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Conti Correnti e Consumo di Moneta

July 16th, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Eccomi con un altro articolo della serie “ma non avevi altro cui pensare?”. In un certo senso rimetto insieme alcune discussioni già svolte su IHC riguardo la riserva frazionaria (si ricorderanno sicuramente le diatribe con gli Austrodossi di casa nostra), e la moneta (di cui le mie ultime astrattissime e un po’ vaneggianti riflessioni qui).

L’occasione mi è data da una discussione “sotterranea” con un associato di Usemlab che chiamerò con il nome in codice Aurum. Mentre qualcuno pensava a distruggermi, Aurum cercava di comprendere la mia posizione (anche per comprendere meglio lui la questione della RF), e credo la cosa sia stata proficua per entrambi. Riporto qualche spunto di cui i più importanti riguardano il rapporto tra consumo e risparmio.

 

 

Nella discussione sono ho cercato di far capire che la riserva frazionaria non moltiplica la moneta (la vera unica moltiplicazione è operata dalle Banche Centrali) ma permette una serie di rapporti di credito consecutivi, il cui “problema” è il rischio di controparte tipico del credito, cui si aggiunge il rischio di liquidità della banca che in sostanza si indebita a vista verso il cosiddetto “depositante”. Abbiamo convenuto che non ci sia un problema di illegalità sul contratto di conto corrente perché il contenuto sostanziale di “prestito” e non di “deposito”, almeno nel caso italiano, può essere adeguatamente rintracciato in ogni sua parte (Aurum, per quanto un credito/debito “a vista” gli sembri una aberrazione, capisce anche che se due parti convengono su quella forma non c’è ragione di opporsi); resta che per Aurum la forma letterale dei contratti (ma anche la comunicazione commerciale) contribuisce a rifilare al cliente della banca una succosa, nelle sue parole, “supercazzola” senza la quale, avendo ben chiaro che contratto si stia firmando, l’approccio allo strumento sarebbe ben diverso, e sull’aspetto “supercazzolante” sono d’accordo sia con lui che con lo sforzo educativo della sua associazione (anche se io non do per scontato che il contratto di conto corrente nella forma attuale sparirebbe).

Ho poi aiutato Aurum a capire il problema della moneta come consumo. Puntualizzando che il problema “DeSotiano” risiede nel fatto che i depositi “moltiplicati” dalla moneta iniziale sono percepiti dai depositanti come immediatamente spendibili e quindi come moneta, per cui nella loro pianificazione si comportano non come creditori ma come agenti perfettamente liquidi, Aurum è arrivato a una ottima conclusione: il singolo “deposita” moneta presso una banca considerando appunto che sia moneta e non un credito, mentre la banca prende il deposito come fosse appunto un prestito (e come tale originato da risparmio) e lo utilizza per concedere credito a terzi. Il problema in esame non è giuridico e tanto meno morale (sarebbe l’ora che gli austriaci guardassero alla “morale” come risultato Hayekiano della catallassi e non come un principio di cui qualcuno possieda una versione “superiore” da imporre) bensì puramente economico “teorico”: come conciliare l’azione di un privato nella cui testa prima aveva € 100 di moneta spicciola e dopo € 100 di deposito bancario equivalente a moneta (forme in competizione con il consumo immediato) con l’azione di una banca che prende parte di quei € 100 (cioè l’intera somma detratto quanto va a riserva) come derivanti da risparmio e come tali li fa circolare in forma di credito? Giustamente, oppone Aurum, se si tratta di moneta e come tale di una “forma diversa di consumo” allora il suo uso come fosse risparmio implica una distorsione nell’economia non dissimile a quella operata dall’inflazionismo centrale (il monte investimenti permesso dal credito bancario si scontrerebbe con un impari livello di risparmio almeno dall’ottica dei “depositanti”); la riserva frazionaria quindi trasformerebbe uno stock di moneta in un flusso di risparmio.

Su questo punto non siamo arrivati proprio ad un accordo, ma per lo meno abbiamo pulito la discussione dalle fuorvianti incursioni nel mondo della morale e del diritto ed abbiamo parlato – finalmente – di economia. Il discorso che ne viene fuori è complicato, e richiama da una parte l’ottimo lavoro di Mises nel considerare la detenzione di moneta come consumo e non come risparmio, e dall’altra il parimenti ottimo lavoro di Hayek nel considerare rilevante non la realtà “oggettiva” bensì la “percezione” che ne ha il singolo (il tutto è figlio del soggettivismo metodologico austriaco). La mia risposta ad Aurum parte dal dare per scontato che tutti i depositi siano percepiti come moneta: noi (io, lui, e chi altri) non siamo nella testa dell’individuo, e solo l’individuo sa in che termini utilizza il proprio conto corrente, fino a che punto siano somme pronte per la spesa e in che misura siano risparmio poco remunerato per assicurarsi una maggior liquidabilità; la consapevolezza austriaca sulla moneta permette di porsi il problema, ed eventualmente congetturare su casi limite, ma non di risolvere il problema in concreto, cioè non permette di asserire né che tutti i depositi siano in realtà “consumo” né che una certa quota sia effettivamente concepita come “risparmio”. Gli stessi “depositi” originati in regime di riserva frazionaria possono venir destinati alla conversione in hard cash (quindi puro stock di moneta) oppure all’acquisto di obbligazioni (forma di risparmio) o di azioni (tendenzialmente, un vero investimento), ma a nessuno è dato sapere quando e come – e in ragione di cosa – questo avverrà. Di nuovo quel che mi preoccupa della dottrina austriaca che va per la maggiore (in breve: l’Austrodossia) è la supponenza su struttura e intensità delle preferenze individuali (si veda anche qui). Finché il punto non viene risolto con l’evidenza del grado di rilevanza delle diverse fattispecie (in breve: quantitativamente) possiamo solo considerare che i “depositi a vista” siano in parte consumo e in parte risparmio, e l’imposizione della riserva intera si risolverebbe in una “violenza” verso parte dei depositanti.

La questione comunque non è solo filosofico-accademica: una banca, volente o nolente, dovrà fare i conti con il rischio liquidità dato dalla provvista a vista proprio in ragione di come il deposito viene concepito dal depositante. La soluzione pratica parte dai comportamenti concreti dei depositanti: verificare quanta parte dei depositi presso la banca viene giornalmente movimentata e quanta resta, in aggregato, stabilmente ferma per lunghi tempi, tenendo la prima parte come riserva (conveniamo che il calcolo falsato dalla continua fornitura di liquidità dalle Banche Centrali ed altre garanzie, ma è un altro problema); questo non significa risolvere il problema teorico ma solo adattarsi alle azioni individuali, un’attività imprenditoriale che scopre bisogni e opportunità nell’economia “andando oltre” ciò che eventualmente gli operatori pensino. Tra “trasformare” consumo in risparmio e “dedurre” intenzioni dalle azioni c’è molta differenza.

Aurum crede che la soluzione pratica sia molto semplice: una banca deve sempre dare la possibilità al depositario di scegliere tra deposito in senso proprio (a solo fine di custodia) e deposito “fuffa” (nel senso di “deposito bancario” cioè, sostanzialmente, “prestito”). Nel primo caso il depositante avrà le proprie somme sempre “nel caveau” ed indicate nei conti d’ordine del bilancio della banca, non essendo quindi fondi “prestabili”; nel secondo caso si torna a quanto visto sopra. Il perno della proposta (comunque vicina a quando detto qui su IHC) è comunque evitare la “supercazzola” a danno del depositante.

 

A quel punto io e Aurum siamo rimasti sì su posizioni “di bandiera” differenti, ma in realtà abbiamo contestualizzato l’ambito teorico in cui le opinioni sono state formulate. Infatti lui ha riconosciuto che la mia è una posizione di principio, legata alla formulazione astratta della teoria e fondata sempre nella cornice austriaca (appunto per questo il mio pensiero non è riferibile direttamente alla realtà corrente ma è più vicino al concetto di “teoria esatta” formulato da Menger); io ho riconosciuto che il pensiero “austrodosso” di Aurum deriva dall’aver calato la discussione nello stato del mondo attuale in cui il sistema bancario, le garanzie statali, e la coscienza economico-finanziaria dei correntisti sono quel che sono, e pertanto una “imposizione dall’alto” della riserva intera sui depositi a vista delle banche diviene necessaria per ragioni pratiche (l’idea di Aurum rientra più correttamente nel dominio delle “teorie pratiche” sempre secondo l’analisi epistemologica di Menger).

Questo non significa assolutamente che io abbia ragione e lui torto, né il contrario, ma semplicemente che in due abbiamo ragionato su due piani diversi della teoria economica che dovrebbero dialogare pur restando metodologicamente distinti. Così come un pensiero liberalista “puro”, o anarco-capitalista, giunge a pensare che non sia necessaria alcuna legislazione per imporre standard di sicurezza nel trasporto aereo in quanto tali standard verrebbero fissati dal mercato nell’interesse stesso dell’industria, anche in ambito finanziario non servirebbero standard di liquidità perché è nell’interesse delle banche provvedervi; nel mondo attuale probabilmente manca una certa “abitudine” a ragionare in tali termini, per cui l’imposizione di standard di sicurezza diventa opportuna in entrambi i campi. Non essendo chiuso nella torre d’avorio “dell’esattezza teorica”, sono d’accordo con Aurum che all’atto pratico una riforma austriaca del sistema finanziario possa prevedere una fase di riserva intera (fase per me comunque solo temporanea e la più breve possibile); su tutto questo si era in realtà già espresso Silvano con la sua “ragion pratica della riserva intera.

 

Nota Finale: Più Puri del Purè

Nel raggiungere questa sintesi, Aurum ha definito la mia posizione “più libertaria” della sua (lui in quel momento teneva le parti dell’Austrodossia; c’è del comico in questo). Direi che si debba uscire da questo gioco del “sono più libertario o austriaco di te”, perché pensieri della specie “sono più puro di te” sono proprio ciò che ha portato parte dell’Austrismo verso un’autistica Austrodossia. Come detto sopra, io non sono “più libertario” di Aurum ma semplicemente ragionavo in termini del tutto astratti con una consecutio logica “esatta” mentre lui ragionava su come calare una prospettiva “austriaca” nel mondo corrente, cioè sulla gestione pratica della fine del supporto della Banca Centrale. Così come lui è d’accordo con me in linea di principio – se vivessimo in un mondo libero dai condizionamenti statalisti/paternalistici della storia – io sono d’accordo con lui (e Silvano) sul fatto che esistano ragioni pratiche per definire uno standard di liquidità nel caso in cui una riforma restauri l’originale scarsità della moneta.

Per quanto detto, io non sono “più puro” di lui (che al massimo è “più realista del re”), e ben mi guardo dall’affermare certe fesserie; come dice l’amico Rossano (genio del male da molto assente su IHC) mutuando da Luttwak “non puoi giocare a fare il puro, perché c’è sempre qualcuno più puro di te”, che a sua volta mutua da Nenni “c’è sempre uno più puro che ti epura”. Semplicemente riconosciamo la comunanza dei principi di partenza e distinguiamo “l’ideale” verso cui tendere dai “passi” che ci sono da fare nel frattempo; saranno altri i “puri” che un giorno verranno ridotti in purè.

 


2 Responses to “Conti Correnti e Consumo di Moneta”

  1. 1

    Francesco Says

    Salve Leonardo,

    è la prima volta (credo) che intervengo su questo forum, anche se lo seguo assiduamente.
    Leggendo questa riflessione, la mia attenzione è stata attirata dal seguente passo:

    “Nella discussione ho cercato di far capire che la riserva frazionaria non moltiplica la moneta (la vera unica moltiplicazione è operata dalle Banche Centrali) ma permette una serie di rapporti di credito consecutivi, il cui “problema” è il rischio di controparte tipico del credito, cui si aggiunge il rischio di liquidità della banca che in sostanza si indebita a vista verso il cosiddetto “depositante”. Abbiamo convenuto che non ci sia un problema di illegalità sul contratto di conto corrente perché il contenuto sostanziale di “prestito” e non di “deposito”, almeno nel caso italiano, può essere adeguatamente rintracciato in ogni sua parte (Aurum, per quanto un credito/debito “a vista” gli sembri una aberrazione, capisce anche che se due parti convengono su quella forma non c’è ragione di opporsi)[…]”.

    In particolar modo la parte, a mio avviso, meritevole di approfondimento – secondo il diritto italiano – è questa: “Aurum, per quanto un credito/debito “a vista” gli sembri una aberrazione, capisce anche che se due parti convengono su quella forma non c’è ragione di opporsi”.

    Ora, dall’alto della mia ignoranza, la questione che mi sono posto, con riferimento ai contratti (di deposito a vista) e, quindi, alle obbligazioni che ne discendono, è la seguente: nei contratti (quindi anche quello di deposito bancario), non rileva solo la volontà delle parti. Il fatto che i due soggetti abbiano convenuto su una determinata forma, non è il solo requisito valido perchè il contratto sia valido ed abbia, di conseguenza, efficacia.

    La prestazione oggetto dell’obbligazione (nel nostro caso la possibilità che io depositi in banca una certa somma; la banca ne tenga una parte in riserva e presti la rimanente garantedomi, comunque, il rimborso dell’intera somma in qualunque momento) deve essere possibile (suscettibile di esecuzione), lecita, determinata o determinabile.

    In soldoni, la parte che mi interessa rilevare è questa: non posso obbligare nessuno a camminare sul tetto a testa in giù. La prestazione è impossibile. Nella nostra fattispecie, come può la banca obbligarsi, garantendomi la restituzione di una somma che – di fatto – non ha? Anche in questo caso la prestazione dovrebbe essere impossibile, e a nulla dovrebbe rilevare il solo requisito della volontà delle parti.

    Il contratto di deposito, se si basa sul meccanismo della riserva frazionaria, per quanto lecito e tipico (previsto e regolamentato interamente dal codice civile), dovrebbe essere annullabile, dal momento che le norme non contemplano affatto il meccanismo della riserva frazionaria. Anzi, sarei quasi indotto a credere che la liceità e la possibilità del contratto di deposito, così che normato, sia rispondente solo alla buona logica di una riserva al 100%. E chissà che, magari, anche il Legislatore non lo intendesse in tal senso.

    Ergo, a mio modesto avviso, il contratto di deposito nella sua accezione odierna, sarebbe annullabile non solo perchè la prestazione è impossibile, ma perchè da questa (se giustamente riconosciuta dal depositante) attiverebbe una delle fattispecie di annullabilità per vizi del consenso, ed in modo peculiare per errore motivo: quell’errore che insorge nella formazione della volontà di una delle parti, consistente in una falsa rappresentazione della realtà che induce il soggetto a dichiarare una volonta che, altrimenti, egli non avrebbe dichiarato. Personalmente, ritengo che l’errore determinante del volere, senza il quale il depositante non avrebbe concluso il contratto di deposito, sia quanto mai essenziale in questo caso.
    Chi è quel folle che sottoscriverebbe un contratto di deposito se fosse conscio del meccanismo distorto che lo regola?
    Se, paradossalmente, fossi l’unico correntista di una banca che opera in regime di riserva frazionaria, come potrei sottoscrivere un contratto di deposito a vista, sapendo che il 90% di ciò che verso oggi, domani sarà prestato a terzi dalla banca e che quest’ultima mi garantisce comunque il rimborso dell’intera somma se mi presento allo sportello dopodomani?

    Spero di aver centrato l’argomento, di non essermi fatto fuorviare dalla complessità dello stesso e di esser stato abbastanza chiaro nell’esposizione del mio ragionamento.

    Un saluto,

    Francesco.

  2. 2

    Leonardo Says

    Gentile Francesco,

    non lo hai centrato in assoluto, ma solo dal punto di vista “DeSotiano” che per me è semplicemente sbagliato. Lo ho spiegato da più parti e non intendo dilungarmi: occorre smettere di confondere il contratto di deposito bancario in conto corrente, normato a sé, con il contratto di deposito (semplice o irregolare), istituti giuridici diversi, solo perché ricorre il termine “deposito”.

    Il contenuto è di un prestito. Il codice civile è esplicito “il depositante perde la proprietà della somma”. E’ un prestito (lo hanno ammesso perfino su Usemlab). Punto. Non hai un diritto su pezzi di carta “depositati”, ma un diritto di credito verso la banca, quindi il contratto è possibile.

    Il diritto privato italiano è esplicito, e credo se gli altri diritti lo fossero altrettanto questa diatriba non sarebbe mai sorta né negli USA né in Spagna. Contratto di deposito, contratto di deposito irregolare, contratto di deposito bancario e contratto di deposito in conto corrente sono quattro istituti giuridici distinti proprio per la diversa funzione che perseguono esplicitamente (due di custodia, due di provvista).

    In ogni caso, la questione era spiegata anche nell’articolo, e hai pure citato il punto. Non puoi chiedere di camminare a testa in giù, ma prima definisci quale è l’alto e quale il basso.

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