrofili) a sporcarsi le mani tirando fuori bignami dell’Azione Umana da pubblicizzare a Ballarò. Ma non volevo dire questo, e come cercai di precisare nei commenti il mio era un tentativo di spiegazione di un fenomeno storico reale (la pressochè totale perdita di peso del messaggio liberale dopo l’exploit settecentesco e al limite del primo Ottocento) e solo marginalmente una critica al comportamento dei liberali in se, ancor meno una proposta per risolvere la questione.

    Dopodichè il tuo allacciare tutto questo col tema dell’istruzione è assai interessante. Lo stesso Adam Smith dava grossissima attenzione al problema di come potesse sostenersi un ordine liberale in una società sempre più specializzata e in cui la consapevolezza di come “funzionasse” il sistema economico-sociale moderno era necessaria alla sopravvivenza dello stesso. (Detto per inciso, il fatto che rivendicasse un qualche ruolo per l’intervento dello stato, qui e in altri campi, lo ha poi fatto additare da Rothbard e dalla sua cerchia come un socialista poco meno demoniaco di Marx, ma questa è un’altra storia). Altro esempio è Bastiat -ecco, lui sì che ci sapeva fare- che qualche decennio dopo, in chiusura del pamphlet Maledetto denaro! indicava nel monopolio statale sull’educazione la radice della totale ignoranza economica dei suoi concittadini francesi.
    Anche qui però bisognerebbe chiedersi: poteva andare diversamente? Nè Smith, nè nessuno dei suoi contemporanei whig avrebbero scommesso sul fatto che libertà&consapevolezza potessero convivere facilmente con democrazia&uguaglianza. Nel XXI secolo le due coppie ci sembrano rasentare la sinonimia e a sospettare che forse non è così scontato pare di bestemmiare in chiesa. Insomma, sei sicuro che abbia senso anche solo immaginare un sistema di istruzione che premia la “non banalità” laddove non si metta in dubbio un sistema politico che premia e premierà sempre e comunque la quantità dei votanti sulla qualità del ragionamento (o per meglio dire -da buon jeffreyfriedmaniano che non vuole avere la verità in tasca-, che non permette di selezionare i ragionamenti qualitativamente migliori)?

    P.S. Mi da sinceramente fastidio fare questi ragionamenti che come detto assomigliano a moccoli, clamorosamente politically un-correct, ma qualcuno li dovrà pur fare, no?

  3. 3

    Leonardo IHC Says

    No, tranquillo, era chiaro che tu non cercassi un Bignami, ed il problema è proprio quello: un bignami nemmeno serve, perché diffonderebbe banalità e non cultura. Ma un problema di comunicazione resta… tornandoci sopra ho girato un po’ la questiona dal problema di chi lancia il messaggio al problema di chi lo riceve. Sa un po’ di scarica-barile, quel “è colpa degli altri” che è anche molto italiano, ma essendo la comunicazione un rapporto a due non si può prescindere da chi ascolta nel bene e nel male (in questo caso nel male).

    Sulle tue osservazione Bastiatiane… se è andata così ci sarà un motivo; effettivamente però lo Stato è sempre più grande, e il problema non è nella democrazia come metodo ma certo nella forma istituzionale che ci è toccata.

  4. 4

    Leonardo Says

    @Carlo … e la tua potrebbe essere già una soluzione…

  5. 5

    Claudio Says

    Eh, sì il buono scuola dovrebbe essere po’ l’uovo di Colombo della situazione, in quanto mezzo per conciliare “diritto” all’istruzione e massima libertà di scelta. Certo poi rimane da stabilire 1) chi autorizza le scuole (e con che criteri: se troppo stretti su programmi e metodi, siamo da capo); 2) a quanto dovrebbe ammontare (la media del costo studente attuale potrebbe andare, credo); 3)se e quanto permettere alle scuole di richiedere una retta supplementare (non vorrei che il buono, sembrando gratis, facesse da pavimento di prezzo e da li si innescasse una tendenza al rialzo); 4)varie ed eventuali che ora non mi vengono. Contestualmente, mi pare inevitabile, se ne andrebbe il valore legale del titolo di studio. Da quel che ne so in Svezia (eroina dei socialisti di tutto il mondo, ma solo quando fa comodo) c’è qualcosa di simile, ma non conosco i dettagli. Di certo, astraendo dalle mie precedenti considerazioni filosofiche, qualcosa di concreto va fatto presto, perchè il sistema italiano mi sembra davvero in caduta libera, e parla uno che ha finito da non molto la scuola dell’obbligo. Al solito, gli unici che almeno pongono il problema stanno in FilD.

  6. 6

    Leonardo Says

    @Claudio
    1) Nessuno. Perché devono essere autorizzate?
    2) Lasciamo al mercato
    3) In base a quale criterio andrebbe vietato?
    Le tue preoccupazioni sono lecite nel mondo di oggi. Prova però a pensare se, mentre esistono scuole private a litigarsi il voucher, resta una scuola pubblica che a) costa giusto giusto il voucher b) volente o nolente fornisce un livello per lo meno minimo di istruzione. Un soggetto privato difficilmente potrà fare un’offerta formativa peggiore a costi maggiori, non credi? la scuola pubblica potrebbe insomma fare da “pavimento”, e questo senza dover andare a regolare (e basta con ‘ste leggi!) le scuole private. Per non perdere voucher, la scuola pubblica stessa dovrebbe poi migliorare.

    Del valore legale del titolo di studio io me ne sbatterei (e te lo dice un laurea master) perché il valore legale è funzionale all’assunzione nel settore pubblico; tra privati conta di più dove ti sei laureato che la laurea in sé (quando vale, perché per lo più per fare il lavoro da scimmie che ci danno basta esser ragionieri).

  7. 7

    Claudio Says

    @Leonardo
    1)Eh, pure per me non dovrebbero essere autorizzate, anche perchè, col passaparola possibile oggi, il processo di selezione delle migliori sarebbe probabilmente più rapido di quanto si può immaginare. Ma sai com’è, bisognerebbe specificare se si ragiona in astratto o su un’ipotetica base di riforma. Te l’immagini le reazioni alla proposta di lasciar aprire scuole a chiunque e parificarle a Santa Madre Scuola Pubblica?
    2)Qui non capisco: se lo stato ti deve rilasciare un voucher, dovrà pur stabilire di quanti €, con un qualche criterio. Il mercato opererebbe dopo, sull’allocazione dei suddetti voucher. Sbaglio?
    3)Sostanzialmente d’accordo col ragionamento che hai fatto. Idem sul titolo di studio che ho scritto se ne andrebbe, ma appunto, senza rimpianti. Nel pubblico organizzino concorsi fatti a modo che valutino le competenze e prendano chi ce le ha, indipendentemente dagli studi fatti (quest’ultimo punto è probabile quanto FilD che risulta il primo partito il 25 febbraio).

  8. 8

    carlo massa Says

    Sarà, la mia, deformazione professionale (sono invecchiato nella scuola e credo – meglio: temo – di conoscerne la grande potenza), ma sono convinto che il superamento della democrazia (indispensabile per la libertà, come mirabilmente scritto da Tocqueville nella parte IV cap. VI de La democrazia in America) sarebbe la più importante benefica conseguenza di una scuola libera (totalmente libera: condivido in toto le risposte 1) 2) e 3) di Leonardo).

  9. 9

    walter Says

    Non capisco i dubbi di Claudio sul vocheur… Ragionando più praticamente: prendo il costo annuale per studente per ogni anno di scuola oggi (mi pare 9mila euro) e invece di investirlo nella scuola pubblica lo do alla famiglia che decide cosa farne.

    Le scuole ex pubbliche non vanno smantellate, si vendono a chi vuole gestirle, magari dopo un periodo di transizione di un paio d’anni per capire bene come sono organizzate (diventeranno scuole private, ma personale e dipendenti non vanno affatto licenziati, fanno parte dell'”azienda” che il nuovo gestore compra).

    Se la famiglia manda il figlio ad una scuola “ex pubblica” quella prende il voucher e si finanzia così (pari pari a quanto prendeva prima della riforma), se decide di mandarlo ad una scuola privata ( che io penso nascerebbero come funghi un paio d’anni dopo la riforma) aggiunge il sovrapprezzo se costa di più (oppure si tiene la differenza, se la scuola privata, come presumibilmente avverrebbe, fa costare il servizio di meno risparmiando su alcune assurdità, lungaggini e sprechi che oggi, in una organizzazione pubblica dell’istruzione, nessun direttore generale interno ha incentivo ad eliminare).

    Per evitare che le famiglie “spendano quei soldi in sigarette” si può vincolare la somma : o la spendi per pagare un bonifico ad una attività commerciale registrata come “impresa che fornisce istruzione” oppure quella somma rimane sul conto e allo scattare dei 18 o 19 anni è a disposizione del giovane che può farne ciò che vuole.

    Il problema è che da chi pensa “pubblico è meglio” l’operazione viene vista come ” a guadagno zero” nel migliore dei casi (o come una lesione dei diritti fondamentali blablabla) ma in realtà, fatemi passare un paragone azzardato, permette di raggiungere gli stessi vantaggi che si otterrebbero per esempio vendendo le partecipazioni azionarie in molte imprese che oggi detiene lo stato: in teoria il prezzo di vendita di quelle partecipazioni è il VAN, cioè il valore attualizzato dei flussi di dividendi previsti e l’operazione “tengo o vengo” sembrerebbe a guadagno zero.

    In realtà, vendendo partecipazioni statali elimini un bel pò di magna magna attorno alle nomine “pilotate dalla politica” dei consiglieri e dei consulenti in quelle aziende, e non mi pare poco.

  10. 10

    Leonardo IHC Says

    @Claudio
    2) faccio un’ipotesi: quanto costa uno studente alla scuola pubblica? Ok, quello è l’importo del Voucher.

  11. 11

    Claudio Says

    @Walter
    Ma io non ho dubbi sulla sostanza, cioè sul fatto che sarebbe un grossissimo passo avanti. Cercavo solo di chiarire alcuni punti controversi che a volte vengono sollevati e ho fatto bene a quanto pare, perchè sia te che Leonardo avete ampliato bene il discorso.

    @Leonardo
    Appunto, come avevo scritto io in prima battuta. Era il “lasciamo al mercato” che in questo caso mi pareva contraddittorio. Aggiungo che andrebbe distinto tra elementari, medie e superiori perchè come mostrato tempo fa su NFA lo sfacelo non si distribuisce uniformemente. E anzi, io il voucher lo darei pari alla media OCSE, perchè se nel resto del mondo civile quella cifra da come output risultati migliori, come i test dimostrano, non si capisce perchè non debba funzionare anche da noi.

    @Carlo
    La teoria che una riforma dell’istruzione sarebbe il grimaldello per riformare, col tempo, tutto il resto, è interessante. Così come è perfettamente reale la grande potenza che attribuisci alla scuola. La Chiesa, che ha sempre saputo bene questa cosa, è stata la principale forza che ha combattuto per una causa giusta (la libertà di insegnamento) con fini discutibili (spesso, purtroppo, un indottrinamento di altro tipo). Il rovescio della medaglia è che questo ha permesso ai “progressisti” di dar vita a una guerra tra bande in cui hanno vinto quest’ultimi, a prezzo però di creare un sistema inefficiente sia dal punto di vista economico (in Italia più che altrove) che da quello sociale (l’articolo che stiamo commentando in fondo parla di un libro sulla scuola americana, non italiana, quindi certi problemi sono comuni). E in generale, l’organizzazione dell’istruzione è diventata uno stato in piccolo, dove ognuno cerca di imporre la propria visione agli altri (programmi, metodi, insegnanti), senza ammettere che possano esserci più strade possibili da percorrere.

  12. 12

    Leonardo Says

    “Terremoti Finanziari” di Raghuran Rajan (e il figlio minore “manifesto capitalista” di Zingales) tornano spesso sull’istruzione come fattore principale di crescita anche se con tempi lunghi tra l’investimento e l’inizio dei ritorni come PIL.
    Cmq il libro alla partenza dell’articolo mi pare non tocchi l’istruzione, con non la tocca il commento di Armstrong, quella è una riflessione mia.

  13. 13

    Claudio Says

    “Cmq il libro alla partenza dell’articolo mi pare non tocchi l’istruzione”
    Mah, non avendolo letto non saprei però la prima riga di descrizione su Amazon dice:”Assistiamo oggi a una crisi strisciante, di enormi proporzioni e di portata globale, tanto più inosservata quanto più dannosa per il futuro della democrazia: la crisi dell’istruzione”. Ne deduco che l’autrice qualcosa da dire sul tema ce l’abbia, anche se credo con spunti e direzioni molto diverse da quelle che abbiamo seguito qui.
    P.S. Ho rinvenuto su un blog un post che trae spunti (anche) dal libro della Nusbaumm e che avevo letto tempo fa. Qui parla proprio di istruzione e mi sembra si allacci anche alla tua riflessione, da un punto di vista diverso. Ci ero arrivato, tanto per cambiare, da NFA 😉

  14. 14

    Leonardo, IHC Says

    Allora era il recensore Armstrong che aveva perso il punto.

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