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Booga Booga: Stregoni dell’Economia!

July 17th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Un gentilissimo lettore di IHC, Vincenzo, si è esposto accusando gli economisti di essere niente meno che “stregoni”. Bastonata la pletora di scuole economiche (o sedicenti tali) e relative miracolose pozioni, Vincenzo ne ha avute pure per le formule magiche usate in finanza, ree di aver saccheggiato i risultati di altre discipline senza averne studiato i presupposti. Insomma, gli economisti sono stregoni, e pure un po’ ignoranti.

Cosa può rispondere questo sito di sedicenti (di nuovo) economisti? Io sono una voce del sito, e la mia voce risponde “hai ragione… in gran parte”.

 

Perché Vincenzo ha ragione? Ha ragione perché effettivamente sembra ci sia un’inflazione di sedicenti scuole economiche, teorie, e soluzioni alla congiuntura. In realtà tutte le proposte sono riedizioni o ricombinazioni di cose già dette qua e là nel passato, per cui la novità e la varietà delle soluzioni di solito è più “nell’incarto” che nel “contenuto”.

Ma non è questo a giustificare l’accusa di stregoneria. La definizione di stregoneria di solito emerge nei confronti di chi pratichi un qualcosa di esoterico, maneggiando forze o reazioni di non comprovata – ufficialmente – esistenza o validità (peli di gatto, mandragola, occhi di rana, sterco di porco, capelli, saliva, baccalà & porri, bestemmie), per derivarne conseguenze reali nell’esatta direzione decisa dallo stregone e di entità o forma “inaspettate” data l’esperienza comune (innamoramenti, malattie sconosciute, levitazioni, apparizioni di oggetti, cacherella fulminante…). In che senso gli economisti sono stregoni, allora? Sono stregoni quando mischiando un po’ di variabili economiche che siano o meno di policy – offerta di moneta, debito pubblico, spesa pubblica massiva, spesa pubblica specificamente indirizzata, modifiche sui diritti di proprietà, legislazione coercitiva sui più vari ambiti, redistribuzioni definite, ipotesi comportamentali, psicologia spicciola, accordi internazionali sul commercio, dazi, multe, frustate – sostengono di poter creare in breve tempo il paradiso (economico) in terra, o per lo meno in Italia.

 

Ma come nasce la stregoneria economica? Nasce nello stesso modo in cui si pretende di utilizzare un’equazione della termodinamica per modellizzare l’andamento di un titolo e ottenere una funzione che prezzi i derivati option: copi e incolli senza guardare da dove hai copiato, o meglio senza leggere le pagine che spiegano come si arriva a quella che vuoi copiare.

Walter, recente e volenteroso acquisto di questo sito, ha tirato giù un commento tra il serio e il faceto dei proclama della MMT (qui). Non voglio prendermela con l’MMT, sono solo quelli che recentemente fanno un po’ più rumore (in passato su IHC e altrove ne ho avute per Larouche, Latouche e ampiamente per tutta la famiglia dichiaratamene Keynesiana o socio-comunista… e pure per gli eccessi Austrodossi!). Temo però che, più che il lungo e divertente lavoro di Walter, sia stata emblematica la serie di commenti a difesa dell’MMT che ne sono seguiti: nella loro educatissima forma, che è comunque un pregio, hanno illustrato una composita policy che in pochi mesi renderebbe l’Italia il paese della cuccagna. Perché è stregoneria? Perché si tratta non di economia ma di desideri invocati con strumenti arbitrari. Walter ha mostrato alcune differenze tra quel che si vorrebbe tirar fuori dal cilindro e ciò che in realtà è più probabile che succeda. Il problema sta nel voler maneggiare a piacimento le grandezze macroeconomiche come moneta, tasso di occupazione, spesa pubblica e quant’altro, imponendo loro certe reazioni.

A ben vedere si tratta sempre della solita serie di ricette: lo Stato realizzi una serie di spese o faccia richiesta di “nuovi” lavori, e la ricchezza verrà fuori dal pentolone; le differenze tra “scuole” stanno in quali spese fare, quali lavori inventarsi, e decidere su chi scaricare almeno il primo giro di finanziamento a questa spesa, perché tanto a breve termine (se non istantaneamente, come nella scolastica versione del modello IS-LM) si creerà più ricchezza di quella spesa e quindi trippa per gatti per tutti! Ora, definire una teoria o peggio definirsi “scuola” perché nella comunanza di un rozzo approccio Keynesiano (con moltiplicatori fiscali grandemente superiori a 1) si propone l’universalità dell’assistenza gratuita al catetere piuttosto che l’incentivo all’edilizia, mi sembra del tutto eccessivo. Anche in termini di stregoneria, non c’è niente di fondamentalmente nuovo.

Tornando all’MMT, non sembra che i sostenitori si rendano conto di alcune ipotesi basilari “implicite”: pensare che con una “piena occupazione” si crei tanta di quella ricchezza (o meglio, reddito) da costringere ad importare beni perché all’interno non si sarà in grado di soddisfare la domanda, significa sussumere che il singolo euro speso dallo Stato abbia un effetto moltiplicatore sul PIL grandissimamente superiore a 1 a causa di processi di consumo a catena (il banale moltiplicatore Keynesiano insegnato a Macroeconomia I che relega il risparmio al ruolo di “peso morto”); ma ricordando l’analisi (Keynesiana) di Cwik e Wieland, questo significa anche sussumere una serie (poco realistica) di comportamenti individuali, derivanti da particolari profili psicologici (incapacità di prospettiva, illusione monetaria, e via dicendo). Se cambia un comportamento, il moltiplicatore crolla; queste sensibilità non sono nella disponibilità di alcun pianificatore (ma è vero che gli stregoni socialisti tendono a pervadere anche la sfera privata delle persone per “plasmarle” come meglio preferiscono; questo permetterebbe di auto-realizzare un bel po’ di “previsioni”). E questo senza considerare che finché il PIL è misura del reddito nazionale, pensare che questo superi la produzione di beni e servizi significa che il PIL supera se stesso (potete ridere).

Gli strumenti di analisi degli “stregoni” sono questo: relazioni causali arbitrarie, al pari dell’effetto di un occhio di rana bollito per ingenerare un attacco di stipsi a dieci chilometri di distanza. E questo perché si parte dal risultato desiderato, non dall’indagine di cosa stia all’origine dell’aggregato considerato: manca l’analisi dell’azione umana!

 

L’aggregato economico non è una realtà uniforme che si muove tutta assieme. Il consumo non è una massa di beni che si allarga o si contrae. Il PIL non è una massa di reddito che si muove elasticamente come un unicum se la spingi da un lato o dall’altro. Sono in realtà la somma di tanti comportamenti e decisioni individuali, azioni intraprese certamente guardando a cosa fa il proprio “vicino”, ma non coordinatamente o passivamente come parte di un “corpo” bensì come individuo che pensa a cogliere occasioni favorevoli per sé (e i suoi cari). Il “consumo” non esiste, esistono tante decisioni di consumo che dipendono da ancora più fattori in tanti modi diversi. Allo stesso modo non esiste “l’import”, ma esistono una serie di scelte: da una parte gli imprenditori qui e all’estero decidono di produrre una serie di cose e metterle in vendita a un certo prezzo, dall’altra i consumatori decidono se individualmente è migliore un certo rapporto qualità-prezzo o un altro, o se proprio di certe varietà di prodotto non se ne fanno di nulla, e così ognuno realizza il proprio livello di “import”; sommare questi risultati non significa avere un oggetto con sue proprietà (dimensioni, elasticità, causalità) ma solo avere la somma di quel che è stato deciso “scoordinatamente” da ogni individuo. E siccome si parla di persone, le ragioni delle scelte sono molte, spesso inafferrabili (anche dagli stessi individui), e incostanti nel tempo.

Questo vale nell’economia e pure nella finanza (le formule magiche): mutuare una funzione di “comportamento di un gas” per modellizzare l’andamento di un titolo, cioè l’effetto di una serie di scelte di individui variamente interagenti tra loro – fuori e dentro il mercato di quel titolo – è un buon esempio della mancanza di approfondimento di quanto stia a monte: atomi fisici invece di persone senzienti. È divertente che nel 2003, durante un master di finanza, un mio amico fisico già obiettasse ai professori l’incoerenza di modelli di pricing da applicare su un mercato di poche migliaia di trader ma costruiti su equazioni nate per studiare i movimenti di miliardi di particelle. D’altra parte il fisico è uno scienziato… e l’economista è uno stregone.

Tempo fa lessi un libro che ripercorreva il percorso intellettuale dell’astrofisico Stephen Hawking. In una pagina si raccontava che durante un’intervista Hawking sollevò una lettera fitta di calcoli e la mostrò al giornalista dicendo qualcosa come “Vede, questo mi ha scritto dicendo di aver trovato il segreto dell’universo. In realtà non sa niente di fisica ma sa solo maneggiare un po’ di algebra, e con questo pretende di risolvere in modo coerente un sistema di equazioni in fisica” (citazione abbozzata a memoria). In economia siamo un po’ a questo livello: c’è chi non sa di economia ma sa maneggiare un po’ di algebra, e con questo ritiene di “risolvere” sistemi di equazioni economiche e rispondere alle situazioni di crisi; c’è chi nemmeno sa far questo ma conosce un paio di relazioni storiche o intuitive tra macro-aggregati, e con questo pontifica di policy; e poi c’è chi non sa nemmeno le tabelline e si fa chiamare economista. Posso calcolare direzione e intensità della forza da applicare perché un carro armato vada dal punto A al punto B, ma la questione è molto diversa dal martellare e tirare il PIL perché si allunghi in proporzioni definite dalla classe A alla classe B; chi pensa di farlo, ha letto troppo Harry Potter.

Dato questo panorama, un Vincenzo qualsiasi come fa a non dire che “gli economisti sono solo degli stregoni”? Ancora peggio: come faccio a dargli torto?

 

Ma non tutti sono “stregoni”. Esistono vere scuole di economia e veri economisti – scienziati sociali – che sanno bene che la società è fatta di individui e che benché si possa misurare un risultato finale come totale di consumo, PIL e export, questo non significa assolutamente aver “creato” un’entità dotata di vita propria. Soprattutto, questi sanno di essere scienziati sociali, quindi molto diversi dagli scienziati naturali, e diverse dovranno essere le leggi che ricavano così come le prescrizioni di policy, e con esse anche i desideri che si possono esprimere.

Questo sito (pure con le ultime deviazioni neo-Keynesiane di Silvano), cerca di far passare questo messaggio.

 


16 Responses to “Booga Booga: Stregoni dell’Economia!”

  1. 1

    walter Says

    Ottimo :)

  2. 2

    Vincenzo Says

    Ringrazio per il rimando alla mia “accusa” di stregoneria :-)

    Devo però dire che l’autore, negando di essere uno stregone, poi lo fa, per esempio quando afferma

    “L’aggregato economico non è una realtà uniforme che si muove tutta assieme. Il consumo non è una massa di beni che si allarga o si contrae. Il PIL non è una massa di reddito che si muove elasticamente come un unicum se la spingi da un lato o dall’altro. Sono in realtà la somma di tanti comportamenti e decisioni individuali,…”

    I comportamenti umani in una società tendono ad uniformarsi a detrminati modelli, cosa che ben sa chi lavora in pubblicità (non è il mio caso, ma mi hanno fatto un breve corso).
    Non è certo valido per tutti, ma lo è probabilmente per l’80-90 % degli individui.
    Basta vedere come le donne di anno in anno decidono, tutte insieme, di vestirsi di giallo canarino o di rosso fuoco oppure di fucsia.
    Anni fa rubik divenne milionario vendendo per una sola estate o poco più il suo famoso cubo magico. Oggi probabilmente non lo si trova neanche in vendita eppure non è che come passatempo non sia divertente e intelligente o che abbia costi esorbitanti. Semplicemente la moda è cambiata ed è cambiata tutta insieme.
    Pertanto se il comportamento del singolo è imprevedibile non lo è il comportamento dell’insieme delle persone. Neila Tilogia Galattica Asimov lo aveva già ben descritto negli anni ’40 del secolo scorso.

  3. 3

    Leonardo IHC Says

    la tua osservazione non invalida quanto sopra. la “massa” non esiste comunque come un corpo unico, nemmeno se per qualche motivo tutti decidono di fare la stessa cosa: il punto è che ognuno decide per sé di fare quello che altri fanno, che è diverso dal considerare la “comunità” come un oggetto con un solo pensiero.

  4. 4

    Leonardo Says

    Ti faccio notare un’altra cosa: “uniformarsi”… se il 20% non si uniforma (tua stima), così come io non mi uniformo (ancora) alla moda dell’iphone, della Nike, degli emoticon, e tante altre, significa che comunque la “massa” uniforme non esiste, non hai comunque un aggregato “solido”, una sola “mente e sensibilità”. E tra l’altro, non mi dirai mica che la percentuale è stabile nel tempo eh…

    Non vorrei facessi l’errore di considere l’assenza di una “società” come oggetto “individuale e senziente” attraverso una totale dispersione delle scelte. Cluster di scelte sono sempre e comunque da attendersi, se non altro perché come diceva Sting “condividiamo una stessa biologia a parte le nostre ideologie”, e le abitudini (e tradizioni) giocano sempre e comunque un ruolo. Non confondere un risultato statistico (il 60% legge Rat Man) con una caratteristica strutturale a priori.
    Se vuoi buttarla sulla psicologia da bar (l’unica che posso permettermi), le tendenze a comportamenti individuali servono anche per darsi sicurezza (se lo fanno loro, va bene se lo faccio anche io), ed è un modo anche per affidarsi alle scelte degli altri quando mancano elementi di giudizio (se lo fanno tanti, vorrà dire che vale la pena). Ma da qui non discende assolutamente la “solidità” di un qualsiasi aggregato: l’individuo cambia anche idea, a volte per puro capriccio magari.

  5. 5

    Leonardo Says

    Però Bravo Vincenzo, mi hai fatto pensare anche a un’altra cosa. Hai certamente presente Orwell e Huxley e tutti quelli che hanno immaginato mondi futuri di soggetti incasellati e “guidati”, o meglio di società omogenee; tu citi Asimov ad esempio. Bene, in quelle realtà, a parte l’uso di strumenti di controllo mentale (allo si parla di coercizione, quindi il discorso che hai avviato non vale… anche una ciabatta in quel caso è paragonabile a un uomo), il sistema fa perno sull’informazione: siccome tutti sanno esattamente le stesse cose, e quel che sanno dipende dalla volontà di qualcun altro, gli individui posso ragionare liberamente ed individualmente, ma tendenzialmente arriveranno alle stesse conclusioni perché le informazioni di partenza sono per tutti le stesse, e l’effetto-rete del comportamento degli altri rafforza la decisione. Ma questo non toglie che ognuno pensi da sé e per sé, come accade in 1984 dove in effetti si cercano spazi di esistenza “originale”, e questa ricerca è tanto maggiore quante più informazioni diverse da quelle ufficiali si hanno.
    Allora – e il parallelo con il mondo moderno, lo sai fare da solo – se controlli l’informazione puoi controllare la società, ma non perché la società sia un unicum, bensì perché il pensiero umano e l’azione umana hanno alcune determinanti fondamentali (alla fine ognuno cerca il meglio per sé e questo generalmente implica non farsi del male) pur restando ognuno gestore del proprio pensiero.
    Esempio scemo: lo Stato paga i televisori a tutti; direi che tutti vanno e si portano via uno o più televisori. Tutti fanno la stessa cosa quindi la società è una massa gestibile perché “soggetto unitario”? No, semplicemente ognuno (singolo come singolo, non cellula di un corpo sociale soggetto a dinamiche “sociali”) non è fesso e ragionando per conto suo sa che se è gratis tanto vale prenderselo, al massimo se non serve lo tiri dalla finestra o lo tieni per scorta…
    Esempio scemo2: tutti i canali di informazione diffondono che il riso uccide; tutti smetteranno di comprare riso, ma perché elementi di una società? No, perché tutti hanno la stessa informazione (idiota) e agiscono di conseguenza per non farsi del male.

  6. 6

    Silvano Says

    @Leo
    Ma così descrivi le reazioni individuali come quelle di particelle sopposte ad una medesima sollecitazione. Il punto di Vincenzo è che non è necessario ricorrere all’olismo metodologico per descrivere i sistemi complessi o aggregare i dati in modo utile. E’ abbastanza ragionevole, non siamo atomi iposocializzati.

  7. 7

    Vincenzo Says

    Non sono un esperto di pubblicità, ne ho avuto solo una rapidissima infarinatura, ma so che fondamentalmente per ogni prodotto esistono quattro classi di compratori:
    1) il compratore medio, che guarda al giusto mix di prezzo e qualità
    2) quello che compra solo il prezzo più basso
    3) quello che compra solo il prodotto di più alta qualità
    4) quello che compra la prima cosa che capita e che quindi normalmente prende solenni fregature (prodotti ad alto prezzo e bassa qualità piazzati in prima fila sugli scaffali dei supermarket).
    Non ha quindi importanza che il signor Rossi decida autonomamente di passare da un gruppo all’altro. Per lui che va da 1 a 2 ci sarà un Bianchi che fa il percorso inverso.

  8. 8

    Leonardo, IHC Says

    @Silvano
    almeno tu, non leggere la singola frase fuori dal contesto dell’articolo!

  9. 9

    Leonardo, IHC Says

    @Vincenzo
    ma chi ti dice che il passaggio sia 1 a 1 ?!

  10. 10

    Silvano Says

    @Leo
    Ma infatti l’articolo mi sembrava andasse in direzione diversa rispetto agli ultimi post in calce.

  11. 11

    Leonardo, IHC Says

    Sylvan, non posso mica preambolare mille volte le cose che ho scritto non solo da altre parti ma dieci righe più su… l’individuo non è asociale, ma ancor meno è una cellula in un cervello collettivo!!! Però cavolo, se metti tutti davanti a un pasto gratis (o così pare) e tutti fanno la stessa cosa non direi che provi che la società sia una massa da dirigere appunto “in massa”, e in un primo commento ho ricordato l’imitazione come modo per superare carenze informative; ma di nuovo, questo non significa che la società esista “oltre” l’individuo.

    E poi ci sono già io asociale misantropo e malvagio che già dimostro la non omogeneità delle persone, no?

    @Vincenzo
    aggiungo al tuo criterio 1: mi dai una definizione di “giusto mix” valida erga omnes, così che possa modellizzare la società?

  12. 12

    Vincenzo Says

    @ Leonardo

    Non esiste un mio criterio, esiste un criterio che, alla lunga, ti accorgi che quasi tutti seguono.
    Non vorrei mischiar sacro con profano soprattutto parlando di cose di cui mi intendo poco, ma, per esempio, esiste una cosa che si chiama inconscio collettivo che poi altri non è, probabilmente, che la somma di una serie di esperienze che si sono impresse così profondamente nel nostro modo di pensare e che sono tali che, di fronte a certi stimoli, tendiamo a reagire in un certo modo.
    Faccio un esempio che probabilmente non è azzeccato al 100 % ma che credo spieghi abbastanza.
    Sappiamo tutti della curva di Laffer e dell’effetto depressivo che le tasse hanno sull’economia di un paese.
    Chiediamoci quindi se tutto ciò abbia un senso.
    Se osserviamo l’essenza delle tasse, liberandole dalla componente monetaria, esse significano che il contadino produrrà 10 quintali di grano per se e 10 per lo stato (ovvero per fare mangiare tutti coloro che di stato campano), che il produttore di vestiti farà 1 vestito per se e uno per lo stato e così via.
    Orbene in tempi antichi, quando non c’era la tecnologia ad aiutare l’uomo, c’era un limite fisico, quella dei muscoli del contadino o del tempo lavoro del sarto, che limitava la produzione possibile. Se il sovrano mandava lo sceriffo di Nottingham a depredare i contadini per far satollare la sua corte, i contadini morivano di fame, e quindi non producevano, oppure scappavano nella forsesta di Sherwood e quindi non producevano lo stesso.
    Oggigiorno questo limite semplicemente non esiste più; basta mandare un po’ più veloci le macchine. cosa di fondo fattibilissima, usare una mietitrebbia un po’ più grossa e così via. In altre parole io produttore di ricchezza vera non mi scontro, se non forse a livellli molto elevati, con un limite fisico alla mia capacità di produrre una quantità maggiore di beni se lo stato me ne chiede di più per omaggiare i suoi accoliti. Sì, forse l’avvocato ha un limite di tempo, ma tanto l’avvocato le tasse non le paga (anche perché lo stato non se ne fa nulla dei suoi consigli legali) e se anche, fittiziamente, le paga poi scarica tutto sulla parcella.
    Perché allora i produttori smettono di produrre quando si alzano le tasse oppure delocalizzano? Non c’entrerà forse l’imprinting che ci portiamo dentro dai tempi dello sceriffo di Nottingham?

  13. 13

    Silvano Says

    @Vincenzo
    eliminando la moneta dimentichi queste http://en.wikipedia.org/wiki/Corvée e tutta la leggerezza dei rapporti di lavoro nel mondo agragrio dal latifondo alla mezzadria che, prima della rivoluzione industriale, occupava tra il 60 e l’80% della popolazione.
    Inserendo la moneta il limite si chiama conto economico.

  14. 14

    Vincenzo Says

    @ Silvano

    Il conto economico monetario lo si fa tornare comunque, visto che è frutto di una convenzione come la moneta.
    Ad esempio, applicando agli estremi limiti la MMT lo stato stamperebbe tutta la moneta che gli serve per pagare stipendi, pensioni e quant’altro, i dipendenti pubblici userebbero quella moneta per comprare il pane e si potrebbe esentare il panettiere dal pagamento delle tasse. In realtà la tassa che pagherebbe sarebbe la riduzione del potere di acquisto della moneta ma il conto economico monetario tornerebbe eccome.
    Ribadisco, in un sistema industrializzato e tecnologico pagare le tasse può diventare un non-problema. Certamente, da un punto di vista etico non fa piacere vedere che ci sono persone che campano senza fare nulla, ma non vi sono limiti fisici, sono solo psicologici.

  15. 15

    Vincenzo Says

    Il mio affermare che gli economisti sono “stregoni” non nasce solo dall’osservare che ci sono ricette di tutti i tipi, ognuno buono a posteriori ammesso che si manipolino a sufficienza i dati.
    Relativamente alla crisi attuale si può infatti vedere che:
    – gli Austriaci affermano che vi è stata eccessiva espannsione del credito
    – i fautori della sovranità monetaria (es. Bagnai) affermano che la responsabilità è dei cambi fissi che non hanno permesso le svalutazioni competitive (semplifico molto ovviamente)
    – gli MMTers affermano che la responsabilità è del fatto che la moneta è emessa a debito e non stampata a volontà dallo Stato
    – i keynesiani doc asseriscono che la spesa pubblica non è cresciuta abbastanza in modo che il moltiplicatore facesse il suo effetto
    – i liberisti affermano che la colpa è della troppa burocrazia e che invece bisognerebbe liberalizzare
    Ognuna di queste “sette” porta i suoi numeri e i suoi grafici, o is uoi ragionamenti, a supporto della tesi
    e un lettore inesperto viene facilmente convinto.
    Quando ho iniziato a seguire i forum economici, circa un paio di anni fa, davo infatti alternativamente ragione agli uni o agli altri a seconda di cosa mi capitasse di leggere con più frequenza in un dato momento.
    Poi mi sono accorto di un fatto; che tutti quanti limitavano i loro ragionamenti all’analisi di numeri e avvenimenti relativi a periodi tutto sommato brevi, anche quando sembravano soffermarsi su periodi più lunghi. Io, che sono ingegnere, ho giocato per anni con le rappresentazioni grafiche e so benissimo che basta variare le scale di un grafico per cambiare completamente la percezione di un fenomeno. E so altrettanto bene che molti fenomeni si manifestano non immediatamente per un rapporto diretto causa-effetto ma hanno ritardi oppure necessitano della concomitanza di più fattori.
    Ho lavorato per 30 anni nella stessa azienda, una multinazionale americana, passata attraverso varie fasi; prima era una medio-piccola azienda indipendente, numero 2 nel suo settore, poi ha acquisito la numero 3 e l’ha incorporata, poi è stata acquisita da un’altra media multinazionale che successivamente l’ha ceduta ad un’altra molto più grande che la sta rigirando come un calzino più e più volte.
    Ogni volta, ad ogni passaggio, noi dipendenti abbiamo sempre dato spiegazioni al cambiamento osservando ciò che era avvenuto negli ultimi due-tre anni, anche perché è quello che la maggior parte delle persone ricorda.
    Il mio difetto è di essere dotato, per certe cose, di una memoria da elefante; dico che è un difetto, paradossalmente, perché spesso porta a non accettare le semplificazioni fatte dai propri manager e quindi a mettersi in contrasto con loro.
    In virtù di questo mio “difetto” a un certo punto mi sono messo ad analizzare gli avvenimenti sotto una prospettiva storica e arendermi conto che determinati problemi odierni affondano le loro radici nel lontano passato. Nel nostro settore (prodotti e servizi per l’industria), ad esempio, molto del valore aggiunto che vorremmo che il cliente ci pagasse è dato dalle capacità tecniche del personale commerciale che è responsabile diretto del rapporto con lo specifico cliente. In altre parole quella persona non deve essere solo un buon venditore ma anche un ottimo ingegnere.
    E’ abbastanza chiaro a tutti che quando una persona si trova, davanti al cliente, nell’alternativa tra fatturare di più oppure dare una risposta tecnicamente più valida tende a privilegiare la soluzione “fatturare di più”, soprattutto perché il suo stipendio dipende da quello.
    Per evitare che ciò avvenisse, all’inizio del mio impiego, c’era una forte dialettica tra personale commerciale (ma sarrebbe più opportuno definirli tecnici di campo) e i tecnici di sede che, attraverso appropriati strumenti, potevano bloccare i commerciali dalla “fattura allegra”.
    A un certo punto, e parlo di 20 e più anni fa, si ruppe l’equilibrio di potere interno tra i due gruppi, e il personale commerciale assunse la prevalenza. La conseguenza fu quindi un progressivo deperimento delle qualità tecniche del personale di campo seguita dall’altrettanto naturale conseguenza che i clienti iniziarono a non riconoscerci più il valore di un’assistenza tecnica di elevata qualità e quindi a richiedere prezzi sempre più bassi riducendo i nostri margini.
    Molti dei miei colleghi, più giovani, neanche conoscono quella fase di passaggio, gli altri più anziani non hanno la mia memoria da elefante e finiscono con l’attribuire il tutto al fatto che “ormai gli uffici acquisti dei clienti hanno preso il sopravvento sui tecnici operativi”. Ma così facendo dimenticano completamente il ruolo che ha avuto la nostra storia interna.
    Se quindi in un’azienda, per quanto di ragguardevoli dimensioni, ciò che avviene oggi è il risultato di scelte, siano esse state coscienti o involontarie o casuali, fatte 20 anni fa, si può forse pensare che lo stato economico di un sistema più complesso come quello di una nazione, sia il risultato di scelte fatte solo 5, 10 o anche 15 anni fa? Non sarà forse necessario andare a guardare più indietro nel tempo, a fatti ormai dimenticati inserendoli nell’analisi?
    E considerare nell’analisi anche certe determinate scelte politiche? Che ruolo hanno avuto per esempio nella storia economica dell’Italia gli accordi di Yalta che ne fecero paese di confine tra i due blocchi e quindi terreno di scontro tra di essi? L’Italia era un paese inserito nel blocco occidentale ma dove scorrazzavano agenti dell’URSS sia segreti che palesi (l’ex PCI). Invece la Finlandia, che oggi si distingue per eserre più rigorosa dei tedeschi, era un paese che in politica estera seguiva gli ordini di Mosca ma aveva totale libertà di manovra interna e in politica economica. Non pesano questi retaggi storici?
    Quando si analizza la II Guerra Mondiale è facile dire che Hitler e i nazisti erano dei pazzi e liquidare la faccenda là. Ma così facendo ci si dimentica che l’obiettivo dei tedeschi era la Russia e che prima c’era stato Napoleone. E vabbè, Napoleone era un po’ megalomane. Ma un secolo prima c’erano stati gli svedesi a farsele suonare a Poltava, e un altro secolo prima era stato l’esercito polacco a prenderle di santa ragione (a proposito, qualche anno fa alcuni miei colleghi russi mi definirono un Susanin; su wikipedia è riportata la storia di questo eroe nazionale, l’altro è Aleksander Nevskij, che, più o meno involontariamente, contribuì alla sconfitta dei polacchi).
    Può essere definito un caso per per quattro secoli consecutivi qualcuno abbia tentato di annettersi la Russia e questo nonstante i precedenti tentativi si fossero risolti in disastri?
    Non ci entrerà forse il desiderio di avere a disposizione la terra e le materie prime della Russia? E con la storia economica dell’Europa Occidentale questo non ha nulla a che fare? E il colonialismo e poi la sua fine non c’entrano proprio nulla con quanto stiamo vivendo oggi?
    Beh, forse se gli economisti ragionassero considerando anche la Storia riuscirebbero a non essere più degli stregoni.

  16. 16

    roundmidnight Says

    Il tema è interessante e la conversazione è brillante. Leggo con piacere e appena avrò tempo sarò lieto di partecipare.

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