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di Leonardo, IHC
Il FMI si è trovato, per un po’ di tempo, seduto in disparte e pure deriso per il suo passato. Ma Strauss sta scrivendo un gran valzer perché il FMI torni a ballare là, sulla scena, in primo piano, con l’approvazione quanto più vasta possibile di Governi e guru dell’economia. Chiaramente lo Strauss in questione non è nessuno della famiglia di musicisti viennesi, e neppure il tedesco Richard, bensì Dominique Strauss-Kahn, e il valzer in questione non ha niente a che vedere con l’arte tersicorea, bensì riguarda il divincolarsi delle posizioni del Fondo (e del capo della ricerca, Blanchard) dalle storiche posizioni liberiste (mah!) per flirtare con posizioni più “aperte” e “possibiliste” verso una politica economica più attiva e, si può dire, keynesiana.
E con questo, siamo completi.
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di Leonardo, Ihc
I russi hanno provato a costruire un sistema anticapitalistico, negando dinamiche imprenditoriali e ruolo della moneta; poi il comunismo è miseramente fallito. Adesso i russi vogliono sfruttare le reazioni proprie degli imprenditori di fronte al credito e ai tassi di interesse, e comandano la moneta con una spregiudicatezza che dilania il senso comune: se l’espansione monetaria crea crescita economica ma pure inflazione, basta ignorare la seconda e il saldo è sicuramente positivo.
Alla fine il trade-off crescita/inflazione (la maggior crescita viene pagata con maggior inflazione) può essere visto come il risultato di un giudizio di valore (in fondo così è nell’ortodossia economica), quindi meno peso si dà all’inflazione, più crescita ci si può permettere di stimolare. Geniale? No, fallace.
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di Leonardo, Ihc
È finalmente nata l’Unione del Mediterraneo (UMED), una nuova organizzazione che raccoglie i paesi del Sud Europa, del Magreb, e parte dell’Asia Minore, che insieme alla UE in un certo senso ricompatta l’impero di Traiano (con l’aggiunta della non più barbara Scandinavia). Dopo l’osanna di rito alla grandeur del Gallo Sarkozy, possiamo chiederci a che serve questo Club Med e se ce ne fosse bisogno.
Alcune interpretazioni vedono questo sfrozo diplomatico come una trovata praticamente ad uso e consumo della Francia, motore del processo, volta a farle attribuire un peso internazionale maggiore che possa venire speso in ambito UE. Chiaramente è troppo poco come spiegazione.
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di Leonardo, Ihc
La Cina cresce costantemente, e conta circa un quarto della popolazione mondiale. La sua crescita è tanto forte da comportare continue correzioni al rialzo dei dati storici del PIL. Non si sa realmente quale capacità economica possa esprimere, ma intanto si sa che sta progressivamente sostituendo gli USA come importatore dai paesi asiatici, e probabilmente tramite triangolazioni anche dai paesi dell’Oceania. A loro volta i paesi asiatici stanno sempre più accentrando l’outsourcing di Europa e USA. Le dinamiche di prezzi e salari, così come rivendicazioni politico-sociali più ampie, sono state finora ben addomesticate dalle dittature statali, di cui la Cina è campione, e questo deve certamente avere un ruolo importante nell’evitare che il reddito prodotto si trasformi in consumo e costi di produzione invece che nel famoso o famigerato risparmio asiatico privato e soprattutto pubblico.
Questa crescita è stata finora permessa da generose iniezioni di liquidità dalle economica “occidentali”, che hanno sviluppato una aspettativa (o pretesa) di standard di vita e welfare statale non più sostenibile dall’interno. Il “campione” in questo caso sono gli USA.
Si dice che la Cina abbia bisogno della domanda USA, perché non ha una struttura economica sufficientemente solida (cioè non ha sufficiente domanda interna). Ma noi abbiamo una situazione cinese regolarmente sottostimata, quindi in realtà non sappiamo quanto la Cina sia lontana da una dimensione economica critica che renderebbe gli USA “utili” ma non più “indispensabili”, se non addirittura una potenziale “preda” economica. Cosa potrebbe succedere allora?
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Ci hanno provato in lungo e in largo. Da tutti i versi possibili. Prima pagandoli per produrre di più, dopo pregandoli – continuandoli a pagare – di fermarsi. Prima incentivando l’industrializzazione agricola, poi spingendo per un ritorno all’
Arcadia Greca. Cinquant’anni fa parlavano di competizione – evidentemente in stati psicofisici alterati – e dopo trent’anni si ritrovavano in giro per tutta Europa (leggi Francia) mucche talmente rosse, che più rosse non si può. Si, fondamentalmente è così:
le uniche vere vincitrici sono loro.
Le Mucche. Sembra strano affacciarsi nel nuovo millennio, ed osservare che una delle economia tra le più ricche e sviluppate del pianeta ha al suo interno
un piccolo grande piano quinquennale dalle origini losche e dagli effetti ancor più oscuri. Sembra strano, ma è proprio così. La Politica Agricola Comunitaria è questo e ancor di più. Indubbiamente, è
l’esempio più eclatante, nel suo insuccesso, del Socialismo Economico Comunitario.
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