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Della Politica nelle Banche (Nazionalizziamo?)

March 25th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Lo scorso 22 marzo io e il colto Silvano abbiamo presenziato a un convegno aperto presso il palazzo della Provincia a Grosseto organizzato dal meraviglioso Professor Muscatello. Presenti anche Monsurrò (a parlare dei danni della politica all’economia), Falasca e Faraci (quest’ultimo con un intervento carino sul difetto di rappresentanza politica).

Nell’occasione ho parlato brevissimamente dell’effetto della presenza della Politica nell’attività bancaria,partendo da un paper molto carino di quattro economisti di Tor Vergata, e aggiungendo mie rapide considerazioni. Riporto, appena ampliandolo, il contenuto del mio intervento.

 

Prima di tutto, una paio di note polemiche sull’incontro di Grosseto. Ritengo l’esperienza negativa: benché io Muscatello Silvano e Monsurrò ci siamo sforzati di far ragionare in modi diversi di economia i presenti, le discussioni hanno immediatamente virato verso problemi di strategia politica. Ritengo il basso tasso di informazioni economiche diffuse nell’occasione uno degli effetti negativi della Politica. Segnalo inoltre che dal pubblico è stato chiesto: “ai più giovani, come pensate di far entrare le idee liberali nella cultura comune?”; tanto per dire una il più giovane (Monsurrò) non ha potuto rispondere per una diatriba tutta politica accesasi immediatamente tra i “maturi”. Come sintetizzare una nazione in meno di 20 persone…

 

Passiamo al mio intervento, va’. Sono partito dalle richieste di alcune parti politiche di nazionalizzazione del sistema bancario come soluzione ai suoi malfuzionamenti; hanno senso?

Il materiale di partenza per rispondere è fornito dal paper “Politicians ‘on board’! Do political connections affect banking activities in Italy?” di Carretta Farina Gon e Parisi (paper del 2011, vedi qui, poi pubblicato dall’European Management Review n.9 issue 2 nel 2012). Si tratta di una indagine statistica sui dati del 2006 del credito cooperativo in Italia, volta a capire se la presenza di politici negli organi societari di una banca ha effetto nell’attività di credito.

La scelta del credito cooperativo risiede nella sua diffusione su tutto il territorio italiano (benché ben più presente nel nord-est), essendo presente in quasi 2700 comuni a volte come unica realtà bancaria, e nella rilevanza della sua attività, con € 150 miliardi di depositi (circa gli asset delle banche di Cipro) e € 135 di prestiti nel 2010. Che il voto assembleare sia “per testa” evita anche di dover ragionare di “concentrazioni di partecipazioni”. La scelta dei dati del 2006 invece serve ad aggirare il problema della più recente crisi e vedere il sistema in uno stato “normale” (tralasciamo che nel 2006 s’era vicini al top di una bolla che non aveva niente di “normale”).

L’analisi statistica divide questo mercato di oltre 400 banche in un gruppo in cui i politici sono presenti nel “board” (consiglieri), un gruppo in cui i politici sono presenti tra gli “executive” (direzione), e un gruppo senza politici. Su questa definizione della variabile “politica” vengono testati il volume di credito concesso, la capitalizzazione (o l’inverso: la leva), la profittabilità (tramite il margine di intermediazione, cioè la differenza tra interessi attivi e passivi), il rischio (come quota di credito problematico), e l’efficienza (intesa come minori costi generali).

 

Dico subito i risultati: capitalizzazione e volume di prestiti non risentono della presenza di politici (in effetti sono parametri guidati strettamente dalla normativa internazionale); una banca senza politici all’interno e una banca con politici nel board non sono statisticamente diverse; una banca con politici tra gli executive ha un +0,2% di profittabilità, un +2,3% di cattivi prestiti, e un +0,2% di costi. La conclusione è immediata: la presenza politica nell’operatività bancaria danneggia la qualità dell’attività.

Va certo detto, come fanno i quattro autori, che questa analisi sottostima fortemente le entrature politiche nel settore bancario, giacché l’influenza politica non si esercita solo con la presenza diretta di un politico. Questo significa che il gruppo di banche “politician-free” in realtà è molto spurio… questo in effetti potrebbe anche spiegare perché non risultano significative differenza tra banche “politician-free” e banche con board “politici” (cioè: sono ugualmente traviate dai politici). D’altra parte, se circa l’83% delle banche ha dentro almeno un politico (punte del 90% nel centro-sud), c’è da chiedersi come il restante 17% possa essere davvero “a-politico”…

Ritengo che la politica sia tanto “richiesta” dalle banche perché permette di contare su un aiuto proprio da parte degli enti statali che nei fatti definiscono i criteri di fallimento (non so se ve ne siete accorti, ma la politica europea sta facendo di tutto non per proteggere l’euro o la crescita europea, ma per non far fallire le banche o gli Stati che hanno salvato le banche).

 

Tornando ai risultati, faccio notare come il maggior margine di intermediazione (+0.2%) non sembri per nulla “coprente” rispetto al maggior rischio (+2,3%), il che tra l’altro non significa che le banche “politician-free” stiano già remunerando adeguatamente il proprio rischio. Queste cose non si vedono subito, ma vengono fuori quando le cose cominciano ad andar male (come oggi): un rischio non remunerato significa minor utili accantonati, e quando il rischio si concretizza in maggiori perdite su crediti queste diventano subito perdite tout court e minor possibilità di concedere altri crediti (ricordate: un 10% di rischio significa “con certezza” che lungo la vita dell’ente si avrà in media una perdita del 10%… che questo non accada al primo anno è solo un “caso”). Questo punto è rafforzato dal confronto con risultati di altri che concludono, con una certa logica, che i clienti “politicamente spalleggiati” spuntino tassi più bassi; il contrasto con il risultato dei nostri quattro di Tor Vergata (gli interessi pagati dal cliente sono quelli incassati dalla banca) è solo apparente, perché in effetti il cliente “politicamente spalleggiato” paga semplicemente tassi inferiori a quelli coerenti con il proprio profilo di rischio, il che può significare tassi comunque appena superiori alla media. Effettivamente l’analisi statistica di cui sopra mostra un margine di guadagno sì più alto, ma non in linea con il profilo di rischio del portafoglio.

Ma questo vale per il credito cooperativo… e basta? No, perché i risultati sono confrontati con la letteratura economica italiana e internazionale avente ad oggetto le differenze tra banche private e banche statali, ed i risultati sono allineati sia nei Paesi avanzati che in quelli emergenti. Questo significa, in poche parole, che parlare di credito cooperativo o di banche commerciali in generale non fa differenza, ed ancor di più significa che non fa differenza parlare di banche statali o banche private con infiltrazioni politiche!

 

Da qui si arriva rapidi alla risposta al problema di partenza. La nazionalizzazione è una risposta ai problemi del sistema bancario? No! La statalizzazione delle banche equivale alla presenza politica nelle banche, e gli effetti sono la perdita di efficienza e una peggior qualità non adeguatamente remunerata del credito perché questo è concesso su criteri politici e non economici.

Cosa possiamo aggiungere? Possiamo aggiungere che di per sé una banca cerca di tenere a galla i propri debitori, almeno finché non si rileva più adeguato lasciarli fallire, recuperare quel che è recuperabile, e passare a finanziare qualcun altro. Nel caso di credito concesso secondo criteri politici, la procedura di modificare continuamente le condizioni dei finanziamenti per fingere a posteriori che il cliente non avesse fino ad allora da pagare alcunché (evergreening) è impiegata in modo stabile, ma il solo risultato è che la banca continua a ritardare il rientro dei propri prestiti, il che significa esser corti di liquidità e non poter far credito ad altri (credit crunch). Questo concorre a quella sensazione diffusa di banche che non danno più credito se non ai soliti, associata ai problemi di stabilità che ogni tanto emergono, che portano alcuni a chiedere come soluzione la nazionalizzazione del settore.

Tutto questo non fa che rinforzare la conclusione di cui sopra: la nazionalizzazione, o qualsiasi altra forma di ulteriore politicizzazione delle banche, è solo un modo di aggravare i problemi di cui ci si lamenta oggi.

 

Volete soluzioni vere?

a) Per poter riattivare il credito privato occorre ridurre la convenienza dell’evergreening, il che significa anche eliminare l’influenza della politica nelle banche (anche nel board).

b) Perché il settore non sia fragile è necessario che il rischio venga correttamente remunerato; per far questo le banche devono lavorare come si lavora sul mercato: con la paura di poter fallire. Quindi basta con i salvataggi.

c) Vietare che i politici possano coprire ruoli da executive non risolve tutto il problema, ma i dati raccontano che sarebbe un passo avanti (perché non farlo allora, tanto per iniziare?).

 


8 Responses to “Della Politica nelle Banche (Nazionalizziamo?)”

  1. 1

    Claudio Says

    “come pensate di far entrare le idee liberali nella cultura comune?”

    Ok, il post parla di altro, ma così per curiosità, com’è che avrebbe risposto Monsurrò, in assenza degli anziani? (se lo sai)

  2. 2

    Leonardo Says

    Andrebbe chiesto a lui…

    Io so come avrei risposto io (e penso lui non andrebbe lontano):
    “è dal 2007 che scrivo di queste cose, Monsurrò da prima… lui ha avuto un po’ più fortuna nelle pubblicazioni in Italia, io no (me le hanno accettate solo negli USA)… Usemlab pure fa un grande lavoro… e ce ne sono altri… nel nostro piccolo diffondiamo quel che possiamo, ma il problema è la ricezione (e la prosa di Monsurrò è veramente accattivamente, mica come la mia), perché la gente è ignorante, non vuol sapere, ed è carente pure di strumenti per capire perché l’istruzione è quel che è… è razionalmente ignorante, perché sa che conta votare chi potrà aiutare TE e non chi ha la visione mondiale più corretta… Possiamo solo andare avanti e attender che le cose peggiorino finché non resterà che la nostra ricetta e potremmo dire che sono anni che lo diciamo”

    … la discussione a quel punto è virata su strategie politiche che non c’entravano con la cultura (alleanze, per la precisione)… questa è la dimostrazione che se io non ho ragione ci vado molto vicino.

  3. 3

    Claudio Says

    “razionalmente ignorante, perché sa che conta votare chi potrà aiutare TE e non chi ha la visione mondiale ”

    Vedi che c`ha ragione Friedman a dire che voi economisti c`avete troppa fiducia in `sta razionalità :-)
    Magari la gente conoscesse tutte le varie teorie e scegliesse solo per interesse! Ci sarebbe solo da fargli cambiare idea su qual è questo interesse. In realtà il problema è più radicale e se frequenti gente che viene da altri contesti vedi che fai presto ad accorgertene.
    Sull’attendismo unica via o quasi, invece mi sa che a malincuore concordo. Comunque non era questo il post per parlarne, magari ci ritorneremo

  4. 4

    Leonardo IHC Says

    mi sa che non ci siamo capiti. Non è che conoscano tutto e scelgono, semplicemente guardano l’immediato (il politico di aiuto) e del resto – teorie economiche in primis – se ne sbattono.

  5. 5

    Claudio Says

    Colpa mia che ho strinto troppo perché ero sul cellulare. Il discorso, Friedman a parte, era che attaccarsi solo al self-interest o alla miopia spiega parte del problema ma non tutto. Il self-interest è costante della natura umana, ma prendiamo solo quello non si capisce perché la politica e l’economia vanno (e sono andate) diversamente in Inghilterra, Italia o Zimbabwe. C’è tutta una parte di rapporto tra cultura, economia e istituzioni che difficilmente viene affrontata: gli economisti (non te) hanno le loro “fissazioni” (in senso buono), altri -storici in primis- generalmente non sanno un tubo di economia e quindi partono subito male, come il tuo esempio dimostra.

    Basta così, ti avevo chiesto quella cosa solo perchè Monsurrò tempo fa aveva fatto un intervento interessante su roba del genere sul suo (vostro?) blog de Linkiesta, e lui, lo sai meglio di me, è uno che ha testa.

  6. 6

    Silvano Says

    Sì, tendo a essere d’accordo con Claudio. Il self interest spiega bene il lobbing, molto meno le dinamiche dei flussi elettorali. Tra l’altro il politico di aiuto non lo voti nemmeno con questa legge elettorale…

  7. 7

    Biagio Muscatello Says

    Quando Leonardo mi aveva comunicato l’argomento del suo intervento a Grosseto, mi chiedevo: ma perché il credito cooperativo, e non va subito al bersaglio grosso? Esperimento in corpore vili? Oppure c’è una specificità, proprio nei modi d’intervento della politica, che distingue le grandi banche commerciali (o anche gli altri istituti, come casse di risparmio, etc.) rispetto al credito cooperativo?

    Quanto al “come pensate di far entrare le idee liberali nella cultura comune”, non spariamo sulla Croce Rossa (che già siamo in pochi). Certo, bisogna diffondere la cultura economica; ed è quello che facciamo.
    Potremmo fare di più: per esempio, far precedere gli interventi di Leonardo e Silvano con un’esibizione di ragazze pon pon; oppure, semplicemente, aspettare che il processo di liquidazione dei malinvestments faccia il suo corso (della serie, imparare dagli errori). Chissà…

  8. 8

    Leonardo Says

    Vedo bene Ennio in Pon Pon

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