Archive for the 'Politica' Category

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Osservando l’evoluzione della politica tedesca e francese assieme a quanto si paventa attualmente per l’Italia, mi è tornato in mente uno strumento concettuale, trattato all’università con una certa rapidità, che potrebbe essere utile per desumere dall’attuale contingenza politica qualche indizio sulle implicite aspettative economiche.
Lo strumento in esame è il “teorema dell’elettore mediano”: una volta classificato il corpo elettorale lungo una qualche dimensione, ci si può aspettare che gli elettori si distribuiscano in un modo più o meno regolare attorno ad una mediana; i due candidati (o partiti, o schieramenti) del caso, posizionatisi a sinistra e a destra della mediana, tenderanno a rivedere le proprie posizioni “verso il centro”, o meglio verso la mediana, essendo questa area elettoralmente più numerosa delle “code” che si vengono intanto a perdere. Il risultato sarà che i programmi dei due candidati finiranno per assomigliarsi od essere essenzialmente uguali.
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Sicuramente tutti noi che scriviamo e leggiamo su Tocque-Ville.it dobbiamo sentitamente ringraziare Macioce del Giornale per la pubblicità fattaci il
10/12 u.s. (personalmente anche per aver citato IHC quando non credevo che il sito avesse particolare risonanza). Grazie.
Da parte mia, ma credo che altri condividano questo punto, mi pare che il fenomeno Tocque-Ville.it sia stato un po’ “strattonato” verso la Destra parlamentare, e magari accostato un po’ troppo all’area berlusconiana. Il testo dell’articolo è in verità molto rispettoso della varietà di anime che contribuiscono all’informazione di Tocque-Ville.it e che sono tra loro legate dall’etica della libertà di espressione e del libero confronto di idee (e non sta scritto da nessuna parte che si debba essere tutti d’accordo) più che da un obiettivo politico; il concorso di titolo (“La rete del popolo della libertà”) e sottotitolo (“Un agglomerato di blog che parla tutte le lingue delle anime della destra”) con l’ultima creatura politica di Berlusconi (“il Popolo della Libertà”) mi pare ammicchi a una “appartenenza” di Tocque-Ville.it ad una sezione dell’emiciclo di Montecitorio.
Ma solo perché le mie idee si scontrano con forza contro quelle dei principali leader della Sinistra parlamentare, io sono ascrivibile alla Destra parlamentare? Permettetemi di dubitare.
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Per chi voglia approfondire su un piano più "diretto" la discussione svolta su questo sito ("È possibile discutere la democrazia? Crisi di un mondo (il nostro), processo a un mito (la democrazia), proposte per una nuova società" - Prima e Seconda Parte), su invito di Andrea, segnaliamo quanto segue:
BIELLA, VENERDÍ 19 OTTOBRE, ore 21
presso il polo universitario di CITTÁ DEGLI STUDI, C.so PELLA 10
IL
con il PATROCINIO della CITTÁ DI BIELLA
NEL SUO 40° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE
PRESENTA:
DEMOCRAZIA: crisi delle rappresentanze.
PARTECIPANO:
Carlo LOTTIERI, filosofo politico (Università di Siena): "Un’alternativa alla democrazia:il libero mercato";
Flavio FELICE, economista (Pontificia Università Lateranense): “Dal paternalismo di Stato alla sussidiarietà orizzontale";
Mario UNNIA, politologo (Università di Milano Bicocca): “Democrazia e rappresentanza: la nuova stratificazione sociale e i nuovi modelli di società“.
INTERVERRÁ
Pier Franco QUAGLIENI, presidente del CENTRO.
A partire dalle ore 20, sempre presso gli stessi locali, verrà servita una cena-buffet (prezzo indicativo15 €) e sarà possibile intrattenersi con i relatori e conoscere le attività svolte dal CENTRO. Per partecipare a questo momento di convivialità è necessario prenotarsi al 339.60.86.160 o scrivere a: pannunzio.biella@alice.it entro il 16 ottobre.
Presidente onorario: Alda Croce. Presidente: Pier Franco Quaglieni. Comitato culturale: Pierluigi Battista, Gian Mario Bravo, Oddone Camerana, Antonio Cardini, Valerio Castronovo, Mauro Chessa, Luigi Compagna, Giovanni Conso, Girolamo Cotroneo, Claudio Dal Piaz, Guido Davico Bonino, Jas Gawronski, Ezio Gribaudo, Paolo Guzzanti, Bonifazio Incisa di Camerana, Berardino Limonati, Claudio Magris, Igor Man, Piero Melograni, Ugo Nespolo, Camillo Olivetti, Rossana Ombres, Pietro Passerin d’Entrèves, Marcello Pera, Sergio Pininfarina, Quirino Principe, Luigi Resegotti, Franco Reviglio, Sergio Ricossa, Sergio Romano, Cesare Romiti, Pietro Rossi, Gian Enrico Rusconi, Lionello Sozzi, Cristina Vernizzi, Valerio Zanone.


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Dico subito che opporsi alla globalizzazione è come opporsi alla legge di gravità: non la si elimita per decreto, e per quanti sforzi si facciano alla fine prevale sempre lei (e magari ci lascia con il sedere per terra).
Anzitutto attribuisco un valore preciso al termine “globalizzazione”. La globalizzazione è un fenomeno di incontro tra società culture ed economie su scala planetaria, da cui derivano sintesi culturali originali o omologazioni più o meno estese rispetto a modelli per varie ragioni “dominanti”.
Ultimamente si fa un gran bailamme sugli aspetti negativi della globalizzazione, giacché pare che i modelli culturali degli USA si stiano espandendo, soppiantando crescenti porzioni di culture autoctone europee, asiatiche o africane. Spesso si indica l’imperialismo economico e militare quale mezzo di diffusione di questo pernicioso virus, un nemico da contrastare in ogni modo per poter preservare l’originale varietà e composizione delle culture mondiali, degli stili di vita, e delle strutture economiche sparse per il mondo. Tutto deve restare com’è adesso, fatto di milioni di “località”, insomma.
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Mettiamola così: siamo un popolo di criticoni. Oh, certo non solo noi, ma in Italia si arriva al parossimo.
Ve ne siete accorti? Siamo di volta in volta contro qualsiasi cosa, una popolazione di “anti-questo” e “anti-quest’altro”; ogni tanto spunta un nuovo oggetto di contestazione, e una parte dell’Italia si trova ad inneggiare all’ennesimo “anti-qualcosismo” cucendosi addosso con spavaldo orgoglio l’ennesima etichetta da “anti-quello” con frequenza e varietà superiori perfino alla proliferazione dei sottogeneri del metal (per lo meno i metallari portano spesso con sé una buona dose di autoironia…).
Non sono un psicologo, ma posso arrischiarmi in qualche considerazione, ipotesi, supposizione (e quindi ad alto rischio di dire boiate), sperando di suscitare risposte che mi indichino quanto lontano (o vicino) sono cascato.
Un grosso problema di fondo che vedo, è che tendenzialmente viviamo con una doppia logica e una doppia morale; ad esempio: come si fa ad essere contemporaneamente comunisti e cristiani? Come si fa a conciliare l’indole individualista con il sostegno al socialismo? Come si fa ad andare ad un corteo no-global con le Nike ai piedi? Come si fa a dirsi socialisti-liberali? Come diavolo si fa ad andare a pregare giornalmente la Madonna di turno per poi truffare o giustiziare il prossimo?
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di Leonardo, Ihc
Sono rimasto un po’ colpito dalla presa di posizione della Chiesa Cattolica Romana in materia di tasse (non pagarle è diventato formalmente “peccato”, sempre che l’imposta non cada sulla Chiesa ma questo è un altro problema) e di case popolari (la Chiesa non paga l’ICI ma anche questo è un altro problema), in quanto mi ha dato un non meglio spiegabile senso di “cambiamento di rotta”. Preciso che non avendo un buon rapporto con tutto ciò che è religione vedo qualsiasi pronunciamento in tal senso come un atto politico, espressione della gestione di almeno parte della società. Non mi sono mai addentrato particolarmente nell’analisi, ma lo ha fatto Rossano, apprezzato conoscente, esponendomi la sua ricostruzione del circuito Chiesa-Società-Politica-Economia che voglio sottoporre, contrappuntata da mie personali osservazioni, a un vaglio pubblico.
Non voglio discutere il valore dei precetti morali della Chiesa (“non uccidere” e “non rubare” non mi sembrano questionabili) ma solo guardarli nella loro funzione di “identificazione” tra Società e Chiesa; non metto parimenti in discussione la Fede del singolo ma solo le finalità pratiche della Chiesa-ente, considerando Fede e Chiesa due cose distinte (non per nulla i Cristiani sono scissi in diverse confessioni).
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In Italia c’è un problema con i sindacati. Non lo dico solo io, chiaramente; l’opinione è piuttosto diffusa e ritengo oggettivamente difendibile.
Cos’è essenzialmente un sindacato? Una lobby, un centro di coordinamento degli interessi di una classe o, come meglio si usa dire ora, un ceto sociale. Non credo che la presenza di un sindacato dei lavoratori sia di per sé lesiva del buon funzionamento dell’economia; credo in realtà che ciò che fa
la differenza tra uno strumento di contrattazione delle condizioni di lavoro ed una forza conservatrice deviante dello sviluppo economico sia la sua effettiva
rappresentatività delle istanze di ceto, il grado di
accentramento decisionale (o meglio posizionale), e l’effettiva
concorrenza o contrapposizione di altre lobby.
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I tratti principali di questo diritto non positivo, non codificato,
“anarchico”- per usare lo spregiativo indirizzato da
Hans Kelsen a questa particolare forma di
giusnaturalismo1- sono talmente distanti dalla mentalità dei benpensanti democratici nostrani, che al solo sentir parlare di “
regole che prescindono da uno scopo”, tutti coloro che abbiano ben recepito i frusti slogan loro impostigli dai
guru positivisti, sobbalzerebbero sulla sedia al limite dell’indignazione: “
Ma come?- esclamerebbe contrito lo studente modello del Grande Legislatore -
mi hanno sempre detto che non si dà diritto senza Stato e che il diritto è legislazione e ora questi rozzi revisionisti ci vogliono convincere del contrario?”.
Ebbene, sì, ci dice tra le righe Von Hayek, avvalorando le sue tesi attraverso uno sfizioso quadro del sistema giuridico di common law anglosassone. In esso le regole astratte di mera condotta, “intese ad applicarsi ad un numero ignoto di casi possibili”e caratterizzate da un criterio puramente negativo, hanno reso possibile l’edificazione di una società aperta di individui non conculcati nelle loro libertà da disposizioni specifiche appositamente previste da un onnisciente legislatore. Si inserisce a questo punto la precisazione di Von Hayek, volta a chiarire che il diritto consuetudinario non consiste di principi particolari, bensì nella capacità del giudice di estrapolare da casi concreti norme esplicite ed implicite (generali ed astratte) applicabili alle fattispecie che di volta in volta si presenteranno. L’importante è che il giudice non dovrà mai sottomettersi ad alcun diktat di tipo esegetico o a qualsiasi altra forma di ragion di Stato.
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"Non bisogna stupirsi che i pubblicisti del diciannovesimo secolo considerino la società come una creazione artificiale uscita dal genio del Legislatore". Così si esprimeva ai primi dell’Ottocento,
Frederic Bastiat, lamentando i rischi di questa falsa presunzione, dell’idea cioè che il diritto non potesse darsi senza lo Stato.
A ben vedere, infatti, le cose non stanno affatto in questo modo: il diritto non si inventa, si scopre, come sembra ricordarci lo stesso brocardo latino del giurista Giulio Paolo (III sec. d.C.) secondo cui "Non ex regula ius summatur, sed ex iure quod est regula fiat". Purtuttavia è ancora oggi largamente accettata la mistificazione costruttivista, che affonda le proprie radici nei governi dei primi sovrani illuminati d’Europa, secondo la quale con il termine diritto va inteso solo e soltanto il prodotto dell’attività legislativa, corredato di sanzioni (comminate in caso di inadempimento) e istituzioni atti a produrla (il cosiddetto diritto oggettivo).
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di Leonardo, Ihc
“Sapevamo dei programmi di acquisto di nuove aziende da parte di Stet-Telecom, ma sapevamo anche che non era né un diritto né un dovere del Governo intervenire nell’affare, perché la sua conduzione era e doveva restare di pertinenza esclusiva dell’azienda”. Ci voleva Fassino per avere una dichiarazione così garantista della libertà d’impresa? Ci voleva Fassino per dire che un Governo, pur proprietario del 61% del capitale di una impresa, deve astenersi dall’intervenire nelle decisioni del management (comportandosi praticamente come una banca che offra risorse ad un privato lasciando che questi decida cosa farne)? Ma questo è un campione di pensiero liberale!
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