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di Leonardo, Ihc
“Sapevamo dei programmi di acquisto di nuove aziende da parte di Stet-Telecom, ma sapevamo anche che non era né un diritto né un dovere del Governo intervenire nell’affare, perché la sua conduzione era e doveva restare di pertinenza esclusiva dell’azienda”. Ci voleva Fassino per avere una dichiarazione così garantista della libertà d’impresa? Ci voleva Fassino per dire che un Governo, pur proprietario del 61% del capitale di una impresa, deve astenersi dall’intervenire nelle decisioni del management (comportandosi praticamente come una banca che offra risorse ad un privato lasciando che questi decida cosa farne)? Ma questo è un campione di pensiero liberale!
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Ragioniamo per assurdo…
Supponiamo che esista un’ipotetica azienda di nome ARI (ma andrebbe bene anche una TEDIAS-ME) che produce un qualsiasi bene o servizio. Come per qualsiasi azienda, il prezzo del bene/servizio dipende in modo decisivo dall’apprezzamento che questo riscuote presso i consumatori in relazione alle capacità produttive dell’azienda.
Ne consegue che è nell’interesse dell’imprenditore scegliere i fattori produttivi migliori (nei limiti del rapporto tra il costo della produzione e le prospettive di guadagno), perché questo incide direttamente sulla qualità del prodotto e quindi, per forza di cose, sul grado di apprezzamento presso i consumatori.
Poniamo quindi che l’azienda cominci a lavorare in questa ottica e raggiunga un qualche “equilibrio” tra prezzo qualità e apprezzamento da parte dei consumatori.
Poniamo poi che, da un certo momento, l’imprenditore della nostra ARI cominci a far ricoprire vari posti di lavoro da fanciulle sulla semplice considerazione che queste siano sufficientemente avvenenti e disposte a concedere in cambio prestazioni sessuali.
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di Andrea, Ihc
Hoppe si definisce subito un apriorista in contrapposizione con gli empiristi e pone alcuni esempi di quello che possono essere considerate le “teorie a priori”.
"Nessuna cosa materiale può essere in due posti diversi allo stesso momento. Due oggetti non possono occupare lo stesso luogo. Una linea retta è la linea più breve tra due punti. […]Implausibilmente, gli empiristi tendono a denigrare tali proposizioni come mere convenzioni linguistico-sintattiche senza alcun contenuto empirico, ovvero “vuote” tautologie. Contro tale visione e d’accordo col senso comune, io invece riconosco che queste stesse proposizioni asseriscono alcune semplici ma fondamentali verità circa la struttura della realtà. E, ancora d’accordo con il senso comune, considererei mentalmente confusa una persona che volesse “provare” queste proposizioni o riportasse “fatti” che le contraddicono o si distaccano da esse. Una teoria a priori vince sull’esperienza e la corregge (così come la logica comanda sull’osservazione), e non viceversa."
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di Andrea, Ihc
[…] studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera.
Dante, Purg. XXVII, 62-63.
Occorre guardarsi dal prendere la paglia delle parole per il grano delle cose.
Gottfried Wilhelm Leibniz
La nostra epoca ha partorito un grande mito: quello dello Stato concepito come realtà sopranuotante agli individui; più buona, più giusta, più potente degli individui, a cui dovrebbe tendere la mano per renderli migliori.
Oggi molti agiscono in nome dello “Stato” con la convinzione di agire in nome di un ente reale. Questo convincimento ha a che fare con la mitologia; esso muove da un concetto che, pur non avendo substrato empirico, è tanto radicato che lo si accetta quasi senza accorgersi di obbedire a un mito.
Bruno Leoni, Lezioni di dottrina dello Stato, Soveria, Rubbettino, 2004.
Come non accorgersi del difficile momento storico che noi, come italiani, come europei, come – concedetemi di apparire politicamente scorretto – cittadini del mondo civile stiamo vivendo. Nell’ultimo anno sono state diverse le pubblicazioni di economisti, sociologi, intellettuali di varia estrazione che hanno affrontato la crisi del nostro essere europei ed occidentali[1]. Significativo che Alessandro Baricco e Marcello Veneziani mettano come parola chiave dei loro ultimi lavori il sostantivo “barbari”[2]. Ma così come non furono i barbari a significare la fine del mondo antico, non sono oggi i nuovi barbari a produrre e determinare il collasso del nostro mondo. E’ il nostro mondo stesso che ha deciso, come più volte ha voluto disperatamente far notare la ossimorica – in essa convive la pesantezza drammatica di un titano e la levità di un bimbo – figura del santo padre Benedetto XVI[3], di suicidarsi. E’ una decisione non di oggi, stiamo semplicemente assistendo al tirare le somme di un lungo processo. Un processo davvero lungo e complesso le cui tracce alcuno le ravvisa nel 1789.
E’ sicuramente per tutto il nostro secolo – anche se iniziato ormai da più di un lustro non riesco a considerare questo che stiamo vivendo un nuovo secolo – che gli animi più sensibili ed in particolare quelli che hanno assistito alla tragica finis austriae, morte di quel mondo che :«incompres(o) e ormai scompars(o), che in tante cose fu modello non abbastanza apprezzato»[4]denunciano nei loro dolenti e malinconici racconti e romanzi. Leggete Joseph Roth, leggete Sandor Marai: ravviserete una tragica attualità.
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"Migliaia d’anni fa un uomo riuscì a scoprire il segreto del fuoco e forse lo bruciarono con quel legno che egli aveva insegnato ad accendere, ma lasciò all’umanità un dono insperato e con esso liberò dal buio la terra. Durante i secoli altri uomini mossero i propri passi su vie nuove, animati soltanto dalla loro intuizione. I grandi creatori, pensatori, gli artisti, gli scienziati, gli inventori rimasero soli contro gli uomini del loro tempo. Ogni nuova idea era ostacolata, ogni invenzione bandita, ma ciascuno di loro andò avanti, lottò, soffrì e pagò, ma vinse. Non era mosso dal desiderio di piacere alla folla. La folla odiava il dono che le era offerto, ma lui cercava la verità, lo scopo era soltanto la sua opera, non chi ne usava, la sua creazione non i benefici che gli altri ne traevano, la creazione che dava forma alla sua verità. Perciò la sua verità la metteva sopra e contro tutti gli altri. Andò avanti, sia che gli altri volessero seguirlo o no, solo con la sua integrità per sola bandiera. Non servì niente e nessuno. Visse solo per sé. E solo vivendo per sé poté realizzare le opere che formano la gloria dell’umanità.
E’ così che è avvenuta ogni conquista. L’uomo è nato inerme, ha un’unica arma, la sua mente, senza di essa non potrebbe sopravvivere. Ma la mente è un attributo dell’individuo, non c’è e non si può concepire una specie di cervello collettivo. L’uomo che pensa deve pensare e agire da sé. Come può lavorare se è sottoposto a costrizioni di ogni genere? E’ impossibile subordinarlo a bisogni, opinioni o desideri di altri. Nessuno ha il diritto di sacrificarlo.
Chi crea si basa sul proprio giudizio. Il parassita segue l’opinione degli altri. Chi crea pensa, il parassita copia. Chi crea produce, il parassita ruba. Chi crea si volge alla conquista della natura, il parassita alla conquista degli uomini. A chi crea, va data indipendenza, egli non comanda e non serve nessuno. Tra lui e gli altri c’è un libero scambio, una libera scelta. Il parassita cerca il potere e tenta di livellare gli uomini in una condizione comune, in una comune schiavitù e pretende che l’uomo debba essere uno strumento ad uso degli altri, debba pensare come pensano gli altri, agire come gli altri, che debba annullarsi in una servitù senza gioia.
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Il profetico Friedrich Engels, teorico del comunismo, sapeva che la storia si evolve per stadi, successivi l’uno all’altro. A stadi passati seguitano stadi sempre più vicini a quello che è il fine ultimo della Storia. Esiste uno stadio che è dunque necessariamente ultimo poiché nessuno altro può seguire.
Il profetico Engels sapeva che la storia si evolve per stadi. Infatti, nel 1878, scrisse a proposito della guerra franco-prussiana, conclusasi sette anni prima, che “una svolta di tutt’altra importanza rispetto a tutte le altre precedenti è avvenuta” nella storia della guerra. “Le armi hanno raggiunto un tal punto di perfezione che non è più possibile un nuovo progresso che abbia un qualche influsso rivoluzionario. Se si hanno cannoni con i quali si può colpire un battaglione ad una distanza che permette appena all’occhio umano di distinguerlo e fucili che hanno la stessa efficienza avendo come bersaglio un singolo uomo e nei quali il caricare prende meno tempo che mirare, ogni progresso ulteriore è più o meno irrilevante per le operazioni belliche campali. L’èra dello sviluppo è quindi essenzialmente chiusa in questa direzione” Engels, Friedrich, 1820-1895: Herrn Eugen Duhrings Umwalzung der Wissenschaft
Il profetico Engels sapeva che la storia si evolve per stadi. Beato lui…


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Diverse concezioni del diritto, diverse concezioni dell’uomo.

Quando parliamo di diritto o di diritti spesso non ci troviamo d’accordo. Così anche i teorici del diritto. Soprattutto se si rifanno a tradizioni dottrinarie differenti, o addirittura confliggenti.
Una
summa divisio vi è, innanzitutto, tra
giusnaturalisti e giuspositivisti. Fra sostenitori del
diritto naturale e sostenitori del
diritto positivo. O,
rectius, fra coloro che affermano l’antecedenza e la preminenza del diritto naturale e coloro che invece le negano fino a mettere in discussione la sua stessa esistenza.
Questa fondamentale ripartizione del pensiero giuridico deriva da una diversa, anzi: opposta concezione dell’uomo. Se, infatti, i primi vedono
l’uomo come di per se dotato di diritti inalienabili; i secondi lo vedono come
suddito cui i diritti possono solo essere
graziosamente concessi (e, quindi, revocati)
dal sovrano. Se per i giusnaturalisti l’autorità assoluta è ultraterrena, per i giuspositivisti è terrena. Se gli uni parlano di ragione natura Dio, gli altri cianciano di volontà artificio legislatore.
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Ecco a voi il nuovo sondaggio per la settimana a venire. Il tema non poteva altro che essere lui: il miglior amico del consumatore.

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Sono passati centocinquantadue anni da quel 1° luglio del 1855 giorno in cui, all’età di cinquantotto anni, si spense Antonio Rosmini Serbati. Morì sereno nella sua Stresa a due passi dalle Alpi sul lago Maggiore dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita dedita alla meditazione e alle opere di carità.
Era nato a Rovereto ma giovanissimo si trasferì a Padova dove svolse i suoi studi di teologia e medicina: a ventiquattro anni fu ordinato sacerdote.Aveva uno scopo principale, come lui stesso afferma in una sua lettera, quello di “riordinare le menti tutte disordinate e sconvolte dal guazzabuglio di dottrine sparse per tutto, massime dagli scrittori della Rivoluzione”. Per raggiungerlo ingaggiò un’incruenta ma tenace lotta contro l’Empietà allora come oggi dilagante. Trovò sostegno e incoraggiamento in papa Pio VII che, in questo assai lungimirante, intuiva l’opportunità di buoni scrittori e filosofi. Perché, diceva, gli uomini bisogna “prenderli con la ragione e per mezzo di questa condurli alla religione”.
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Dietro la difesa - oserei dire apologetica - dell’economia di mercato senza se e senza ma non c’è soltanto una considerazione di ordine economico, ma anche e soprattutto una considerazione di tipo morale. Si tratta dell’opzione a favore della libertà.
Libertà - insieme a poche altre come: amore giustizia verità - è parola fra le più oltraggiate. Nata, come si evince dall’evidente etimologia latina, con un significato ben preciso (condizione di non schiavitù) di carattere negativo e individuale, ha poi assunto nelle bocche e negli scritti degli empi i più svariati e arbitrari significati (di carattere positivo o collettivo) fino ad identificarsi nel suo opposto (la schiavitù).
Il primo adultero fra i moderni fu Hobbes che, nel suo De cive, definì libertà la facoltà di fare tutto ciò che risultasse necessario per la propria sopravvivenza; in seguito si accodarono altri che, di volta in volta, la definirono più o meno sfacciatamente con autodeterminazione dei popoli, emancipazione dal bisogno, partecipazione al potere. Così dalle ceneri di Westfalia nacque e prosperò lo Stato moderno; che della libertà è la negazione istituzionalizzata. E così i sedicenti liberali presero a vagheggiare improbabili limitazioni di potere concependo la libertà meramente come la facoltà dell’individuo di fare tutto ciò che non è vietato dalla legge emanazione del sovrano (monarca o parlamento che sia).
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