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Breve Introduzione sul Potential Output

November 9th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
Prima di poter parlare di come il malinvestment possa influire nel calcolo dell’Output Gap, credo sia opportuna una breve introduzione al concetto di Potential Output.
 
È facile, leggendo le analisi macroeconomiche di accreditati centri-studi, imbattersi in stime del Potential Output (PO). Il significato del termine non è sempre univoco, e a maggior ragione risultano diverse le metodologie di calcolo.
Il PO risponde a un concetto generale di “PIL potenziale”, il che sottintende che l’economia non si trovi normalmente ad esprimersi appieno. Il concetto sembra, ed è, alquanto riecheggiante di aspirazioni keynesiane: se l’economia non riesce a esprimersi appieno, potrebbe essere (e per i più, è) opportuno uno “stimolo” (chiaramente da parte dello Stato); se l’economia si sta “surriscaldando”, potrebbe essere (idem) opportuno un freno (statale).

 
Sostenere questo è chiaramente sussumere keynesianamente che il capitale potrebbe trovarsi a giacere inattivo, magari per mancanza di stimolo da parte della domanda aggregata, ma essere anche immediatamente attivabile toccando i tasti giusti (moneta, tassi, spesa pubblica); in realtà significa pure che, a causa di spinte “statali” o “animali”, l’attività economica potrebbe addirittura spingersi oltre il potenziale (domanda aggregata eccessiva, ad esempio). Il termine “potential” quindi non definisce solo un tetto produttivo disatteso che legittima lo stimolo “esogeno”, ma piuttosto, nelle sue declinazioni più “evolute”, un vero e proprio livello del PIL cui far tendere l’economia sia dall’alto che dal basso, praticamente un GDP-target.
Le motivazioni di questo targeting sono semplici e chiare: se l’economia “gira” sotto al suo potenziale esistono risorse inutilizzate, produzione mancante, reddito non realizzato, e quindi uno stato sub-potenziale possibilmente foriero di deflazione (salvo l’eventuale apporto inflazionistico puro della Banca Centrale); se l’economia “gira” troppo, l’eccesso di reddito creerà pressioni da domanda sulla produzione reale con conseguenze inflazionistiche; se l’economia semplicemente “girasse” in linea con il proprio potenziale si realizzerebbe un equilibrio tra produzione e domanda derivante dal reddito prodotto, e quindi tendenzialmente un’assenza di pressioni inflazionistiche.
Nella pratica è accettato (forse interiorizzando in qualche modo l’attualità inflazionomica) che un sistema “in equilibrio” (nel caso in esame significa “con PIL a livello potenziale”) non abbia assenza di fenomeni inflazionistici, bensì inflazione costante, mentre i casi di “squilibrio” comportano accelerazione o decelerazione dell’inflazione. In linea con questo, alcuni parlano non di PO bensì di Non-Accelerating Inflation Output.
 
Stante questa cornice teorica dalle forti implicazioni politico-economiche, diventa cruciale la stima del PO. La scuola neo-keynesiana, principale proponente dell’analisi dell’Output Gap (OG, dato dallo scarto tra prodotto reale e PO), di cui ricordo i lavori di Galì, si lancia in formalizzazioni quanto più profonde possibile dei meccanismi di price/wage-setting, mirando a dare un fondamento economico all’intento di replicare, attraverso l’intervento statale (per lo più tramite la Banca Centrale), il teorico comportamento dell’economia in assenza di frizioni (in primis la vischiosità, soprattutto verso il basso, dei prezzi); sapere dove un regime di concorrenza perfetta porterebbe l’economia significa trovare “l’ottimo teorico” di produzione, appunto il PO, e settare politica monetaria e fiscale di consequenza.
Questo approccio è seducente (intervento statale per portare l’economia dove una perfetta fluidità del mercato, in qualche modo assunta a priori dai liberisti, porterebbe), ma in realtà sconta tutte le obiezioni opposte al socialismo (supposta superiorità conoscitiva del potere centrale e volontà impositiva di schemi di produzione e domanda via spesa pubblica e tassi di interesse) ed al positivismo più spinto (formalizzazione di comportamenti di massa con mire di fine-tuning politico-economico), oltre al fatto che sorvola il problema della composizione del prodotto concentrandosi sulla misura indistinta aggregata data dal PIL.
Altri approcci molto più semplicemente calcolano medie mobili sufficientemente lunghe sul PIL reale, definendo l’OG come lo scostamento del PIL reale da questo “trend” e ricavandone il corrente stadio del Business Cycle; indubbiamente questo approccio appare un po’ “artigianale” e “semplicistico”, soprattutto rispetto all’approccio di Galì (tralasciando per un attimo le dovute obiezioni).
 
Ma a una mente “liberista” e vieppiù “austriaca” servono i concetti di OG e PO?
Credo che per molti la risposta sia negativa, da una parte perché trascura la struttura della produzione e i rapporti di valore individuali, dall’altra perché tutto ciò che serve è sapere quanto lo Stato inflaziona l’economia, e come si evolvono PIL e prezzi dei vari asset, per sentenziare in merito al Business Cycle.
Per qualcuno la risposta potrebbe essere invece positiva, perché questa analisi rende possibile stimare quanto dell’inflazione sia “endogeno” (variazioni autonome della domanda o di altre variabili reali, ad esempio) e quanto sia “esogeno” (deprezzamento della moneta per eccesso di offerta, ad esempio), e quindi si rende possibile avere una intuizione in più sullo stato del ciclo economico.
 
Nel caso si accetti l’utilità di una analisi dell’OG, resta il problema del calcolo del PO, di cui intendo esporre in seguito assieme al problema del malinvestment.
 
 
 

3 Responses to “Breve Introduzione sul Potential Output”

  1. 1

    Conseguenze del Malinvestment nella Stima del Pontential Output at Ideas Have Consequences

    […] WordPress Clicca qui per Opzioni Avanzate « Breve Introduzione sul Potential Output […]

  2. 2

    Mercati Bimodali e lo Spettro Giapponese at Ideas Have Consequences

    […] Gli analisti di HSBC ricordano che perché si riduca il valore degli asset si può avere un incremento dell’inflazione (dei prezzi); questo incide sul valore reale degli asset, in quanto a parità di valore nominale questo è dato nei termini di una moneta che “compra meno beni reali”. In alternativa, in assenza di futura inflazione dei prezzi, è direttamente il valore nominale del titolo che dovrà ridursi. Quale delle due condizioni si stia realizzando è rilevante per un investitore: se il mercato è già depresso per le prospettive di bassa inflazione, si hanno speranze di guadagni (almeno nominali) futuri; se il mercato resterà “laterale” per deprezzarsi attraverso l’inflazione, si hanno prospettive di perdita reale. Soprattutto però queste considerazioni portano ad un’altra conclusione: la presenza di un output gap, o più semplicemente di un PIL sotto al suo potenziale nell’attesa di un suo recupero, non dice nulla di preciso sulla futura dinamica dei prezzi. Per la verità l’informazione stessa dell’output gap è controversa (se n’è parlato anche su IHC qui e qui), e si può pure filosoficamente disquisire se un’economia possa mai essere veramente lontana dal suo “potenziale” (se un’economia si contrae, potrebbe esserci una buona ragione); ma resta che durante una fase recessiva o di crisi (che mai sarà eterna) il risultato inflazionistico sui prezzi non è scontato. […]

  3. 3

    Dubbi di Inconsistenza sulla Taylor-Rule at Ideas Have Consequences

    […] Nella realtà la Taylor-Rule è un modo di formalizzare un comportamento discrezionale basato sul trade-off (centralizzato) tra PIL e inflazione dei prezzi, oltretutto affidandosi ad un esercizio statistico (calcolo del Potential Output e determinazione di un tasso reale “di equilibrio” – trasposizioni moderne di struttura del capitale e tasso di interesse naturale) che per quanto elegante e cool sia, cozza violentissimamente con i limiti di una conoscenza centrale dimostrati da Hayek e ripresi poi fin oltre la Scuola Austriaca e il regno macroeconomico (vedi Drucker). Alla fine la Banca Centrale opera “non neutralmente” nell’economia, può inflazionarla per poi deflazionare (o inflazionare più lentamente), e quindi reflazionare in più mandate, agendo sull’emissione di moneta o sul tasso di interesse, e quindi disturba sempre e comunque il calcolo economico di consumatori/risparmiatori e imprese. Che raddoppi la base monetaria e porti i tassi dal 4% allo 0,5% perché il Bernanke di turno oggi “crede” che si debba fare questo o perché una certa regola statutaria lo impone in base a certi dati statistici, non fa differenza: per volontà politica si svilisce la moneta ed il valore del tempo, e questo è sempre e comunque inflazionismo con conseguente business cycle. […]

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