Clicca qui per Opzioni Avanzate


Banco-Centricità e Arretratezza

September 2nd, 2009 by Leonardo

-

 

di Leonardo, IHC

 

Il sistema finanziario italiano è banco-centrico, quelli anglosassoni sono mercato-centrici. Questa constatazione è ben presente in chiunque sia interessato ai rapporti tra finanza ed economia reale, ma solitamente si prende il fatto come un dato e non interessa particolarmente capire come si sia arrivati a questo, e sicuramente non interessa molto a  coloro che fino ad oggi hanno osannato questa sostanziale “arretratezza finanziaria” italiana quale scudo alla tempesta cosiddetta “subprime” partita dagli USA: perché spaccare il capello in quattro visto che abbiamo subito la crisi meno dei USA e Germania?

Siccome non è vero che l’Italia è stata né sarà protetta dalla crisi mondiale grazie alla propria ignoranza e arretratezza, a costo di una trattazione un po’ “lunga”, prima vediamo qualche numero del PIL, poi prendiamo qualcosa che Giuseppe Zadra, ex direttore generale dell’ABI, ha detto il 23/08 sul Sole24Ore, e infine rendiamo il tutto coerente con un po’ di teoria economica (Modigliani, tanto per restare in Italia).

 

Nell’ultimo ventennio del 1900 gli USA sono cresciuti in termini di PIL reale mediamente ad un tasso di circa il 3,35%, la Germania del 2,22%, l’Italia del 2,00%. Nell’ultimo decennio del 1900 gli USA sono cresciuti mediamente del 3,42%, la Germania 2,10%, l’Italia dell’1,59%. I rapporti di forza mi sembrano chiari, e altrettanto chiara mi sembra la tendenza, che viene confermata nei dati dei primi sette anni del 2000: dal 2000 al 2007 gli USA sono cresciuti mediamente del 2,41%, la Germania dell’1,20% e l’Italia dell’1,15%.

E per il futuro? Le previsioni di un importante istituto ci dicono che tra il 2008 e il 2010 gli USA dovrebbero registrare una crescita media dello 0,13%, la Germania invece una decrescita dello 0,57%, e l’Italia un tonfo dell’1,47%. Dove si veda la “forza dell’arretratezza” italiana proprio non si capisce. Questo risultato era già stato intuitivamente anticipato qui su IHC a ottobre del 2008, rafforzato poi dalle considerazioni sulla natura reale della crisi sempre su IHC.

 

Attestato quindi che l’Italia non è ben messa a prescindere dall’attuale crisi cosiddetta finanziaria e che la decantata “forza dell’arretratezza” non le permette di venir fuori da questo triennio di crisi meglio di chi ha cavalcato maggiormente la sbornia finanziaria (USA come Ground Zero del fenomeno “subprime”, Germania come maggior partecipante europeo), facciamo un pensiero a qualcosa che distingua economicamente l’Italia dagli altri paesi evoluti e che possa collegarsi al suo sotto-sviluppo finanziario: le piccole imprese. E faccio questo citando Zadra.

Il tessuto imprenditoriale italiano è peculiare, è fatto di imprese medio-piccole finora decantate per la loro superiore elasticità operativa e capacità di adattamento. Chi ha frequentato una facoltà di economia in Italia sa che questa micro-tessitura è sempre stata vista come conseguenza di un certo ambiente culturale (solo vagamente esplicitato però) e quasi come una scelta ottimale e razionale dell’imprenditoria italiana, la scelta perfetta per gestire la mutevolezza del mercato (che i mercati fossero sostanzialmente chiusi e protetti, cioè corporativi e quindi a mutevolezza limitata, è un particolare trascurato). Zadra in poche frasi sembra riprendere la vacuità di questa analisi (“le imprese italiane sono sottodimensionate […]. È una questione di cultura, di passaggi generazionali. Anche di cultura politica”), ma poi lancia la propria analisi con la forza di una sassata in un occhio: l’insicurezza dell’investire e tenere ricchezza in Italia ha creato spinte alla fuga verso i paradisi fiscali, e lo Stato ha contrastato questa emorragia di risorse tollerando l’evasione fiscale. Zadra non enuncia da dove venisse questo senso di pericolo, anche se è facile pensare alle tensioni sociali latenti ed esplicite, alla fame impositiva dovuta ad una stolta spesa pubblica, ed alla tendenziale mafiosità del sistema. I problemi di fondo non vengono risolti, ma si dà un “premio” a chi resta, e questo premio è un’arma a doppio taglio sia per lo Stato che di fatto sovvenziona alcuni privati dovendo rifarsi su altri senza una prospettiva riequilibratrice, che per l’imprenditore che deve comunque tenere un profilo relativamente basso per preservare un “premio” dalla forma illecita.

En passant credo che da quanto detto si possa capire il perché di una certa più o meno esplicita tolleranza dell’operato delle banche di San Marino da parte dell’Italia: se fuga ci deve essere, che sia una fuga quanto più “corta” possibile. Da un’altra parte si capisce anche che per i capitali la scelta di fare impresa in Italia diventa, in assenza di intrecci politici che forniscano opportunità e protezione, un second best, una via sub-ottimale forzata. E la sub-ottimalità implica la minor propensione a rischiare, o meglio una percezione maggiore del rischio, che deprime gli stimoli all’imprenditorialità. Ed allora il capitale proprio investito si riduce (si risparmia per precauzione) e questo implica maggior ricorso al debito, e le dimensioni delle imprese si riducono sia per il peso del debito che per la gestibilità di quell’illecito “premio”. Basso profilo imprenditoriale. E infatti l’Italia è un paese di ricchi dissimulati, di risparmiatori, e di imprese piccole e sotto-capitalizzate. Come dice Zadra “il sistema non poteva svilupparsi in modo sano”. E così arriva alla minor produttività e crescita italiana, soprattutto quando le protezioni dei mercati saltano, nonché alle previsioni di Zadra stesso secondo cui “le banche italiane soffriranno soprattutto nel 2009 a causa della crisi delle imprese” (scenario da me variamente suggerito a partire dal febbraio scorso).

 

Quanto detto è la base logica inespressa coerente con il ragionamento di Zadra, che indica in questo sotto-dimensionamento imprenditoriale la causa del sotto-sviluppo finanziario italiano. Il passaggio è cristallino: le imprese piccole hanno esigenze semplici e poco sofisticate, e le banche seguendo le loro dinamiche non si evolvono nella finanza più sofisticata. In tal modo il sistema bancario resta lontano dalle turbolenze meramente finanziarie, ma non essendo l’intero sistema economico in sé sano e non essendo questa una crisi solo finanziaria (se mai è esistito qualcosa di simile), l’Italia subisce comunque la crisi e pure in misura più pesante di quanto si voglia ammettere.

Però, come dico spesso citando Say “l’offerta crea la propria domanda”, quindi se il sistema bancario comincia a offrire nuove soluzioni come ad esempio un ricorso più intenso al mercato finanziario (Borsa) ponendosi come “intermediario” invece che come “finanziatore”, le imprese dovrebbero poco alla volta seguire questa offerta. Così non è successo. Racconta infatti Zadra, che nella sua esperienza in Consob ha cercato di spingere il sistema verso una minor banco-centricità, “il mercato c’è, la legislazione è una delle più avanzate, ma le imprese in borsa non ci sono andate”, per poi verificare nella sua esperienza all’ABI che “lo sviluppo dei servizi finanziari è frenato dalla domanda”. Zadra trova secondo me una giustificazione di questo nella sostanziale ignoranza finanziaria italiana: le imprese non hanno, oltre che le dimensioni opportune, sufficiente cultura ed istruzione per capire i vantaggi del mercato rispetto alla banca, questo perché sono espressione di una società ignorante, e la prova per Zadra si ha con i derivati in quanto “imprese e comuni non riuscivano a capire i prodotti che stavano acquistando. Quindi esiste un problema culturale: il paese è ignorante, e non fa nulla per rimediare (questa conclusione non stupirà certo chi conosce personalmente estrazione e grado di istruzione media degli imprenditori).

 

Eppure tutto questo era già stato ben formalizzato in un modello economico, quel Modigliani-Miller  del 1958 che proprio all’italiano Modigliani ha valso il Nobel. Il modello è fantasticamente semplice: presi mercati finanziari perfettamente concorrenziali in assenza di fenomeni di razionamento del credito, costi di transazione e distorsioni fiscali, e soprattutto in assenza di asimmetrie informative, con un minimo di matematica finanziaria si dimostra che la forma di indebitamento di una azienda non incide sul suo valore. La conseguenza di questo modello è che, se osserviamo un sistema banco-centrico invece di una sostanziale parità tra canale bancario e Borsa, allora qualcuna delle suddette ipotesi è saltata; in particolare si considerano le asimmetrie informative, cioè il fatto che l’imprenditore possa nascondere informazioni importanti al mercato e che ci possano essere alcuni operatori finanziari (le banche) più in grado di percepire parte di questa informazione “privata”, come la ragione principale della banco-centricità di sistemi economici quale quello italiano; seguendo però il ragionamento che ho presentato sopra, mi pare però chiaro che anche la fiscalità sia nei fatti distorsiva a favore di sistemi che privilegino l’informazione “privata” essendo quella pubblica incompatibile con la presenza del suddetto “premio” illecito.

Questo richiamo permette di superare spiegazioni sull’arretratezza finanziaria italiana basate sulla mera ignoranza (che comunque resta), tornando alla versione iniziale di una economia italiana costretta ad un basso profilo imprenditoriale dalle proprie debolezze strutturali e dalla scellerata soluzione offerta dallo Stato. In una situazione del genere si generano due profili economico-finanziari dell’economia, quello ufficiale rappresentato dall’informazione pubblica e quello effettivo conoscibile solo tramite l’informazione “privata”: il mercato vive di informazione pubblica, quindi non è in grado di “prezzare” adeguatamente le imprese; dato il tipo di attività, le banche possono avvantaggiarsi di un grado più “privato” di informazioni, quindi offrire più funding ed a condizioni migliori, quindi diventeranno loro il fulcro del sistema. In un’altra prospettiva, essendo il sistema italiano banco-centrico in violazione del modello Modigliani-Miller, è evidente che è caratterizzato da un elevato livello di informazione “privata”. È da più di 50 anni che abbiamo lo strumento concettuale adatto a capire la situazione, sarebbe l’ora di usarlo.

 

L’economia italiana non può presentarsi se non banco-centrica e pervasa da nanismo imprenditoriale. Gli sforzi per ampliare il mercato finanziario ed elevarne la sofisticatezza non possono essere che vani, sia per cultura che per esigenze oggettive. Queste caratteristiche fanno parte di un quadro coerente con la ben chiara debolezza dell’economia. La “forza dell’arretratezza” è solo una sciocchezza che si meritano coloro che ci credono.

 


7 Responses to “Banco-Centricità e Arretratezza”

  1. 1

    Strababaus Says

    Sempre illuminanti i tuoi post.
    Mi ritengo personalmente offeso dalla tua frase:”il paese è ignorante, e non fa nulla per rimediare (questa conclusione non stupirà certo chi conosce personalmente estrazione e grado di istruzione media degli imprenditori).”

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    ahahahah
    ma tu leggi questo sito, quindi sei chiaramente molto sopra la media. ahahahahah

    dai, dimmi che non è vero se hai il coraggio! ma non per gli imprenditori, per la gente in generale. e poi sai, nella zona dove sono io è pieno di contadini boriosi e arricchiti, quindi ho la visuale magari un po’ distorta.

  3. 3

    John Christian Falkenberg Says

    Veramente interessante. E’ assurdo approvare “leggi avanzatissime” volte a strutturare un mercato dei capitali che non c’è a causa delle leggi arretratissime che opprimono il campo più vasto della libertà economica in generale e a della cultura predatoria della classe politica. Quando risolveremo questo strabismo?

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    grazie falk
    quando lo risolveremo? quando falliremo.

  5. 5

    silvano Says

    Un po’ tutta l’Europa continentale è banco centrica. Anche il Giappone (che begli esempi che ti tiro fuori, ehh..). Inoltre per la legge di Say abbiamo sviluppato i migliori sistemi di gestione del debito pubblico, sia sul primario che sul secondario… Finita questa parentisi sciovinista, ti ricordo un altro aspetto spesso sottovalutato: l’inefficacia del sistema giudiziario. La possibilità di andare in culo al creditore riduce i costi del dissesto (tanto per riallacciarsi all’aspetto teorico) e rende le garanzie reali il collaterale appetibile per eccellenza (e questo favorisce combinazioni di fattori produttivi sub ottimali – Maksimovic, ma potrei sbagliarmi).
    Zadra magari poteva fare una piccola ammenda ed evidenziare come molte Ipo in mercato toro abbiano avuto lo scopo di ripianare le esposizioni.
    PS: la prossima volta prendi i dati sul pil pro capite, così facciamo più bella figura. 😉 Se poi scorpori il Sud e incrementi la quota di economia sommersa passiamo avanti anche agli Usa !!!

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    come, non lo sai? i dati del PIL italiano comprendono già il nero, mentre quelli degli altri Stati no.

  1. 1

    HFT: High Frequency Twist (Raggiro ad Alta Frequenza) at Ideas Have Consequences

    […] gli analisti sono lì proprio per individuare prospettive di investimento o disinvestimento non riflesse nei prezzi, quindi gli spunti di analisi e le spinte per un tendenziale fundamentals-reverting restano sempre. Gli analisti, come ben sappiamo anche grazie a Modigliani, sarebbero superflui solo in un mondo di informazioni complete e perfettamente diffuse, e il HFT al massimo è una ragione in più per guardare “oltre” i semplici prezzi prima di valutare una azione. […]

Aggiungi un tuo Commento