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Bischerate tra Keynes Debito e Austerity

October 26th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

È il modo più gentile che ho trovato per commentare due articoli del Sole24Ore del 14 ottobre: “bischerate”.

L’economia non è una scienza esatta, nel senso attribuito alla fisica, ed in fondo qualsiasi teoria si sposi si deve sempre scontare la probabilità di aver preso un granchio; questo vale anche per me. Però il modo di trattare certi argomenti permette di esprimere un giudizio sulla bontà delle conclusioni – che un giorno queste si rivelino esatte non metterà sullo stesso piano chi ci è arrivato con logica ferrea e chi ci è arrivato tirando i dadi.

L’argomento in discussione è il legame presunto tra crescita del debito pubblico e austerity.

 

Leggetevi il pezzo “Nei Paesi dell’austerity il debito continua a salire” (link introvabile). Le prime righe parlano degli sforzi “austeri” dei Governi PIGS + Francia negli ultimi due anni, e di come questo non abbia fermato la crescita del rapporto Debito/PIL come dimostrano i dati… dal 2007 a oggi. Ecco, ma come si fa a ragionare degli effetti di due anni di politiche con un confronto a cinque anni fa quando l’incipiente crisi ha lanciato gli Stati in piani di spesa anche pluriennali cioè l’esatto contrario di cosa sarebbe un processo di austerity? È come mettere tre litri di benzina in un serbatoio vuoto, poi osservare che la settimana prima nel serbatoio stavano dieci litri, e concludere che l’aver messo oggi benzina in realtà ha fatto perdere sette litri! Non ha più molto senso quanto detto dopo tali premesse. Appunto: Bischerate.

 

E si va al secondo pezzo L’austerità e la rivincita di Keynes. Anzitutto il mondo dovrebbe smettere di citare Keynes per darsi ragione dell’equazione “più spesa pubblica = più crescita e meno debito”, cosa che per Keynes aveva ragion d’essere limitatamente al fornire al sistema uno spunto di fiducia in una fase di difficoltà a patto di più che rientrare dal debito in una fase di espansione, cosa che nessun Governo ha in realtà mai fatto. Inoltre deve essere evidente che tale ragionamento in pratica identifica la crescita – e l’economia in generale – con la spesa pubblica e quindi nega i fattori tecnologici, privati, e concorrenziali a livello mondiale in cui in realtà siamo oggi immersi. Insomma è una analisi altamente parziale che non può permettersi di fornire alcuna prescrizione pratica.

L’articolo prende come buoni alcuni calcoli del FMI che, su dati storici (di profondità ignota) concludono per moltiplicatori della spesa pubblica tra 0,9 e 1,7. A parte il fatto che ci sono altri calcoli che fanno oscillare tali moltiplicatori tra 0,5 e 1,5, per cui non si spiega il favore per i dati FMI se non per il fatto che dicono quel che si vuol sentire, ma la stessa ampiezza del range di stima dovrebbe far sorgere qualche dubbio sull’affidabilità di tali stime. Il lavoro del FMI, come altri, parte dall’idea che l’osservazione dei dati permetta l’elaborazione di una teoria (quindi “teoria pratica”) con valenze generali nel tempo e nello spazio. Niente di più sbagliato, perché gli stessi dati presi in esame sottostanno alla volontà di confermare una certa conclusione preconcetta.

Un esempio astratto: guardando una variabile X che scende del 10% e volendola spiegare con una variabile Y che scende del 5% si presume che il moltiplicatore di Y su X sia di 2; anzitutto il nesso causale è qui imposto in modo arbitrario (perché non spiegare invece Y in funzione di X e trovare un moltiplicatore di 0,5?), ma l’analisi potrebbe trascurare un’altra variabile Z – semplicemente non rilevabile, o non rilevata, o volutamente ignorata – che che è la vera causa logica del 90% del movimento di X, per cui a dati completi Z spiega il calo del 9% di X ed Y solo l’1% cui corrisponde un moltiplicatore di 0,2…  Ripetendo l’esempio di cui sopra, è come se nel serbatoio di un’automobile al posto della benzina si mettesse acqua e alla mancata accensione del mezzo si concludesse che la benzina ferma il motore.

Insomma, la parzialità (pure incolpevole) dell’analisi comporta che il tutto sia quanto detto sopra: Bischerate.

 

Come se ne vien fuori? Per aggirare l’inconoscibilità dei fattori reali nonché incompletezza o imperfezione dei dati, tra cui anche i nessi di causalità, è opportuno far precedere la cottura dei dati da una analisi astratta in cui i nessi di causalità siano “controllati” (in quanto imposti) algebricamente.

Certamente se si chiedesse di fare stime teoriche con un modello ad un liberista (monetarista o perfino austriaco, se quest’ultimo avesse mai un modello algebrico in mano) sarebbe facile ottenerne attese di moltiplicatori della spesa pubblica insignificanti. Ma un esperimento è stato fatto su modelli post-keynesiani e neo-keynesiani da Cwik e Wieland (ne ho parlato qui l’anno scorso): questi modelli –  più raffinati rispetto alla rozzezza della prima stesura di Keynes formalizzata da Hicks – parlano di moltiplicatori significativi (per cui il deficit di bilancio si ripaga con una crescita del PIL più che proporzionale) solo sotto condizioni di comportamento degli individui particolarmente assurde, ed in generale di benefici di breve termine sotto forma di anticipazione di crescita futura che quindi, logicamente, in futuro mancherà; continuare nel gioco degli stimoli (in realtà: anticipazioni di reddito futuro) porterà ad un punto in cui non si potrà anticipare nulla e la spesa in deficit creerà solo… deficit. Nessun dubbio che, pur in un mondo Keynesiano, siamo già a questo punto?

 

Infine vale la pena fare questa considerazione: un discorso è guardare il rapporto Debito/PIL per tirare le bischerate preferite sull’espansività della spesa pubblica e sulla regressività dell’austerity, un altro è voler trascurare l’assurdità del dato molto curioso di debiti pubblici che crescono pur in – supposta – fase di austerity, che dovrebbe esser costituita soprattutto da tagli di spesa. Ad esempio in Italia si è parlato tanto degli ultimi anni di rialzi d’imposte e connesso aumento del gettito fiscale in assenza di veri tagli di spesa (perfino nell’ultimo anno Montiano); si può parlare quanto si vuole dei moltiplicatori e del rapporto Debito/PIL, ma ogni volta ci si “dimentica” che i PIL occidentali hanno subito colpi al ribasso ovunque e che quindi i problemi di per sé trascendono le singole politiche fiscali (l’inconosciuta variabile Z), e ci si dimentica che il Debito è comunque – ripeto: a gettito fiscale crescente – aumentato in termini assoluti. Questo non è un problema di moltiplicatori, è solo un assurdo logico e il continuare a vederlo sbandierato come una “dimostrazione degli effetti dell’austerity” invece che come un “indizio di mancata austerity” mi sgomenta (tra l’altro se il debito aumenta allora, Keynesianamente, gli stimoli ci sono stati!). E non rompete con la maggior spesa per interessi causa spread, che è un fenomeno molto più recente e per almeno un 60% tornata agli italiani.

Di austerity c’è stato solo il nome, e fare una questione sulla sua efficacia in un senso o nell’altro è quanto già detto: Bischerate.

 


2 Responses to “Bischerate tra Keynes Debito e Austerity”

  1. 1

    Mauro R. Says

    Interessante e analisi che condivido.
    Forse il problema di fondo non è tanto la relazione austerity-debito pubblico, quanto il fatto che il contenimento dei costi, come avviene anche in tutte le realtà aziendali, è una strategia di breve periodo che in realtà, in condizione di depressione, rimanda i problemi al prossimo governo e non li risolve. Bisogna intervenire sulla struttura e soprattutto sulla fiducia.
    Saluti!

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Il contenimento dei costi, inteso come revisione della spesa, ha caratteri strutturali e non è un semplice rimando al Governo successivo, altrimenti l’avrebbero fatto invece di alzare solo le tasse.

    Sulla fiducia, sono un po’ scettico perché non si vive di sola fiducia ma anche – come dici – di struttura: se hai solo telai per stracci con tutta la fiducia che vuoi non puoi produrre iPad, tanto per intenderci.

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