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Come Non Far Fallire una Banca (parte II)

June 4th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Continuo la trattazione dell’idea di Lewis, vista con favore dal dott. Monsurrò, su un debt-equity swap come soluzione ottimale dei casi di dissesto bancario.

Nell’articolo precedente ho esposto i principi della proposta, ed ho opposto le mie considerazioni attorno al concetto di proprietà privata, sia riguardo il novero degli azionisti (il fallimento non cancella i precedenti azionisti, che anzi si avvantaggiano della partecipazione al capitale di ex creditori) che la posizione dei creditori coinvolti in questo forzoso concambio.

Riprendo le mie considerazioni puntando più sull’aspetto finanziario.

 

La terza obiezione riguarda la concretezza della protezione delle somme impiegate dai creditori Y e il calcolo economico sottostante. Abbiamo già visto che, tenendo in dovuta considerazione il problema giuridico della proprietà delle quote societarie, il prestito iniziale di 25 si è convertito in un valore di libro non di 21 bensì di 15,9; questo significa per loro una perdita secca di oltre il 36%, superiore a quella “da libro” che sconterebbero restando creditori (28%) a causa del farsi carico, come già detto, di un trasferimento di valore a favore degli azionisti preesistenti (le azioni hanno tutte lo stesso contenuto giuridico). Fatto lo swap, gli ex Y non avranno più un soggetto su cui far valere i termini di rimborso (importo e tempo) di un prestito, sballando del tutto la loro pianificazione; c’è una analogia con il caso di mero fallimento, in cui gli ex Y si trovano in mano un diritto di credito dal valore fortemente ridotto (che in casi gravi può perfino annullarsi), mentre con lo swap si perde perde la prospettiva di rientrare del capitale che, ormai conferito alla società, appunto non è più loro ma della società su cui vantano un diritto di partecipazione e non di credito.

Nei casi in cui non si possieda (o non si ritenga di possedere) particolari qualità manageriali superiori a quanto dimostrato dalla precedente compagine, chi decide di restare creditore e aspettare la conclusione della procedura concorsuale di fallimento (liquidazione dell’attivo e distribuzione pro quota di quanto disponibile) potrebbe aver fatto un fine calcolo economico: conferendo il credito a nuovo capitale avrei accettato subito una maggior perdita a fronte di sostanziali immutate capacità reddituali – cioè di recupero – dell’attività. C’è da chiedersi se sia possibile che un terzo esterno possa svolgere un calcolo economico più preciso in quanto una procedura standardizzata e in un certo senso automatica di debt-equity swap è per definizione generale ed astratta e cioè manca a priori della conoscenza delle Hayekiane “circostanze di tempo e luogo” di cui sono in possesso i creditori interessati (ben più consapevoli della propria ignoranza in materia bancaria a parte “ti do soldi, restituiscimeli con gli interessi”).

Con una soluzione del tipo Monsurrò-Lewis l’ex creditore Y esce dalla pianificazione inter-temporale di flussi finanziari in cui il tasso di interesse include il rischio di insolvenza della controparte, per entrare in un mondo di ben maggiore incertezza e rischio imprenditoriale in cui il ritorno – sempre che vi sia – viene praticamente del tutto procrastinato ad un termine incerto.

 

La quarta obiezione che voglio proporre fa riferimento alla strategia del creditore che, dati i tre punti precedenti, potrebbe sottostare alla scelta del debt-equity swap. Dobbiamo anzitutto escludere il caso che i creditori scoprano improvvisamente una vocazione da azionisti; il mercato offre già strumenti che in vario modo conciliano le diverse propensioni degli investitori come prestiti subordinati (in cambio di particolari remunerazioni, il prestito riconosce interessi o viene rimborsato solo dopo il pieno soddisfacimento delle altre categorie di creditori, quindi finanziariamente si comporta quasi come una azione) e convertibili (a certe scadenze o a seconda degli eventi, il prestito può convertirsi in capitale proprio, cioè le obbligazioni diventano azioni in forza di clausole contrattuali), per cui possiamo concentrarci sugli obiettivi finanziari del creditore. Escluderei anche il caso che un creditore sia disposto a diventare azionista per proteggere, salvando la banca, l’intero sistema dei pagamenti internazionali, perché il mondo non è fatto di angeli e comunque non possiamo fare affidamento su questa pur gradevole ipotesi (concetto rubato da una lezione a Siena proprio di Monsurrò, di cui qui).

Per non rischiare una procedura concorsuale che potrebbe rivelarsi del tutto insoddisfacente, un creditore Y potrebbe eventualmente concludere che sia opportuno, per il momento, accettare la trasformazione del proprio credito in capitale della banca così da “salvare” il debitore. Prescindendo dalle mie obiezioni sia sullo spirito che sull’abilità imprenditoriale di un qualsiasi detentore di bond, mantenendo in attività la banca si ha la possibilità che questa riprenda un pieno e profittevole funzionamento e che il valore della stessa cresca; la prospettiva attraente è che la banca arrivi a capitalizzare sul mercato – specificamente in Borsa – un multiplo del capitale sociale sufficiente (ad esempio quell’1,5 già ipotizzato sopra) a permettere di recuperare, con la vendita delle azioni, l’intero credito iniziale più un qualche maggior valore che implicitamente incorpori sia il valore del tempo atteso per il recupero che il rischio finora sopportato con questa strategia. La vendita delle azioni è quindi l’obiettivo degli aderenti allo swap. Da qui può nascere un problema: il momento in cui il corso delle azioni recupera il prestito iniziale è uguale per tutti i creditori, e da quel momento partono gli incentivi individuali a vendere; la progressione delle vendite deprime il prezzo, impedendo così il raggiungimento di quell’obiettivo di recupero del prestito iniziale. Diventa allora ottimale cercare di vendere prima che lo facciano gli altri, e siccome questo problema tocca tutti gli ex Y questo significa una corsa di tutti ad anticipare la vendita, con il rischio concreto di arrivare ad una corsa alla vendita appena effettuato lo swap.

In effetti si potrebbe fare una ipotesi più restrittiva, per cui i creditori Y accettino il debt-equity swap solo per evitare l’apertura del fallimento ed il rischio di una liquidazione dell’attivo particolarmente deludente, per poi procedere immediatamente alla vendita delle azioni. Si tratta di un perfetto comportamento da free rider in cui da una parte si “coopera” accettando la conversione dei propri diritti da creditizi a partecipativi per sostenere – cooperativamente – il valore finanziario dei propri diritti, ma dall’altra c’è la convenienza ad approfittare immediatamente del salvataggio vendendo le azioni e recuperando il credito; questo vale in modo particolare se il salvataggio realizzato con lo swap è tale da preservare un valore di Borsa sufficientemente alto (ipotesi non peregrina: il tipo di soluzione Monsurrò-Lewis potrebbe portare a una patrimonializzazione perfino superiore a quella di partenza, eliminando intanto una fetta di obblighi di rimborso del passivo, e se tutto questo serve per fronteggiare perdite “spot” causate da un default sovrano isolato – cioè non da problemi organizzativi o strutturali ancora presenti – le prospettive reddituali vengono preservate). Se però viene riconosciuta questa opportunità, è da attendersi una corsa alla vendita delle azioni appena concluso lo swap con conseguente crollo del valore di mercato delle azioni, da cui perdite teoricamente anche superiori a quelle prospettabili con un fallimento. Se questa possibilità è plausibile (e lo è) la scelta dello swap diventa “inferiore” alla normale procedura di fallimento, ed imporla per legge implica imporre qualcosa di sub-ottimale.

 

Una considerazione finale. Viste le mie osservazioni (in particolare la seconda e la terza), deve essere chiaro che il debt-equity swap non porta il sistema economico ad una condizione paragonabile a quella di partenza. All’inizio avevamo una banca depositaria di un certo ammontare di risparmi e destinataria di un certo ammontare di crediti, per cui a certe date tali passività della banca verrebbero ricondotte in moneta per poi circolare; dopo lo swap una parte del passivo resta vincolata alla banca, venendo comunque ridotta della perdita realizzata, e senza prospettive per la parte residuata di venir ricondotta in moneta e quindi di circolare.

In sede di fallimento ordinario di una banca certamente si hanno i contraccolpi dovuti alla chiusura di un nodo del sistema dei pagamenti, ma essendo i depositanti dei creditori privilegiati questi sarebbero i primi a venir rimborsati dal fallimento e potrebbero trasferire i propri risparmi e le proprie esigenze di pagamento in altre banche. Qualcuno dovrà sopportare la perdita che ha causato il fallimento, ma questo comunque non è evitato neppure nel caso dello swap.

Sarà chiaro adesso che questa alternativa al fallimento, se assolutamente vuol essere perseguita data ad esempio l’eccezionalità del momento, dovrebbe riguardare ad esempio i creditori subordinati (di solito altre banche) e non certo i depositanti, altrimenti si tratterebbe di congelare forzosamente in una impresa dal valore negativo un risparmio destinato originariamente a consumi futuri o a sostegno di altri investimenti, cioè imporre una allocazione (sub-marginale) dei capitali privati (pensateci: pensavate di avere un conto corrente e quando andate a prelevare per andare a far spesa vi vien detto “lei ora è socio, i suoi soldi sono stati conferiti a capitale della banca, non può certo prelevarli”; in termini tecnici con lo swap l’aggregato monetario M2 si contrae in misura maggiore che in caso di fallimento). D’altra parte se limitiamo il debt-equity swap ai rapporti tra banche, in una situazione di crisi montante si creerebbe un sistema di partecipazioni bancarie altamente intrecciato che potrebbe finire con il deprimere il funzionamento della concorrenza.

 

Come sempre, il pasto gratis non esiste.

 


6 Responses to “Come Non Far Fallire una Banca (parte II)”

  1. 1

    Vincenzo Says

    Nell’antica Grecia e nell’antica Roma un debitore che non restituiva il prestito ricevuto diventava schiavo del creditore.
    Lasciando da parte il concetto di schiavitù che non è proprio consono al nostro modo di vederl’Uomo, vediamo cosa significava questa cosa da un punto di vista economico.
    Teniamo conto che all’epoca l’attività economica era in larga parte individuale, non esistevano le grandi aziende.
    Tizio si faceva prestare da Caio del denaro, magari al fine di avviare un’attività (che so, comprarsi un campicello e coltivarlo) ma per ragioni le più diverse falliva in questo.
    Caio a questo punto acquisiva la proprietà totale di Tizio (trasformava il credito in azioni) il quale perdeva tutti i diritti (le azioni venivano annullate) e, visto che Tizio si era dimostrato incapace di gestire con successo una attività, lo indirizzava lui verso una attività più remunerativa (per Caio). Lo faceva magari diventare cuoco nella sua domus e poi a un certo punto, quando era diventato bravo, magari lo vendeva (vendeva le azioni).
    Aldilà delle considerazioni morali, che rendono tale sistema inaccettabile, dal punto di vista economico la cosa funzionava perfettamente.
    Non si vede perché non potrebbe funzionare, mutatis mutandis, con le banche.

  2. 2

    Leonardo Says

    mi rifiuto di fare analogie con il diritto romano. tanto vale farlo allora con il diritto islamico e tagliare le mani!

  3. 3

    Vincenzo Says

    Il nostro diritto è ancora quasi tutto basato su quello romano – ma ne ha preso il peggio mi sa e poi lo ha intriso di bizantinismo

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Scusa ma questo è come dire che oggi parliamo latino. Quello è un altro diritto, il diritto di un’epoca in cui potevi rendere schiavo qualcuno, il diritto di 2000 anni fa di un impero che è collassato. Spererei che in 2000 anni si possa parlare di un altro diritto.

  5. 5

    Vincenzo Says

    Ok, però mi sa che il senso del mio intervento non è stato compreso. Non voglio certo dire che uno debba rendere schiavo un altro.
    Voglio dire che ha senso, nel caso di una azienda prossima al fallimento, annullare i diritti di proprietà precedenti in caso di salvataggio da parte dei creditori

  6. 6

    Leonardo, IHC Says

    be’ per me assolutamente no, come ho cercato di spiegarti. se estendi il principio allora aspettati di vederti espropriata la macchina al primo leggero tamponamento che fai.

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