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Conseguenze del Malinvestment nella Stima del Pontential Output

November 13th, 2007 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
Partendo da quanto già premesso in “Breve Introduzione sul Pontential Output”, cerco qui di sviluppare un ragionamento che giustifichi un metodo di stima dell’Output Gap decisamente più accessibile e fruibile da chiunque.
 
Ammessa (e non concessa, vero, ma altrimenti non ci sarebbe motivo di discutere oltre) l’utilità di una stima dell’Output Gap (OG), come differenza tra PIL e Potential Output (PO), a fini di analisi dello stadio del Business Cycle, resta comunque da risolvere il problema del suo calcolo.
Le versioni più analitiche della stima del PO scontano tutti i problemi derivanti dalla natura positivista del metodo di calcolo, e come tali non sembra di alcun valore pratico; il suo calcolo come “trend”, una volta risolto il problema della lunghezza della media mobile, è da una parte ben più ragionevole, ma dall’altra forse semplicistico e quindi di dubbia significatività.
 
Personalmente rintraccio una significativa giustificazione all’uso di un trend come misura del PO, almeno per fini intuitivi dell’OG, nelle discussioni di Pietro Ihc ispirate dalle intuizioni di Hayek sul capitale (ciclicamente) submarginale.

 
Pietro Ihc ha sottolineato come, a seguito del malinvestment, solo una parte del capitale può essere “velocemente” recuperata e impiegata in una nuova produzione più consona (in termini di roundabout) alla congiuntura ciclica. La fase di downturn corrisponde ad un periodo di “liquidazione” (come appropriatamente definito da Saied) del malinvestment, appunto di recupero di capitale per la sua riallocazione; la fine della recessione, il bottom cui segue l’upturn del nuovo ciclo, è consentito dal progressivo completamento della riconversione del capitale, che così assume gradi crescenti di disomogeneità e rigidità aderenti al nuovo schema produttivo, finché (come nel caso di distorsione esogenamente operata su questa struttura, ad esempio) lo scostamento tra schema di produzione e preferenze di consumo non manifesti la insostenibilità dell’upturn imponendo una nuova fase di liquidazione.
 
Se si considera la fase di downturn, o più correttamente l’inizio del processo di liquidazione, che parte dall’ultima fase dell’upturn e quindi prima del top del ciclo, diventa chiaro (o almeno lo è per me) che il capitale disponibile si sta riducendo: una parte del capitale ha cioè un livello di disomogeneità tale da non poter (ancora) venir liquidato e diversamente impiegato, rimanendo quindi legato al malinvestment. Ciò implica che il potenziale produttivo (PO) va riducendosi, comportando così un gap positivo tra attività economica attuale (PIL) e potenziale (PO), appunto l’OG. Nei termini dell’analisi dell’OG si deve assistere ad un inasprimento delle tensioni inflazionistiche, il che è in effetti ciò che l’Austrian Business Cycle prevede nella parte “alta” del ciclo.
Il downturn, nei termini di cui sopra, riflette una componente ciclica di liquidazione del malinvestment superiore alla capacità produttiva espressa dall’economia, e quindi una fase ancora tendenzialmente inflazionistica. Con il progredire del downturn però si assiste al rallentamento della fase di liquidazione (progressivo completamento della riconversione del capitale) fino ad un livello inferiore alla capacità produttiva effettiva dell’economia; in questa fase la situazione si ribalta: il capitale “liberato” dal malinvestment consente un potenziale produttivo superiore a quello nel momento espresso, il che implica un OG negativo, aprendo la strada a pure fasi deflazionistiche, così come prevede l’Austrian Business Cycle nella parte “bassa” del ciclo.
 
Dalla mia ricostruzione del ciclo economico emerge un comportamento del PO che si “trascina” con un qualche ritardo dietro alle evoluzioni cicliche del PIL (evoluzioni implicate principalmente dalla volontà statale di “stabilizzare” il PIL attorno ad un qualche obiettivo, come insegna Mises) proprio a causa della vischiosità della liquidabilità del malinvestment.
La ragione di questo comportamento risiede essenzialmente nelle stesse motivazioni misesiane del ciclo economico e dei conseguenti effetti sull’evoluzione dei prezzi, cioè dal disallineamento del roundabout rispetto al suo livello compatibile con le preferenze intertemporali di consumo: durante l’upturn si evidenzia la componente (insostenibile) del malinvestment, che rappresenta il “ritardo” del PO rispetto al PIL, e quindi la fonte delle pressioni inflazionistiche; il downturn porta con sé un trascinamento negativo sul PO, mitigato però dal progressivo riassorbimento del malinvestment (il grado di omogeneità del capitale, e quindi l’ampiezza della conversione della produzione, aumenta con il tempo), che comporta di nuovo un “ritardo” della dinamica del PO rispetto al PIL. Rispetto al livello “naturale” del PIL (o meglio, del tasso di crescita del PIL), gli scostamenti presentano una componente di malinvestment e una di adattamento del PO, che a loro volta si evolvono in ragione dell’ampiezza e della durata dello scostamento passato del PIL (maggiore è la dinamica del PIL, maggiore il trascinamento sul PO; maggiore è la permanenza di un certo scostamento, maggiori le possibilità per l’economia di adattare la struttura produttiva eliminando il malinvestment).
 
L’andamento del PO è quindi approssimabile ad una media mobile del PIL, una volta calibrata la lunghezza (e magari la forma) della media sui tempi di conversione del capitale (assimilabile ad un roundabout medio dell’economia). L’OG, e quindi lo stadio del Business Cycle, diviene determinabile di conseguenza.
In realtà, rispetto alle derivazioni neo-keynesiane dell’OG, ho semplicemente spostato il problema di calcolo dalla determinazione delle “quantità di ottimo” alla determinazione del “roundabout di equilibrio”, che non rappresenta tanto una soluzione pratica di calcolo (niente, tra l’altro, ci assicura che questo roundabout abbia durata costante), quanto un cambiamento di prospettiva: dalle quantità al tempo. In ogni caso, in questo modo è comunque più facile almeno “provare” ad analizzare il Business Cycle anche da parte di chi non possegga strumenti matematici avanzati, cosa che invito a fare.

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