Dalla Russia Ancora un Nuovo Modello di Economia?
August 4th, 2008 by Leonardo
I russi hanno provato a costruire un sistema anticapitalistico, negando dinamiche imprenditoriali e ruolo della moneta; poi il comunismo è miseramente fallito. Adesso i russi vogliono sfruttare le reazioni proprie degli imprenditori di fronte al credito e ai tassi di interesse, e comandano la moneta con una spregiudicatezza che dilania il senso comune: se l’espansione monetaria crea crescita economica ma pure inflazione, basta ignorare la seconda e il saldo è sicuramente positivo.
Alla fine il trade-off crescita/inflazione (la maggior crescita viene pagata con maggior inflazione) può essere visto come il risultato di un giudizio di valore (in fondo così è nell’ortodossia economica), quindi meno peso si dà all’inflazione, più crescita ci si può permettere di stimolare. Geniale? No, fallace.
Chiaramente il punto centrale è se il trade-off inflazione/crescita possa essere il risultato o meno di un mero giudizio di valore. Se si pensa di poter spingere l’economia verso o oltre un qualche “pieno impiego” o “output potenziale”, il trade-off esiste; se si pensa che in assenza di perturbazioni il sistema possa trovare da se il suo “massimo” o “ottimo”, il trade-off è illusorio e si traduce solo in un allontanamento dall’ottimo (o fenomeni ciclici) in sede di intervento statale. Ma siccome l’idea dominante è che l’economia possa essere “migliorata” da un qualche pianificatore centrale, il punto diventa “quale è il vero peso dell’inflazione”, e se ci si “convince” che in fondo un’inflazione anche del 20% non è tutto questo gran male, si apre un mondo nuovo.
Sembra solo un gioco di parole, o un tentativo di autoconvincersi come quello di Rocky Balboa mentre le prendeva di santa ragione (“Non fa male! Non fa male!”), eppure le ripercussioni a breve/medio termine possono essere strabilianti. Infatti, se è vero che la continua creazione di moneta crea, anche forzando in basso i tassi di interesse, scopensi tra strutture di consumo e di produzione che dovranno rivelare la loro insostenibilità portando a una crisi, è pur vero che l’attivismo stesso delle Banche Centrali ha storicamente aiutato il deflagrare crisi: in fasi avanzate dell’inflazionismo, quando l’inflazione dei prezzi ha superato certe soglie, le Banche Centrali hanno optato per politiche restrittive, alzando così ex abrupto i tassi di interesse, rivelando le debolezze dell’economia, e quindi dando il via al relativo downturn. Se alziamo la soglia di sensibilità all’inflazione (la “soglia del dolore” di Rocky) è possibile che “meno inflazione” si scarichi sulle aspettative, ma pure che si evitino attese di stratte monetarie e quindi di più alti tassi, mantenendo così la calma su mercati e imprese.
Cosa accade in Russia? Il Sole24ore del 27/07/08 (“A Mosca il PIL val bene un po’ di inflazione”) ci racconta di una Banca Centrale russa con obiettivo di inflazione al 10,5%, tassi all’11%, e inflazione al 15%, il tutto accettato pur di godere di un PIL all’8,5% e di elevata occupazione (nelle maggiori città). L’opinione dell’economista Jen (ma è cosa ampiamente condivisa accademicamente) è che in fondo questi livelli di inflazione sono gestibili dai privati, un vero costo dell’inflazione emerge solo superato il 40% (50% per altri, ma il senso non cambia); oltretutto i salari reali risultano in crescita data l’elevata occupazione, quindi la situazione appare “sostenibile” e “positiva” per i russi. Ma questo non può essere un nuovo paradigma di politica economica, perché in realtà si tratta di combinare l’inflazionomia con altri fattori più “accidentali” e non replicabili, come afflusso di capitali e boom delle materie prime.
La Russia può pensare di stimolare monetariamente l’economia lasciando inflazionomicamente che siano i capitali esteri a colmare i gap; i tassi reali della Banca Centrale sono negativi non perché i tassi nominali siano bassi ma perché l’inflazione è alta. L’inflazione è alimentata dai capitali in entrata legati all’export (solo Germania Cina e Arabia Saudita hanno un saldo della bilancia commerciale migliore), avvantaggiato dallo congiuntura sulle materie prime (a sua volta frutto dell’inflazionomia USA), e i tassi della Banca Centrale hanno dovuto essere alzati per calmierare la situazione; pur rimanendo negativi in termini reali, tassi nominali a due cifre possono essere un ottimo spunto di carry trade e quindi attrarre ancora più capitali (hot money); a questo si aggiungano i flussi di investimenti diretti, e ci si trova un paese che attira continuamente liquidità, moltiplica il credito interno, e quindi “tampona” almeno per ora le inevitabili falle da Business Cycle che si possono star aprendo.
In pratica la Russia fa con il petrolio quel che gli USA hanno fatto con la reputazione del dollaro come riserva di valore internazionale: lo usano come candela per le falene. Intanto i cittadini “hedgiano” l’inflazione usando i dollari (petro-dollari sicuramente, se no sarebbe più logico usare gli euro), cosicché il rublo rimane la valuta per il calcolo di interessi reali negativi.
Credo che l’elemento “hot money”, che stimo determinante per il sostenimento della situazione, sia particolarmente “accidentale”, in quando dovuto ad una restrizione monetaria troppo “blanda” rispetto allo svolgersi degli eventi; infatti la curva dei tassi russa tra 3 mesi e 10 anni (dati Economist) è negativa di circa 450 bps (nella UEM lo è di circa 60 bs e è appena positiva per l’Italia che notoriamente non ha un debito pubblico affidabilissimo), dato enorme per uno dei pochi paesi emergenti (e quindi dal debito in linea di principio non affidabilissimo) che si finanzia a 10 anni in valuta nazionale (e non con bond in dollari come ad esempio Brasile e Venezuela), il che può ben essere conseguenza di vere strette monetarie (che pesano di più sul breve). Ma l’inflazione ha corso più veloce, i tassi reali sono negativi, e un 11% a te mesi è fantastico per un investitore estero.
Tutto ok, finché dura…
Abbandonando l’accademico trade-off e ragionando in termini di Business Cycle, si può rapidamente dire che i tassi di interesse reali negativi sono solo una forzatura statale, che un’inflazione al 15% è segno di squilibrio fondamentale, che l’eccesso di spesa e di consumo farà mancare fondi per il completamento degli investimenti, e quindi che il boom russo è illusorio e finirà in un collasso.
Obiettando che però la domanda estera (vista la bilancia commerciale) tradisce un eccesso di risparmio (a proposito, il budget statale è positivo!), si deve ricordare che si tratta dell’effetto dell’afflusso di capitali (compresa hot money) che, come gli acquisti di bond USA da parte della Cina, sta mettendo una pezza. E questo non è un grande elemento di sicurezza, perché il “denaro caldo” fa presto a venire come fa presto a sparire, e in assenza di un suo sostituto si torna allo schema “classico” dell’inflazionomia e quindi al ribaltamento del ciclo economico in caso di “normalizzazione” del trade balance (magari a seguito di una “normalizzazione” del prezzo delle materie prime come petrolio e gas).
Ma che valga o meno il trade-off inflazione/crescita, come dice Jen “per loro è una di quelle opportunità che si presentano una volta sola nella vita”. Sicuramente è meglio trovarsi davanti un downturn avendo i forzieri pieni (risparmio oggi per addolcire i momenti duri, come il bilancio pubblico russo pare testimoniare) e avendo rinnovato le infrastrutture per la futura ripresa (su questo non so quanto i Russi siano accorti), invece di ingoiarsi non si sa come questa improvvisa manna (come ha fatto l’Italia con il “dividendo dell’euro”). E per un paese che non dispone della valuta di riserva internazionale, riuscire a campare su un inflow di capitali (appeso all’export di energia decisamente “in bolla”), è un caso più unico che raro.
Concludendo, non c’è nessun nuovo schema economico; caso mai c’è solo una fortunata concomitanza di fatti che parte dalla politica della Fed dell’ultimo lustro, passa per il top del Business Cycle USA, e finisce nel flight-to-quality delle materie prime, che la Russia può “imprenditorialmente” sfruttare e “inflazionisticamente” esasperare. È una temporanea redistribuzione di capitali internazionali.
Forse qualcuno vorrà sfruttare l’idea per farci ingoiare un’inflazione più elevata spaciandolo per un “bene”, però per completare l’analogia si deve trovare anche una “bolla” di cui approfittare, e le risorse naturali italiane sono il sole e le belle donne; esportiamo quelle, magari inflazionandole con tanto silicone?


Tommaso Says
Mi è piaciuta la trattazione, misurata e ragionevole.
Comunque sono del parere di Jen. La piena occupazione deve per me tornare ad essere l’obiettivo primario. Occhio poi all’inflazione, al deficit di bilancio (che in realtà a fronte di un PIL rigoglioso deve essere un surplus, quindi limitare anche i movimenti di capitale) e al tasso di cambio.
L’inflazione fa male ma la disoccupazione fa peggio, altrimenti il governo russo non continuerebbe…
Morale della favola: concordo con te che 15% di crescita dei prezzi è un valore allarmante, ma lo è solo a seguito di una puntuale analisi di tutti i fondamentali. Penso che il futuro sia lavorare di “cesello”, avere un obiettivo primario (pieno impiego) e intervenire per raffreddare e riaggiustare le altre misure (bilancio statale, inflazione, bilancia dei pagamenti, tasso di cambio, quote redistributive del reddito…).
Sep 2nd, 2008 at 9:40 am
Leonardo Says
Non so se hai capito bene il senso del pezzo.
Io disapprovo qualsiasi tentativo di targettare l’occupazione perché lo vedo fuorviante (non “sbagliato” moralmente, ma solo fuorviante per le conseguenze); però capisco bene che, con la situazione particolare che si è creata, la Russia fa bene a raccattare quanto può e mettere anche da parte.
Sep 2nd, 2008 at 3:56 pm