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Beni Capitali Submarginali e Non-Neutralità della Moneta

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April 24th, 2007 by Admin

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di Pietro, Ihc


Si parla di capacità produttiva inutilizzata quando una parte anche consistente dei fattori di produzione (terra, lavoro e capitale) non viene utilizzata nel sistema economico. Nell’economia keynesiana la presenza di capacità produttiva inutilizzata viene imputata ad una carenza di domanda aggregata, da curare con tagli fiscali, spese pubbliche, espansioni monetarie e altri interventi economici statali. Ma esiste un’interpretazione alternativa del fenomeno, che si basa sulla teoria Austriaca del capitale. Analizzando la produzione in un ambito di beni capitali eterogenei si può affermare che la capacità produttiva inutilizzata sia in realtà composta di beni capitali submarginali, e può permanere per lassi di tempo lunghi senza che ciò indichi uno spreco o una subottimalità.


In questo breve articolo tratterò brevemente i seguenti argomenti:

1. La submarginalità nei tre fattori produttivi: terra, lavoro e capitale,
2. La struttura produttiva con beni capitali durevoli ed eterogenei,
3. L’effetto dell’espansione monetaria sui beni capitali non impiegati.

1. Submarginalità

Le etichette "terra", "lavoro" e "capitale" raggruppano i tre tipi fondamentali di fattori produttivi. Un’unità di un fattore produttivo (una miniera, un impianto, o un laureato) è detta submarginale quando non può essere impiegata per produrre beni di consumo, in quanto il costo dei fattori di produzione complementari necessari ad ottenere un tale bene rende il reddito del fattore produttivo in questione negativo. Un terreno submarginale è un terreno su cui non vale la pena spendere benzina per il trattore; un macchinario submarginale è un macchinario a cui non vale la pena assegnare un operaio.

Che la terra possa essere submarginale è un dato di fatto. Gli uomini non coltivano l’Antartide perchè non vale la pena pagare un operaio per scaldare le piante col phon. A maggior ragione, non sono i limiti tecnici a impedire la creazione di serre sulla Luna.

Si tratta di costi: e siccome i costi (costi monetari, in un’economia sviluppata) sono il segnale che un fattore produttivo "vale di più" se impiegato altrove, il conto economico consente di indicare dove non allocare le risorse, se si vuole un reddito dalla proprietà del fattore produttivo in questione.

Il lavoro submarginale è invece qualcosa di difficilmente concepibile. Ogni lavoratore può avere decine e decine di mansioni diverse, e difficilmente non ne troverà neanche una in cui i suoi servizi sono richiesti. La possibilità che un lavoratore non abbia una produttività marginale sufficiente a comprarsi il pane quotidiano è ormai un lontano ricordo di epoche precapitaliste. Uno specialista in spade ed archi può avere problemi se archibugi e cannoni vengono immessi sul mercato: mentre ogni persona può avere un reddito "generico", i cambiamenti economici possono annullare il valore di alcune specializzazioni. In ogni caso, la disoccupazione è più probabilmente di origine frizionale (tempi tecnici per trovare lavoro), volontaria (“quel lavoro non è richiesto, ma lo voglio uguale, e a queste condizioni”) o di origine statale (privilegi sindacali e rigidità legislative).

I termini "terra", "lavoro" e "capitale" non devono far pensare a grandezze omogenee. Un bene capitale può essere submarginale anche per mancanza di beni capitali complementari, non necessariamente per mancanza di forza lavoro. Così, se l’impiego di un impianto richiedesse la costruzione di un’autostrada, i costi della seconda influenzerebbero la probabilità di impiego del primo.

Mentre la terra submarginale non stupisce nessuno, e il lavoro submarginale è pressoché impossibile, il capitale submarginale è possibile, ma apparentemente paradossale: perchè costruire un impianto, se poi non lo si usa? Infatti, i beni capitali sono fattori di produzione prodotti, e all’equilibrio non possono esistere beni capitali submarginali. Ma l’equilibrio, si sa, non esiste.

La costruzione di beni capitali submarginali è quindi un errore, ma il fatto che gli uomini possano errare non dovrebbe essere messo in discussione. E vedremo che esiste uno strumento molto efficace nell’ingenerare errori su vasta scala: la politica monetaria.

2. Il fattore tempo

Il fattore tempo gioca un ruolo fondamentale nella struttura produttiva. Se infatti immaginassimo la produzione come un puzzle di fattori di produzione eterogenei che vengono combinati per ottenere beni di consumo (passando per i beni capitali più o meno fissi, che sono stadi intermedi nel processo produttivo), e se ipotizzassimo questo processo nel tempo, otterremmo che i fattori produttivi disponibili in un certo periodo verranno impiegati per ottenere beni più prossimi al consumo man mano che il tempo passa.

Ma le spese di produzione non sono solo correnti: non si tratta di comprare acqua e farina per fare pizze da vendere subito. Si tratta anche di investire in macchinari della durata economica di diversi mesi o diversi anni, se non addirittura decenni. L’economia non produce servizi abitativi, produce case: e una casa non produce servizi abitativi per un giorno, ma per venti o trent’anni almeno.

Affinché un bene capitale venga impiegato nella produzione, è necessario che esista una quantità sufficiente di fattori di produzione complementari lungo tutta la vita economica del bene capitale in questione.

Un bene capitale duraturo "di disequilibrio", costruito per un errore di valutazione dell’imprenditore, che richiedesse, per essere impiegato, investimenti aggiuntivi consistenti, potrebbe rimanere submarginale per lunghi periodi. Se non ci sono abbastanza risparmi disponibili per ottenere i fondi necessari a comprare i fattori di produzione complementari, si avranno macchinari inutilizzati, cioè capacità produttiva inutilizzata. Per renderli utilizzabili, servono investimenti aggiuntivi, e per fare investimenti aggiuntivi servono più risparmi.

Ma ciò non indica una carenza di domanda, come se bastasse assumere un lavoratore o aumentargli lo stipendio (o spendere la moneta più velocemente, o, peggio ancora, risparmiare di meno) per rendere improvvisamente profittevole l’uso dei macchinari. Se è submarginale, il bene capitale non viene impiegato, ed è bene così: non è stato un bene produrlo ma, una volta prodotto, si rivela un costo sommerso, un relitto da dimenticare, un monumento a precedenti errori di valutazione.

La capacità produttiva inutilizzata può essere "razionale" (cioè, voluta), nel caso funga da tampone ad eventuali imprevedibili fluttuazioni della domanda e dell’offerta; può anche essere frizionale, come accade per chi è disoccupato per periodi di poche settimane. Ma ciò spiega solo una piccola parte della capacità produttiva inutilizzata, probabilmente. E spiega forse più le scorte che non i grandi impianti inutilizzati, soprattutto se nuovi di zecca, prodotti durante l’euforia di un boom economico basato su presupposti ingannevoli. E qui entrano in gioco considerazioni monetarie: che un vecchio tornio sia usato solo se c’è un picco di domanda, è verosimile. Ma i nuovi macchinari inutilizzati non possono che essere errori di valutazione avvenuti, per motivi che vedremo essere di origine monetaria, nel momento in cui l’investimento è stato deciso.

3. La non-neutralità della moneta

Se l’espansione monetaria stimola gli investimenti, lo fa creando l’illusione che in futuro saranno disponibili sufficienti risparmi per poter portare a termine i propri piani. Se la politica monetaria non avesse questo effetto, sarebbe infatti neutrale. Ma se si investe in una struttura produttiva troppo lunga (cioè, che richiede troppi beni capitali per portare a termine il processo), si avrà, prima o poi, a illusione monetaria finita, l’abbandono di molti progetti di investimento già iniziati

E’ l’espansione monetaria che fornisce alle imprese la liquidità necessaria per mettere in pratica piani di investimento errati. Se la moneta avesse semplicemente effetto sul livello dei prezzi, non potrebbe stimolare l’output; ma se stimola l’output, è perchè ha effetti reali sulla produzione. Ma siccome la produzione richiede tempo, e l’equilibrio nella struttura del capitale è necessariamente lento a formarsi, in presenza di beni capitali relativamente duraturi e specifici, allora la politica monetaria deve avere effetti strutturali anche nel lungo termine.

A espansione monetaria terminata, si scoprirà che molte risorse sono state sprecate in progetti di investimento insostenibili. La capacità produttiva inutilizzata è in gran parte l’effetto dei boom economici costruiti artificiosamente dalle politiche monetarie passate. E’ il lungo termine di precedenti politiche miopi, messe in pratica nell’illusione che la produzione sia un processo istantaneo e infinitamente malleabile.

Se la politica monetaria stimola la produzione, riduce la disoccupazione e aumenta l’utilizzo degli impianti, lo fa perchè sovrappone ai passati errori ora scoperti nuovi errori, o impedisce la scoperta dei passati errori: infatti, finché la liquidità è sufficiente a conferire alle imprese la liquidità necessaria a continuare nei loro piani di investimento, il boom continuerà. Ma dopo ci saranno liquidazioni, ristrutturazioni e licenziamenti (o, se si continua ad inflazionare la moneta, un aumento generalizzato del livello dei prezzi). Il vantaggio di tali politiche, al di là di considerazioni elettoralistiche ad uso e consumo della classe politica, non possono che essere dubbi.

L’Economia Austriaca consente di spiegare la capacità produttiva inutilizzata in maniera relativamente semplice, come il risultato di errori imprenditoriali indotti dalle politiche monetarie, che non possono essere corretti rapidamente per via delle caratteristiche stesse del sistema produttivo. La teoria in questione consente di formulare ipotesi esplicative estremamente potenti, al di fuori della portata teorica delle teorie convenzionali, basate in genere su ipotesi irrealistiche sulla struttura della produzione e gli effetti della politica monetaria. Lo spettro delle possibili interpretazioni di un fenomeno è limitato dalla povertà del quadro teorico di riferimento, ed è per questo che una teoria ricca come quella Austriaca può essere illuminante in quanto consente di interpretare determinati fenomeni in modi impensabili.

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12 Responses to “Beni Capitali Submarginali e Non-Neutralità della Moneta”

  1. 1

    Jacopo Says

    Tra i migliori articoli di IHC…

  2. 2

    L.Baggiani Says

    Io non ho ancora capito se l’intuizione di fondo è di Pietro o ha preso spunto altrove; a parte l’usuale rinvio ai meccanismi “austriaci” del malinvestment trovo direi “geniale” l’accostare l’idea della submarginalità indotta dalla politica monetaria interventista ad una capacità produttiva inutilizzata (molto meglio che in keynes: “Business cycles are psychologically determined phenomena” “Driven by animal spirits’” “gambling instincts”, “addicted to the money-making passion” dove gli imprenditori “will conspire to ensure that capital has to be kept scarce enough” v.Teoria Generale)!
    Questo rende in modo splendido la dimensione “temporale” del capitale e la funzione del tasso di interesse come “prezzo del tempo”, oltre che spiegare piuttosto chiaramente alcune intuizioni di fondo che distinguono le ragioni keynesiane da quelle liberaliste (liberiste, si dice in Italia) in senso proprio.

    Mi rimane un punto di disaccordo che comunque non incide sul “core” dell’articolo: il capitale umano, esplicato tramite il suo lavoro, può ben essere submarginale nei termini enunciati dallo stesso Pietro, infatti di per sé il lavoro è omogeneo solo in classificazioni ampie e non troppo significative all’atto pratico imprenditoriale (altrimenti non si spiega perché alla BCE non mi abbiano voluto, anche se sarei costato poco) e comunque la sua submarginalità è connaturata direttamente alle preferenze dell’individuo tra lavoro e ozio ed alle sue preferenze temporali di consumo; se pretendo 3000 euro al mese netti per fare sandali da mercatino rionale sapendo che so fare solo quello, e non accetto stipendi inferiori, mi metto volontariamente in posizione di submarginalità rispetto al processo produttivo e la cosa mi sta comunque bene perché semplicemente “non sono disposto a lavorare”: nella stessa accezione di Pietro, sono submarginale perché chiedo una remunerazione eccessiva, così come qualsiasi investimento complementare o meno che costa di più del valore che crea in seno al processo produzione/vendita. Nello stesso modo posso formare un ingegniere chimico per mettere su una qualsiasi Montedison che poi fallirà per errori nella valutazione del progetto imprenditoriale: quel chimico (specialmente se già 50enne, è submarginale (a causa della sua formazione specifica) al pari di tutta l’industria Montedison.

  3. 3

    libertyfirst Says

    #1 Grazie!

    #2 Cavolo, sei più soggettivista di me. La mia definizione di submarginalità si riferiva ad un fantomatico reddito netto da impiego della risorsa negativo, definizione oggettiva e quindi non corretta: la decisione di impiegare o non impiegare una risorsa è una scelta individuale e quindi dipende dal valore soggettivo, non dal reddito monetario netto che ne consegue. Quindi secondo la mia definizione è submarginale il lavoratore che non può ottenere più di zero dal suo reddito, ma esisteranno una serie di disoccupati volontari che non lavoreranno, almeno temporaneamente, per redditi positivi ma sufficientemente bassi, probabilmente. C’è da dire che nel mercato del lavoro le preferenze soggettive giocano un ruolo, anche considerando la scelta lavoro/tempo-libero (la rothbardiana “reservation demand”), che nel caso dei beni capitali propri è sicuramente minore: è verosimile che ogni bene di produzione non umano che dia un reddito positivo sia impiegato (salvo effetti frizionali).

    Per quanto riguarda il fatto che l’idea sia mia o meno, non ricordo di averla letta, ma questo non significa nulla. Quel che è certo è che è una naturale conseguenza della teoria del capitale… e dopo 65 pagine del mio saggio cominciano ad essermi chiari molti dettagli.

  4. 4

    L.Baggiani Says

    #il problema è che una pressa o un pezzo di terra non ha volontà, mentre il lavoratore oltre a venir impiegato decide di essere impiegato. Il punto non mi pare insignificante, per questo ho sottolineato il lato della “vlolontarietà” del costo dell’impiego del lavoratore. Suggerisco di ragionare in termini di “competenze lavorative” o semplicemente di “lavoro” offerto dal separato soggetto che lo possiede, cioè dal lavoratore che in questo senso è in senso prorpio un “fornitore” di un “servizio” al pari di una utility che vuol esser pagata per darti la luce.

    “confondere” il lavoratore come persona e il lavoro come servizio in un unico ente presterebbe il fianco ai sinistroidi che chiamano il capitalista “padrone” (perché compra il lavoro e quindi la persona) mentre noi sappiamo che sussiste una “volontà lavorativa” da parte di entrambi quando il contratto viene firmato.

  5. 5

    L.Baggiani Says

    Comunque qui urge l’apporto del Tommaso keynesiano!

  6. 6

    Jacopo Says

    Si infatti.. ma dove è finito? Non sarà mica andato in vacanza, da buon keynesiano? ;-)

  7. 7

    Tommaso Sardelli Says

    Salve, sono stato all’estero per lavoro. E ora me ne vado in vacanza per qualche giorno. La mia replica arriverà. Ho dato un’occhiata al nuovo articolo, me lo stampo perché mi sembra un interessante spunto.

  8. 8

    Nino Says

    A mio avviso state confondendo le acque.

    a) Keynes attacca la teoria classica proprio quando questa afferma che il sistema economico si trova al punto della piena occupazione dei fattori produttivi e spiega il perchè questo possa avvenire in un’economia di mercato in cui il punto cruciale è il non pieno impiego del lavoro, visto che il libro si chiama “Teoria generale dell’OCCUPAZIONE, dell’interesse e della moneta”.

    b) Keynes non parla di disoccupazione frizionale o involontaria (con i vari esempi del mercatino rionale) ma di disoccupazione involontaria, cioè di quei lavoratori che sarebbero disposti a lavorare al salario monetario corrente (cioè non richiedono 3000 euro per non far nulla) ma non trovano una domanda di lavoro.

    c) Keynes spiega che se la sua teoria è esatta, il tasso d’interesse ha una natura diversa (monetaria e non reale) e quindi esso influenza il reddito (quindi non può essere la risultante di risparmio ed investimento poichè se esso influenza il reddito vi saranno ad un altro livello di reddito due diverse curve di risparmi ed investimenti e lo schema classico, che presuppone il reddito costante e al livello di pieno impiego, ha un’equazione in meno per sapere quale sarà il nuovo tasso d’interesse.

    d) Il tasso d’interesse può non diminuire anche quando vi è un aumento del risparmio ad esempio in periodi di crisi di fiducia, poichè può essere tesaurizzato e così facendo i beni capitali avranno una diminuzione del rendimento prospettico e un non miglioramento dei costi di finanziamento, questo porta ad una caduta degli investimenti quindi dell’occupazione.

    e) Spesso le aspettative possono essere così negative che agire sul tasso d’interesse non serve, vista l’altissima preferenza per la liquidità, che per dare al capitalismo un ritmo costante di investimenti bisogna socializzarne una parte così da controbilanciare la caduta degli investimenti privati in periodi di crisi di fiducia.

    f) Lo stato deve fare 3 cose per Keynes. Imposte progressive per togliere moneta agli stipendi più alti con più alto tasso di risparmio non investito e travasarlo verso i redditi più bassi con più alta propensione marginale al consumo, sostenendo la propensione media al consumo, quindi i rendimenti prospettici dei beni capitali.
    Socializzare di una certa ampiezza gli investimenti (come è stato fatto dal dopoguerra fino agli anni ‘80), sostenendo direttamente la piena occupazione.
    Manterene il tasso d’interesse ad un punto tale da far si che i rendimenti prospettici dei beni capitali superino il costo del tasso d’interesse stesso.
    Fatto questo, cioè agendo sul tasso d’interesse, sulla propensione media al consumo e intervenendo direttamente in alcuni investimenti (quelli che i privati non fanno, tanto per intenderci, quindi non sostituendosi al privato) lo stato non ha più nulla da fare.

  9. 9

    libertyfirst Says

    a) La teoria di Keynes non è compatibile con la teoria elementare del funzionamento dei prezzi e dei mercati, non è una teoria generale, è una generalizzazione ingiustificata di alcune osservazioni sparse tratte dalla crisi del ‘29. La teoria classica si era occupata soltanto di equilibri di lungo termine e non di fenomeni transitori; all’epoca di Keynes (sin dagli anni ‘20) c’era un’alternativa, quella austriaca, in grado di spiegare disoccupazione e capacità produttiva inutilizzata. Keynes dà un’interpretazione caricaturale dei classici e non ha mai capito gli austriaci, la sua caricatura va bene per criticare le teorie di Solow e Lucas, successivi a Keynes, che in effetti sono la caricatura dei classici. L’ipotesi di piena occupazione è irrilevante per la Scuola austriaca, e il senso del post è che questa e la capacità inutilizzata non implicano necessariamente una carenza di domanda aggregata, come invece Keynes era costretto ad affermare, per mancanza di profondità nella sua analisi teorica.

    b) Salario corrente o salario d’equilibrio? In recessione i salari di equilibrio scendono, è ovvio che se i lavoratori continuano a chiedere il precedente livello di salari, all’apice del boom, rimangono disoccupati. Non esistono salari correnti: esiste un mercato del lavoro che se non è bloccato dall’azione statale cerca il salario d’equilibrio.

    c) La teoria dell’interesse di Keynes è del tutto indifendibile, essendo presa del resto da Silvio Gesell. Il tasso di interesse esiste anche senza moneta. L’ipotesi di reddito costante e pieno impiego sono irrilevanti. Il problema è che Keynes, non capendo il ruolo dell’interesse nel sistema economico, non riesce a trarre conclusioni teoricamente fondate. Non c’è nessuna equazione in meno dell’economia classica, lasciamo perdere le assurdità di Sraffa: l’equazione che manca sono le preferenze temporali, come dicevano già Boehm-Bawerk, Wicksell, Mises e Friedman (Permanent Income Hyp.). In Sraffa le preferenze soggettive non giocano alcun ruolo e quindi poveretto non riesce a chiudere il sistema… problemi suoi. :-)

    d) Se ci sono fattori di produzione non impiegati, i loro prezzi cadranno. Ciò farà aumentare i rendimenti degli investimenti. Il ragionamento di Keynes è il risultato di non aver legato teoricamente la macroeconomia alla teoria microeconomica dei prezzi, trasformando la prima in un insieme di relazioni funzionali prive di significato.

    e) E come no. Vorrei avere un solo esempio storico credibile di questa idea. Dopo la crisi gli investimenti calano perchè non conviene investire in maniera strutturalmente errata (austriaci). Quello che serve è liquidare gli investimenti errati e aspettare che i prezzi ripristinino un po’ di equilibrio.

    f) Per Keynes lo stato deve eliminare i rentier, socializzare gli investimenti, manipolare il tasso di interesse, adottare politiche redistributive che toglieranno incentivi a lavorare. In pratica danneggiare la crescita per benefici immaginari di breve termine. Non si può dire che non l’abbiano preso alla lettera, con la sola eccezione degli investimenti: i politici preferiscono ritorni immediati perchè sono miopi, quindi consumano anzichè investire. Sarebbe decisamente meglio se lo stato capisse di non aver nulla da fare prima di fare qualisasi cosa.

    Riassumendo, Keynes non ha un edificio teorico, ha una serie di equazioni prive di sostanza economica per dimostrare le sue tesi infondate. Se serve un modo di spiegare la crisi del ‘29, ne esisteva già uno da prima della crisi che non aveva i difetti dei “classici”, che si riferivano solo al lungo termine: quello austriaco, teoricamente ricco e in grado di spiegare la crisi senza distruggere la teoira economica riempiendola di errori concettuali.

    Per ripristinare un po’ di ordine teorico, bisogna capire:

    1. Come si allocano i fattori di produzione.
    2. Come si prezzano i fattori di produzione.
    3. Come la moneta influenza tale allocazione e prezzaggio.
    4. Come le rigidità introdotte dallo stato peggiorano le cose.
    5. Quali fattori sono reali e quali nominali. A titolo d’esempio, le risorse reali non possono essere tesaurizzate, quindi no c’è alternativa reale a consumo o investimento.

  10. 10

    Leonardo Says

    Caro Nino, grazie per l’attenzione a prescindere dalle tue idee.

    a) che la teoria di Keynes “spieghi” perché non si è in pieno impiego è opinabile, sempre che cose come “Business cycles are psychologically determined phenomena” “Driven by animal spirits’” e “gambling instincts” “addicted to the money-making passion” dove gli imprenditori “will conspire to ensure that capital has to be kept scarce enough” non siano per te “spiegazioni scientifiche”.

    b) infatti la sua elaborazione è incompleta perché non considera anche questo

    c) in realtà lo schema classico “sa” dove è il tasso di interesse reale proprio perché lo definisce nell’incontro di domanda e offerta; è l’equazione del reddito che manca perché Y è fisso e quindi nemmeno serve.

    d) se c’è una crisi di fiducia i tassi DEVONO salire, se non altro perché è la circolazione monetaria che rallenta. Ma che centra?

    e)appunto, se non serve perché spingere per forza gli investimenti? Ma insieme a d) chiediti da cosa derivano le crisi di fiducia senza mettere in campo le banalità del punto a), e magari puoi capire hce le crisi hanno ragione di esistere.

    f) già, tanto i capitali per fare nuovi investimenti e crescere in qualità quantità e varietà cadono dalla Banche Centrali giusto? A che serve risparmiare? CONSUMIAMO TUTTO E TUTTIIII!!!
    Gli anni ‘70 hanno visto la stagflazione, queto non ti dice nulla?
    Continuare a abbassare i tassi toglie stimoli al risparmio, il che implica che sono le BC a creare capitali dal nulla, questo punto manca sempre ai keynesiani.

  1. 1

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