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Calcio, Metafora di Economia e Società

July 3rd, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Io di calcio non capisco un tubo. Capisco che vince chi fa più goal, che una pedata nel ginocchio è un fallo, e che i mega ingaggi di alcuni si spiegano con la massa di pubblicità che catalizzano. Il Malefico Rossano, indirettamente richiamato in passato su questo sito, è invece un intenditore – o così mi pare; guardando insieme alcune partite mi ha parlato di come diversamente giochi l’Italia anche solo cambiando la punta (da Gilardino a Balotelli), come l’assetto di altre squadre (la Spagna, ad esempio) risentano molto meno del cambio di un singolo giocatore, e come il risultato finale possa anche travalicare le intenzioni del CT.

Mi è sovvenuta una analogia con alcune concezioni della società e di una sua espressione: l’economia.

 

Ho pensato a questo guardando Italia-Spagna, semifinale della Confederations Cup. Da quel che mi è stato fatto notare dal malefico Rossano, cambiare anche un solo giocatore come Balotelli comporta un funzionamento diverso di tutta la squadra, tale da “ingrippare” il fantastico gioco della Spagna. L’illazione di Rossano è che il CT italiano Prandelli abbia messo giù la formazione semplicemente costretto dagli infortuni, e che il CT spagnolo Del Bosque abbia pensato più alle intenzioni strategiche di Prandelli che alle conseguenze inintenzionali delle sostituzioni per infortuni. Nel parlare di questo, è venuto fuori che il gioco delle squadre di club spagnole è piuttosto omogeneo, mentre quello dei club italiani è molto più vario, il che implica che un cambio di giocatore nella nazionale italiana può comportare riassetti più profondi e meno prevedibili (legati anche alle contingenze del momento) di quanto ci si aspetti nel caso spagnolo.

 

Le mie letture economiche spesso travalicano nell’analisi della società. L’approccio austriaco è anzitutto un approccio “umano”, e l’economia è una espressione dell’umanità. La condizione umana è una condizioni di “scarsità” dei mezzi rispetto ai fini, e la filosofia sociale è una ricerca del modo migliore per gestire questa “scarsità”. Filosoficamente abbiamo un ramo “liberale” che si affida alla capacità dei singoli di organizzarsi spontaneamente nelle forme economiche o politiche più opportune, ed un ramo “socialista” che presume l’ottimizzazione della società da parte di un ente pianificatore. Nel primo ramo diviene importante la diversità degli individui quale motore dell’innovazione di processi, prodotti, organizzazioni e istituzioni; nel secondo ramo è importante l’omogeneità dei costituenti la società, perché questa possa venir guidata organicamente. La perfetta sostituibilità di una persona permette il raggiungimento dell’obiettivo pianificato e la stabilità del risultato socialista, ma diventa una perdita di soluzioni alternative in un ordine liberale spontaneo e imprevedibile.

 

Qui ho trovato l’analogia. Pensiamo al comportamento della squadra di calcio come ad un modello di funzionamento della società, in cui ognuno (i giocatori) a vario modo spera in un miglioramento della propria condizione che, tra l’altro, implica anche un miglioramento generale dell’ambiente che lo circonda (segnare goal, vincere la partita, o anche solo migliorare il gioco). L’aspetto sociale è dato sia dalla necessità di aver a che fare con altri, che dal fatto di non poter prescindere dalla condizione altrui. L’aspetto economico è dato dalla “scarsità” in forma di limitatezza del tempo a disposizione (90 minuti più 30 di supplementari) e dell’organico (11 giocatori più 3 sostituzioni con un set limitato di alternative) a fronte di una illimitata pressione dei bisogni (segnare almeno un goal più dell’avversario, che è un po’ il PIL di questa società).

In questo contesto, ognuno presta la propria opera nel settore in cui è più portato ad operare; questa applicazione dei “vantaggi comparati” è in realtà già distorta da una “richiesta” proveniente dall’unico “pianificatore” (il CT che decide: tu in difesa, tu in attacco, tu a destra…), ed assomiglia molto ad un contesto sociale con uno Stato che “domanda” certe prestazioni e può esercitare un qualche grado di coercizione. All’interno della cornice “pianificata” resta qualche spazio per l’iniziativa “privata”, cioè per organizzazioni spontanee del gioco dipendenti da fattori contingenti come la forma psicofisica del singolo giocatore, l’intuizione del momento, le azioni intraprese dagli avversari, e magari gli stimoli dei tifosi. Questa iniziativa “privata” può anche ribaltare le indicazioni strategiche del CT, che resta a bordo campo a urlare ma non può fisicamente imporre le singole azioni, e questo dipende certamente anche dalla varietà delle qualità portate in campo. In altri termini, in questo modello di società coesiste un indirizzo “pianificato” con una “libera” iniziativa fondata su elementi probabilmente nemmeno conosciuti dal CT e particolarmente legati al luogo ed al momento, qualcosa di molto simile alla “conoscenza di circostanze di tempo e spazio” evidenziata da Hayek. In ogni caso, gli obiettivi del CT e dei giocatori sono alquanto coordinati (tutti preferiscono vincere); quel che cambia può essere il modo di ottenere il risultato (la “politica” del gioco), non il risultato in sé (Governo imprese e lavoratori vogliono tutti che cresca l’attività economica).

Questa società è tanto più manovrabile dal CT quanto più i giocatori provengono da un ambiente omogeneo che già esprime il tipo di gioco richiesto dal CT; in un certo senso, ogni giocatore è anche veicolo di una serie di “tradizioni” (il gioco nei club) che si riflettono nelle azioni richieste al momento in campo. In caso di sostituzione di uno dei giocatori, l’omogeneità dell’organico permette di restare all’interno di un certo schema sociale. Se invece questa omogeneità manca, è ben possibile che l’organizzazione che si crea in campo – cioè il tipo di gioco – assuma caratteri di originalità endogeni dipendenti da chi effettivamente è in campo, quindi particolarmente più sensibili a peculiari “circostanze di tempo e spazio”, e come tali meno allineate alla “filosofia” del CT. La perfetta macchina da guerra organizzata dal modello spagnolo può pertanto risultare più rigida rispetto alle novità, variazioni, o addirittura devianze, del modello italiano, proprio perché i giocatori della società spagnola provengono da un ambiente (tradizione) più compatto ed omogeneo; improvvisamente, allora, un risultato scontato di supremazia spagnola previsto su dati storici si rivela contro l’Italia del tutto incerto fino all’ultimo momento (sono serviti sette turni di rigori per decidere il match).

Come nei due rami “filosofici”, da una parte si ha un maggior controllo sul comportamento della società anche grazie alla sicurezza del comportamento dei singoli adeguatamente “educati e vincolati” ad una certa condotta, mentre dall’altra si ha un maggior grado di indeterminatezza del risultato legata alla “varietà” delle qualità richiamabili ed attivabili direttamente – spontaneamente ed inintenzionalmente –  in campo senza preventiva “pianificazione”.

 

Poi l’Italia ha perso ai rigori.

 

Non voglio paragonare la squadra spagnola all’URSS e quella italiana ad un paradigma liberale. Sono e restano due squadre di calcio, e una partita non è uno scontro di ideologie né un modello di analisi economica, è solo una partita di calcio.

Però ho trovato divertente questa metafora; magari potrà venir ripresa anche solo a fini didattici o per puro sollazzo (oltre ad essere un modo per dire che l’Italia è arrivata a un passo dalla finale NONOSTANTE Prandelli e Balotelli).

 

 


1 Response to “Calcio, Metafora di Economia e Società”

  1. 1

    Vincenzo Says

    Nell’ultimo anno l’Italia ha giocato 3 partite ufficiali con la Spagna; una nel girone di qualificazione degli Europei 2012, finita 1 a 1, e che l’Italia avrebbe forse meritato di vincere, la finale degli Europei 2012, dominata dagli spagnoli che vinsero 4 a 0, e la recente semifinale della Confederations Cup, finita 0 a 0 e poi vinta ai rigori dalla Spagna e che forse l’Italia avrebbe meritato di vincere sul campo.
    Perché risultati tanto differenti? Perché nelle due partite pareggiate il CT Prandelli ha schierato la squadra, una volta per scelta l’altra forse più per necessità che per scelta ma comunque memore della precedente esperienza, con il modulo 3-5-2 che mette in seria difficoltà il gioco spagnolo. Nella partita stravinta dall Spagna l’Italia era schierata, per necessità, con il 4-4-2, modulo che esalta le caratteristiche della Spagna.
    La pianificazione è quindi fondamentale per l’ottenimento del risultato voluto, poi è ovvio che a far pendere il risultato da una parte o dall’altra c’è sempre la qualità dei singoli; insomma la squadra della parrocchia di Pozzo di Sotto, ammesso che esista, ne prenderebbe comunque sempre 20 dagli spagnoli qualunque modulo utilizzasse.
    Un paese ha bisogno di un guida così come un’azienda ha bisogno dell’amministratore delegato, perché non esiste l’armonia spontanea dell’azioine umana.
    Il rpblema è, tutt’al più, come si sceglie e quali compiti si affidano al governo del paese.

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