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Biofuel – Colonialists for Africa?

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December 15th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

In passato ho toccato il tema della politica agricola mondiale. Gli ultimi richiami erano legati alle risoluzioni dell’ultimo G-8, quei 20 miliardi di dollari in tre anni da investire direttamente in sementi e attrezzature per consentire lo sviluppo di una propria agricoltura in Africa, ed alle successive dichiarazioni del ministro Frattini, un invito a “mobilitare attori e risorse, sia in Africa che a livello internazionale, per favorirne le sinergie, includendo governi, istituzioni locali, settore privato, Ong, università”. Le mie perplessità su questa presunta “svolta” della politica agricola mondiale derivavano dalle posizioni di alcuni economisti, in particolare Dambisa Moyo, che argomentano contro le “politiche di aiuto” per l’Africa, e dalla “stranezza” che io rilevo sul fatto che siano proprio coloro che si proteggono dalla concorrenza africana attraverso la Politica Agricola Comunitaria (PAC) a proporre e promuovere questa “svolta”. Inoltre già il Doha Round di metà 2008 aveva mostrato, nella mia interpretazione, la palese volontà di proteggere gli “orticelli occidentali” dalla concorrenza asiatica e africana.

Adesso ho un altro tassello che, ritengo, possa dare una chiave interpretativa unitaria a tutto questo: biofuel made in Africa.

 

La notizia era sul Sole24Ore del 13/12, messa in tono sostanzialmente polemico in mezzo ad altre notizie riguardanti il vertice ambientale di Copenhagen. Esiste una corsa ai terreni africani per la coltivazione di piante assolutamente non commestibili ma utili alla realizzazione di biofuel, carburante di origine vegetale, tassello della “rivoluzione verde” per rifornire il mondo di energia “eco-compatibile” al posto dell’esauribile e sporco petrolio. Tale svolta è ben vista da molti anche come via per un riscatto economico, su base agricola, dell’Africa. L’articolista giustamente riporta che questa svolta rischia però di portare ad un elevato consumo di terra a discapito delle coltivazioni “commestibili”, con due effetti: un primo effetto già denunciato dalla Banca Mondiale di pressione sul prezzo dei prodotti agricoli (meno terreno per coltivarli, minor produzione, prezzi maggiori… alla faccia dei talebani della lotta alla speculazione), ed un secondo effetto di distruzione di alcuni habitat magari definiti “marginali” ma dove in realtà alcune popolazioni vivevano già in un proprio equilibrio con la natura, popolazioni quindi forzatamente “deportate”. Queste considerazioni sembrano preludere alla solita filippica contro gli ambientalisti le cui teste, vuote di qualsiasi conoscenza ambientale ma piene di presunzione sul bene degli altri, portano sempre a pasticciare qua e là per il mondo creando problemi nuovi e magari più grandi di quelli che si pretende di risolvere (si legga in tal senso anche l’ultimo ottimo pezzo di Silvano).

 

Io voglio invece utilizzare questa notizia per risolvere i dubbi che erano rimasti aperti negli articoli richiamati all’inizio. Riassumo le tappe.

A metà 2008 fallisce il Doha Round: avremmo potuto ridurre i dazi “occidentali” sul commercio di prodotti agricoli e industriali, utile per una UE che importa metà del proprio consumo alimentare. Con una palese “scusa” (una clausola, riconosciuta come marginale, posta dalla Cina) si è buttato l’obbligo di evidenziazione dell’origine dei prodotti e la possibilità di ridurre il costo della spesa alimentare pur di mantenere i dazi, il che significa che la protezione dell’orticello dalla concorrenza mondiale vale più di qualsiasi altra tutela sul consumo e sul potere d’acquisto. Allora la lobby dei “feudatari” si mostrò più potente delle altre, e le sovvenzioni che prende ingiustificate rispetto ad uno scontro sul mercato che viene in realtà evitato con barriere politiche.

A maggio 2009 il mondo conosce Dambisa Moyo: l’economista sostiene la capacità, in parte già dimostrata, dell’Africa di potersi risollevare senza “aiuti umanitari”, in realtà controproducenti per un perverso effetto di azzardo morale, e contando sulla propria emancipazione politica ed economica attraverso una imprenditorialità autoctona. L’economista avverte di star lontani dalla “buona volontà” degli enti occidentali, comprese varie ONG, che hanno l’interesse reale di mantenere in Africa uno stato di bisogno per giustificare la propria presenza o per dar spazio a rilevanti ingerenze economiche. Molti le danno addosso ritenendola nemica dell’Africa (peccato che, lei africana, fosse appoggiata anche da Kanayo Nwanze, africano, presidente dell’organismo dell’ONU per la promozione dell’agricoltura nei paesi poveri IFAD).

A luglio 2009 si tiene il G-8 del nostro “portatore nano di democrazia”: il vertice se ne viene fuori con questa nuova politica di investimenti agricoli in Africa per darle una propria forza agricola invece dei soliti, fallimentari, aiuti alimentari. Questo poteva sembrare in linea con la visione della Moyo, ma a me rimaneva il dubbio del perché puntare su investimenti diretti invece che su finanziamenti in una più coerente logica imprenditoriale (non c’è il nobel per il micro-credito, che io continuo a ritenere una boiata ma che è stato ovunque oggetto di plausi, ad indicare questa strada?), e inoltre del perché gli agricoltori protetti dalla PAC non fossero scesi in strada a protestare. Lì ho avuto il dubbio che si cercasse in qualche modo un supporto alla colonizzazione dell’Africa (a spese dei contribuenti ça va sans dir), quindi ben fuori da ciò che prospettava l’economista dello Zambia.

Ad agosto 2009 le esternazioni di Frattini: il ministro degli esteri di un paese aderente alla PAC invita a vedere l’Africa come un’opportunità di investimento. L’invito è una nuova conferma della tendenza “occidentale” a non voler lasciare che l’Africa si organizzi da sola, perché necessita stavolta di un aiuto “imprenditoriale”. Siamo chiaramente in una visione “coloniale”, fuori dall’ideale della Moyo.

Adesso abbiamo la visione di un’Africa nella cui agricoltura l’occidente vuol investire in modo importante, ma non per fini alimentari bensì per ottenere un biofuel utile sicuramente più all’occidente affamato di energia che al continente nero affamato di cibo.

Ritengo che questo sforzo imprenditoriale occidentale sia perfettamente in linea con quanto dichiarato in sede di G-8 perché si tratta di aiuto imprenditoriale in campo agricolo. È quindi in linea anche con il tipo di aiuti che si vogliono dare all’Africa (sementi e macchine). Ma soprattutto è in linea con il protezionismo della PAC, con le non-proteste degli agricoltori europei, e con gli inviti di Frattini. È in linea anche con quanto accaduto al Doha Round del 2008, dove è prevalsa la volontà di non facilitare il commercio agricolo-alimentare mentre adesso si parla di commercio agricolo-energetico. Ed ancora di più è una perfetta giustificazione dell’opposizione di Moyo e simili a questa volontà altruista “dell’occidente”: questo tipo di agricoltura è infatti “esogenamente imposta”, senza attinenza ad uno sviluppo “endogeno” dell’agricoltura africana che, date le esigenze del continente, andrebbe invece verso il settore alimentare in un probabile maggior rispetto degli esistenti ecosistemi (mi riferisco all’esempio delle “deportazioni” richiamate più sopra).

In altre parole ritengo che sia possibile tracciare un lungo percorso politico orientato al mantenimento di una protezione all’agricoltura “occidentale”, cercando però di sfruttare le risorse agricole africane (o meglio: la terra), quindi mascherando da aiuto imprenditoriale fintamente contro-producente (investimento in agricoltura africana) una specializzazione produttiva che in realtà all’agricoltura europea non fa alcuna concorrenza (piante per bio-carburanti). Ecco perché le spinte vengono “dall’interno” della PAC, e perché non ci siano proteste (tranne che in Africa). Ecco in che senso paventavo una minaccia colonizzatrice.

 

Sono un visionario? Forse. Ma c’è qualcosa in questo voler coltivare fuori patria piante ad uso meramente industriale e assolutamente non alimentare che possa ricordare passati episodi di colonizzazione? Non so… A me verrebbe da pensare a quell’India affamata e utilizzata dall’Inghilterra come fornitore imperiale di cotone, una coltura industriale senza alcuna possibilità alimentare… A  voi no?

No? Mi sbaglio? Dobbiamo riempire l’Africa di campi di cotone europei perché un lavoro vale l’altro? Ma non dovevamo aiutarli a coltivare peperoni? Siete forse ambientalisti amici dell’Africa come Bono Geldoff e Jovanotti?

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3 Responses to “Biofuel – Colonialists for Africa?”

  1. 1

    silvano Says

    Bel pezzo e ottima l’osservazione conclusiva: il parallelo con la politica coloniale inglese è veramente azzeccato. Lodevole riferimento storico.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Grazie grazie

    quanto s’era detto? € 10 per il commento?

  3. 3

    silvano Says

    15 euro iva, altrimenti ritratto tutto… ;-)

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