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Ciclo Economico, Porchettari, Twitter… e Hayek

September 6th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Qualche tempo fa vi ho parlato brevemente del rapporto tra Paesi emergenti ed economia della conoscenza, attingendo dal mio paper per l’International Journal of Social Ecology and Sustainable Development. In particolare ho sottolineato il caso africano dell’uso dei telefoni cellulari come soluzione alla carenza di infrastrutture fisiche: il punto è permettere a certe informazioni, certe forme di conoscenza, di circolare così da dirigere in modo efficace ed efficiente l’azione umana.

Pure il fenomeno del cibo di strada in occidente risponde a questo schema, e la recente crisi ci dà un esempio formidabile.

Lo spunto per questa riflessione mi è venuto dalla trasmissione Love|Lust di Rai5 del 4/09 u.s. dedicata appunto al cibo di strada, cioè a quel che nel mondo si può mangiare presso vari chioschi, baracchini, furgoni, carrettini… piazzati qua e là lungo – ça va sans dir – la strada. Ogni cultura ha creato il proprio cibo di strada, nato ben prima di qualsiasi concetto di “ristorante”. È stato interessante scoprire che lo hot dog – simbolo del cibo di strada americano – è un’invenzione degli immigrati tedeschi che, non sapendo come sbarcare il lunario con le poche risorse a disposizione, si sono messi a vendere panini con würstel agli angoli delle strade ed in specie in prossimità degli affollati stadi.

In un certo senso un’attività commerciale itinerante risponde sia al problema della scarsità di capitale che a quello della diffusione della conoscenza. Muovendosi, si porta letteralmente la conoscenza della propria impresa sotto gli occhi dei possibili clienti. Tornando all’efficace espressione di Hayek, si fa in modo che la conoscenza di circostanze di tempo e luogo si realizzi direttamente in diverse circostanze di tempo e luogo, portando la propria attività presso nuovi clienti o piazzandola nei punti di maggior transito (che è comunque un “andare incontro” al potenziale cliente mentre si sta muovendo).

Questa considerazione – molto generale – presuppone comunque una certa possibilità di movimento, quindi infrastrutture fisiche. Dove le possibilità di “muovere” un’attività commerciale sono ridotte, come nel caso africano, è più economico far spostare il cliente. Qui i nuovi strumenti di comunicazione permettono di informarsi prima su quel che è disponibile in un certo luogo in un certo momento, cioè di raccogliere conoscenze di circostanze di tempo e luogo, ottimizzando così gli sforzi successivi. Al contempo le nuove tecnologie permettono di portare servizi monetari e creditizi in aree in cui l’attività tradizionale (tramite filiali) sarebbe antieconomica data la scarsità di risparmio “bancarizzabile” (cioè da raccogliere come deposito e reimpiegare in prestiti), e qiundi permettono l’avvio di un processo capitalistico di sviluppo.

Forse sarebbe stato logico dedurne che una fase di recessione economica, come quanto subito negli ultimi cinque anni dall’occidente, riassumesse alcune delle problematiche dei paesi emergenti, per cui alcuni meccanismi economici della conoscenza avrebbero potuto mettersi in moto. Be’, me ne sono reso conto ora.

La trasmissione di Rai5 ha ricordato che dal 2008, a crisi conclamata, lo spirito imprenditoriale in vari settori è rimasto bloccato dalla scarsità di capitali. Ad esempio, si è rivelato impossibile raccogliere risorse sufficienti (ed economicamente sostenibili) per l’apertura di nuovi ristoranti. Lo spirito imprenditoriale però non può fermarsi a questo vincolo, basta rivedere le dimensioni delle proprie aspirazioni, almeno quelle immediate; i progetti di attività ristorativa “indoor” sono stati quindi convertiti in una ristorazione “di strada”, attrezzando adeguatamente un furgone o un camion. Fin qui non c’è niente di particolarmente sconvolgente, soprattutto se si considera che in Italia esiste una discreta attività ambulante al seguito delle varie Fiere e Luna Park, e che in alcune aree è ben radicata la figura del porchettaro tanto da assumere forme praticamente stanziali.

Nel caso USA il primo esempio eclatante del filone di cui voglio parlare è l’impresa Kogi, di cui una particolarità è l’aver offerto una cucina (di strada) che mischiava gli aspetti etnici del luogo in quel momento, cioè la presenza coreana e quella ispanica. Non si è puntato cioè a qualcosa di “standardizzato” sull’esempio di quanto già era presente, ma si è sfruttata una precisa conoscenza di circostanze di tempo e luogo, una multi-etnicità in cui alcuni potevano star cercando un prodotto familiare ed altri semplicemente qualcosa di nuovo in una cornice non settaria ma aggregativa. Come detto in altra sede su IHC, il consumo – qualsiasi consumo – non è solo un consumo “fisico” ma anche un “consumo di informazioni e conoscenza”. Nel caso Kogi, l’innovazione di prodotto – il particolare contenuto di conoscenza – si affianca ad una intuizione che potremmo dire di marketing, ma che più precisamente riguarda il problema della circolazione della conoscenza di una particolare circostanza di tempo e luogo, cioè la presenza del furgoncino in zona. Probabilmente la circolazione nelle strade occidentali, salvo che nei piccoli centri urbani ed in ristrette aree storiche delle città maggiori, ha caratteristiche di velocità e congestione che non si confanno più particolarmente ad una attività ambulante: meno persone che girino a piedi e possano farsi “cogliere” dall’ambulante, e più automezzi in strade abbastanza trafficate da non poter prestare troppa attenzione a ciò che si incontra né tanto meno pensare a una improvvisa fermata. L’idea è stata di lanciare via Twitter le informazioni su dove, di volta in volta, il furgone si trovasse: questo di fatto può stimolare chi è abbastanza vicino ad andarlo a cercare sfruttando condizioni di certezza e un deciso risparmio di tempo. L’uso di Twitter in questo caso non è diverso da quello della telefonia mobile nel caso africano: stando connessi (o telefonando) si acquisiscono precise informazioni, conoscenza di circostanze di tempo e luogo, che poi determinano le proprie azioni. Il successo dell’idea si è diffuso grandiosamente facendo nascere un vero settore di ristorazione da strada itinerante sostenuto dalla circolazione della conoscenza attraverso i social network.

Un fenomeno analogo è quello dei “ristoranti temporanei”, attività di ristorazione “indoor” che si fermano per periodi limitati in una certa zona, per poi semplicemente spostarsi in un’altra. Anche qui il successo dell’iniziativa passa in modo determinante dalla conoscenza dell’opportunità presente in un certo momento in un certo luogo. E questo modello di attività va anche oltre alla ristorazione, essendoci già una certa casistica non solo negli USA di temporary shop, ad esempio per l’abbigliamento. Ma qui già si parla di attività che presuppongono la disponibilità di un immobile, un impegno finanziario certo superiore alla gestione di un automezzo.

Ciò che trovo interessante nell’esempio Kogi è l’uso dell’ICT per ovviare a due problemi strutturali, la scarsità (propria) di capitali e la scarsità (altrui) conoscenza, in una cornice di difficoltà macroeconomica. L’ampia disponibilità di capitali permette un certo tipo di struttura economica per la propria attività, e pure la possibilità di investire in pubblicità per, in un certo senso, andarsi a cercare la clientela. In una fase di crisi, come di strutturale arretratezza, la limitatezza dei capitali non permette di perseguire entrambi gli aspetti “produttivo” e “commerciale” del progetto imprenditoriale, costringendo pure ad un ridimensionamento del primo aspetto; agendo sull’ICT come strumento di diffusione della conoscenza è però possibile avviare comunque una attività con limitato capitale facendo sì che siano i clienti a muoversi.

È un modo in cui, in una fase di ristrettezza, le azioni possono coordinarsi per ottenere un risultato complessivo maggiore: una attività economica sostenibile e il soddisfacimento di alcuni bisogni a prezzi migliori.

È curioso come, dall’esempio degli immigrati tedeschi al caso Kogi, interi settori economici e prodotti simbolo (che hanno valore economico) siano nati da una situazione di difficoltà, e come la forma dell’attività abbia sfruttato le particolari circostanze sociali (punti di aggregazione, stili di vita) e tecnologiche (sistemi di conservazione, mezzi di comunicazione). La corrente crisi ha stimolato un settore, e con esso consumo e occupazione.

Da una fase di difficoltà può nascere un’opportunità di cambiamento. Per sfruttarla occorre disporre certamente di alcuni mezzi, ma non necessariamente mezzi enormi, e soprattutto serve la libertà di intraprendere e assecondare le proprie intuizioni d’affari. Non servono necessariamente uno Stato con favolose politiche di spesa e incentivo; nel caso appena visto è bastata la libera iniziativa, l’intuizione del singolo, un capitale ridotto, e uno strumento di comunicazione nato fuori dalla pianificazione centrale ed utilizzato in modo creativo.

In un momento di scarsità di capitali che crea vincoli stringenti alle imprese, il peggior errore è aggiungere una costosa ipertrofica (e inutile) sovrastruttura di regole e carte bollate che creino di fatto ulteriori barriere all’avvio di attività economiche anche di piccole dimensioni; anzi l’errore è già non cogliere il momento per ridurre l’esistente burocrazia! Guardate l’Italia: ci avviamo a vent’anni tra crescita strascicata e punte recessive, venti anni in cui lo Stato è cresciuto in ruolo diretto e in ampiezza normativa. Nessuna lezione da imparare?

Lasciate girare l’economia, e lasciate circolare la conoscenza; siate Austriaci! Pur con mezzi ridotti, è possibile già così dare un bella scossa al ciclo economico.

 


1 Response to “Ciclo Economico, Porchettari, Twitter… e Hayek”

  1. 1

    Andrea Says

    Purtroppo la strada presa è quella opposta.
    Si cercano risorse invece di liberale.
    E la follia crea l’albo degli striscioni autorizzati ex ante per lo stadio.
    Un altro timbro.
    Dio acceca chi vuol perdere.

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