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Capitalismo Relazionale e Lacrime di Coccodrillo

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January 14th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC
 
Faccio riferimento all’articolo pubblicato su Giornalettismo riguardante il Capitalismo Relazionale, cioè quella rete di cointeressenze che in Italia (e in misura minore, pur non proprio trascurabile, all’estero) lega imprese teoricamente concorrenti o legate da rapporti di controllore-controllato (come in caso di finanziamenti). Lo spunto viene dall’ultima Indagine conoscitiva sulla governance di banche e assicurazioni dell’Antitrust italiano, secondo cui circa i 4/5 delle società italiane, tramite partecipazioni azionare o esponenti aziendali, sono intrecciate tra concorrenti e finanziati, ponendo serie minacce al meccanismo della concorrenza.
L’Italia, più che una repubblica fondata sul lavoro, è una oligarchia fondata sul conflitto d’interessi. Non ricordo la fonte, ma pare che questo stato di cose permei tutta la storia italiana, con buona pace di chi si fissa sulla ragnatela societaria di Sua Emittenza. Comunque mi sorgono delle domande: la tendenza alla commistione e all’annullamento della concorrenza è un fatto naturale del capitalismo? Esistono meccanismi di controllo autonomi? Lo Stato è causa o soluzione del problema? Lungi dal considerarmi esaustivo, provo a rispondermi.

 
Questo intreccio, invero molto “mafioso”, è chiamato Capitalismo Relazionale. Da parte mia contesto fortemente questa definizione, perché il capitalismo è un sistema di scambio di flussi da chi ha il capitale a chi ha l’iniziativa e le capacità di fondarci una attività economica al prezzo di un interesse riconosciuto al capitalista. È vero che anche un “pacchetto di conoscenze personali”, quindi di relazioni, può essere considerato un capitale, ma è anche vero che il capitalismo viene coordinato ai fini di massimizzare il profitto, quindi di “superare” i concorrenti, agendo sul mercato.
Questo discorso però non tiene conto del fatto che un imprenditore (che non è necessariamente il capitalista, che propriamente, come ci insegna Wicksell, è il risparmiatore!) vede sia il profitto che il rischio, e dipendentemente dalle proprie preferenze cercherà una soluzione che mentre massimizza il profitto riduce il rischio d’impresa, e di questo rischio fa parte la concorrenza. Allora ha ragione chi dice che è una legittima aspirazione dell’imprenditore potersi consociare a una concorrente per fissare patti di non belligeranza, dividendosi i mercati e fissando prezzi uniformi? Sicuramente è una tendenza esistente; che sia legittima è tutto da vedersi dipendentemente dal bagaglio etico che ci si porta dietro, ma questa conclusione non è una soluzione vera perché trasforma i fatti in giudizi di valore e rende quindi la questione arbitraria. Eppure è in forza di un giudizio negativo sui comportamenti “collusivi” tra imprese che è stato istituito l’Antitrust, un ente che deve saper riconoscere le lesioni del meccanismo della concorrenza e porvi rimedio (e si è visto che risultati!). Insomma, lo Stato avrebbe risolto con l’istituzione dell’Antitrust un fallimento del mercato.
Da quanto detto, il capitalismo deve prima o poi crollare su se stesso, perché pur basato sulla concorrenza è esso stesso che la distrugge. Prendendola larga, il capitalismo doveva fallire a causa della caduta tendenziale del saggio di profitto di matrice marxista; il ragionamento di fondo è viziato dall’errore di equiparare il prezzo alla quantità di lavoro contenuto nel bene e non al valore che il singolo acquirente riconosce al bene traducendolo in termini monetari di rinuncia ad altri acquisti, fattore dinamico dell’economia. Allo stesso modo pensare al capitalismo che muore naturalmente sotto il peso delle “relazioni” è un’idea viziata dall’aver trascurato un elemento dinamico come i nuovi imprenditori che, se i prezzi non sono a livello di “concorrenza”, può entrare sul mercato e distoglierlo dai produttori “collusi”, costringendoli a tornare a politiche competitive se vogliono sopravvivere. In questo modo sono i comportamenti anti-capitalistici che contengono la propria nemesi, e i prezzi tendono al loro minimo influenzato dallo stato della tecnologia, dall’apprezzamento da parte della domanda, e dal rischio imprenditoriale.
 
Se (teoricamente) il problema è così risolto, perché quel risultato dell’Indagine dell’Antitrust? Se la teoria è corretta, deve mancare un elemento o nel mondo reale ce ne deve essere uno un più, e in effetti uno in più c’è: lo Stato. Ora, non è che lo Stato sia solo un fattore negativo (nella mia miniarchica opinione è l’unico soggetto che può realisticamente gestire la Giustizia, nel senso di legalità, ed è un elemento fondante pure di un sistema di mercato), ma mi pare chiaro che se la teoria funziona senza Stato, e in un mondo con Stato esistono problemi, il colpevole è scontato. Il fatto è che lo Stato-apparato fa la legge e ne cura l’applicazione, ma lo Stato è fatto di persone, e le persone sono “corruttibili”. Se è in mano a un Ente la possibilità di “controllare” l’accesso al mercato, è facile che si intreccino cointeressenze in modo da rendere inefficace non solo la concorrenzialità effettiva sul mercato, ma pure quella potenziale dei possibili nuovi concorrenti. Non a caso, direi, si osserva questo brutto risultato italiano partendo dal settore bancario: questo è uno dei settori più regolati (lasciate stare le cretinate populiste di chi parla di un mercato finanziario senza regole, lo incolpano così della crisi perché della crisi non hanno capito o non vogliono far capire nulla), ed è stato un settore protetto in modo assoluto sia da difficoltà congiunturali (come ancora adesso) sia dalla concorrenzialità esterna.
Attualmente la protezione dall’esterno sarebbe finita, ma seguendo la politica si vedono bene le levate di scudi a difesa dell’italianità di questo o quell’istituto, così come si vede che il sistema va verso la concentrazione e i rari nuovi soggetti sul mercato sono emanazioni di qualcuno già esistente. Per quanto riguarda la stabilità del sistema creditizio, uno stretto controllo su chi entra o esce è “necessario” (insomma, è una scusa), e la massima stabilità si ha se i soggetti operanti restano sempre gli stessi; l’immobilismo aiuta la “stabilità” (nessuna guerra commerciale vera e nessun nuovo spregiudicato soggetto può così spostare larghe fette di risparmio privato e destabilizzare istituti meno solidi, che anzi devono venir recuperati dalle altre banche o dallo Stato). Con la scusa che il settore è “strategico”, quello bancario è diventato “non contendibile” ed è così diventato un crocevia di “relazioni”.
 
Alla fine lo Stato ha “dovuto” creare un Antitrust, cioè ha “dovuto” provare a risolvere situazioni patologiche per il fatto di aver fatto deviare un sistema economico (non solo bancario, chiaramente) dalla condizione concorrenziale: distrutto o impossibilitato un meccanismo “spontaneo” di controllo della concorrenzialità, si è cercato un surrogato. Lo Stato fa danni e poi si propone per la loro soluzione… Ci sarebbe da ridere, almeno finché non si realizza che i contribuenti vengono costantemente presi in giro.
Ma il problema non è lo Stato in sé, bensì chi ne estende lo spazio di intervento, cioè la Politica. Per questo io non parlerei di Capitalismo Relazionale, bensì di Politica Relazionale (cioè la Politica in sé, perché qui le relazioni sono fondamentali mentre dei programmi politici, come si è visto, si può pure prescindere).
L’economia italiana è difficilmente contendibile, e il ricambio politico è pressoché nullo. Non stupiamoci dell’acqua calda di questo comico (o patetico) Antitrust.
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4 Responses to “Capitalismo Relazionale e Lacrime di Coccodrillo”

  1. 1

    prometeo Says

    “capitalismo relazionale” :D ah ah ah fenomenale… non lo sapevo. Dove è stato battezzato così? In TV?

    Mi ricorda un episodio di quando ero bambino… a Quark si discuteva del perchè le foche s’erano estinte in Italia, il geniale etologo rispondeva letteralmente:”Ce lo può spiegare la famosa teoria dell’over-killing”. La famosa teoria dell’ “ammazzarne troppi”.

    Fenomenale?

    I 4/5 di tutte le imprese del mondo, nel medesimo settore, e non solo, tramite i sindacati azionari di controllo e con l’aiutino di qualche equity e fondo sono riconducibili alla medesima proprietà.

    […]lo Stato avrebbe risolto con l’istituzione dell’Antitrust un fallimento del mercato[…]

    Al solito… curiamo la cirrosi epatica con la grappa…

    […]Lo Stato fa danni e poi si propone per la loro soluzione…[…]

    Scava le buche e le richiude…

    Fare la spia e non avere il potere per far niente serve solo ad aizzare l’ennesima vampata di furore dei “proles”.

    La politica in sé coincide con il sistema e le sue regole. La politica in sé è il meccanismo delle nomine e dei partiti…. i programmi… i contratti con gli italiani… solo carta-chiappa. In italia come in tutti gli altri peasi del mondo.

    Obama è stato eletto istillando “hope” esattamente con lo stesso “pane e figa per tutti” a là Berlusconi-Veltroni.

    Il meccanismo secondo me, è sempre l’inverso. Il controllo delle elite del denaro, il potere efficacie, seleziona i politici, e quelli che arrivano ad essere eletti sono già ben selezionati alla fonte… per servire la causa, e la causa è il socialismo perchè il potere è solo socialista.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    era sul sole 24 ore
    ma su internet qualcuno usa il termine già da un anno

    poi vedere anche su giornalettismo

  3. 3

    libertyfighter Says

    Bell’articolo. Sei arrivato a conclusioni che definirei “scontate” (lo Stato a causa dei difetti concorrenziali), però spiegandole molto bene, il che può aiutare qualche non esperto di economia Austriaca. Quando mi propinano la balla del “settore strategico” per giustificare un intervento restrittivo da parte del governo, ho preso a rispondere che non c’è nulla di più importante e strategico dell’ ALIMENTAZIONE. Ed è proprio per quello che viene fornita dai privati. Tutti gli Stati che hanno provato a fornirla pubblicamente sono morti di inedia e successiva rivoluzione….

  4. 4

    Leonardo Says

    Il pezzo è appunto diretto a chi non maneggia le teorie austrofile… ma anche a tanti sedicenti austrofili.
    Quella dell’alimentazione me la segno, ottima!

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