Come Parte un Attacco Speculativo
January 21st, 2013 by Leonardo
Recentemente ho sentito un politico sparare a zero sulle banche tedesche che un giorno hanno piazzato sul mercato qualche miliardo di BTP dando così il via a una spirale speculativa al ribasso sul debito italiano. Se fosse così facile creare un trend, forse non ci sarebbe mai nessun trend: ma perché allora i generosi acquisti di titoli da parte della BCE non hanno creato subito un trend rialzista, e perché nessuno ha fatto lo stesso con i titoli tedeschi, francesi, o svedesi? Insomma, il politico l’ha fatta un po’ troppo semplice.
Ma come parte un attacco speculativo?
Definiamo qualche regola basilare di comportamento. Anzitutto ciò che spinge a vendere può essere la necessità di liquidità, oppure l’aspettativa che in un futuro più o meno prossimo il prezzo del titolo “attaccato” sarà più basso. Lo speculatore guadagna quando vende ad un prezzo maggiore di quello di acquisto. Banalmente, se acquisto un BTP a 99 e lo vendo a 101 ci ho guadagnato (101-99=) 2; ma anche se vendo il mio BTP a 95 e lo riacquisto a 90 ci ho guadagnato (95-90=) 5 ed ho ancora il BTP in mano. Se si è a corto di liquidità si può anche – entro certi limiti – fregarsene se nell’operazione si segna qualche perdita. Se non si hanno bisogni di liquidità impellenti, il punto è sapere cosa farà il prezzo in futuro, e poi decidere come comportarsi.
Nel caso delle banche tedesche ho qualche dubbio che avessero un genuino problema di liquidità (se non altro per la possibilità di pelare soldi a volontà dalla BCE). Dobbiamo quindi pensare che si aspettassero un prezzo più in basso nel futuro… ma il prezzo non scende per volontà divina (anche se gli interventi della BCE e quelli attesi dall’ESM un po’ sanno di interventi divini – non necessariamente efficaci a pieno – per far salire i prezzi!), cioè l’attesa deve essere stata che in futuro un po’ tutti gli operatori avrebbero deciso di disfarsi – ai prezzi correnti – dei BTP e di altri titoli di Stato europei. In altri termini, quel che serviva alle banche tedesche era un motivo “fondamentale” per cui si aspettassero che il mercato in generale avrebbe preso una posizione “a vendere”. Ora, vedendo dall’interno come gira l’Italia, secondo voi gentilissimi lettori c’erano ragioni concrete per dubitare ad esempio della piena solvibilità dello Stato Italiano o di quello spagnolo? Chi dice no, dietro la lavagna!
Vendere su una supposizione sbagliata, oppure solo per “scuotere” il mercato e cercare di avviare un trend al ribasso sui BTP, non avrebbe avviato una spirale speculativa, ma solo una perdita secca per le banche tedesche. Buttare sul mercato quasi l’equivalente di un’asta settimanale di titoli di Stato sicuramente dà uno scrollone ai prezzi, ma a quel punto i casi sono due 1) gli altri operatori condividono le preoccupazioni delle banche tedesche o 2) gli altri operatori vedono una mossa sbagliata. Essendo scesi i prezzi, nel caso 1) gli operatori si mettono anch’essi a vendere prima che il prezzo scenda ancora (e così potranno o acquistare altri titoli oppure gli stessi che hanno venduto lucrando sul più basso prezzo futuro), mentre nel caso 2) si metteranno subito ad acquistare i titoli che ai loro occhi saranno in vendita “a sconto”.
Se il prezzo di partenza ha un qualche senso – ad esempio è coerente con i fondamentali dell’economia e quindi con il grado di sicurezza di interessi e rimborso dei titoli – il mercato esprimerà una domanda dei titoli fino al ritorno di quel prezzo iniziale. Ma nella nostra esperienza di questo ultimo anno, si è verificato il primo caso, cioè che si è creato un trend talmente preoccupante da aver spinto a varie forme di salvataggio già attive o da attivare. Le banche tedesche hanno causato l’ondata speculativa? No, semplicemente sono le prime ad essersi mosse, e non l’avessero fatto loro, l’avrebbe fatto qualcun altro.
Prima di far scattare un tale movimento, esistono sempre alcuni rischi. Anzitutto le analisi sul valore del titolo possono essere anche in parte sbagliate. D’altra parte la reazione del resto del mercato non è del tutto scontata, se non altro in termini di forza della risposta. Ancora di più non sono certe le ripercussioni successive un po’ sull’economia in generale e un po’ – passando dagli altri operatori – quelle di ritorno sull’operatore che fa il primo passo. Se l’analisi indica un possibile “guadagno” di x (guadagno netto o risparmio di perdite), i rischi comportano una certa probabilità di “costi opportunità” di y, e fino ad un certo punto sarà più conveniente star fermi. Ma se le cause di preoccupazione continuano a montare, i possibili “guadagni” supereranno adeguatamente i “costi opportunità”, tanto da incentivare qualcuno a vendere; la rottura del falso equilibrio precedente – essenzialmente basata sulla paura di muoversi per primo e sbagliare – volta per volta farà saltare le resistenze di altri operatori (anche seguire quel che altri fanno ha dei rischi, primo tra tutti il rischio di star seguendo chi ha preso un abbaglio, quindi un confronto tra possibili guadagni e costi si ripropone anche se probabilmente meno stringente). Se le preoccupazioni sono molto diffuse, si crea la spirare verso il basso; se non lo sono, si torna essenzialmente al punto di partenza, e chi si è mosso per primo ci rimette soldi.
Se vi sembra banale come spiegazione, questo è lo schema con cui Krugman ha “spiegato” gli attacchi speculativi dello SME (chiamato “modello di II generazione”), quindi prendetevela con lui con il suo Nobel e non con un modesto pensatore liberalisticamente orientato.
Per tornare alla ricostruzione fatta da quel politico, smentire questo schema di ragionamento significa assumere che gran parte del mercato finanziario sia fatta di folli che inseguono le farfalle (comprando e vendendo in base alla rosa dei venti, agli starnuti di Frau Merkel, o al peso delle caccole appena estratte dalle loro divinatorie narici). Oppure significa che questi soggetti si sono messi in combutta dicendo “ovvia, oggi si fanno scendere i BTP, poi ci prendiamo un aperitivo”. Se la buttiamo in questi termini, molto vicini alle fantasticherie complottiste attorno a Bilderberg Templari Grigi e quant’altro, non serve studiare la questione economicamente, quindi ci si prenda la responsabilità di aprire una sanguinaria caccia al cospiratore.
Ora, non è che i mercati siano onniscienti e abbiano sempre ragione, sono fatti di persone e le persone sbagliano, ma errori che si protraggono così a lungo – considerato quanti soldi vengono messi a rischio – non sono credibili. Alla fine dell’articolo si capirà che in effetti un errore non c’era.
In generale questi movimenti che scattano più o meno improvvisamente sono legati alla presenza di un qualche equilibrio “artificiale”. Nel caso degli attacchi speculativi contro le valute, l’equilibrio artificiale è dato da un sistema di tassi di cambio fissi. Se ci pensate, anche le file per il pane di sovietica memoria derivavano da un equilibrio artificiale, dove il prezzo del pane era fissato per decreto. Da un certo punto di vista, anche l’incertezza e il rischio (lo scontro tra i suddetti guadagni x e costi y) consentono la formazione di equilibri temporanei che però non sono propriamente artificiali: l’economia stessa ha bisogno e persegue una qualche area di relativa stabilità, almeno finché questa non comporta costi troppo alti.
Nel caso di azioni o bond, in particolare nel caso dei titoli di Stato, non esiste direttamente un prezzo fissato per decreto, però esistono una serie di condizioni – gli impegni di BCE FMI ESM e qualsiasi altro ente con poteri decisionali e di spesa – che possono supportare la solvibilità degli emittenti, e in tal modo offrire un sostegno al prezzo dei titoli; questo equivale ad avere un equilibrio “artificiale”. Ad un certo punto in Europa le condizioni di dissesto sotterranee (economiche finanziarie ma anche politiche) sono diventate tali da rendere manifestamente dubbia l’effettività di questo supporto; le risorse a disposizione non sono parse sufficienti per coprire le necessità, e qualcuno ha alla fine deciso di muoversi prima di rischiare di rimanere con il cerino in mano. Il problema non è che siano partite per prime le banche tedesche e queste abbiano trascinato il resto del mercato, il problema è che così come le banche tedesche anche gran parte del mercato la pensava più o meno nello stesso modo, ed è per questo che è andato loro dietro; e dello stesso problema fa parte il fatto che l’Europa ha dovuto elaborare piani di aiuto per i Paesi “attaccati”, nonché ribadire la necessità provvedimenti di austerity, quindi nei fatti il mercato aveva ragione: come stavano le cose, non si poteva andare avanti.
In verità le chiacchiere sul controllo della spesa pubblica sono rimaste chiacchiere, mentre ben più consistente risulta la linea di aiutare direttamente i Paesi “fallimentari”. Questi aiuti (si pensi al caso greco) alla fine significano un “rimborso” (con soldi nuovi e dei contribuenti) a favore dei volgarmente detti speculatori che hanno acquistato i titoli ormai a sconto: in pratica abbiamo assistito o a una fuga dei capitali ben giustificata, o ad “attacco speculativo” andato decisamente in porto: i prezzi sono effettivamente scesi, e perché risalissero si è sostanzialmente pagato gli speculatori. In entrambi i casi i “ribassisti” avevano ragione, e per questo ci hanno guadagnato.
Nessuno ha creato la spirale. C’è stata solo una presa d’atto.




leos Says
Mi pare che Berlusconi andasse oltre però: ha affermato che la vendita massiccia sia stata dovuta alla “reputazione” delle banche tedesche; in parole povere gli investitori istituzionali hanno detto “minchia se vendono i tedeschi c’è da crederci”. In questo caso il meccanismo può “autodeterminarsi”; tuttavia, ed è questa la mia domanda, come potrebbe essere possibile una comunicazione così ampia e repentina da parte della Deutsche Bank? Non che abbia la minima intenzione di credere a Berlusconi, però mi interessano i processi e le eventuali manipolazioni.
Jan 22nd, 2013 at 1:01 pm
Leonardo Says
Leos, in realtà non mi riferivo a quel nano, ce ne è un altro che spara questa tesi in TV da più tempo, e non si faceva problemi di reputazione ma solo di volumi. Dopo questa inutile precisazione, ti rispondo.
Il fatto che un ente abbia reputazione e quindi gli altri “pesino” quel che fa, non dovrebbe essere un problema: tutti abbiamo dei riferimenti cui diamo più peso che ad altri; non sarebbe possibile “risolvere” la cosa regolando la reputazione, a meno che non si decida di infilarci tutti in un grosso “comportometro” e farci dettare anche quando andare in bagno.
Sul mercato finanziario gli ordini sono in genere anonimi, non appare “DB offre x, RBS chiede y”. Mi pare esistano eccezioni ma il mercato dei titoli sovrani dovrebbe sottostare a questa regola (tanto per dirne una, anche le Banche Centrali se non dicono cosa fanno sul mercato nessuno lo sa, quindi fanno comunicati stampa). L’informazione “chi c’è dietro quegli asterischi?” è un dato molto prezioso, e come tale credo che possa comunque venir fuori quando si tratta di certi enti. E’ possibile pure che, pur potendo rimanere anonima, la DB e chi altri decidano di far “filtrare” la paternità delle offerte sfruttando appunto la loro reputazione per generare qualche movimento… Però… Non è che la DB sia il motore del mondo finanziario, è autorevole ma non tanto da surclassare gli altri colossi americani ed europei, deve cioè pre-esistere - come dico nel pezzo - un consenso molto vasto sulla visione del mondo perché una mossa scoperta di DB possa tirarsi dietro - soprattutto tanto a lungo - un mercato che gira molte volte i suoi stessi volumi.
E’ una manipolazione? Non è una manipolazione tanto quanto non lo è il tuo suggerimento magari via TripAdvisor di non andare in un certo ristorante: “io non me ne giovo” non è una mossa subdola, è una aperta presa di posizione… Se poi la storia dimostra che di solito io ci azzecco, è un altro discorso, si vede merito la fiducia. Detto questo, sono anni che noi stessi italiani sputiamo sull’Italia e sulla sua gestione, se poi lo fa qualcuno all’estero vediamo di non fare i finti tonti.
Jan 23rd, 2013 at 8:38 am