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Chiariamoci: Questo È il Bilancio dello Stato (parte III – Tiriamo le Somme)

July 15th, 2013 by Leonardo

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di Roberto “Roundmidnight”

 

Naturalmente, la problematica relativa all’effettività delle entrate, riguarda tutti i bilanci pubblici e non solo quello statale. In precedenza, per comodità, è stato preso in esame il solo bilancio statale, ma, come si è detto, l’indebitamento netto e il saldo da finanziare vengono originati dal conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche.

I conti economici delle amministrazioni centrali (tra le quali lo Stato), delle amministrazioni locali e degli enti previdenziali presentano, infatti, saldi finali che devono essere consolidati avendo riguardo ai trasferimenti reciproci.

 

Per esempio, il conto economico degli enti previdenti presenta un risultato finale positivo, un cd. accreditamento”, per circa 5 miliardi di euro. Detto risultato, però, è stato raggiunto solo mediante il trasferimento da parte dello Stato di circa 100 miliardi di euro (escludendo i contributi versati dallo Stato per i propri dipendenti). È il consolidamento di tutti i conti economici che fa emergere il notorio dato della spesa complessiva della pubblica amministrazione pari a ca. 800 miliardi di euro, dell’incidenza dello “Stato” sul Pil, da cui si ricava anche il dato sulla pressione fiscale (avendo riguardo, però, solo ad imposte e contributi sociali). Risulta chiaro che trattandosi di conti pubblici relativi a più di 8.000 comuni, 20 regioni, più di 100 province, amministrazioni autonome, enti di previdenza e assistenza e delle amministrazioni centrali, è ben difficile sia valutare la veridicità di tutti i bilanci sia apprestare strumenti non eludibili di controllo.

Esistono chiaramente strumenti di analisi, anche ben noti alla Ragioneria generale dello Stato, ma non incentivi ad utilizzarli, soprattutto in un contesto, come quello italiano, in cui la spesa pubblica ha sempre assolto anche funzioni di ammortizzatore sociale. Dal 2014, entrerà in vigore la normativa sul pareggio di bilancio strutturale che, eventualmente, potrà essere oggetto di separata trattazione, ma nessuna normativa, se non accompagnata dalla responsabilizzazione gestionale (con ampi spazi di autonomia ma anche con limiti e sanzioni) e dall’esplicita possibilità di fallimento con divieto di bail out, potrà mai garantire la corretta e sana gestione dei conti pubblici e, soprattutto, che l’incoscienza gestionale non venga sempre posta a carico dei cittadini mediante il continuo aumento della pressione fiscale ed il continuo peggioramento della qualità dei servizi essenziali.

 

 

  • La formazione e la rappresentazione del debito pubblico

 

Per norma europea, il debito pubblico è definito come il “totale consolidato delle passività finanziarie lorde delle Amministrazioni pubbliche in essere al 31 dicembre di ciascun anno, valutate al valore nominale di emissione”. Viene in rilievo che viene assunto un concetto fattuale, finanziario, e non economico:  se e quando si contrae una passività finanziaria, il suo valore nominale viene aggiunto a quello delle passività già esistenti, a prescindere dal motivo economico che ha originato tale necessità. Nei fatti, lo Stato contrae passività finanziarie per sopperire a disequilibri di cassa. Tali disequilibri possono temporanei o definitivi, quest’ultimi nascenti non da uno sfasamento temporale ma da disequilibri definitivi di tipo economico (dalla differenza, come si è detto, tra accertamenti di entrate ed impegni di spesa). In sostanza, anziché tenere in considerazione i conti economici, si fa riferimento al saldo di cassa (ovviamente, la differenza tra incassi e pagamenti) di tutte le amministrazioni sopra specificate (centrali, locali, enti di previdenza).

Per definizione, quindi, per fabbisogno di cassa, finanziato mediante la contrazione di passività finanziarie, si intende l’eccedenza dei pagamenti sugli incassi con riferimento al complesso delle operazioni correnti, in conto capitale e finanziarie espressi dai conti consolidati di cassa dei settori statale e pubblico allargato”. Come è stato già esposto, però, non è affatto detto che le necessità di cassa che sono portate in emersione e che vengono soddisfatte siano corrispondenti alle effettive obbligazioni (nette) dell’amministrazione. Le effettive e definitive obbligazioni, infatti, non possono che trarre origine dalla sommatoria algebrica di accertamenti di entrate ed impegni di spesa. Qualora, come si è visto, i residui attivi corrispondenti alle entrate siano insussistenti oppure i residui passivi corrispondenti agli impegni di spesa siano insufficienti (e succede tutte le volte in cui sia difficile quantificare preventivamente una spesa), le relative obbligazioni, pur non ancora manifestatesi per cassa, costituiscono debito pubblico supplementare non ancora computato.

 

Fermo quanto sopra, si rileva che alla data del 31 dicembre 2011, lo Stato rappresentava nel conto patrimoniale (tavola 2.3.1 dell’Annuario statistico) passività finanziarie per 2.344 miliardi, di cui 697 debiti a breve termine, 1.612 a lungo termine e 35 miliardi di anticipazioni passive. A fronte di tali passività finanziarie, lo stato patrimoniale evidenzia (tavola 2.3.5) attività per 820 miliardi, di cui 546 miliardi per attività finanziarie (tra le quali 369 miliardi di crediti) e 275 miliardi attività non finanziarie, tra le quali 151 miliardi per “beni mobili di valore culturale, biblioteche ed archivi”. Per un completo esame del conto patrimoniale dello Stato, si rinvia alla specifica pubblicazione della Ragioneria generale dello Stato. Si può notare che per la diversa natura e profondità di indagine, tali dati non corrispondono pienamente a quelli riportati dalla Banca d’Italia.

A prescindere, però, dall’esatta quantificazione finanziaria del debito, occorrerebbe cominciare a valutare la solvibilità dello Stato avendo riguardo ai flussi disponibili, alla crescita potenziale del PIL, ai valori attuali dei futuri oneri pensionistici e sanitari tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione e ai margini del “potere” di tassazione.

 

Brevemente, al riguardo, si nota che è pur vero che nel conto economico consolidato delle A.P. (anno 2012) risultano entrate per 724 miliardi, ma ca. 220 miliardi di tali entrate corrispondono a contributi sociali, vincolati pertanto a tale scopo. Assumendo un debito pubblico di ca. 2000 miliardi, si ha un rapporto debito/revenue del 276% che, escludendo i contributi sociali, diventerebbe del 397%. Inoltre, assumendo nei prossimi 5 anni una crescita del PIL all’1% (per ora, in realtà, ancora in territorio negativo), un avanzo primario pari a quello attuale del 2,5%, si avrà, tra 5 anni, un accrescimento del debito per ca. 300 miliardi, che, a tassi invariati (attuale costo medio del debito 5,5%), determinerà una spesa per interessi pari a ca. 126 miliardi/anno. Anche senza prefigurare un aumento dei rendimenti (in funzione della fine della “financial repression” e/o della percepita maggior rischiosità di credito Italia e della rottura dell’euro), la spesa per interessi passivi sarebbe più del 25% delle entrate tributarie e circa il 50% delle medesime entrate al netto degli attuali trasferimenti agli enti locali e agli enti previdenziali.

Si tratta di valutazioni che esulano, però, da quanto si intendeva precisare con il presente, già troppo lungo e noioso, scritto.

 


7 Responses to “Chiariamoci: Questo È il Bilancio dello Stato (parte III – Tiriamo le Somme)”

  1. 1

    Silvano Says

    Bene la descrizione della composizione del bilancio ma l’estrapolazione per il 2012-17 è un po’ discutibile. Per la base imponibile bisogna prendere l’NGDP e quindi avere un’idea del deflatore del Pil. Il tasso di rifinanziamento sia nella parte breve che per la quota di debito costituita dalla raccolta postale sarà in linea con i tassi di mercato. Tenuto conto che oggi il BTP decennale rende il 4,49% e parliamo di una scadenza più lunga della vita media residua del debito (e ben più lunga di quella mediana), proiettare oneri finanziaria al 5,50% a 5 anni mi sembra un voto al pessimismo. Quello che è certo che ogni politica di breve termine con conseguenze negative sul NGDP è self-defeating e lo si vede anche dall’ultimo Documento di Economia e Finanza del MEF per il 2013 (Monti, Grilli):

    http://www.mef.gov.it/doc-finanza-pubblica/def/2013/documenti/Def_2_1.pdf

    Nelle previsioni 2012017 l’incidenza degli interessi sul pil dovrebbe assestarsi attorno al 6%-6,5% del prodotto interno lordo (circa il 12% delle entrate). Certo è possibile che i consuntivi siano peggiori delle previsioni e non sarebbe la prima volta: un incremento del bias deflativo si sta gia manifestando nei peripheral, l’incremento della disoccupazione e gli effetti delle spinte al ribasso sui salari terranno il gettito sui redditi delle persone fisiche stagnante incrementando la spesa per prestazioni sociali e previdenziali, l’IVA cala già nonostante gli aumenti delle aliquote visto l’andamento dei consumi e la base imponibile delle imposte societarie in recessione va da se che si restringe. Si tratterà di quantificarne gli effetti e vedere quanto spazio c’è per una patrimoniale…

  2. 2

    roundmidnight Says

    Il verbo “assumendo” dà l’idea che più che una stima si tratta di una prefigurazione di uno scenario a componenti invariate. E’ chiaro che il cambiamento di una sola delle variabili modifica lo scenario.

    Tuttavia: il costo medio del debito è attualmente 5,5%, tenendo conto del flusso (negativo) dei derivati. Sotto questo profilo, abbiamo da un lato Draghi (OMT/ESM) ma dall’altro la tendenza, dal 2014, al graduale aumento dei rendimenti USA. Non vi sono quindi grossi motivi per ritenere che i rendimenti possano scendere significatamente.

    Il gettito fiscale non può che dipendere dalla crescita e dall’eventuale aumento della pressione fiscale. E’ probabile che stiamo raggiungendo il bottom e che nel corso del 2014 si possa tornare a crescere, però è dubitabile che la crescita possa essere impetuosa.

    L’avanzo primario dipende da scelte politiche ma anche dalla sostenibilità sociale di tali scelte.

    Comunque, è chiaro che il fulcro del ragionamento non è fare “previsioni” quanto indicare cosa potrebbe accadere a componenti invariate.

  3. 3

    roundmidnight Says

    Per completezza, aggiornamento Bankit sul debito pubblico http://www.bancaditalia.it/statistiche/finpub/pimefp/2013/sb36_13/suppl_36_13.pdf

  4. 4

    Silvano Says

    E’ possibile ci sia un effetto trascinamento di vecchie emissioni a lungo termine che renda la struttura leggermente più onerosa della curva dei tassi di mercato. Tendenzialmente però dovrebbe sparire con il tempo, specie se conti che la vita media residua delle emissioni si aggira sui sette anni. Ma se mi dici che in media abbiamo un funding come quello ungherese (336bps sul midswap in USD, grosso modo quella in euro dovrebbe viaggiare su valori analoghi) poi non mi raccontare del dividendo dell’euro… Battute facili a parte, il 5,5% come baseline mi sembra tanto. A spanne se nel 2012 abbiamo pagato 86bn su 2000bn di debito lordo siamo al 4,3%. Che minchia di posizioni in derviati abbiamo per perdere 24bn di euro l’anno? Ma sei sicuro? C’era un tempo in cui ti avrebbero tagliato la testa se gestivi il tesoro di sua maestà in questo modo…

  5. 5

    roundmidnight Says

    “La spesa per interessi nella versione PDE, che considera l’impatto delle operazioni di swap , è stata pari al 5,5% del Pil, in aumento di 0,5 punti percentuali rispetto al 2011”

    http://www.istat.it/it/archivio/88546

    Sul dividendo euro Borghi ha fatto uno storify :)

  6. 6

    roundmidnight Says

    “Costo medio del debito” deve intendersi sostituito con spesa per interessi su PIL. Immutato, pertanto, il 5,5& e sempre assumendo una crescita dell’1%, il costo per interessi sopra indicato non può che essere inferiore, essendo appunto il “costo medio del debito” quello più precisamente indicato da Silvano.

  7. 7

    Leonardo IHC Says

    5,5% del PIL quella è la spesa per interessi, non il tasso medio… il costo medio del debito va fatto sul valore del debito, non del PIL, riproporzionando rozzamente verrà un 4,4%… e poi c’è anche sui report di Mazziero.

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