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Capitali Tornate a Bordo, Cazzo!

December 12th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

È il 4 dicembre, e sono sul Freccia Rossa per Milano. Mi offrono un caffè, un dolcetto, e un giornale (sono in prima classe chiaramente; poi i bilanci delle banche sono in rosso…). Prendo il Sole24Ore. Solita filata di argomenti e articoli inutili: primarie qui, Ilva là, polemiche sotto, spread sopra… Sono dovuto arrivare a pagina 18 per trovare una notizia di economia di qualche interesse sotto il titolo “L’FMI volta pagina: sì ai controlli sui capitali”.

Argomento generalissimo ed astratto? Che ci frega a noi comuni mortali? Ci frega, ci frega…

 

Dovreste ricordarvi di un pezzo di IHC di metà anno sull’autarchia finanziaria. Nel pezzo ragionavo sulla voglia di immunizzare l’Italia dalle turbolenza internazionali attraverso la detenzione del debito pubblico italiano in percentuali sempre più alte in mano di privati italiani. In pratica, quanto più sono italiani coloro che sottoscrivono titoli di Stato italiani – cioè quanto più è il risparmio italiano che finanzia lo Stato italiano – tanto più potremmo contare su una “naturale” tendenza comportamentale a tenersi in portafoglio titoli del proprio Stato (Home Bias), riducendosi così il rischio di fughe di capitali e/o rialzi dei tassi. L’autarchia finanziaria immunizzerebbe il Paese da crisi finanziarie esterne, alcuni dicono. Nell’articolo ho esposto come questo potrebbe rivelarsi un enorme boomerang: la mancanza di alternative estere riduce le pressioni (già indebolite per altre vie) alla disciplina fiscale, e in presenza di stimoli monetari/fiscali al consumo si creano i presupposti per un freno “austriaco” allo sviluppo economico senza poter sperare in “compensazioni” dall’estero.

Per quanto una qualche tendenza “autarchica” possa svilupparsi in modo naturale in una fase di crisi, il problema vero emerge quando un ente dotato di poteri politici decide di “guidare” il fenomeno. Appunto speravo “che i fan dell’autarchia finanziaria non [avessero] in mente di “incentivare” (leggi: imporre) questa tendenza. Dopo sei mesi vedo che quel che speravo non accadesse sta esattamente accadendo (ma l’avrò gufata?): il FMI abbandona la prescrizione “principe” della libertà di circolazione dei capitali ammettendo che in alcuni casi può essere opportuno porvi alcuni “controlli”, cioè un “freno”.

 

La lectio facilior, riportata dall’articolo, è che madame Lagarde è preoccupata delle bolle finanziarie gonfiate nei Paesi emergenti ed alimentate dai bassi tassi di interesse e dalla creazione di moneta nei Paesi occidentali (inflazionisti). Preoccupandosi della capacità di quei giovani sistemi finanziari di tener botta a tutta questa liquidità, il FMI comincia a vedere di buon occhio (temporanei) controlli sui movimenti di capitali, così da “graduare” l’apertura dell’economia ai nuovi afflussi.

La lectio difficilior che vi propongo è che il vero problema dell’organizzazione con sede a Washington e guidata oggi dalla francese Lagarde e ieri dal francese Strauss Kahn sia l’altra faccia del movimento dei capitali, e cioè che se ne stiano uscendo dai Paesi industrializzati. In effetti l’articolo cui mi riferisco riporta anche un paio di grafici, da cui è evidente che i controlli sui movimenti di capitali tra il 2006 e il 2010 sono aumentati nei Paesi a reddito medio-alto ed avanzati, rimando più o meno stabili nei Paesi emergenti e nei Paesi più poveri, e che in generale dopo un picco di liberalizzazioni nel 2007 sono via via incrementate le restrizioni su questi movimenti. Il FMI in altre parole si sta accodando ad una prassi, in qualche modo “ratificandola” (“giustificandola”, “santificandola”, sceglietevi voi il miglior gerundio). Se i capitali – i risparmi – escono dall’occidente, come diavolo si può continuare a finanziarie il debito pubblico nel suo lento (se mai ci sarà davvero) rientro agevolato da tassi bassi?

Ognuno si scelga la lettura che gli par più consona. Però ricordo che la tentazione dell’austerità finanziaria è piuttosto forte – ed ha un certo appeal politico che chi trova ragion d’essere nella raccolta del consenso non può ignorare – e che una rete di restrizioni sui movimenti dei capitali va esattamente nella stessa direzione: ogni economia si tenga più o meno i capitali che ha, chi è appetibile non raccolta fondi altrui e chi è in difficoltà blocchi l’uscita dei capitali. Dove non arriva il naturale “home bias”, arrivi la “legge”.

 

A metà anno la quota di debito italiano in mano straniera era scesa dal 47% al 40%, (si veda anche l’ultimo report della Mazziero Research pagg.5-7, che evidenzia come quel 40% in realtà comprenda più del 5% in mano alla BCE e quasi un 8% in investitori istituzionali esteri per conto di clienti italiani, per cui i detentori esteri “puri” sono neppure al 28% contro quasi un 47% di un anno prima). Nel mio pezzo di metà 2012 ho azzardato la previsione di un 30-35% per fine anno, e ora temo di scoprire di aver perfino sottovalutato la tendenza.

Su questo quadro si innesta la possibilità di un consenso ad altissimo livello, certificato dal FMI, sul “rafforzare ” e “congelare” la tendenza all’autarchia finanziaria attraverso i controlli sui capitali dietro la maschera della preoccupazione per le bolle nei Paesi emergenti (di cui non fregava un tubo a nessuno finché facevano al massimo da opificio per l’occidente).

Prima “chiuderemo” l’occidente, poi l’Europa, e subito dopo “chiuderemo” i singoli Stati? In pratica “la legge del menga”?

Mi sovviene un parallelo con i politicamente frazionato Medio Evo, i secoli bui di un’Europa fatta in pratica di città-Stato sostanzialmente autarchiche, mentre gli Imperi etiope e ottomano, il Regno dei Rasulidi, il Sultanato dei Mamelucchi e il Khanato dei Timuridi (di questi ultimi le gesta del condottiero Tamerlano sono cantate perfino da E.A.Poe) prosperavano in quanto commercialmente e finanziariamente aperti. Se aggiungiamo che una delle ragioni della decadenza dell’Impero romano in quella dispersione di piccolissimi regni fu il sistematico ed accelerato inflazionismo (via svilimento della moneta), forse è più chiaro come l’apparente ragionevolezza del nuovo corso del FMI sia in realtà un passo ulteriore a danno della cittadinanza occidentale.

 

Oddio, la digressione sul Medio Evo è una gufata anche eccessiva. Però dà l’idea se non dell’intensità almeno della direzione che le cose stanno prendendo.

Pensate ancora che di quella notizia a pag.18 non ci freghi nulla?

 


10 Responses to “Capitali Tornate a Bordo, Cazzo!”

  1. 1

    Ivan Says

    Bell’articolo!

    Perché non approdate sui social e vi pubblicizzate un po’? I vostri articoli meritano.

  2. 2

    Leonardo IHC Says

    Sei molto gentile. Su FB Silvano cura una pagina, ma non è che frequentiamo il medium (anzi, a me non piace). Sto cercando invece di ingolfare Twitter (e tra poco Silvano si unirà).

  3. 3

    Silvano Says

    Oggi sono particolarmente lasco: il debito pubblico non si rimborsa e nessun governo l’ha mai fatto. Si rinnova e basta. Non succedeva con il gold standard, men che meno succederà in un sistema fiat dove i titoli governativi sono il collaterale inesigibile della base monetaria. Togliamoci pure dalla testa l’obiettivo del rimborso, l’unico obiettivo che uno stato può perseguire è il rientro in una dinamica sostenibile in cui alla fine il Pil nominale cresce più rapidamente dello stock nominale di debito. Affinché ciò equivalga a maggiore benessere va da sé che deve crescere anche quello reale pro-capite.

    La Lagarde presiede un’istituzione il cui scopo in caso di crisi finanziaria e/o sovrana è in pratica quello di sovvenzionare il governo di turno perchè rimborsi i creditori internazionali più paraculati prima che rimangano col cerino in mano. Il cerino resta allo Stato (aka “contribuenti”) che dovrà willy-nilly rimborsare l’IMF. Tra privati si chiama bancarotta preferenziale. Detto questo e premesso che al di là delle dichiarazioni di prammatica una BC che non guarda e non interviene sul mercato dei cambi non esiste, temporaneii controlli sui movimenti di capitale in casi “desperados” tipo Islanda in cui ti devi reinventare una valuta partendo dall’esportazione dei merluzzi, secondo me, possono anche far parte del gioco assieme all’annesso corollario di effetti collaterali & unintended consequences. Alla fine può diventare un modo per imporre una tassa sotto forma di svalutazione reale degli asset finanziari detenuti a livello domestico. Non è il paradiso, né è un modello che può essere seguito contemporaneamente in ogni luogo. Diciamo che è sempre meglio del bolivarismo di Chavez o della roboante politica economica della Presidenta Kirchner. E di questi tempi non si può dare tutto per scontato..

  4. 4

    Biagio Muscatello Says

    Leonardo, è la legge del menga. L’avete voluto quel tipo di welfare (e non volete rinunciare)? Pagatevelo!

  5. 5

    Francesco Says

    Silvano, sai della mia assoluta ignoranza ma non mi manca la vergogna ( meglio la faccia di bronzo) per scrivere qui i miei dubbi da ‘gnorante.

    Ma se il debito non si ripaga ma si rinnova ( e a questo c’ero arrivato), dove sta la virtuosità di abbatterlo con cessioni patrimoniali a legislazione invariata, ovvero senza deflazione o riforme?

  6. 6

    Silvano Says

    Si riduce il rapporto debito / PIL agendo direttamente sullo stock e il bilancio pubblico è più difendibile da shock sui tassi di interesse. E’ importante ciò che si vende e come si vende: si dovrebbero alienare attivi che in mano allo stato hanno una redditività bassa – più bassa dei titoli del debito pubblico a medio-lungo termine che si intende riacquistare – e che invece possono essere impiegati meglio dai privati. Il razionale – in teoria – è un miglioramento della posizione di cassa dell’erario e un’incremento dell’output potenziale. In pratica le cose non vanno sempre così.

  7. 7

    walter Says

    In merito all’alienazione del patrimonio pubblico, vista la tendenza italiana a mangiare su tutto, la situazione migliore mi sembrerebbe la cessione ad un fondo, di proprietà del ministero del tesoro, collocato sul mercato le cui azioni siano poi liberamente acquistabili da chiunque… Sennò se dobbiamo farlo per “trattative private” finirà a schifo. La scelta di cosa alienare proposta da Silvano (confronto rendimento – costo dell’indebitamento a lunga scadenza) mi sembra invece ottima.

  8. 8

    Leonardo IHC Says

    @Silvano
    “Si riduce il rapporto debito / PIL agendo direttamente sullo stock” quindi si ripaga il debito (non si rinnova tutto, ergo una parte viene rimborsata).
    Che non sia praticamente mai accaduto, è un altro paio di maniche, ma le proposte sul tavolo “dicono” questo.

  9. 9

    Silvano Says

    Specifico: nessun governo ha mai proceduto al rimborso integrale del proprio debito pubblico. Nessun paese dal dopoguerra ad oggi e men che meno in un sistema fiat si è mai posto seriamente il problema di ammortizzare il debito pubblico espresso in valuta domestica in termini nominali, né questo è vissuto come un problema finché è rifinanziabile.
    Ciò non toglie che siano state fatte o vengano proposte operazioni di asset swap (riacquisto titoli a fronte di vendita di partecipazioni azionarie e/o patrimonio immobiliare).

    Ma neanche durante la cd “rivoluzione conservatrice” di Margaret Tatcher il debito pubblico in termini nominali è diminuito di uno iota; è diminuito in % del GDP (ergo la crescita del Pil nominale superava quella dello stock).

    Questa è la serie storica:

    http://www.ukpublicspending.co.uk/spending_chart_1900_2011UKp_XXs1li111mcn_G0t

    C’è un solo periodo di deflazione nominale significativa, quello post 1a Guerra Mondiale (1920-1923) in cui il governo britannico britannico si impegnò a riportare la sterlina alla parità prebellica. Peraltro nonostante il calo nominale il Debt/GDP ratio andò dal 150% a oltre il 180% visto il crollo dell’output conseguente al combinato disposto della stretta fiscale e monetaria.

  10. 10

    Silvano Says

    @walter:
    si è meglio un fondo, anche se a qualcuno potrebbe venire in mente di fare una conversione quasi-forzosa del debito… (magari con un bel rimborso dei BTP con quote di una patriottica “Patrimonio Italia SpA”, o sotto forma di simil-patrimoniale).

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