Archive for the 'Stato' Category

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di Leonardo, IHC
Ho criticato più volte la fiducia che molti, perfino menti che stimo, hanno accordato alla Taylor-Rule. La critica concerne il fatto che tale regola sia vista come un modo di “limitare” la discrezionalità della Banca Centrale, imbrigliandola in un meccanismo conosciuto; il mainstream ne fa discendere una possibilità di ancoraggio delle aspettative di inflazione dei prezzi (non più sorprese – grazie alla regola la politica monetaria sarebbe del tutto prevedibile), e i liberisti (tra cui austriaci e austrofili) vi vedono la fine della discrezionalità monetaria e quindi degli stimoli ad hoc forieri di ciclicità.
Oltre a criticare questa visione, porto qualche numero che mi fa dubitare ancora di più della significatività di questa regola.
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di Silvano, IHC
È una vera sciagura per questo paese che non si possa avviare un discorso serio sull’amministrazione della giustizia, sui poteri dello Stato, e sui diritti del cittadino, senza scadere inevitabilmente nel ciarpame della politica da avanspettacolo. Questo per due ordini di ragioni: la particolare importanza del tema, e le differenti concezioni dello Stato e del potere politico soggiacenti alle discussioni sul ruolo della sfera pubblica.
In Italia l’ordinamento giudiziario gode di forte autonomia, tanto da far parlare alcuni di autoreferenzialità. È una conseguenza dell’impostazione costituzionale su cui non poco ha influito il timore del riproporsi di un uso strumentale, da parte dell’esecutivo, dell’apparato giudiziario come durante il ventennio fascista. Al di là delle inefficienze tipiche di qualsiasi apparato burocratico in questo paese, un problema rilevante è la percezione del ruolo pubblico nell’azione giudiziaria sotto il profilo culturale.
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Il Re è Mervyn King, Governatore Centrale della Gran Bret
agna, la terra della perfida Albione. La Gran Bretagna se la passa da schifo, dà segnali di ricaduta del PIL e i prezzi se ne vanno via dall’Inflation Target. Ma Re Mervyn ostenta sicurezza, dicendo ad Albione che si tratta di un fenomeno senza importanza che si riassorbirà nel medio termine, quindi le attese di inflazione dei prezzi restino pure ferme. Non mi interessano tanto i numeri inglesi, quanto il fatto che si sta aprendo tra gli economisti di trincea (quelli delle banche, non quelli nelle torri d’avorio) un dibattito che se si estendesse metterebbe in crisi tutto il mondo delle Banche Centrali cosiddette indipendenti.
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di Silvano, IHC
Espongo adesso la seconda osservazione circa l’inevitabilità dell’implosione. Nella genesi dei fenomeni inflativi gioca un ruolo particolare il moltiplicatore della moneta come determinante dell’espansione creditizia. In particolare, in uno scenario di “runaway boom”, si dà per scontato che il sistema si espanda fino al massimo teorico consentito dalle leggi vigenti e che la creazione di nuovo credito, sotto il profilo delle relazioni causa–effetto, avvenga dopo la produzione di nuove riserve da parte della Banca Centrale.
Nel contesto normativo attuale questo però è discutibile. Il coefficiente di riserva obbligatoria nell’eurozona è al 2%, ed il perimetro delle attività sottoposte a obbligo è tutto sommato limitato. Similmente negli USA le banche commerciali possono scambiare su base giornaliera depositi soggetti a riserva con depositi fuori del perimetro della riserva obbligatoria (deposit account vs saving account). Anche sotto il profilo operativo, l’entità delle riserve detenute presso la Banca Centrale raramente è una variabile presa in considerazione dal management, al contrario prevalgono di solito considerazioni di carattere patrimoniale (vedi ad esempio le regolamentazioni Basilea II e III) e di tipo endogeno legate alla domanda di credito.
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Di Matteo Corsini
"A leggere i numeri del settore auto si capisce quanto lo stesso sia ciclico e, di conseguenza, importante per dare slancio alla ripresa dell’economia. Sostenere il ciclo positivo attraverso un supporto di natura pro-ciclica al settore delle quattro ruote può significare un’accelerazione nella crescita del Pil e, conseguentemente, di quella dell’occupazione… Non sarebbe più, come nel passato, un contributo “a perdere” bensì un atto di lungimirante politica industriale, finalizzato a rafforzare il posizionamento dell’Italia in un settore ancora di importanza fondamentale per il capitalismo mondiale" (E. Narduzzi).
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di Matteo Corsini
"Il primo principio di una sana politica macroeconomica è dunque che, visto che solo il governo può creare gli assets finanziari affidabili che scarseggiano durante una depressione, questo è esattamente ciò che è chiamato a fare… La tendenza generale è chiara: i governi che si sono preoccupati di favorire fenomeni futuri di opportunismo attraverso salvataggi finanziari e hanno cercato di contenere l’incremento del debito pubblico hanno assistito a un deterioramento delle loro prestazioni economiche. Al contrario, i governi che si sono concentrati sulle politiche che permettessero ai loro cittadini di rimettersi subito al lavoro possono gioire della ripresa delle loro economie" (J. Bradford De Long).
Brad De Long è professore a Berkeley. Solitamente il livello delle sue dissertazioni è analogo – per atteggiamento e contenuti – a quelle del più noto Paul Krugman. Il che è tutto dire.
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di Silvano, IHC
Recentemente, un numero sempre maggiore di conflitti latenti legati all’andamento delle bilance commerciali, dei tassi di cambio e alle manovre di espansione quantitativa, comincia ad emergere con maggiore intensità. Anziché procedere ad una analisi ad hoc, vorrei suggerire intanto la rilettura di “Monetary Nationalism and International Stability” di Hayek (1937). Quanto mai attuale, l’opera consiste in una meticolosa analisi comparata, sviluppata in cinque letture accademiche, di tre tipologie di sistemi monetari internazionali e delle relative implicazioni sulla stabilità macroeconomica globale. Il mio proposito è quello di ricostruire volta volta una sintesi delle singole letture e cercare di applicare la metodologia e la logica seguita nell’opera di Hayek nel tentativo di analizzare i squilibri caratterizzanti l’attuale sistema monetario internazionale. Qualsiasi proposta di pubblicazione, apporto, riflessione, correzione o collegamento con altre opere della letteratura della scuola austriaca da parte di lettori o di chiunque sia interessato a contribuire è benvenuto (contatti qui).
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di Silvano, IHC
Come già riportato su IHC la critica più frequente che viene riproposta agli economisti austriaci è quella di essere semplicemente dei “liquidazionisti” e non offrire prescrizioni positive implementabili in termini di policy. In particolare si ha una certa difficoltà a percepire il “laissez faire” come proposta: non soltanto da chi professa in modo convinto una adesione all’interventismo, ma anche da molti liberali, i quali pur esprimendone un giudizio positivo, vedono nel celebre epiteto il simbolo di un tempo che fu, tanto glorioso, quanto difficilmente riproponibile e credibile.
Personalmente ritengo che se una scuola di pensiero risulta poco credibile anche agli occhi dei naturali o potenziali avversari, sia necessario interrogarsi, almeno per comprendere eventuali difetti di comunicazione. Un prerequisito perché vengano discusse delle proposte e che queste vengano quantomeno prese sul serio, almeno a livello ipotetico. Ed appunto riflettendo su questo ultimo aspetto, risulta abbastanza evidente che nelle condizioni attuali il “laissez faire” è operativamente poco significativo ma per motivazioni opposte rispetto a quelle dei sostenitori dell’interventismo: i paesi occidentali sono intrisi di interventismo, socialismo e corporativismo. Ciò che serve è quindi anche un credibile programma di desocializzazione delle economie e delle istituzioni.
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di Leonardo, IHC
E l’euro sta crollando… e l’euro è ai minimi… e si va verso la distruzione dell’euro… e l’euro è finito… Da un po’ di tempo non passa giorno che i canali di informazione non ci tartassino con n simili esempi di eurodelirio.
Una lettura semplice di questo fatto è che l’Europa è presa da una pandemia di euro-ansia, stimolata dai problemi sui debiti sovrani e coltivata in labili menti schizofreniche. Una lettura appena più difficile potrebbe essere che si stanno preparando le condizioni per l’uscita di qualche Paese dall’eurozona o la creazione di più euro-monete. L’ultima, più difficile, lettura è semplicemente che ci stanno tutti prendendo per i fondelli.
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di Silvano, IHC
A giudicare dalle apparenze l’Italia sembra un paese dove c’è ancora tanto grasso che cola: sindacalisti pignoli disposti allo sciopero quando il management rimodula i turni di lavoro, studenti che invocano più soldi alla scuola occupando strade e ferrovie con sommo disagio da parte dei pendolari e senza particolare opposizione da parte delle forze dell’ordine (le quali ovviamente sono “fasciste” per definizione, nonostante una blanda impassibilità nei confronti di chi interrompe pubblici servizi e viola la proprietà privata), politici indecisi se far cadere o far tentennare il governo, andare a nuove elezioni o coagulare nuove coalizioni. Del resto, come diceva Chuck Prince, l’ex CEO di Citibank, “As long as the music plays you have to get up and dance, and the music is still playing…” (una citazione che da sola spiega meglio di cento paper il moral hazard e la socializzazione delle perdite).
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