Clicca qui per Opzioni Avanzate


Ci Serve un Altro Referendum Europeo?

October 31st, 2011 by Leonardo

-

di Leonardo, IHC

 

Il vostro affezionatissimo è stato chiamato a partecipare come “panellist” su www.debatingeurope.eu, sito sponsorizzato tra gli altri dal Parlamento Europeo e che si propone di aprire una pubblica discussione sulle questioni di interesse per il Parlamento girando poi a quest’ultimo le opinioni espresse. Non che mi freghi particolarmente entrare nei meccanismi “dell’apparato UE”, per me è fallato per definizione, ma può essere curioso vedere cosa ha a cuore la UE e in che termini se ne sta discutendo; in fondo posso far loro arrivare che esistono anche posizioni, argomentate, alquanto critiche sulla loro stessa esistenza.

Sono stato direttamente invitato alla discussione sull’esigenza di una serie di referendum nazionali riguardo la partecipazione o meno all’Unione Europea; un tema collaterale è il cronico ritardo legislativo con cui la UE affronta le emergenze come quella dei debiti sovrani. Riporto una traduzione (in bella copia) dei miei due interventi, utili come spunti per il nostro IHC.

 

I referendum sono importanti quando si discute di “valori” (visioni personali della vita, revisioni dei confini tra le competenze dello Stato e la sfera privata, eccetera); quando si parla di materie tecniche, i referendum sono solo un modo con cui i politici scaricano la responsabilità delle decisioni. Il caso in oggetto [referendum ulteriore sulla partecipazione alla UE] è del secondo tipo, ed è una spia del penoso stato della politica.

Chi è in carica solitamente difende la partecipazione alla UE (o in concreto non fa nulla per uscirne) perché ben sa che i costi di uscita superano largamente i benefici, ma non è in grado di affrontarne le conseguenze politiche: la partecipazione alla UE comporta diritti e doveri inclusi il diritto di venir soccorsi dagli altri membri e l’obbligo di fare quanto possibile per evitare di necessitare di tale aiuto esterno. Coloro che invece cercano di andare al governo di solito chiedono il ricorso a un referendum [sulla partecipazione alla UE], in quanto vogliono sfruttare il diffuso malcontento dovuto al cattivo stato dell’economia, non ammettendone però completamente i costi.

La questione di fondo è tecnica: gli attuali Stati sociali non sono sostenibili e non lo saranno per decadi (considerate le proiezioni dei debiti pubblici) [qui e qui], e cioè rende impossibile una politica fiscale (cioè di spesa pubblica) come nel passato, anzi forza ad una massiccia revisione della spesa. I governanti europei hanno bisogno di aiuti comunitari, ma non possono evitare comunque di ridurre la spesa; per non perdere consenso tra gli elettori, hanno bisogno di un capro espiatorio, e lo trovano in una UE che impone la riduzione della spesa. I politici all’opposizione, oltre la retorica, non possono offrire politiche alternative vere (se fossero al posto dei primi, si troverebbero esattamente nella stessa situazione) e quindi decidono di spostare lo scontro sulla partecipazione alla UE – vero capro espiatorio di entrambi, quindi. Il diffuso malcontento è naturale in una situazione economica come quella attuale; i governanti la canalizzano contro la UE, e le opposizioni cercano di cavalcarla.

Il fatto che la UE arrivi regolarmente in ritardo [non riesce mai a muoversi preventivamente, ma comincia a discutere dei problemi sempre dopo che questi si sono ormai concretizzati completamente] può essere usato appunto per mettere in dubbio l’opportunità della partecipazione alla UE. Ma questo ritardo cronico ha in realtà diverse cause: la prima è che la UE è fatta di un mistone di politici concentrati sui singoli problemi nazionali; la seconda è che la conoscenza rilevante posseduta da qualunque ente è sempre incompleta (come insegna Hayek); la terza è che le radici dell’attuale crisi economica stanno nelle errate costruzioni degli Stati sociali europei, per cui azioni preventive possono venir realizzate solo a livello nazionale mentre gli interventi comunitari possono nel migliore dei casi solo mitigare alcuni effetti senza poter realmente risolverne le cause.

Concludendo, la partecipazione alla UE è una questione tecnica di competenza di tecnici politici ed economici, ed è diventata materia di referendum solo perché i politici non vogliono esporre adeguatamente le situazioni dei vari Stati e prendere le necessarie – impopolari – decisioni.

L’oggetto di questa discussione non ha pertanto niente a che fare con il concetto di democrazia. Inoltre il risultato del referendum potrebbe completamente cambiare a seconda del momento, e l’oscillazione umorale di opinioni incompetenti [quanto visto per le strade, senza contare la fuffa degli indignados di Roma, conferma questa mia idea] non è coerente con una ordinata vita democratica”.

 

Ribattuto sul fatto che i referendum siano l’unico corretto modo di affrontare i temi su valori-chiave della UE (tra cui: creazione di un’entità federale europea, privatizzazioni e salvataggio del settore bancario, taglio della spesa pubblica e interventi miliari) e l’unico modo per recuperare un grado di democrazia in una UE invadente (viene ricordata la normativa sulle misure delle banane e dei cetrioli) e tecnocratica (quindi distante dai comuni valori dei cittadini europei), ho aggiunto quanto segue.

 

“Non posso considerare le decisioni su “creazione di una comune entità politica federale, salvataggio del sistema bancario attraverso le privatizzazioni, e taglio alla spesa pubblica” come una questione di valori. Sicuramente, da un punto di vista squisitamente liberale (specialmente di tipo austriaco) non possiamo pensare che un qualunque esperto o burocrate possa prendere la decisione migliore dato che questi non possiede tutta la necessaria informazione rilevante [nei termini di Hayek, di cui sopra], ma l’uomo della strada è perfino meno preparato e potrebbe scegliere anche solo in base al suono evocativo delle parole o su ciò che questi immagina sia la realtà. Dire “Sì alla Federazione” non ha lo stesso significato per tutti (tra l’altro i politici sono piuttosto bravi lasciare i termini confusi e ambigui), che può inoltre essere totalmente differente dalle caratteristiche effettive della federazione che si va a realizzare. E poi, siamo davvero sicuri che, ad esempio, un referendum sul taglio della spesa pubblica sia il modo migliore di decidere cosa fare nel momento in cui il mercato ci sta punendo per gli elevati deficit di bilancio?

Tra le due ignoranze, anche se non possiamo affidarci troppo ai burocrati e ai tecnocrati, dobbiamo ammettere che le sensazioni viscerali della gente sono anche peggiori.

Comunque, dire che preferisco che certe “decisioni quadro” siano prese da “esperti” non significa che dobbiamo dar loro il potere di decidere tutto, dato che appena si va un poco più nel dettaglio (tanto per non parlare delle folli misurazioni delle banane) nessun decisore sovra-individuale possiede sufficiente conoscenza per decidere (appunto il knowledge problem di Hayek), quindi lo Stato o il super-Stato dovrebbe a quel punto lasciare il maggior spazio possibile perché i cittadini organizzino la loro propria economia.

Le decisioni in merito “alla partecipazione in interventi militari all’estero” hanno implicazioni di politica estera ma coinvolgono anche una grossa componente di valori umani (devi decidere di andare da qualche parte, generalmente non invitato, ad uccidere), quindi un referendum diventa appropriato.

Suggerisco [nel caso in discussione] di non confondere problemi diversi: valori umani, cultura, problemi tecnici, knowledge problem e la necessità del massimo decentramento decisionale, non possono venir impastati tutti insieme in una singola risposta ad un quesito riguardante se indire o meno un referendum sulla partecipazione alla UE. Gli argomenti in parte hanno delle aree di sovrapposizione ma questa non è una buona ragione per incanalare tutto per via referendaria. Si può avere una “decisione tecnica” sull’esser parte di una federazione europea e tagliare la spesa pubblica, lasciando al contempo che la gente decida riguardo la propria vita personale (in quanto esseri umani) ed economica (in quanto consumatori di banane) contando i propri spiccioli e seguendo le proprie pulsioni.

Riassumendo: l’estensione del potere dello Stato e quale parte delle decisioni [politiche] debbano esser prese attraverso un referendum sono oggetto di due diverse discussioni”.

 

Spero che l’ultima parte faccia capire che il mio non è un favore keynesiano verso le “onniscenti élite tecnocratiche”, ma una posizione contestualizzata sull’argomento in oggetto e sulla struttura di democrazia rappresentativa vigente in Europa. Fuori dal contesto, per me l’apparato UE non dovrebbe essere molto di più che un sistema di armonizzazione di principi legali e di loro tutela su una certa area di libero scambio, lasciando che gli enti territoriali competano tra loro per attrarre lavoratori cervelli e capitali.

Comunque, come si vede, i politici europei sono alquanto interessati alla loro legittimazione (cioè alla sedia) più che a quale uso farne.


0 Responses to “Ci Serve un Altro Referendum Europeo?”

  1. Ancora nessun commento

Aggiungi un tuo Commento