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Bank Panic, Mises & Minsky

October 28th, 2011 by Leonardo

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di Silvano, IHC

Un singolo fallimento bancario non implica di per sé lo sviluppo di una crisi bancaria tout court: fintantoché sussistono possibilità di rifinanziamento presso altri istituti privati o la liquidazione a prezzi di saldo degli attivi non intacca la capacità da parte degli altri istituti di rilevare la banca in dissesto gli effetti sistemici rimangono contenuti. In pratica il bank run non si trasforma in un bank panic né in una crisi bancaria vera e propria. Tuttavia se il numero di istituzioni coinvolte è sufficientemente numeroso una crisi sistemica diventa inevitabile.

 

Le risposte dei policymaker solitamente includono politiche monetarie accomodanti, interventi a sostegno da parte delle autorità monetarie, salvataggi a carico della fiscalità generale, nazionalizzazioni. Da un punto di vista preventivo la misura maggiormente implementata è l’assicurazione statale sui depositi. Tutti questi interventi solitamente finiscono per rivelarsi molto costosi per l’erario, consentono ad entità inefficienti di rimanere sul mercato, producono azzardo morale, aspettative implicite di socializzazione delle perdite ed inoltre in caso di cambio fisso o currency board una politica monetaria troppo accomodante incentiva un drenaggio di fondi liquidi con conseguenti attacchi speculativi sul fronte valutario.

 

Una banca diventa insolvente quando il valore dei propri attivi decresce fino a eroderne la patrimonializzazione: per quanto il rischio di credito possa essere mitigato tramite pratiche di credit scoring, diversificazione, monitoraggio del portafoglio impieghi e richiesta di collaterali, il rischio di fallimento non può ovviamente essere eliminato. Sotto il profilo teorico shock macroeconomomici e fenomeni di autocorrelazione dei rischi finiscono inevitabilmente per impattare sul sistema bancario mettendone a nudo il grado di fragilità. Un’ulteriore fonte di rischi potenziali può risultare dall’attività di intermediazione finanziaria condotta in valuta estera, ovvero quando la raccolta avviene in valuta straniera mentre i prestiti sono concessi in divisa locale (o viceversa). Quest’ultimo aspetto è spesso collegato alle caratteristiche storiche e istituzionali del sistema bancario di riferimento: dato che in linea teorica è possibile operare a cambi coperti il rischio valutario deve essere opportunamente inquadrato nel relativo contesto. I sistemi bancari sono sensibili inoltre ad ampie fluttuazioni al rialzo nei tassi sia nominali che reali, data la difficoltà di riallineare nel breve termine la redditività degli impieghi a medio lungo termine con il costo della raccolta. Infine un ulteriore aspetto da prendere in considerazione è la qualità del sistema legale dove le istituzioni creditizie operano: soprattutto nei paesi in via di sviluppo (ma non solo in questi) le istituzioni legali e gli usi commerciali influiscono notevolmente sulla possibilità da parte del management di concedere linee di credito a condizioni di favore o prestiti palesemente rischiosi traendone benefici diretti o indiretti di carattere personale.

 

L’assicurazione sui depositi è disegnata per evitare fenomeni quali corse agli sportelli ed evitare quindi profezie autorealizzantesi ma d’altra parte il rischio morale ingenerato finisce per essere particolarmente rilevante: in particolare quanto più il sistema economico è aperto e quello finanziario liberalizzato, tanto più inefficace diventa il monitoraggio da parte delle autorità di regolamentazione in quanto le stesse possibilità cognitive relative al controllo degli investimenti intrapresi da parte del management bancario tendono a ridursi notevolmente. In un contesto liberalizzato la presenza di garanzie definite in sede “locale” incentiva un’assunzione di rischi eccessiva estendo le asimmetrie informative tra soggetto regolato e regolatore: in pratica parte delle perdite e dei rischi connessi ad operazioni intraprese sui mercati internazionali possono essere spostate sui contribuenti domestici. Non è un caso che le grandi istituzioni finanziarie, internazionali in vita, diventino nazionali in punto di morte.

Sempre sotto il profilo teorico abbiamo visto come per Zhiguo He e Wei Xiong (2011) la presenza di un finanziatore di ultima istanza possa accelerare il precipitare di una crisi sistemica in uno scenario di alta volatilità dei prezzi, ponendo seri dubbi sugli effetti destabilizzanti di un soggetto esterno disposto ad intervenire in caso di bank panic potenziale.

Numerosi studi empirici mostrano come le crisi bancarie siano precedute da un declino o da una riduzione della crescita del prodotto interno lordo. Kaminsky e Reinhart (1996) analizzando 23 crisi bancarie hanno identificato un lag medio di 8 mesi tra il picco dell’output e la susseguente crisi finanziaria. La compenetrazione di fattori reali, monetari ed istituzionali è una costante di ogni crisi creditizia.

Come già accennato, un altro fattore che incide negativamente sulla robustezza del sistema bancario è la persistenza di alti e volatili tassi di interesse nominali accompagnati: un ambiente macroeconomico di questo tipo interferisce con la capacità del sistema bancario di trasformare le scadenze (vedi The Determinants of Banking Crisis in Devloping and Developed Countries, di Asli Demirgüç-Kunt e Enrica Detragiache, 1998). In particolare nella fase terminale di un ciclo creditizio un rialzo dei tassi tende a erodere il margine di interesse e ad aumentare il fabbisogno di liquidità da parte degli istituti: se questi non sono in grado di continuare ad espandere le linee di credito a tassi maggiorati il bust diventa pressoché inevitabile, come peraltro notato quasi un secolo fa da Mises (Teoria della Moneta e dei Mezzi di Circolazione, 1912).

Nel 1998 Paul McCullley di PIMCO ha definito il momento in cui scoppia una bolla finanziaria “Minsky Moment” e identifica l’istante in cui uno o più investitori sovraindebitati sono costretti a procedere ad una serie di rapide vendite forzate per ripagare i propri finanziatori, causando un crollo dei prezzi ed un incremento della domanda di moneta. Esistono indubbiamente delle similarità nella descrizione del ciclo creditizio effettuata dal post-Keynesiano Hyman Minsky e la Teoria Austriaca del Ciclo Economico e probabilmente anche un potenziale di “fertilizzazione incrociata” non completamente sfruttato che potrebbe anche includere anche altri approcci generalmente considerati eterodossi o lontani dal mainstream economico. Il principale problema rimane nel combinato disposto della difficoltà a sintetizzare potenziali elementi di comunanza tra autori che inevitabilmente finiscono con l’avere prescrizioni normative diametralmente opposte (“Free Banking” e abolizione delle banche centrali nel caso degli austriaci, “Big Government” e stabilizzazione della domanda aggregata per i post-Keynesiani).

Un recente tentativo di comparare le due narrazioni è stato fatto da David Prychitko (vedi Competing explanation of the Minsky moment: The financial instability hypotesys in light of Austrian theory) ma non va molto oltre il semplice raffronto.


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