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Come Siamo Arrivati Così Lontano?

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September 7th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
 
La teoria austriaca del Business Cycle ci dice come il lassismo monetario possa produrre un uptrend dai piedi d’argilla, e come gli indotti squilibri tra produzione e consumo sfocino necessariamente in fiammate inflazionistiche seguite o meno da una politica restrittiva delle autorità monetarie (statutariamente vincolate alla stabilità monetaria), ma soprattutto in un credit-crunch endogeno (sulla spinta del riassestamento dei pattern intertemporali di consumo e della revisione della struttura “temporale” della produzione) che guiderà l’economia verso il necessario downturn.
L’ipotesi austriaca (misesiana o hayekiana che si voglia) non può definire di per sé un timing per il ciclo economico. L’alternanza da parte delle autorità monetarie di politiche inflazionomiche (sistematicamente votate all’espansione del credito, cioè alla “gestione dell’inflazione monetaria”) e di decisi ripensamenti anti-inflazionistici, può definire più o meno i punti i punti di svolta del ciclo; ma, pur in assenza di svolte restrittive della politica monetaria, si creeranno endogenamente nel sistema condizioni per il ribaltamento del trend non superabili neppure con la continuazione di una politica inflazionomica.
L’esempio che ci stanno dando gli USA pare però andare contro questa logica. Spero di poter mostrare che le motivazioni di ciò non confutano la teoria di Hayek ma, eventualmente, la completano.

L’inflazionomia espande il credito nel sistema oltre il suo livello di equilibrio spontaneo, il che comporta la graduale erosione del risparmio reale accumulato; la maggior produzione avviata con questo credito, come stilizzato già da Wicksell, comporta un incremento del consumo da parte dei primi percettori di reddito (i lavoratori) prima che il ciclo produttivo finanziato da questo nuovo credito venga completato, e quindi le scorte di beni (espressione del risparmio reale) vanno sotto stress da domanda, con conseguente insorgere di inflazione; il credito eccedente il livello del risparmio reale, il credito di circolazione in Mises, è quindi prodotto dell’inflazionomia e misura dell’erosione del fondo di sussistenza(risparmio reale che “finanzia” il ciclo produttivo fino al suo completamento cui seguirà la ricostituzione del fondo).
Allo stesso tempo la maggior offerta di credito, e la sua minor onerosità, consentono e stimolano l’investimento i progetti “più lontani dall’orizzonte temporale dei lavoratori”, cioè in progetti con durata del ciclo produttivo (roundabout) più lunga. Questo riduce le possibilità del sistema di ricreare “prontamente” un flusso di merci sul mercato, che ricostituisca il fondo di risparmio reale e quindi soddisfi l’accresciuta domanda di beni (da parte sia di lavoratori che di imprese).
È chiaro quindi che l’inflazionomia svincola il lato del consumo (incrementandolo) da quello della produzione (riducendola) nei termini temporali “più brevi”; la differenza diventa erosione del risparmio reale, che per definizione porterà all’azzeramento del fondo prima della conclusione del maggior roudabout intrapreso; a ciò dovrà seguire un riassestamento drammatico nell’economia fatto di abbandoni di progetti incompleti e riconversione, nei limiti del possibile, della produzione verso investimenti con roundabout più breve. Questa riconversione comporta la perdita di parte del capitale investito (il capitale non è necessariamente smobilizzabile, rinvestibile, o altrimenti destinabile, come discusso anche qui) e quindi contrazione economica, cioè proprio il downturn indicato da Hayek.
 
Chiaramente un calcolo dei tempi del ciclo non è possibile, in quanto nella realtà la produzione è molto variamente composta, intrecciandosi così una vasta serie di roundabout di lunghezza disparata che non consentono calcoli della dinamica né inflazionistica né del risparmio reale. Quanto pare certo nell’analisi Austriaca, è che una volta “terminato” il fondo la creazione di credito non può più nulla, crea solo inflazione mentre l’economia scivola in una necessaria recessione reale; è solo questione di tempo.
 
Nel mondo reale però si ha ormai l’esempio, soprattutto da parte della Federal Reserve USA, di una continua creazione di offerta di moneta e di una accelerazione proditoria dell’offerta di credito, che pare aver consentito un lungo periodo di boom economico superando “miracolosamente” almeno un paio di avvisi di fase recessiva. In buona sostanza, la Fed pare aver dimostrato che ai primi accenni di downturn basta aumentare la creazione di credito di circolazione per rilanciare la crescita reale. Non per nulla anche in Europa, ai primi accenni di qualsiasi crisi, si invoca l’aumento dell’offerta di credito o, più precisamente, l’abbassamento dei tassi di interesse. Come siamo arrivati così lontano?
Quanto accaduto, principalmente negli USA, non contraddice le teorie Austriache per il semplice fatto che il boom USA in realtà è il boom asiatico, e per il fatto che nel caso degli USA è presente un elemento che la teoria di Hayek non ha considerato e che, in realtà, si dovrà dimostrare anch’esso di natura essenzialmente transeunte. Engelhardt ha in buona parte dimostrato come in un mercato internazionale aperto un boom da inflazionomia si trasmetta agli altri paesi; io invece intendo mostrare come gli USA avessero bisogno del boom asiatico e come la Fed abbia potuto continuare tanto a lungo la sua inflazionomica senza che ancora si sia scatenato un vero downturn.
 
L’Austrian Business Cycle ci dice che il trigger del downturn è l’esaurimento del fondo di sussistenza; questo significa che se si trova una fonte esterna di approvvigionamento di beni per tutta la durata del più lungo roundabout il problema è risolto. L’Asia è stato questo: l’opificio degli USA. L’inflazionomia ha inserito un cuneo temporale tra consumo e produzione, ed il consumo si è trasformato in importazione USA dall’Asia; questo da una parte ha diffuso a livello mondiale l’inflazionomia USA, trasferendo quindi parte dell’inflazione USA in Asia (dove comunque si produce a prezzi inferiori), e dall’altra ha reso sostenibile l’inflazionomia USA stessa.
Gli USA sono diventati quindi il più grande debitore verso l’estero a livello mondiale. Scongiurato il problema del finanziamento del più lungo roundabout, la Fed ha avuto gioco facile nell’espandere con continuità l’offerta di moneta (e credito) accelerando in caso di insorgenza di situazioni di crisi, facendo così apparire gli USA un paese prospero abbattendo qualsiasi ciclicità.
 
Ma i meccanismi endogeni del ciclo economico, dove sono finiti?
Gli USA hanno un unico grande vantaggio ormai, che non era compreso nelle più generali analisi di Mises e Hayek: stampano una valuta che ha il ruolo di riserva di valore internazionale.
Anche l’accumulazione di debito ha un limite, ed è quello che alla fine impedisce ad un paese di “sfogare” impunemente ed indefinitamente il proprio lassismo monetario sulla produzione estera: oltre un certo limite, l’importatore non è più credibile o realisticamente affidabile, il finanziamento cessa, ed il paese dovrà fare i conti con un roundabout ancora incompleto ed una domanda di beni eccedente la produzione. Il debito estero arriva ad un massimo, costringendo il debitore alla dovuta riconversione industriale e quindi capovolgendo il ciclo. Espandere ancora l’offerta di moneta e di credito in questo caso semplicemente inflaziona il sistema, fa deprezzare ulteriormente la valuta, e fa scendere ulteriormente la reputazione del paese come debitore. Il Ciclo Economico quindi alla fine ristabilisce la sua legge.
Se però il debitore è proprio colui che conia la valuta internazionalmente riconosciuta per le transazioni, questo meccanismo non funziona, in quando il debitore potrà “impunemente” stampare tutta la valuta che vuole e sarà per forza di cose “credibile”; virtualmente lo status del dollaro USA permette alla Fed un debito estero indefinitamente crescente nel tempo, per finanziare un roundabout indefinitamente crescente, ed un boom da inflazionomia praticamente eterno.
 
Eterno finché dura, direi io. Lo status di riserva di valore internazionale del dollaro non è attribuito per mandato divino, è una scelta del mercato, e come tutte le scelte può cambiare davanti a valori “spropositati” del debito e soprattutto se cominciano a inserirsi elementi di sfiducia sull’affidabilità dei debitori USA (lascio ad altri collegare questo ai fatti di attualità). Gli USA hanno pure la spada di Damocle di riserve asiatiche in dollari enormi, che se messe sul mercato possono far crollare il valore del dollaro, la fiducia annessa, e quindi il ruolo di riserva di valore internazionale. La perdita di questo “privilegio di conio” significherebbe uno stop all’indebitamento estero (oltre che la necessità del suo rimborso), quindi il ritorno della domanda all’interno ed il confronto con un roundabout disallineato, ed il conseguente downturn; in altre parole, la dura legge del Business Cycle.
Come si può prevenire questo? C’è una via, e cioè far prevalere la reputazione del dollaro su qualsiasi altra cosa, rallentando o stoppando la crescita di moneta e credito, e rialzando i tassi di interesse per puntellare il gradimento della valuta, lasciando che l’economia reale paghi dazio in termini di fallimenti aziendali, abbandono di progetti imprenditoriali e ridimensionamento del consumo, con conseguente downturn; in altre parole, ancora la dura legge del Business Cycle.
Alla fine, it’s a question of time.
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17 Responses to “Come Siamo Arrivati Così Lontano?”

  1. 1

    Libertyfirst Says

    Sono 30 anni che gli Austriaci si aspettano la crisi domani, ma le cause della durata del boom inflazionistico sono molte e non verranno a mancare nel breve termine. Ciò non toglie che nessuna di queste è eterna e affidabile.

    E’ molto interessante notare che il controllo politico della moneta ha eliminato le fonti interne di credit crunch, ma l’inflazionomia ha reso necessarie fonti esterne di fondi a rischio di credit crunch (per il dollaro). La Nemesi è evidente, non c’avevo mai pensato.

  2. 2

    L.Baggiani Says

    Una cosa che non ho sottolineato è che in effetti il business cycle austriaco fa riferimento, come un po’ qualsiasi grande teoria economica, ad un contesto di economia sostanzialmente chiusa, un po’ per motivi pratici un po’ perché quella era la condizione dei paesi più importanti dove si fa ricerca, come gli USA.

    Appunto aggirando il vincolo di bilancio dell’economia chiusa, secondo me, ci si è illusi di rendere eterno un uptrend monetario.

  3. 3

    Libertyfirst Says

    In effetti l’ipotesi di economia chiusa è implicito ma non fondamentale in Mises (che si limitava a difendere una versione eterogenea della PPP). C’è un paper di Massimiliano Neri che parla dell’estensione ad economie aperte in Mises, Haberler e qualcun’altro, sul sito dell’IBL… comunque ci sarebbe molto da fare, almeno a quanto dice l’autore stesso.

  4. 4

    prometeo Says

    […]il boom USA in realtà è il boom asiatico, e per il fatto che nel caso degli USA è presente un elemento che la teoria di Hayek non ha considerato e che, in realtà, si dovrà dimostrare anch’esso di natura essenzialmente transeunte[…]

    Questo mi sembra il punto chiave per azzardare un timing. Fiche’ produrre in asia sara’ conveniente oltre ogni ragionevole investimento in occidente, il boom asiatico continuera’. Credo che finche’ la produzione procedera’ nello stato di deregolamentazione e sostanziale schiavitu’ della forza lavoro, com’e’ in Asia oggi, la tendenza non cambiera’. Un fattore determinante per la competetivita’ soprattutto cinese (paesi limitrofi una volta produttori, come la Corea sono oggi costretti dal “mercato” a produrre in Cina) e’ fondamentale il totale disrispetto di qualsiasi legge a difesa dell’ambiente, della sicurezza sul lavoro, della dignita’ degli individui. Non c’e’ solo il fattore differenziale dei prezzi dovuto ai regimi economici, ma soprattutto le condizioni. Produrre “alla cinese” sarebbe conveniente anche in USA o in EU. Ennesimo paradosso del marxismo? Un paese comunista è il più sfrenato supporto per il peggiore capitalismo mai visto dalla Storia.

    […]stampano una valuta che ha il ruolo di riserva di valore internazionale[…]

    Anche questo sta lentissimamente cambiando. Negli ultimi 8 anni la quantita’ di dollari utilizzati come riserva non e’ cresciuta, mentre la sterlina e’ raddoppiata e l’euro e’ cresciuto del 30% rispetto alla somma di tutte le valute che ha sostituito. Un altro fattore non contemplato dalle teorie economiche e’ che col dollaro si compra l’energia, e chi prova ad accettare anche altre valute per la propria energia viene bombardato.

    […]lo status del dollaro USA permette alla Fed un debito estero indefinitamente crescente nel tempo, per finanziare un roundabout indefinitamente crescente, ed un boom da inflazionomia praticamente eterno[…]

    Un costo “nascosto” di questa politica e’ la distruzione di know-how che rende la riconversione alla fine del roundabout particolarmente difficile. Alla fine e’ un roundabout il cui prezzo e’ la civilta’.

    […]Gli USA hanno pure la spada di Damocle di riserve asiatiche in dollari enormi, che se messe sul mercato possono far crollare il valore del dollaro[…]

    Su questo sia Bernake che Greenspan sono particolarmente sereni, nel senso che per quella mole di dollari difficilmente si trovera’ un compratore. Forse l’effetto della politica inflazionomica USA e’ una enorme diluizione nel tempo della sostituzione del dollaro.

  5. 5

    L.Baggiani Says

    […]il boom USA in realtà è il boom asiatico, e per il fatto che nel caso degli USA è presente un elemento che la teoria di Hayek non ha considerato e che, in realtà, si dovrà dimostrare anch’esso di natura essenzialmente transeunte[…]

    Io non credo che un timing si veda da qui… O meglio non nel modo che intendi tu; eventualmente la Cina diventa il “grilletto” nel momento in cui decide di produrre per sé e non per gli USA. Forse non era chiaro il senso della mia frase: il boom USA è in realtà il boom asiatico perché gli USA hanno creato domanda per l’Asia, non perché l’Asia abbia trascinato gli USA, non vorrei ci fosse un fraintendimento.

    […]Gli USA hanno pure la spada di Damocle di riserve asiatiche in dollari enormi, che se messe sul mercato possono far crollare il valore del dollaro[…]
    Qui secondo me gli USA negano la realtà: non importa che qualcuno intenda comprare dollari, anzi se nessuno li vuole si accentua lo squilibrio doamnda/offerta dato dalla messa sul mercatoa delle riserve asiatiche, quindi il dollaro tonfa ancora più forte.
    Comunque, il petrolio russo è quotato in euro…

  6. 6

    prometeo Says

    […]il boom USA è in realtà il boom asiatico perché gli USA hanno creato domanda per l’Asia, non perché l’Asia abbia trascinato gli USA, non vorrei ci fosse un fraintendimento.[…]

    Non siamo in contrato. L’Asia non ha trasciano gli USA, ma gli USA hanno cominciato a produrre in Asia 35 anni fa. Per tanto tempo e’ stata una opportunita’, ma oggi e’ un “grilletto”. Ma la spinta per tutto questo sono stati i costi di produzione imbattibili che ha garantito l’Asia, appunto per 35 anni. Quand’anche la produzione asiatica venisse significativamente assorbita dall’Asia stessa, liberando l’Asia dal bisogno del consumatore USA, l’Asia rimarrebbe comunque competitiva perche’ produrre alle condizioni in cui si produce in Asia e’ impensabile in UE e USA. A meno che l’imbarbarimento di UE e USA procedesse a ritmi tali da far tornare “pensabile” il sostenere la produzione con quei metodi.

  7. 7

    L.Baggiani Says

    ho capito cosa intendi; ti voglio però sottolineare che il problema non è all’origine una delocalizzazione di parte della produzione in Asia da parte degli USA: si chiama specializzazione internazionale ed è una cosa che fa bene a tutti; il problema è che delocalizzare, nell’ultima decade, è diventata una necessità per assorbire la maggior domanda originata dall’inflazionomia, e questo ha avvantaggiato non solo le imprese delocalizzate ma anche imprese autoctone (nel caso della Cina, pure statali).

    credo tu capisca la differenza tra le nostre analisi

  8. 8

    prometeo Says

    Non sono daccordo sul fatto che la delocalizzazione sia un bene per tutti. E non sono neanche daccordo sul fatto che si tratti di ottimizzazione. Anzi… credo che la specializzazione rappresentata dallo spostamento della produzione mondiale in una specifica area geografica esponga a rischi tali da non rappresentare una ottimizzazione.

    Nel 2001 il signor Greenspan tagliò i tassi, il dollaro si svalutò e le borse americane non persero piu’ di tanto. In Europa invece il Dax crollò del 66% e l’indice italiano del 50%!
    Oggi il fantoccio in mano agli americani (la BCE) non potrà abbassare i tassi anche in Europa. Se facesse cosi’ sarebbe la fine del sistema.

    Tassi piu’ bassi in america e dollaro piu’ debole permetteranno agli americani di sostentare la loro economia, e salvando la loro, salveranno anche la nostra.

    Viceversa, se anche l’Europa tagliasse i tassi le nostre borse inizialmente non scenderebbero, ma l’america non si salverebbe. Loro rischierebbero il default a “l’Argentina” in poche settimane e sarebbe la fine del sistema capitalistico americano.

    Naturalmente gli Stati uniti non sono l’Argentina. La bancarotta americana costerebbe al mondo intero.
    L’Argentina fu dapprima sorretta da finanziamenti da parte di grandi banche, quando ci si accorse che non la si poteva salvare si decise di socializzare il rischio Argentina nelle mani di tanti (invece che in poche banche finanziatrici) e per mesi si offrirono obbligazioni argentine a investitori di tutto il mondo.
    Una volta che il rischio fu polverizzato, si dichiarò l’insolvenza.
    Stessa cosa fecero le banche italiane nel caso di Cirio o di Parmalat (privatizzazione degli utili, socializzazione del rischio).
    I bond americani hanno già innondato il mondo, quindi una socializzazione del rischio è già stata compiuta.
    Tuttavia il peso economico e soprattutto le armi, degli Stati Uniti è molto piu’ alto di quello dell’Argentina.

    Prima di decretare il fallimento degli USA l’economia mondiale dovrebbe ridurre la dipendenza dai consumatori americani, in questa chiave, secondo me, la crescia asiatica, della Cina in fin dei conti, puo’ dare una sorta di timing.

    Solo quando il costo sarà inferiore ai benefici l’impero americano potrebbe implodere per lasciar spazio al nuovo imperialismo Cinese (con inquietante parallelismo le democrazie occidentali stanno assumendo sempre piu’ i tratti di regimi totalitari socialisti). Ma gli americani ben lo sanno, e quando, negli anni scorsi si accorsero di questo rischio decisero di fare una scelta. Meglio la globalizzazione o la fine di un impero?

    Anche l’Italia entrando nell’Euro ha aperto le frontiere, ha aumentato gli intrecci commerciali, se l’area Italia andrà male, difficilmente il sistema la caccerà dall’Europa. Mal che vada l’Italia venderà i suoi gioielli, qualche bene reale a fronte di debili virtuali…

    Negli Usa è uguale. La situazione è difficile? Bene basta svalutare la divisa, i debiti automaticamente diminuiranno, qualche investitore ricco di liquidità comprerà dei gioielli americani (pezzi di industria o di finanza, o di mercati) e la globalizzazione avrà raggiunto uno dei suoi scopi. Evitare il crollo dell’impero.

    Nel mondo, negli ultimi anni, i paesi ex emergenti, hanno bilanci solidi, sono ricchi di liquidità e hanno creato decine di Fondi governativi.
    Questi fondi nei prossimi anni continueranno a comprare pezzi di Europa e di Stati uniti. L’intreccio a quel punto sarà completato e saremo nel vero mondo globale.

    Secondo me… ancora 8 - 10 anni (il tempo necessario alla Cina per rendersi autosufficiente). E poi vedremo chi e’ l’Imperatore.

  9. 9

    L.Baggiani Says

    “Non sono daccordo sul fatto che la delocalizzazione sia un bene per tutti. E non sono neanche daccordo sul fatto che si tratti di ottimizzazione. Anzi… credo che la specializzazione rappresentata dallo spostamento della produzione mondiale in una specifica area geografica esponga a rischi tali da non rappresentare una ottimizzazione.”
    La tua posizione assolutamente non mi trova d’accordo; è una visione molto miope di come si è evoluto il mondo e di come si sono normalmente evolute le economie regionali; la specializzazione è naturale nel momento in cui si aprono i commerci, e se nell’immediato (angolo di vista keynesiano) si crea un vuoto occupazionale da una parte, non si deve assolutamente dimenticare che significa anche risorse da dirigere verso produzioni su cui si ha un qualche vantaggio produttivo (ottica liberale di medio-lungo) con effetto solo poco meno immediato. Il modello Heckscher Ohlin ne è una veloce sintesi. Se semplicemente delocalizzare implica disoccupazione ormai una sola area del mondo produrrebbe e tutto il resto sarebbe alla fame, ma così non è, qualcosa vorrà dire.
    Quello che hai tu asserito equivale a dannare il progresso tecnologico perché rende le aziende meno dipendenti dai lavoratori e quindi crea disoccupazione; il ragionamento è lo stesso.

    “Tassi piu’ bassi in america e dollaro piu’ debole permetteranno agli americani di sostentare la loro economia, e salvando la loro, salveranno anche la nostra.”
    Per me questa opzione è illusioria e di nuovo miope, assolutamente keynesiana (tra l’altro, come keynes, trascuri il problema dell’inflazione) e irrispettosa delle analisi di lungo periodo (il nobel di Hayek, ad esempio) che ci hanno detto come proprio quelle politiche abbiano rovinato gli USA e in buona parte l’Europa. Non mi dilungo, questo sito ne ha abbondantemente parlato.

    “Meglio la globalizzazione o la fine di un impero?”
    La scelta fu diversa: meglio perdere la manifattura o lasciare spazio a un intempestivo downturn sperando nella forza di una politica monetaria keynesiana? Bene, guarda il padre del socialismo cosa ha portato!

    “Negli Usa è uguale. La situazione è difficile? Bene basta svalutare la divisa, i debiti automaticamente diminuiranno, qualche investitore ricco di liquidità comprerà dei gioielli americani (pezzi di industria o di finanza, o di mercati) e la globalizzazione avrà raggiunto uno dei suoi scopi. Evitare il crollo dell’impero.”
    Oh bravo, e secondo te i creditori internazionali non reagirebbero a questa fregatura abbandonando il dollaro? E per te i tassi resterebbero lì? chi si prende una industria in un paese al fallimento? Mi sa che non hai capito bene il finale dell’articolo.

    Su una cosa sono d’accordo, è l’emancipazione della cina che può decidere le sorti del dollaro, ma non necessariamente creando un super Yuan, bensì un supereuro.

  10. 10

    prometeo Says

    […]Sono 30 anni che gli Austriaci si aspettano la crisi domani, ma le cause della durata del boom inflazionistico sono molte e non verranno a mancare nel breve termine. Ciò non toglie che nessuna di queste è eterna e affidabile[…]

    Neanche il Sole durera’ in eterno… ma sia che il Sole si spenga fra 5 miliardi di anni, sia che si spenga domani, se non posso prevederlo, non serve a molto preoccuparsene, giusto?

  11. 11

    prometeo Says

    @ L.Baggiani

    […]che ci hanno detto come proprio quelle politiche abbiano rovinato gli USA e in buona parte l’Europa[…]

    Non vedo il contrasto. Il mio post si concludeva con la previsione di Impero Cinese che prende il posto di quello americano anche in EU. Quindi considero che a causa di queste politiche, sia gli USA che l’EU andranno in contro alla rovina. Quando, quanto e come… lo vedremo.

    […]Oh bravo, e secondo te i creditori internazionali non reagirebbero a questa fregatura abbandonando il dollaro?[…]

    C’e’ gia’ chi lo sta abbandonando il dollaro, ma non e’ che ci sono io dietro ai terminali della FED o BCE. Questo e’ quello che e’ successo. Poi gli effetti ciascuno li puo’ interpretare a modo suo. C’e’ chi dice che il pregio di Greenspan fosse quello di anticipare i fatti (forse facendoli accadere?) e il difetto di Bernake e’ la paura… oppure c’e’ chi dice che Bernake s’e’ solo beccato l’eredita’ della follia di Greenspan. Anche qui lo vedremo. Per ora… si perpetra l’erosione del valore reale del dollaro. Lo spettro dell’iper-inflazione aleggia gia’ da un bel po’, qualora s’innescasse una spirale iper-inflattiva… i tassi non resterebbero certamente dove sono.

    Chi si comprerebbe un’industria da un paese in fallimento? Chi ha liquidita’. Segui il cash-flow dietro al fallimento, ad esempio, dell’euro-tunnel, per vedere chi investe in fallimenti. Non resterai affatto sorpreso dei nomi.

    Per quanto riguarda l’ottimizzazione/delocalizzazione. Non tutte le realta’ industriali sono uguali, e soprattutto quella Italiana ha delle peculirarita’. Premetto che credo che l’industrializzazione sia stata imposta a forza all’Italia, e che ora ne sta uscendo, senza adeguata consapevolezza. Ma la delocalizzazione in Italia ha prodotto effetti abbastanza mostruosi in settori come il tessile e l’alimentare. Volendo a tutti i costi competere quantitativamente con la globalizzazione s’e’ svuotato il valore dell’abusato made-in-italy.

  12. 12

    L.Baggiani Says

    Il discorso con te si fa sempre molto ampio…

    Ti dico solamente che i tassi non si muovono solo in risposta all’inflazione, e quindi non solo per volontà della banca centrale. Dovresti saperlo, anche se nelle tue analisi mi sembra che trascuri il punto.

  13. 13

    L.Baggiani Says

    (ANSA) - ROMA, 7 NOV - L’euro segna l’ennesimo record e supera anche la soglia 1,47 dollari. […] dopo che la Cina ha ventilato la possibilità di una diversificazione delle proprie riserve che prevede il ridimensionamento della quota in dollari […] la Cina “favorirà le monete più forti” […] Xu Jian, vicedirettore della banca centrale, ha detto che il dollaro “sta perdendo il suo status di valuta di riferimento mondiale”. […] (ANSA).

    Testeremo la mia ipotesi.

  1. 1

    Dove Potremmo Andare a Finire? at Ideas Have Consequences

    […] Come  in ogni attacco speculativo il risultato finale sarebbe la rottura di una situazione artificialmente sostenuta dalle autorità monetarie, riportando l’economia alla fase del  business cycle in cui realmente si trovi (vedi anche “Come Siamo Arrivati Così Lontano?”), però sotto la regia di un soggetto terzo (qui la Cina) e con la dinamica di una catastrofe. […]

  2. 2

    Tra le Righe del Policy-Mix at Ideas Have Consequences

    […]   Come si è più volte detto in questo ed altri siti, la Fed dell’era Greenspan ha avuto cura di inflazionare gli USA ad ogni segnale di indebolimento, e Bernanke ha proseguito questa politica; questa inflazionomia, che io vedo permessa su questa scala solo dal ruolo internazionale del dollaro, ha sostenuto gli USA sul lato della domanda (cosa apprezzatissima da cittadini e Governi) mentre ne ha indebolito il lato produttivo (il misesiano malivenstment). […]

  3. 3

    Shock petrolifero senza shock? : Giornalettismo

    […] SPIEGAZIONI DISCUTIBILI - Allsopp, in un brevissimo elenco di fattori che possano aver calmierato i prezzi, indica la debolezza del dollaro, cioè la forza dell’euro, essendo il petrolio prezzato per lo più in dollari; ma l’euro non è quintuplicato di valore quindi, come ammette Allsopp, laspiegazione è molto parziale. Un altro fattore citato sono “politiche monetarie più sagge”, punto su cui c’è molto da discutere (come spesso fatto su IHC) essendo crescita di M3 a due cifre e tassi di interesse “forzati” in basso per anni tutto tranne che “politiche sagge”;  […]

  4. 4

    Diumvirato monetario e grattacapi per la Fed : Giornalettismo

    […] Ma quello che mi ha fatto più piacere è leggere che “ora ce ne sono due [valute di riserva] così che anche gli Stati Uniti devono tener conto delle condizioni finanziarie e monetarie a livello mondiale”, rafforzato dal fatto che “l’Europa non è costretta a seguire gli Stati Uniti sul fronte dei tassi di interesse” (d’altra parte era chiaro che politiche squilibranti in un contesto monetario “non esclusivo” avrebbero portato a punti di rottura). Questo sottintende molte cose, tra cui il fatto che gli USA non sono più il “metro” monetario e l’ultimo “porto sicuro” in caso di turbolenza dei mercati. […]

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