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Dal Picco di Hubbert sul Petrolio alla Crisi?

July 10th, 2009 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

All’interno dell’associazione Usemlab viene condotta una interessante discussione sul modello di Hubbert per l’identificazione dei picchi produttivi delle risorse naturali (limitate). Molto in breve: assumendo una offerta “finita” di una certa risorsa e su una ipotesi sostanziale di crescente difficoltà del suo sfruttamento (in modello: tasso costante di sfruttamento), viene impostato un fitting statistico, cioè una curva più o meno a “campana” dovutamente calibrata per stilizzare i dati reali e permettere di inferire l’andamento futuro, così da individuare sia il picco produttivo che i tempi di esaurimento della risorsa.

Già il prof. De Marchi, sempre su Usemlab, ha avviato una critica che, per quanto rivolta al modello, si estende alla interpretazione (non) economica (e sistemica) dei risultati, che porta qualcuno ad associare l’attuale downturn economico mondiale al superamento del picco, ad esempio, del petrolio. Anche da parte mia offro alcune considerazioni.

 

Il modello di Hubbert è una procedura statistica, e come tale sconta naturali debolezze come il carattere backward-looking (evoluzioni future inferite dal solo passato, trascurando possibili scatti tecnologici), arbitrarietà della scelta della sotto-serie storica necessaria per la calibrazione (identificando “linearizzazioni” in definitiva riconosciute “ad occhio” senza un vero rigoroso test), e l’impossibilità di prevedere scoperte di nuovi giacimenti (in origine Hubbert cercava di determinare lo stock della risorsa petrolio per poi analizzare la posizione dei picchi di estrazione, mentre l’utilizzo del modello da parte degli attuali estimatori è rivolto prima alla ricerca del picco e poi, come conseguenza, la stima dello stock in natura).

Forse di più non si può fare, e le stime condotte ad esempio dei metalli sono degli ottimi lavori “all’attuale stato dell’arte”, ma questa postilla non viene ricordata dagli entusiasti. In ogni caso, una volta trovato il risultato voluto, cioè il picco produttivo e tempi di esaurimento di una risorsa, si è solo concluso un lavoro statistico di raccolta (o produzione o analisi) dei dati. A questo punto, per quel che ci interessa, occorre procedere all’interpretazione economica dei numeri, e qui si rilevano diversi problemi.

 

Per metterla sul concreto, parliamo del picco del petrolio hubbertianamente stimato attorno al 2007. Dal fitting del modello risulta infatti che si è già raggiunto il massimo estrattivo (questo per la varietà “ordinaria”, perché nel complesso il picco non sembrerebbe passato neppure secondo il modello, ma è la varietà “ordinaria” che pare avere significato a livello di sviluppo economico) e quindi si è ormai in una fase discendente che porterà ad un sostanziale esaurimento della risorsa in poche decine di anni.

Un’opinione che ho raccolto è che considerato il petrolio come fonte principale dell’energia mondiale, considerato un rapporto più o meno fisso tra petrolio e energia ottenibile, e tra questa e l’attività economica (presumo si intenda attività economica industriale) si può ricavare il vero motivo della corrente crisi economica mondiale: il picco estrattivo.

In realtà se il concetto di energia è sufficientemente evanescente e difficile da “gestire” in chiave economica trasponendolo in termini di attività industriale (già Latouche ha percorso questa strada, e si son visti i tristi risultati logici), il concetto di attività economica è forse ancora più sfuggente (nemmeno possiamo essere certi dell’identificazione di cosa sia “investimento”) perché va ben oltre, soprattutto per le economie “occidentali”, il concetto di trasformazione di beni (cioè di energia) tramite il consumo di energia. Quando ci si sposta verso il terziario e il terziario avanzato si perde decisamente la vecchia proporzione tra valore creato (o meglio percepito dal compratore) e risorse materiali impiegate (si tratta sempre più di “informazione” invece che di “materia”). Questo dovrebbe di per sé annullare le possibilità di un diretto parallelo tra produzione di petrolio e ciclo economico (sempre che non si voglia confutare che la maggior parte dell’ultimo boom fosse semplice “carta” o meglio “informazione” inesistente “bruciata” proprio per la sua infondatezza materiale).

Un altro punto significativo è inoltre la velocità del movimento del ciclo e la consapevolezza che questa recessione è almeno una parte di quella “annacquata” a inizio millennio. Se le relazioni petrolio-energia-ciclo sono meccaniche e deterministiche (come sembrano suggerire i “fan” di Hubbert) si dovrebbe capire come sia stato possibile intanto dilazionare il downturn precedente (oltre che capire da dove arrivasse), e come conciliare il moto che io definirei “da crollo” (anche se, a mio parere, non si è visto ancora  tutto) dell’attività economica con un percorso di produzione “lineare” e “morbido” come il modello descrive. Rispondere eventualmente che esistono perturbazioni locali che possono spiegare questi movimenti repentini, ma che comunque il modello descrive “abbastanza bene” il grado di sfruttamento della risorsa, giustificando così sfasamenti dalla traiettoria individuale e quindi validandola, non è per me soddisfacente: perché il mondo della finanza (e pure della fisica) è pieno di modelli che funzionano “abbastanza bene” in termini statistici, se no non verrebbero utilizzati, per poi rivelarsi di colpo inadatti (i casi della finanza sono famosi, semplicemente meno famosi sono i “dilemmi” attuali che mettono in discussione le principali teorie fisiche sull’universo).

Chiaramente un tendenziale esaurimento della principale fonte di energia (senza che intervengano soluzioni più efficienti e nuove risorse) non può lasciare illesa l’economia, ma certo il ridimensionamento industriale dovrà avvenire con una gradualità consona alla stessa fase discendente (è il modello che lo dice), e non con una picchiata improvvisa del 5% appena toccato il massimo estrattivo del petrolio (salvo gli effetti delle distorsioni monetarie, perché la finanza è molto più veloce dell’economia reale sia a montare che a franare).

Tra l’altro questa interpretazione “hubbertiana” trascura essenzialmente il fenomeno monetario (inteso come quantità di moneta e credito, e andamento di prezzi e tassi) salvo la sola considerazione di un crollo economico legato al semplice “spaiamento” tra andamento della massa monetaria e quello della produzione in questo caso del petrolio, una considerazione pericolosamente vicina a quella di Larouche (uno che non disegnava curve spaiate partendo dai dati, ma se le inventava e rimaneggiava nel tempo per adattarle alle proprie opinioni per poi spacciarle per realtà a priori, lasciando alla fine oscuro il nesso logico-causale) che, mancando di una seria analisi dei prezzi e quindi delle scelte microeconomiche di consumo e produzione (errore anche di Latouche) sono più un vaticinio che economia.

 

Tornando al petrolio, anche per quanto riportato in Inflazione malattia primaria di De Marchi, effetti sicuramente si avranno sul dollaro, al momento valuta principale (quando non unica) di pricing delle materie prime. Ma l’effetto è perverso: finché le materie restano il potere del dollaro resta in quanto “intermediario” nei loro scambi; con una crescente scarsità delle materie il potere del dollaro resta, perché puntellato dall’aumento parallelo del valore della scarsità stessa delle materie; il dollaro “perde” se la materia viene industrialmente “superata” o si esaurisce, perché in tal caso il dollaro non compra nulla o compra la materia meno apprezzata.

Il problema dell’esaurimento si intreccia poi con quello delle scorte, con la dimensione del mercato dei derivati su commodity (in dollari) e con l’efficienza della trasformazione in energia della risorsa, fatti trascurati in una semplice analisi statistica ma che afferiscono in modo rilevante nella relazione tra risorsa e attività economica e nel rapporto tra risorsa e moneta (punto essenziale, come si sarà capito, per tenere in piedi il castello cartaceo americano).

E tutto questo ammesso e non concesso che il modello venga correttamente calibrato, infatti la calibrazione si ottiene con la ricerca “visiva” di un sotto-campione della serie storica in cui il rapporto tra la produzione annua e il totale estratto assume un andamento leggermente decrescente e lineare… condizione che nella curva teorica si verifica proprio appena dopo il “picco”. Una identificazione “arbitraria” di questa condizione di “linearità” si traduce quindi in una “forzatura” del modello a mostrare il picco all’interno del sotto-campione, privando il risultato della dovuta oggettività. Resta inoltre il dubbio se sia più rilevante il picco del petrolio “ordinario”, in modello appena passato, o del petrolio totale, ancora da venire; nella seconda ipotesi non ha più senso richiamare questo modello per cercare di spiegare l’attuale fase di contrazione economica.

 

A me sembra che restino troppe incertezze e debolezze per poter stimare il vero picco produttivo dell’energia, e ancora troppi dubbi su un legame diretto e lineare tra energia e attività economica, per poter “semplificare” l’attuale recessione identificandola tra l’altro come “peculiare” rispetto alle passate crisi cicliche; per quanto tutto questo non significhi assolutamente che un problema di “scarsità” di energia non sia nel nostro futuro, quanto ho visto e capito di questo filone “hubbertiano” non è in grado di spiegare esaustivamente l’attuale congiuntura. Il rigore logico dell’Austrian Business Cycle mi pare più solido, la portata della sua visione più vasta e, con la dovuta analisi del prezzo della risorsa scarsa, anche in grado di assumere in sé la valutazione delle conseguenze della “fine del petrolio”; è questa per me una interessante strada da battere, fondata su una teoria logica invece che un vaticinio statistico.


8 Responses to “Dal Picco di Hubbert sul Petrolio alla Crisi?”

  1. 1

    silvano Says

    Il filone “hubbertiano” espone considerazioni interessanti circa le correlazioni tra sistemi industriali ed intensità dello sfruttamento petrolifero – però l’estensione del modello a tutta la tavola di Mendeleev (proposta anche su usemlab), mi sembra la replica sbiadita del medesimo pattern.

    Credo che tu colga il punto quando dici: “una volta trovato il risultato voluto … si è solo concluso un lavoro statistico di raccolta (o produzione o analisi) dei dati. A questo punto, per quel che ci interessa, occorre procedere all’interpretazione economica dei numeri”.
    A questo punto i sostenitori del modello cominciano ad irrigidire le proprie posizioni, le correlazioni diventano nessi causali, i nessi causali assomigliano sempre più a postulati. E la mia impressione é che si arrivi ad un livello tale di aggregazione per cui si finisce per assumere che il petrolio leghi insieme tutti i fattori sia di input che di output. L’energia E deriva dal petrolio (P). E é a sua volta input e variabile in grado di determinare l’intensità di sfruttamento degli altri fattori di produzione. Dal calo di P segue il quello di E e linearmente la discesa dell’output produttivo O. Proseguendo si possono spiegare anche i fenomeni de/inflattivi come disaccoppiamenti tra gli andamenti della produzione e della massa monetaria.

    Probabilmente é una sintesi estrema, forzata e un po’ polemica, ma anche io condivido l’idea che una volta terminato il lavoro statistico, peraltro estremamente interessante sotto il profilo economico industriale (date le tecnologie attuali), si parta in quarta con una modellizzazione dell’economia discutibile e si proceda lestamente ad un livello di aggregazione dei dati che in alcuni casi lascia un po’ il tempo che trova.

  2. 2

    libertà Says

    Nella mia personale directory “Austriaca di Economia” ho appena creato la sottocartella “Leonardo Baggiani”. All’interno ho salvato questo articolo… merita!
    😉

  3. 3

    Leonardo, IHC Says

    ih ih ih

    grazie ragazzi

  4. 4

    Prometeo Says

    Complimenti molto interessante!

    Ho un paio di approfondimenti da proporre ed un paio di critiche… ma non ho tempo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Ci provo nel weekend!

  5. 5

    Leonardo, IHC Says

    Prometeo, sto aspettando…

  6. 6

    Prometeo Says

    Come ti dicevo in privato, su un fitting dei dati che avevo (M3 e consumo di energia aggregato) ho applicato una trasformata di Fourier per lavorare nello spazio delle frequenze ed individuare segnale e rumore.

    Purtroppo… non si vede nulla.

    In parte è vero quello che dici, cioè… si corre troppo il rischio di un bias cognitivo e si finisce per cercare il risultato che si trova.

    La correlazione “semplice” tra massa monetaria e consumi energetici molto probabilmente non ha senso. Non tanto per l’impossibilità di includervi l’impatto delle preferenze temporali ed individuali, ma per la difficoltà di usa M3 come indicatore di massa monetaria con effetti sui consumi. E’ un contenitore troppo eterogeneo e, sebbene l’insieme di valuta fiat sia quella che ipoteticamente possa avere effetto sui consumi, ha una composizione troppo variabile nel tempo per essere significativo.

    Sul mises.org si critica tout-cour l’uso della money velcity come indicatore significativo. La critica nello specifico, secondo me, è sbagliata, perchè la velocità, per sua natura, è una grandezza relativa, quindi il fatto che la velocità monetaria sia appunto relativa, non significa che sia priva di significato.

    A parte questo, quello che secondo me ha senso è, come anche evidenziato nel libro di De Marchi, il fatto che l’incremento di massa monetaria e della sua velocità ha avuto fondamentale effetto nell’orientare la globalizzazione con tutto quello che essa significa in fatto di allocazione e de-localizzazione e consumi.

    Sempre nel libro di De Marchi viene mostrato un diagramma della campana di Hubbert perturbata dall’operato degli ultimi decenni.

    In particolare la campana è più bassa e più larga. Cioè l’integrale della medesima è stato “spalmato” su più tempo.

    Quel diagramma è anche riportato su alcuni siti che trovo abbastanza attendibili, come The Oil Drum. In tal caso, l’effetto dell’inflazionomia non sarebbe da considerarsi negativo, ma… anzi… redistributivo della risorsa energia tramite globalizzazione.

    Produrre in Cina costa meno energia che produrre altrove?

    Anche questo… mi sembra strano.

    Insomma… la correlazione tra energia, velocità e massa monetaria, c’è è bidirezionale, con i vincoli energetici meccanicamente più limitanti dei vincoli monetari, ma è estremamente complessa e variabile.

    Se un modello semplificativo come quello di Vicksell offre una visione abbastanza coerente e chiara delle dinamiche di formazione dei prezzi, un modello semplice non credo possa correlare energia e dinamiche inflazioniche.

    Strategicamente… poichè questa crisi, come tutte le altre, in virtù dell’immanenza del Potere nella natura dell’uomo, ha posto in essere, per coloro che fossero culturlmente avvezzi a categorie ermeneutiche scevre da impalcature di significante non immanenti, gigantesche opportunità di concentrazione di Potere, potrebbe individuare la volontà di ottimizzare al massimo profitto dalla risorsa energia nel minor tempo possible. In virtù dell’escatologia del “kosmos tou tou” (qui e adesso nei Vangeli Apocrifi) perchè preoccuparsi di vite future che non esistono ancora quanto le vite presenti possono profittare al massimo della risorsa?

    Perchè non rimandare al futuro debiti palesemente inesigibile per salvare il “kosmos tou tou” di oggi?

    Forse ricercare una relazione tra energia e moneta nasconde il desiderio di capire quando è che basta. Quando “deve” finire il gioco per “forza maggiore”.

  7. 7

    Leonardo Says

    ripensando al tuo riferimento a de Marchi mi è tornato in mente quanto ti ho già detto tra valore (monetario) delle merci e contenuto di energia o risorse in generale; diversi pattern di consumo/produzione di valore monetario uguali possono implicare uso diverso di risorse e quindi di energia.

    produrre in cina implica meno energia? forse, ad esempio perché l’illuminazione è peggiore, perché non servono altri “beni capitali intermedi” ad esempio quelli relativi a comodità e sicurezza, perché gli standard di vita degli operai cinesi sono bassi e questo significa che il loro “mantenimento” necessita di minor energia…
    Nel contempo la specializzazione nei servizi per l’area occidentale (grosso modo) significa che assume valore una parola detta al telefono o in internet, e può essere un valore superiore a quello di una ruspa, quindi l’economia comincia a girare attorno all’informazione, qualcosa di poco costoso in termini di petrolio.

    d’altra parte la globalizzazione è un termine nato come “ambiente” dell’internazionalizzazione delle imprese, un mero effetto su scala internazionale dei vantaggi comparati di Ricardo, e le aziende in generale si spostano per migliorare il rapporto tra risorse utilizzate e ottenute.

    quindi la relazione moneta risorse c’è (hai ragione a criticare il mises institute) ma è non solo variabile, ma anche affetta da fattori reali diversi tra cui la logistica. inutile dirti cosa possa significare cominciare a affettare i dati per “pulirli” finché non trovi una relazione stabile…

  1. 1

    The Juggler – part 2 – Crisis? What crisis? « Working Ideas

    […] Come discusso in altri blog (qui) un’ipotesi interessante che questa crisi ha in qualche modo riproposto d’attualità, è il legame tra la produzione ex-nihilo di aggregati monetari ed i consumi energetici, e quindi la durata nel tempo delle risorse fossili. […]

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