Crisi: una Conferma alla Teoria
June 22nd, 2009 by Leonardo
Timidi segnali di superamento del minimo della recessione, almeno per l’Italia: un dato positivo della produzione industriale al +1,1% tra aprile e maggio. Peccato che il dato anno su anno sia ad un -25% circa, peggiore rispetto alla Germania che qualcuno ha la faccia di usare come “metro” per dimostrare la “forza dell’arretratezza” dello sviluppo bancario italiano. Ma al solito la notizia non è qui, bensì nelle pieghe dei vari corollari di numeri, come il fatto che anche a livello mensile prosegue il calo della produzione di beni strumentali e intermedi, e con questi dati non è possibile sperare in un veloce ritorno all’economia pre-crisi.
Anzi, un’economia che in un anno ha perso un 6% di PIL un (4,7% solo nell’ultimo trimestre), che vede, con il suddetto -25% tendenziale della produzione industriale, un +0,3% nei servizi, è di sicuro un’economia che uscirà diversa da questa recessione, sicuramente più terziarizzata e con una produzione industriale più delocalizzata; in altre parole più simile agli USA e Gran Bretagna del pre-crisi! Ma non può essere diversamente, e nemmeno c’è da preoccuparsi: la produzione si distribuisce a seconda dei “vantaggi relativi” delle aree geografiche, ed è logico che l’Asia, che ha più bassa manodopera poco pagata, incrementi il suo ruolo di opificio del mondo mentre l’Italia, con tutta l’eccellenza che vanta su più elevate tecnologie, nel lusso, e nella ricchezza culturale e naturale, sposti la sua struttura su produzioni e servizi di più elevata qualità (viste le notizie politico-gossippare degli ultimi tempi, rimarco che l’Italia ha un certo “vantaggio comparato” nel settore “dell’intrattenimento personale”, e come già prefigurato qui potrebbe diventare un settore particolarmente importante per l’economia italiana).
La politica e le lobby faticano a capire ed accettare questo meccanismo (“intrattenimento personale” a parte, pare), e creano danni con le loro posizioni industrial-reazionarie, ma alla fine il paese cambierà con o senza di loro seppur scontando ritardi e sperequazioni. Le recenti evoluzioni sono già una conferma di parte della teoria economica, se non altro quella liberista del commercio internazionale.
Ma ancora più interessanti sono altri dati, che sembrano rendere giustizia al Nobel del ‘74 a Hayek. Si legge infatti che la spesa delle famiglie è calata di (solo) un 2,8% in un anno, mentre gli investimenti delle imprese di (ben) un 12,6%. L’Italia, si sa, non ha visto questa esplosione del consumo pre-crisi (non nei termini delle controparti, almeno) data la sua sostanziale arretratezza finanziaria (il consumo qui è sostenuto dal reddito e dallo stock di risparmio e non tanto dal debito come nell’area anglosassone), e quindi nemmeno vede attualmente un suo drammatico ridimensionamento. Il fatto che siano le imprese a scontare di più una correzione fa capire che c’è stata una sbornia di sovra-investimento, che è del tutto coerente con un ambiente di tassi troppo bassi rispetto all’effettiva disponibilità di capitale. L’eccesso ciclico, quello che permette alla presuntuosa Italia di perdere nell’ultimo anno più PIL della Francia e non molto meno della Germania, è passato dalle imprese, come previsto nei più semplici modelli di Austrian Business Cycle! L’Italia non è una eccezione, come qualche giornalista e politico ha voluto finora suggerire, ma invece è solo il più schematico esempio di ciò che certe teorie avevano già spiegato (e annunciato) per USA e Gran Bretagna.
E non finisce qui! Infatti il constatare che una relativa tenuta dei consumi non ha impedito una forte correzione degli investimenti aziendali va, secondo me, a sfatare il mito (keynesiano) di una produzione guidata dalla domanda, con tutti gli annessi corollari politico-economici (come spesa pubblica e politica monetaria per sostenere direttamente la domanda al fine di spingere il PIL). La produzione e gli investimenti si muovono “prima dei consumi”, perché in realtà la loro spinta viene dal costo del denaro (rispetto alle prospettive di redditività) e dalla disponibilità di capitale reale per mantenere il sistema fino al completamento e messa a reddito delle nuove produzioni. La prima versione è l’illusione data dall’interventismo statale, ed ora che si scopre l’illusorietà del boom le imprese fanno marcia indietro e guidano la recessione.
Da quanto detto discende un’ulteriore cosa, cioè la verifica della “legge di Say”: è la produzione a generare la propria domanda, non viceversa. È il fatto che ci siano investimenti a creare possibilità di spesa privata (si forniscono mezzi di pagamento e beni da acquistare). E se è così ci aspetta ancora il vero fondo della recessione, quando esploderanno le sofferenze, quando affonderà il credito al consumo, quando lo stock di risparmio privato reale verrà finalmente pesantemente intaccato perché l’attuale ritracciamento delle imprese si tradurrà in minore ricchezza da scambiare e spendere.
Se non credete a tutto questo, domandatevi cosa giustifica la corsa alla ricapitalizzazione delle banche proprio mentre si dice che il peggio è passato.

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Prometeo Says
[…]è la produzione a generare la propria domanda[…]
Grandioso!
L’ho sempre sostenuto perchè “gli uomini iniziano a desiderare ciò che vedono”… e mi ha sempre dato del povero scemo…
:)
Congrats!
Jun 23rd, 2009 at 3:25 pm
Leonardo, IHC Says
siccome qualcuno lo dice da secoli, evidentemente non è di moda ih ih
Jun 23rd, 2009 at 3:46 pm