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Dal Grano alle Grane

March 3rd, 2008 by Leonardo

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di Leonardo, Ihc
 
Mercoledì scorso, leggendo il Sole24ore, ho notato quanti spunti di riflessione può ispirare anche un solo articolo “mainstream” se letto con occhi non necessariamente “austriaci” ma almeno “non del tutto ortodossi”, come spero di proporre qui su IHC.
Quel giorno pareva ci fosse una particolare attenzione sul prezzo del grano, spinto pare dalla famelica domanda cinese di bucatini & brioches, nonché dagli usi alternativi dei terreni coltivabili (cereali per biofuel), come esposto in “Scorte di grano, è allarme”. Per lo meno, nell’articolo a questo sottostante “Il petrolio chiude a nuovi massimi” viene ricordato che “le materie prime stanno infatti emergendo sempre di più come strumenti di copertura dei rischi inflazionistici”, il che comincia a rendere giustizia alle cause inflazionomiche degli squilibri mondiali così spesso richiamate su IHC e altrove.
 
Ma passiamo allegramente a cercare qualche spunto di riflessione ulteriore.

 
Il primo articolo richiamato è una miniera. Il core è già all’inizio, dove si viene avvisati del fatto che “[in due giorni] il grano tenero ha fatto un balzo di oltre il 14% [a causa dei] timori di un ulteriore calo delle scorte mondiali [e del] Kazakhstan, il cui Governo ha annunciato [il 26 u.s.] di voler introdurre una tassa del 20% sull’export”. Ma perché calano le scorte? Perché “la produzione mondiale (nonostante l’aumento dell’1% di quest’anno) non tiene il passo dei consumi” e questo con gran colpa della “Cina [che] continua a dire che il consumo interno dei cerali è pari alla produzione [ma in realtà] consuma più di quello che produce”.
Già su questo si potrebbe parlare molto anche senza ripetere il ruolo diretto dell’offerta di moneta a livello mondiale; delle due una: o la Cina è il solito spauracchio per chi non ha fantasia nel cercare le cause dei problemi domestici, oppure la “svolta di mercato” (“capitalismo di Stato” ossimoricamente parlando?) cinese sta facendo mangiare meglio o di più i piccoli musini gialli (cioè un po’ di mercato sta elevando gli standard di vita, alla faccia del comunismo). Mettetevi d’accordo e ditemelo.
 
Oltre a queste banalità, l’articolo sottolinea che si stanno ora recuperando terreni coltivabili a grano per via dell’aumento del prezzo appunto del grano (e chi l’avrebbe mai detto?) ma pure fa notare che parte di questi “nuovi terreni” erano finora incolti a causa dei “premi UE disaccoppiati” o per il vincolo ciclico di “messa a riposo” dei terreni.
Quest’ultimo punto mi pare interessante, perché richiama il concetto di capitale marginale e sub-marginale che diventano “profittevoli” a causa di distorsioni esterne, ed il cui impiego può essere magari incentivato dallo Stato (in questo caso togliendo un vincolo, forse uno dei pochissimi che hanno una ratio valida e non politica) in un’ottica keynesiana di stimolo dei capitali “inerti”.
Ma questi stimoli keynesian-style comportano l’impiego di “capitale” non ottimale, in qualche modo “consumandolo” oltre le sue capacità di rinnovo futuro. Nel caso particolare si consente infatti l’uso di terreni non “rigenerati”, quindi a minor resa attuale e ancor peggio impoverendoli per la produzione futura. Insomma, l’ennesima riproposizione del principio socialista del “mangiamoci il futuro”, cioè dello stimolo al consumo attuale a scapito del risparmio, tanto nel lungo periodo saremo tutti morti (e senza pane è ancora più facile).
Ma il bello è che questo stimolo produttivo attuale è come una goccia nel mare, e secondo Vacondio (presidente di Italmopa) “non inciderà più di tanto sul trend, poiché quello del grano è un mercato mondiale aperto”. Già, non sarà il recupero di ettari meno produttivi a sfamare la Cina (sempre che qui stia il problema), ma certo saranno questi terreni esausti a non consentire il rinnovo del capitale produttivo al prossimo raccolto, esasperando le tensioni sul mercato!
 
Ma aspettate, ho parlato di “premi UE”? Quindi la politica fiscale c’entra direttamente? Ma certo! Come poteva mancare il tocco magico della tassazione? E infatti l’articolo ci fa sapere della “decisione di Bruxelles di tagliare i dazi all’import” (che quindi finora sono serviti solo ad evitare di importare grano più economico), che messa insieme al disappunto per i dazi all’export di Russia Cina Argentina e Kazakhstan fa veramente scoppiare dal ridere: prima si sbatte la porta in faccia all’estero e poi si protesta se l’estero ci mette il lucchetto; questa è demenza isterica!
Ma c’è sempre la ciliegina: “gli incentivi ai biocarburanti”. Ammesso e non concesso che i biocarburanti migliorino il profilo ambientale, è scontato che un incentivo (statale) all’uso di una certa risorsa ne aumenti la domanda e quindi il prezzo, così come è scontato che l’incentivo ad un certo uso di una risorsa faccia sì che ne resti meno per altri utilizzi. E dovremmo allora lamentarci se il prezzo del grano aumenta e si comincia ad avvertire scarsità di grano per fini alimentari? Soprattutto, devono essere proprio le autorità statali a lamentarsi? Ma cavolo, ragionate e siate coerenti! Dite a tutti che avete creato (o almeno contribuito a) questa situazione perché avete valutato (opinabilmente) che per la collettività nel suo insieme (e quindi come Stato socialista, e non liberale) sarebbe stato meglio meno pane e più caro in cambio di un ambiente (forse) più sano. Fate come l’onestissimo Göring quando disse al popolo tedesco “non abbiamo burro, ma io vi chiedo: preferireste avere burro o armi? Dovremmo importare lardo o acciaio? Lasciate che vi dica una cosa: essere preparati ci rende potenti, il burro ci rende solo grassi”, perché la scelta che gli Stati fanno ponendo certi incentivi fiscali è esattamente negli stessi termini di quanto esposto dal candido Göring.
Agghiacciante? Sì. Forse questo esempio consente di inquadrare il core delle teorie di Public Choice che vengono richiamate implicitamente in questa parte dell’articolo.
 
Moneta, mercato e standard di vita, keynesianismo, capitale marginale, consumo e risparmio, socialismo e liberismo, politica fiscale e incentivi di Stato, commercio internazionale, Public Choice, ignavia politica… tutto dentro una brioche, e se parli di brioches parli per forza di tutto questo.
 
 

8 Responses to “Dal Grano alle Grane”

  1. 1

    libertyfighter Says

    Splendida esposizione. Tutte verità che chi studia economia austriaca conosce, ma che per il resto del mondo sembrano ancora provenire da Marte.
    Ma la parte che mi ha colpito di più è quella per cui si aumenta lo stoccaggio di materie prime contro rischi inflazionistici. Che stia finalmente per crollare il fiat money?

  2. 2

    Leonardo, Ihc Says

    Grazie!

    Non credo che il fiat money crollerà, o almeno non credo che questo sia il segnale. Da altre parti ho scritto che mi aspetto il crollo del dollar-standard da far sostituire con un euro-standard (con un nuovo ciclo inflazionomico), giusto perché uno yuan/yen-standard sarebbe politicamente improponibile; che il dollaro sarebbe finito male è scritto da anni dagli amici di Usemlab.com, ad esempio, ma da qui a passare all’oro temo la strada sia troppo lunga (per ora).

    Proteggersi con materie prime o altri strumenti è una cosa normale, magari adesso abbiamo un problema di effetti causati dimensioni della massa liquida da proteggere a seguito del ritmo di crescita della moneta mondiale nell’ultimo ventennio. Sottolineo “ventennio”.

  3. 3

    Libertyfirst Says

    Ottimo post.

  4. 4

    prometeo Says

    E una FED che presta dollari allo 0%?

  5. 5

    Leonardo, Ihc Says

    QPrometeo

    ma no! all’1% entro 20 mesi

  6. 6

    prometeo Says

    Carry trade in dollari… giapponesizzazione dell’economia USA!

    Interessante il post.

    In particolare gli effetti del set-aside… follia dell’interventismo comunitario. Doveva favorire le produzioni di alta qualità di zone particolari della UE e finirà per favorire l’importazione di granaglie dall’india e dalla Cina.

  1. 1

    Un Pensiero a Scholes, un Pensiero a Scalfari at Ideas Have Consequences

    […] La definizione di Scalfari è corretta… da un punto di vista italiano, non in assoluto: il rialzo del prezzo delle materie prime non discende principalmente (o per nulla) da una contrazione dell’offerta, bensì da un incremento della domanda vuoi per la crescita di nuovi acquirenti vuoi per l’evoluzione del processo inflazionistico (come ho ricordato qui); da un limitato punto di vista italiano, che guarda a quel che entra senza sapere da dove viene, si rileva solo un semplice aumento del prezzo delle materire prime che in qualche modo si scaricherà sui prezzi dei prodotti finiti in Italia, appunto una “inflazione da offerta” o più precisamente una “inflazione da costi”. […]

  2. 2

    Krugman ed il Grano Meteoropatico at Ideas Have Consequences

    […] Ora, la domanda alimentare è verosimile avere un certo grado di rigidità, ma se vi ricordate c’è una componente di domanda di prodotti agricoli, cereali compresi, che ha una crescente destinazione industriale in particolare per il biofuel, ed il favore politico (per via fiscale) su tale produzione non può non avere effetti sui prezzi (IHC ve lo dice da tre anni). Inoltre, ritengo che la minor inelasticità che i dati suggeriscono sia la “spia” di componenti della domanda non a fini alimentari bensì, appunto, industriali. Come è, come non è, in ogni caso Pipì non parla minimamente di questo, impoverendo fortemente la sua argomentazione. […]

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