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Conoscere per Deliberare…Si, ma il Problema È Conoscere!

January 17th, 2013 by Leonardo

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di Claudio Bandini

 

Dal momento che siamo ufficialmente in campagna elettorale (ma c’è un momento in cui non lo siamo?) il clima è quello più adatto per proseguire il discorso iniziato qua su quale possa essere un approccio “austriaco” all’analisi dell’azione politica e ai suoi rapporti con i processi di mercato. Insieme a Jeffrey Friedman, uno dei pochi (ma buoni) teorici contemporanei di politica e politica economica in grado di padroneggiare al meglio la linea di Mises e soprattutto di Hayek, è indubbiamente Mark Pennington, un nome che non suonerà del tutto nuovo al pubblico più attento di IHC. Sia qui che in altri lidi l’ottimo dott. Monsurrò ha sintetizzato l’approccio generale di Pennington nel portare avanti le ragioni del liberalismo classico, quindi non mi concentrerò su questo ma, più nel particolare, su quello che ritengo sia il campo in cui questo autore eccelle, ovvero lo “smontare” le alternative critiche al liberalismo.

 

In questo senso Pennington (e, come visto, Friedman) è importante perché, adottando una epistemologia Hayekiana, è in grado di adattarla a nuove sfide concettuali con cui il grande filosofo viennese, anche per meri motivi cronologici, non ha avuto modo di confrontarsi. Dopo il fallimento dell’esperienza sovietica, ma anche dai decenni immediatamente precedenti, il mercato e il sistema capitalista hanno subito gli attacchi più pesanti da una sinistra che non è classificabile tanto come “costruttivista” quanto come comunitarista e egalitaria. Il problema per le correnti di pensiero dalla Scuola di Francoforte in avanti non è tanto (o almeno, non più solo) la non-pianificazione e il disordine dei processi di mercato, da correggere tramite un comitato centrale URSS-style. I danni della società moderna vengono piuttosto additati all’atomizzazione dei singoli e alla perdita delle capacità comunicative, danni di cui la politica democratica tradizionale è considerata complice perché anch’essa impersonale, burocratica, preda degli interessi privati e incapace di garantire un reale confronto tra i cittadini. Il problema del (mitico) neo-liberalismo, dicono i teorici politici che fanno riferimento in particolare a Jurgen Habermas, è il suo eccessivo affidamento a una nozione di razionalità strumentale che assume le preferenze individuali come date e che trascura il ruolo che la comunicazione interpersonale e la messa in discussione dei propri valori possono avere nel formare una collettività più consapevole e quindi capace di scelte più giuste e informate. Da qui viene l’invito, che diventa programma politico, a espandere il ruolo delle procedure democratiche dal basso, attraverso forum pubblici di discussione, attività di e-democracy e e-goverment e tutto ciò che possa rinvigorire la sfera delle decisioni pubbliche basate sulla voice e sul confronto delle opinioni a scapito dei disgreganti processi di mercato che ruotano attorno al concetto di exit. Sono teorie che vanno sotto il nome di “democrazia deliberativa”, che in Italia affiorano in vari punti dei programmi del Movimento 5 Stelle o del Movimento Arancione e che hanno un indubbio fascino a un primo sguardo: come non apprezzare il tentativo di dare voce ai cittadini, togliendo potere a tecnocrati e oligarchie di ogni tipo? Come non strizzare l’occhio di fronte alle intenzioni di promuovere il rispetto e il confronto reciproco, oggettivamente necessari al vivere civile e di cui avvertiamo tutti una certa carenza?

 

È qui che entrano in gioco le critiche di Pennington (esposte per esempio qui e qua). La sua premessa è che i punti di partenza di Habermas e affini sono tutt’altro che sbagliati. Il modello di razionalità umana, l’informazione e la concorrenza perfetta su cui si basa buona parte dell’economia neoclassica sono effettivamente un facile bersaglio per le critiche al liberismo e all’economia di mercato. Il problema è che la teoria economica non si esaurisce. Al contrario, il modello austriaco-Hayekiano di mercato è tutt’altro che fondato sull’equilibrio perfetto e sulla razionalità assoluta degli agenti. In questa ottica, purtroppo assai poco mainstream, sono proprio i limiti della ragione umana a premiare quelle strutture sociali che riescono a utilizzare informazioni disperse nei singoli agenti tramite un processo di coordinazione spontanea in costante dis-equilibrio. Per questo la più grande intuizione delle scienze sociali è che le istituzioni fondamentali della cultura umana, dal linguaggio alla morale fino alla moneta, sono il frutto di processi non coscienti ma portati avanti per tentativi ed errori da una miriade di agenti, che collaborano perseguendo comportamenti talvolta animati da generosità, ma spesso anche da intenti egoistici. In questo senso il mercato, ci dice Hayek e ci ricorda Pennington, è l’istituzione sociale per eccellenza e la sua imperfezione non deve essere negata, ma capita e relazionata a quelle che sono le alternative. È per questo che venendo alla democrazia deliberativa, una forma pura di politica face-to-face che dovrebbe ricordare l’età d’oro della polis ateniese, si presentano almeno tre ordini di problemi che un approccio austriaco riesce a delineare meglio di altri.

In primis, c’è da fare i conti con il deficit informativo con cui qualunque decisione centralizzata di governo pubblico deve confrontarsi. In questo senso, il problema è lo stesso del pianificatore centrale di sovietica memoria. Con un’informazione dispersa e una complessità dei processi sociali tendente all’infinito è di fatto impossibile riunire in un gruppo di uomini, più o meno vasto, la conoscenza necessaria a dirigere correttamente questo immenso traffico, per tacere del tempo che sarebbe necessario a deliberare con un minimo di cognizione di causa. Il problema del processo politico inoltre, ricorda Pennington, non è tanto sapere cosa vuole la gente, quanto come fare per ottenerlo. Decidere che vogliamo l’accesso alla sanità per tutti è facile, trovare il modo migliore per farlo, considerando innanzitutto i vari trade-off e l’inesistenza di pasti gratis, richiede un bel po’ di informazione in più, assai difficile da trovare in un forum reale o virtuale.

C’è poi qualcosa di più specifico che verte sui limiti della discussione orale o comunque della comunicazione  esplicita. La gran parte della conoscenza rilevante nelle nostre azioni e delle idee che ci spingono a certe scelte e iniziative piuttosto che altre, è molto, molto spesso un qualcosa di tacito, difficile, se non impossibile da comunicare e da giustificare prima di aver agito. Laddove esiste un sistema di proprietà privata e di libera iniziativa c’è un vasto campo di sperimentazione per ogni grado di minoranza, dal 49% all’individuo singolo, per provare a innovare (un prodotto, una moda, un comportamento o qualunque altra cosa) senza giustificarsi di fronte a una maggioranza (che peraltro tradizionalmente è restia di fronte all’innovazione). D’altra parte, il ruolo dell’imprenditore è proprio quello di scoprire volontà inespresse dal pubblico e trovare il modo migliore per soddisfarle. Difficilmente un meeting di consumatori grillini avrebbe potuto progettare a tavolino il lancio sul mercato dell’Ipad (d’accordo, magari l’Ipad per loro è inutile, ma per i pannelli solari vale lo stesso). Poi è chiaro che la pianificazione esiste a tutti i livelli e è necessaria a ogni azienda: il fatto è che il mercato permette di sperimentare quanta e quale pianificazione è necessaria nei vari settori, senza imporla per decreto. Se si vuole dare spazio e risorse alle minoranze allora la soluzione migliore forse non è quella di ampliare il loro spazio nella discussione pubblica ma piuttosto togliere di mezzo barriere all’entrata, corporazioni e regolamenti inutili al fine di creare i mezzi concreti perché possano innovare e proporre cose nuove: chi ha successo sarà seguito e imitato. Curiosamente invece, i democratici deliberativi, mentre dichiarano la necessità di confrontare i diversi punti di vista, non mettono mai in questione il proprio: ovvero che debba sempre e comunque esserci una decisione finale che vale per tutti.

Ancora, e siamo al terzo punto, c’è un’altra subdola contraddizione in cui cadono i teorici in questione. Essi rilevano che le disuguaglianze prodotte da un’economia di mercato rendono eccessivi gli squilibri di potere nel processo decisionale e quindi sono necessari interventi volti ad aggiustare il livello di ricchezza e di opportunità in favore di chi risulti svantaggiato dal sistema capitalista. Qui però il problema è duplice: innanzitutto il mercato, in quanto processo di scoperta, crea continuamente squilibri che però sono anche il suo motore: profitti e perdite sono il segnale principe che mostra quali sono le opportunità e i fallimenti. Alterarli secondo criteri arbitrari e stabiliti a maggioranza vuol dire inibire questo processo in nome della presunzione di conoscere quale sia il fine ultimo dell’organizzazione sociale, e non da meno, anche di sapere con certezza quali sono nella pratica i mezzi migliori per raggiungere questo fine. Si torna alla prima obiezione, ovvero, posto che vogliamo alleviare la povertà, siamo sicuri che votare come spendere i soldi degli altri, sia un modo efficiente? E se poi i soldi finiscono?

Ancora più contraddittoriamente va rilevato che in un’assemblea democratica di qualunque tipo si creano altri tipi di disuguaglianza basati non sul merito, ma sulle capacità oratorie e di persuasione di ciascuno, capacità in buona parte innate (non meno delle doti da calciatore o da business-man) ma adatte in fin dei conti a far prevalere certe idee più per la loro forma che per il contenuto. Inoltre, molta dell’evidenza sperimentale sul campo mostra come nei dibattiti pubblici i più appassionati siano anche i più estremisti (con buona pace della mediazione e del confronto civile) e come sia difficile per molti esporsi contro la maggioranza pur avendo buone ragioni. Insomma, il rischio concreto è l’emersione di una vera e propria “dittatura degli oratori” e qui salta all’occhio il fatto che queste teorie provengano da ambienti dove gli oratori professionisti abbondano…ognuno tira l’acqua al suo mulino, si sa.

 

Abbiamo quindi alcune buone ragioni per ritenere che la democrazia deliberativa non sia il miglior modo per risolvere il deficit comunicativo tipico delle società moderne. Ma, volendo riconoscere l’esistenza di questo problema, lo si può risolvere per altre vie? La risposta per Pennington è affermativa, almeno in teoria. Sarebbe necessario un ripensamento globale del ruolo delle istituzioni pubbliche (ovvero dello Stato) che dovrebbe assumere un ruolo di impalcatura per la ricerca costante e libera dei mezzi migliori ad aiutarci gli uni gli altri. Non indicare i fini ma fornire i mezzi base (giustizia, difesa, infrastrutture di base, le cose classiche insomma) e lasciare la più ampia sperimentazione possibile nel campo dei servizi e delle istituzioni, in modo che i meccanismi di selezione tramite scelta individuale possano esprimersi al meglio, senza per questo che debba scomparire lo spazio per il confronto e per le associazioni democratiche (anzi, lo spazio per la cooperazione sarebbe indubbiamente più esteso).

La riflessione principale a cui ci spinge Pennington è che non si deve fraintendere il rifiuto e la crisi di legittimità della politica come un deficit di socialità e una tendenza all’atomizzazione. La socialità può estrinsecarsi in altri tipi di associazione e collaborazione, con risultati anche migliori. E se la legittimità della (social)democrazia è stata persa questo è accaduto per il suo rivelarsi incapace di promuovere i mirabolanti sviluppi annunciati nelle Costituzioni e nei programmi politici più illuminati. In tal senso presentare il modello della democrazia deliberativa come un modo di recuperare la legittimità è un tentativo che, per quanto allettante, è destinato a fallire. Finché l’obiettivo della stragrande maggioranza è la prosperità e la libertà per se stessi e per i propri simili, qualunque sistema politico che non voglia fare i conti con i limiti della natura umana è destinato a non soddisfare le aspettative e ad essere contestato. Purtroppo molto spesso ciò avviene adducendo rimedi peggiori del male, spesso per ignoranza delle idee altrui. L’unico modo per evitarlo è fermarsi a riflettere, mettendo in dubbio quello che spesso diamo per scontato.

Conoscere è più importante che deliberare.

 


13 Responses to “Conoscere per Deliberare…Si, ma il Problema È Conoscere!”

  1. 1

    Silvano Says

    “E se la legittimità della (social)democrazia è stata persa questo è accaduto per il suo rivelarsi incapace di promuovere i mirabolanti sviluppi annunciati nelle Costituzioni e nei programmi politici più illuminati.”

    Sul fatto che il socialismo reale abbia perso legittimità nel dibattito politico potrebbe concordare anche Breznev una volta riesumato dalla tomba, ma sulla socialdemocrazia credo che l’affermazione sia esagerata per non dire falsa. Perdere di legittimità è un’espressione forte: significa che al di là del merito siamo tutti più o meno d’accordo che l’opzione in oggetto non è nemmeno sul tavolo. E questo non mi pare il caso, a meno che per socialdemocrazia non si intenda l’SPD di Bernstein e Kautsky. Insomma, non è necessario essere soc-dem per riconoscere che il pensiero politico socialdemocratico non sia un monolite marxista-leninista incapace di evoluzioni e adattamenti e che all’interno della stessa definizione coesistono differenti gradazioni. Sicuramente ha perso quello che nel XX secolo è stato il suo miglior arnese: lo stato nazionale come istituzione è relativamente in crisi, almeno in Occidente.

  2. 2

    Claudio Says

    Silvano, mi sa che c’è un fraintendimento su cosa si intende per legittimità. Pennington (e di conseguenza io in questo articolo) abbiamo in mente quello che col termine intendono Habermas e altri teorici affini. Per costoro un sistema politico “legittimo” sarebbe uno in cui vige un “accordo normativo ideale”, cioè in cui più o meno tutti i partecipanti sono convinti che il modo prescelto di prendere le decisioni sia il migliore possibile se non quello perfetto. Per rendere l’idea vedi la figura qui in basso.

    Ora penso tu possa convenire che la maggior parte di noi non ritiene che l’attuale sistema democratico risponda a questi requisiti. Direi che siamo tra il 3 e il 5 del grafico. Secondo i nostri eroi un sistema partecipativo/deliberativo risponderebbe ai requisiti necessari perchè ci farebbe tutti altruisti e informati, e siccome nella loro mente ciò che è buono nelle intenzioni lo è anche nei risultati, potrebbe risolvere tutti i nostri problemi o quasi. Pennington cerca di dirgli: “occhio, se anche lo riusciste a mettere in pratica i casini che ne verrebbero fuori rischiano di dargli la legittimità dell’URSS di Breznev, cioè 0”.

    Se invece di parlare di legittimità avessi scritto “sfiducia nella democrazia parlamentare” penso non ci sarebbero stati problemi di interpretazione, non credi? Che poi l’elettorato sfiduciato non abbia capito dove sta il problema è un’altro discorso.
    P.S. Se poi non son stato chiaro, domani mi rileggo un po’ del libro che mi ero sciroppato a suo tempo e cerco di migliorare l’esposizione.

  3. 3

    Silvano Says

    Sono d’accordo sulle critiche ai limiti della democrazia. Non capisco allora perché la identifichi con la socialdemcrazia tout court. Cerco di spiegarmi meglio: per socialdemocrazia intendo una delle due opzioni che (solitamente) si presentano all’elettorato nelle democrazie parlamentari, non (tutta) l’architettura istituzionale.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Io capisco un po’ questo uso scorretto della socialdemocrazia come sinonimo di democrazia, cosa non troppo lontana dall’uso “monsurriano” del termine democrazia in luogo di politica. Lo capisco perché la nostra esperienza è fatta di sentir dire “democrazia” “democratico” eccetera per coprire il fatto che effettivamente lo Stato si comporta da socialdemocratico (le distinzioni destra-sinistra in tal senso non valgono nulla, ma non lo diciamo da ora), e perché è con quel termine che la politica giustifica se stessa. Insomma, l’esperienza ci frega. Ma d’altra parte le pose a-socialiste delle destre del blocco occidentale spesso hanno poco riflesso nelle politiche spicciole, quindi dire che tutto è socialdemocrazia è sbagliato nel principio ma abbastanza corretto nella fattispecie.

  5. 5

    Claudio Says

    Curiosamente nei commenti all’ ultimo post su Friedman con Leonardo si diceva praticamente il contrario, cioè che le critiche alla democrazia erano eccessive (data soprattutto la mancanza di alternative valide) e che il problema è più la pervasività che le scelte democratiche hanno via via assunto.

    Ma ancora una volta è un problema di linguaggio: io con socialdemocrazia ho usato lo stesso significato dei due autori di cui mi sono occupato, che non è quello che originariamente intendeva l’SPD e la lunga tradizione che vi si è ispirata. Se però ci trovassimo d’accordo per chiamare socialdemocrazia quella che si pone l’obiettivo di realizzare la chimerica “giustizia sociale” con mezzi politici (da cui l’interventismo spinto), allora penso potremmo convenire che ad oggi non esiste alcuna parte politica (in Italia sicuramente, ma tranne correnti libertarian americane direi anche nei principali paesi occidentali) che nei fatti non possa essere definita socialdemocratica. Indi non mi sembra una bestemmia chiamare socialdemocratico il sistema politico tout court, anche se capisco che molti potrebbero storgere la bocca.

    Poi si può discutere se un sistema democratico a suffragio universale possa realmente non degenerare in tutto ciò, pur con tutti i freni costituzionali possibili immaginabili. L’evidenza secondo me dice che è inevitabile che degeneri, ma questo sarebbe semmai un discorso da affrontare a parte.

  6. 6

    Claudio Says

    @Leonardo

    Il commento sopra come noterai l’ho messo prima di vedere il tuo. Inutile dire che concordo. Aggiungo che l’uso del termine sarà anche discutibile, ma nel pianeta in cui esiste una tradizione consolidata per cui Krugman passa per liberal ormai tutto è lecito.

  7. 7

    Leonardo Says

    @Claudio
    Credo che l’unico freno costituzionale efficace sia semplicemente limitare la competenza statale, o meglio togliere l’elenco delle competenze dal processo di revisione democratico (es: lo Stato non possa produrre energia elettrica, e questo nemmeno se il 100% dei votanti dicesse sì con un referendum). Con tali limiti una democrazia non degenererebbe. Problema: non si vogliono limiti perché l’uomo sembra soc dem per natura…

  8. 8

    Claudio Says

    “questo nemmeno se il 100% dei votanti dicesse sì con un referendum”

    Capisco che si va avanti per paradossi, ma ammetterai che a quel punto (ma anche fermandosi un po’ prima) ci vuol molta fantasia per chiamarlo sistema democratico. E comunque quanto a realizzabilità siamo all’equivalente costituzionalista delle sparate rothbardiane. Sulla mia (scarsa) fiducia nelle costituzioni non sto a ripetere un discorso già fatto, ribadisco solo che il problema sta a monte e che se non si ferma il delirio (di onnipotenza prima di tutto) non si ferma nemmeno il declino.

  9. 9

    Silvano Says

    Non ho letto Pennington, quindi ignoro gli aspetti tassonomici del termine. Però non esagererei con l’estensione del termine socialdemocratico, altrimenti si finisce a dare del socdem a tutti quelli che non sono libertari o miniarchici nozickiani facendo un grosso calderone senza distinguo. Insomma tra Lenin e Lord Beveridge la differenza non è soltanto metodologica. Inoltre contestualizzerei: negli anni di Constitution of Liberty ma anche in quelli di LLL, aliquote marginali “à la Hollande” erano la norma e non vi era partito socialista in Europa che non richiedesse la socializzazione dei mezzi di produzione tant’è che lo stesso Hayek considerava economicamente più libera la Svezia del Regno Unito, e stiamo parlando della Svezia di Olaf Palme.

    Sì, una costituzione (ammesso che funzioni) non può essere totalmente “anti-interventista” e democratica al tempo stesso. Tra l’altro nel caso dei monopoli naturali in pratica la scelta oscilla tra monopoli pubblici e oligopoli privati regolamentati, una differenza di gradazione per la quale non mi metterei a fare la guerra civile.

    Credo il delirio di onnipotenza oggi attraversi soprattutto il campo delle tematiche ambientali e delle relative ricette economiche associate. Mentre per quanto riguarda la conoscenza non arriverei a postularla così “localizzata” da essere quasi inintellegibile. Accanto ai problemi di conoscenza metterei anche il cd “vincolo di bilancio debole” e la resistenza al cambiamento, specie quando si tratta di prendere atto di un fallimento.

  10. 10

    Claudio Says

    Io non ho una gran passione per le questioni terminologiche, benchè capisca che bisogna mettere dei paletti per intendersi. Il punto è che rispetto al sistema attuale probabilmente “democrazia” è troppo neutro (governo del popolo- si ma di chi? in che modo? con che limiti? ecc.), “socialdemocrazia” è troppo connotato perchè storicamente identificato con certe precise politiche che ricordavi.

    Ma aldilà di tutto non è il livello delle aliquote il fattore dirimente. Quello che fa la differenza è che attualmente è riconosciuto come ovvio, inevitabile e auspicabile che lo stato (socialdemocratico) determini i fini della società e agisca di conseguenza. Che poi questo fine sia di volta in volta la ricerca dell’uguaglianza, la lotta alla discriminazione, l’integrazione europea o persino la crescita non fa differenza a livello concettuale. Il punto è la continua spinta a dover agire, a produrre legislazione, a ingigantire i problemi anche ricorrendo alla paura, pur di inventarsi nuove, illusorie, soluzioni, nella continua esigenza di creare una morale collettiva che in quanto superiore non conosca ostacoli nè vincoli di bilancio.
    Il momento in cui si eleva la decisione politica (centralizzata, autoritaria e “misticamente” esatta in quanto maggioritaria) a unico mezzo atto a risolvere i problemi mi sembra riassuma tutto quello che abbiamo detto recentemente: la presunzione, l’incapacità di ammettere un deficit di conoscenza, la tendenza a eguagliare intenzioni e risultati, l’impossibilità di riconoscere (e accettare) il fallimento.
    Sono convinto che tutto ciò si ripercuota a livello individuale e sull’immagine che abbiamo della società e del suo funzionamento, ma forse ci vorrebbe un Tocqueville che arrivi da un altro, “vecchio”, mondo per descrivere a fondo cosa sia successo e magari anche per trovargli un nome adeguato.

  11. 11

    Silvano Says

    “..attualmente è riconosciuto come ovvio, inevitabile e auspicabile che lo stato (socialdemocratico) determini i fini della società e agisca di conseguenza..”

    Un po’ forte. Dipinge un’idea di Stato dalla spina diritta che fa molto XX secolo. Sotto questo profilo lo stato nazione in Occidente lo trovo piuttosto decadente: un misto tra la definizione di Bastiat (la finzione con cui tutti vorrebbero vivere alle spalle di tutti) e uno strumento per le decisioni e i desiderata collettivi a cui l’Homer Simpson medio delega le sue frustrazioni senza nemmeno crederci troppo. E’ uno composto di “piccoli uomini” dove l’ergersi a paladini di una morale collettiva è generalmente un fatto di marketing, un bluf, una sceneggiata da commedia napoletana.

  12. 12

    Claudio Says

    Si, un po’ forte lo è, me ne ero reso conto. Seguendo quello che dici, a rischio di essere (molto) banali, ci starebbe bene “la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia poi come farsa”. Però la parodia di un qualcosa di tragico, per quanto possa essere scialba, farsesca e decadente, a mio parere è comunque qualcosa di poco incoraggiante, sopratutto se non si intravede niente che possa far cambiare direzione.
    In questo senso, e dico un’altra cosa un po’ paradossale, ci salva forse il bassissimo livello dei politicanti, talmente basso che davvero come guida del popolo sono poco credibili (anche da qui la legittimità “debole” di cui sopra). Gente che fosse credibile come dux, con la forma mentis attualmente in voga, temo che tenderebbe a fare ancora più danni di chi oggi in Parlamento si limita alla delinquenza comune.
    Ultimissima cosa: se lo stato nazione è in crisi forse basta farne uno più grosso ammantato da un’aurea di inevitabilità della serie “lo spirito dei tempi ce lo chiede”. La direzione è quella anche se pure in questo caso c’è da fare i conti con un problema di legittimità.
    In definitiva per capire che intendo con tutto ‘sto discorso suggerisco questo (intendo l’articolo di Debenedetti, il libro non l’ho letto).

  13. 13

    Claudio Says

    Lungi dal voler essere un’autocelebrazione (al limite è una celebrazione degli autori a cui ho attinto), ma mi preme rilevare l’attualità di questo articolo, degli altri due su Friedman così come di molti altri apparsi su IHC più o meno recentemente. La democrazia nello stato attuale, in questa nazione più che mai (ma ci arriveranno anche gli altri, col tempo) si rivela sempre di più per quello che è: un mezzo del tutto inadeguato a risolvere i fini che gli si attribuiscono*. Vogliamo darne una rappresentazione grafica? Diamogliela. Auguriamoci buona fortuna e di non scottarci troppo!

    *Certo si può dire, se il fine è l’autodistruzione allora va tutto bene. Ma credo che almeno come principio della convivenza civile qualcosa che crei le condizioni per “la ricerca della pace, della prosperità e della felicità” (HT R. Barnett) dovrebbe mettere d’accordo più o meno tutti. E stiamo andando in tutt’altra direzione, follemente.

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