Clicca qui per Opzioni Avanzate


Come Non Far Fallire una Banca (parte I)

May 31st, 2012 by Leonardo

-

di Leonardo, IHC

 

Ogni tanto discuto con l’amico Monsurrò sulle alternative al fallimento bancario. Io sostengo che le banche semplicemente debbano fallire, e lui porta avanti l’idea della conversione del debito in azioni, così da salvare capra e cavoli. Da parte mia c’è il cocciuto principio del valore del fallimento nel capitalismo e l’idea che non si creerebbe un domino bancario tale da far implodere il sistema; credo che per il dottor Monsurrò sia ben maggiore la paura di un domino sistemico da cui la necessità di una soluzione “positiva” e senza “tragedie” sulla strada verso il liberalismo.

Per chiarirmi la sua idea, Monsurrò mi ha segnalato un articolo di Nathan Lewis su Forbes; discuterò sui principi di base e, in due puntate, esporrò le mie considerazioni. Come si vedrà, la discussione investe i fondamenti del liberalismo in generale e dell’austrismo in particolare.

 

Non riprendo l’esempio su Forbes ma ne schematizzo un più semplice. Prendiamo una teorica “banca Monsurrò” con tre categorie di asset A B C iscritti nell’attivo e tre categorie di debiti X Y Z iscritti nel passivo oltre naturalmente al capitale proprio K, come nell’esempio qui di seguito.

 

Attivo

Passivo

A

80

K

8

B

10

X

7

C

10

Y

25

 

 

Z

60

Totale Attivo

100

Totale Passivo

100

 

Evitiamo le complicazioni legate al calcolo del capitale di vigilanza ex Basilea2 e poniamo che questi pochi dati siano esaustivi di tutto ciò di cui si debba tener conto; la banca Monsurrò ha una capitalizzazione regolamentare dell’8% (leva 11,5). Poniamo che la banca debba registrare una svalutazione del 15% sugli asset A (potrebbe essere il caso di un default di un particolare tipo di crediti o dell’emittente dei titoli di debito sovrano detenuti); la riduzione dell’attivo per 12 porta la banca direttamente all’insolvenza, in quanto il suo capitale di 8 non basta per assorbire tale perdita. Lo stato di insolvenza può comportare effetti aggiuntivi, ad esempio lo scioglimento automatico di alcuni rapporti (come nel caso delle posizioni in derivati) che potrebbe avere effetti sia sull’attivo che sul passivo. Supponiamo che quindi si abbia una svalutazione aggiuntiva di tutti gli asset C nonché la cancellazione dei debiti X; il valore netto (il capitale proprio) si ricava per differenza tra i rimanenti asset e debiti come segue:

 

Attivo

Passivo

A

68

K

-7

B

10

Y

25

 

 

Z

60

Totale Attivo

78

Totale Passivo

78

 

Il valore netto della banca (K) è negativo; la banca è irrimediabilmente fallita. Restano i creditori Y e Z (una delle due categorie può essere quella dei semplici depositanti e l’altra finanziatori diversi, come altre banche, sia attraverso prestiti diretti che tramite la sottoscrizione di bond). A questo punto, in un fallimento normale, un curatore cercherà di liquidare l’attivo, e quasi certamente non potrà recuperare esattamente il valore “di libro” di 78, con cui pagherà i creditori secondo eventuali regole di priorità o altrimenti in modo proporzionale. È chiaro che una classe di creditori, se non tutti, nel migliore dei casi dovrà realizzare una perdita, e che comunque la banca cessa di operare con tutti gli effetti conseguenti sul sistema dei pagamenti. In caso di privilegio dei creditori Z (perché, ad esempio, sono i depositanti), si ottiene una perdita minima per i creditori Y del 28% (solo 18 resta disponibile per il loro soddisfacimento) che con un tasso di recupero dell’85% (generoso) sull’attivo sale al 74,8% (per loro restano solo 6,3).

Qui viene “l’idea”: poniamo che la classe dei debitori Y sia tenuta in qualche modo ad assumersi l’onere di intervenire prima della dichiarazione di fallimento, quindi prima anche degli effetti sugli asset C e debiti X, attraverso la conversione in K (l’articolo parla di equity-debt swap, “scambio tra debito e capitale”). In tal caso le somme finora iscritte come Y confluiscono in K e il bilancio si presenta come segue:

 

 

Attivo

Passivo

A

68

K

21

B

10

X

7

C

10

Z

60

Totale Attivo

88

Totale Passivo

88

 

Cioè la banca Monsurrò ora si trova con una capitalizzazione oltre il 23% avendo assorbito la perdita di 12, non è quindi insolvente e può continuare ad operare, inoltre i creditori dovrebbero accettare sul momento una perdita del 16% (inferiore al più ottimistica delle ipotesi precedenti) che potrebbe venir recuperata nel normale svolgimento dell’attività della banca (con una capitalizzazione di borsa pari a 1,5 volte il capitale, gli ex creditori Y potrebbero pure guadagnarci).

 

Questa proposta presenta in realtà alcuni problemi che ritengo insormontabili.

 

La prima obiezione riguarda una svista in cui mi pare cada pure Lewis: i neo azionisti (ex creditori Y) non sono titolari di 21, il capitale che risulta in bilancio, bensì di circa 15,9. Infatti dalla perdita iniziale non discende che le azioni preesistenti – il cui valore contabile diventa negativo – vengono stracciate e i relativi azionisti estromessi, bensì questi azionisti restano con il loro capitale investito che nominalmente valeva 8 e semplicemente nel capitale si aggiungono nuovi “apporti” per 25, per un totale di 33 che assorbe la perdita da svalutazione degli asset A per 12, e che quindi risulta in un valore contabile di 21. I nuovi azionisti, ex creditori Y, saranno allora titolari di 25 quote su 33 di K.

Questa è una conseguenza del diritto di proprietà: se sono titolare di una azione non fa differenza che sul mercato valga 10 o -10, sono comunque titolare di una azione con tutto ciò che ne consegue. I nuovi soci si aggiungono ai presenti e ne diluiscono certamente i diritti (di voto, di dividendo…) ma assolutamente non li estromettono. Nessun tribunale può arrogarsi il diritto di trasferire d’ufficio la proprietà di un bene, a meno di non indebolire il diritto di proprietà secondo un arbitrario senso di “giustizia” o “merito” che trascende dal titolo di acquisto originario.

Questo significa che tale salvataggio – ammesso e non concesso che sia praticabile tale swap – è un modo non solo di salvare l’operatività dell’azienda bancaria, ma anche di diluire la perdita su una compagine sociale maggiore di fatto facendo un piacere agli originari azionisti. La cosa non deve stupire, perché la banca Monsurrò è comunque oggetto del diritto di proprietà, che nessuno di loro ha alienato, di certi soggetti, che continueranno a risentire delle vicende dell’oggetto dei propri diritti: se l’oggetto perisce, loro perdono patrimonio, ma se l’oggetto acquisisce valore, loro si approprieranno di parte di questo. La protezione del diritto di proprietà giustificato dalla legittimità del suo acquisto iniziale è essenziale per qualsiasi attività umana. Chi svolgerebbe una qualsiasi attività imprenditoriale, per definizione rischiosa, se sapesse che al primo “incidente” si vedrebbe espropriato dei diritti che originariamente ha acquistato dovutamente pagandoli? Oltre ad esservi una codificazione ed un riconoscimento legale del diritto di proprietà, questo è anzitutto un “principio morale” riconosciuto nel tempo e nello spazio per la sua funzione sociale (nel senso di insita nella “azione umana”). Già il diritto di proprietà ha subito duri colpi dall’espansione dello Stato nel mondo sociale ed economico, non mi pare il caso di aggiungere indebolimento a indebolimento.

 

La seconda obiezione riguarda la posizione del creditore che si vede, d’imperio, cambiare il proprio status da quello di creditore a quello di imprenditore. Le posizioni sono decisamente diverse: il creditore è colui che – da capitalista – dispone di somme rinvenute da una rinuncia al consumo immediato e decide di prestarle dietro interesse e per un certo periodo di tempo a un terzo che possa farne un utilizzo produttivo (teoricamente anche un prestito concesso per fini di consumo del terzo può essere produttivo, nei termini che ne consente il sostentamento mentre questi matura le condizioni per poter essere più produttivo nel futuro); l’imprenditore è colui che, anche supportato dai capitali a debito forniti dai capitalisti, impiega risorse patrimoniali fisiche e intellettuali proprie per avviare un processo produttivo che restituisca in futuro una certa maggior ricchezza tale da ricompensare i capitalisti e permettere all’imprenditore stesso un certo standard di consumo. Benché in ogni persona convivano in proporzioni diverse i caratteri di consumatore capitalista e imprenditore, date le differenze profonde tra queste diverse disposizioni è ben difficile che un soggetto possa accettare con leggerezza il passaggio forzato da uno status dominante all’altro.

Anche in questo caso si ha una traslazione forzata del diritto di proprietà: il creditore cede la proprietà delle proprie risorse ottenendo in cambio il diritto di proprietà ad una certa serie di prestazioni nel tempo (pagamento degli interessi, restituzione del prestito); uno swap come ipotizzato sopra azzera questi diritti, restituisce la proprietà delle risorse prestate, ma le vincola ad una attività imprenditoriale trasformando così il diritto su una prestazione (credito) in diritto all’esercizio di una attività, diritto che oltretutto è diluito in una compagine di altri ex creditori cui si aggiungono – come visto sopra – i precedenti proprietari della banca. Il pieno diritto a un credito diventa un diritto frazionario di partecipazione imprenditoriale.

Non vedo quale sia la ratio liberale in tale manipolazione del diritto di proprietà, considerando oltretutto che non c’è nulla che vieti al creditore di conferire di propria sponte il suo credito alla società proprietaria della banca ottenendo il risultato che si vuol invece imporre via swap. Esiste infatti una importante letteratura di banche pronte ad acquistare altre banche in difficoltà, rimpinguandone il capitale e mantenendone la continuità operativa (in Italia ci sono banche regionali che così hanno assunto rilievo nazionale), e questo deve far pensare quando si trovano banche che effettivamente vengono lasciate fallire (evidentemente non sono recuperabili), così come esiste una letteratura di creditori a vario titolo, compresi i dipendenti, che hanno rilevato società fallende acquistandone i diritti societari e ripianandone così il rosso. Se la libertà d’azione – il mercato – ha permesso il recupero di situazioni di insolvenza mantenendo sul mercato sia banche che imprese manifatturiere, dovremmo accettare che esistono situazioni in cui il recupero, non venendo realizzato, è in realtà anti-economico, e che in tali situazioni un qualsiasi recupero – che nella situazione in esame ha la forma di un vero e proprio bail-out ex lege con soldi privati – è per definizione un modo sub-ottimale di allocare il capitale.

 

[continua]


4 Responses to “Come Non Far Fallire una Banca (parte I)”

  1. 1

    Vincenzo Says

    Relativamente alla prima obiezione fatta nell’articolo, ritengo che i proprietari precedenti, essendo responsabili del fallimento della banca, quali che siano le ragioni contingenti di ciò, in caso di salvataggio da parte di uno dei creditori, dovrebbero perdere qualsiasi diritto di proprietà. D’altra parte, come nel caso esemplificato il valore del capitale sociale K diventerebbe negativo quindi essi, all’atto della liquidazione, non riceverebbero niente. Quindi l’intera proprietà dovrebbe andare ai creditori che hanno convertito il loro credito in azioni.
    Relativamente alla seconda obiezione si può anche pensare che tale conversione avvenga su base volontaria.
    Più in generale, relativamente alle banche, quello che trovo assolutamente destabilizzante, sia per le banche che per i conti dello Stato in generale, è il fatto che i titoli di Stato detenuti vadano valutati a prezzi di mercato e non per il valore nominale in quanto una variazione all’insù dei tassi di interesse innesca un perverso meccanismo a spirale. Il loro valore di mercato del momento scende, quindi la banca li inizia a vendere per mantenere l’attivo; la vendita comporta una ulteriore discesa del prezzo quindi un ulteriore aumento dei tassi di interesse che penalizza i conti dello Stato e così via di male in peggio, alla fine mandando in fallimento Stato e banca.
    Se una banca ha acquistato titoli di Stato come asset sicuro che rende un certo interesse, cosa può importare se, in un momento successivo, lo Stato ha emesso titoli a cedola più alta? Avrebbe forse venduto quei titoli se i tassi fossero rimasti invariati? No di certo, salvo casi di estrema necessità, ovvero tutti i creditori della banca che chiedono il rientro, eventualità che in un sistema meno schizofrenico di quello attuale non si verificherebbe mai, oppure nel caso che tutti i suoi debitori “commerciali” non restituiscano quanto preso a prestito. L’unica cosa che si potrebbe dire è che ha impiegato la liquidità disponibile in modo non ottimale. Ma anche alle aziende manifatturiere quando costruiscono un impianto nuovo può capitare di scegliere non il più remunerativo. Nonostante ciò, se tale impianto è comunque redditizio esse continuano ad andare avanti.

  2. 2

    Leonardo, IHC Says

    Riguardo la prima obiezione, ripeterei l’argomento dell’articolo. Ti ricordo che lo swap serve appunto per non far scattare il fallimento (quindi neppure l’azzerameneto delle azioni), e oggetto del diritto è la quota e non il valore della quota di partecipazione. Non parlo di “merito”, parlo di “diritto”, e ripeto che se cominciamo a porre il diritto sotto a considerazioni diverse entriamo in una spirale pericolosissima.

    Sulla valutazione a mercato, direi che avresti ragione, e infatti il criterio finora era quello che descrivi tu; credo che ormai incida il fatto che i titoli di stato siano detenuti non per gli interessi bensì come collaterale per aver finanziamenti dalla BCE, e in quel caso valgono per il loro valore garante, cioè per il valore di mercato.

  3. 3

    Vincenzo Says

    Ritornando al primo punto, una norma che potrebbe essere introdotta, e credo che sarebbe utile, è proprio il fatto che quando l’alternativa è tra il fallimento e la conversione in azioni dei crediti vantati da un terzo si abbia l’azzeramento completo del titolo azionario originario, sia come valore che come diritto.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    mi pare che la tua idea (e magari anche di monsurrò) stia puntando a una nuova serie di norme in più per sistemare i casini che emergono da quelle già messe.

    Ripeto la mia considerazione “Chi svolgerebbe una qualsiasi attività imprenditoriale, per definizione rischiosa, se sapesse che al primo “incidente” si vedrebbe espropriato dei diritti che originariamente ha acquistato dovutamente pagandoli?”
    Questa considerazione fa riferimento alla ratio del diritto commerciale, e cioè che il rendere certa la disciplina dei rapporti non deve diventare una alterazione degli incentivi personali ad agire. L’attività imprenditoriale è rischiosa per definizione, fatta di alti e bassi; se togli la certezza del mio diritto di proprietà al primo “basso” crei incentivi del tutto giuridici e non economici a evitare di assumersi alcun rischio, cioè incentivi a non aprire nuove attività imprenditoriali.

    Una estremizzazione per farti capire: una norma come tu suggerisci suona come “tieni bene casa tua, ché se cade una tegola allora non sei in grado di tenerla quindi espropriamo casa tua e la diamo a uno più bravo”.

Aggiungi un tuo Commento