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(D)Istruzione Obbligatoria

September 24th, 2009 by Leonardo

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di Silvano, IHC

 

Le lezioni sono cominciate, e con esse le consuete polemiche sui "tagli alla scuola" che ogni anno scolastico si porta dietro. Presumibilmente, con l’arrivo dell’inverno seguirà il solito rituale di "scioperi" (sic), occupazioni studentesche e altre sagre di fankazzismo organizzato. Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Domanda: ma è necessario tutto questo? Dove "tutto" è da intendersi nel senso più ampio possibile: ovvero tutta la farraginosa macchina dell’istruzione statale, dalla prescolare fino alla universitaria, obbligo scolastico incluso. La mia risposta è: "no".

Gli elementi portanti del sistema attuale sono due: l’obbligatorietà dell’istruzione fino ad una predeterminata età (attualmente in Italia 16 anni) ed il monopolio pubblico sull’istruzione. Entrambi gli istituti sono dannosi e sono funzionali all’inquadramento delle masse, al livellamento delle intelligenze, alla riduzione dello spirito critico e di iniziativa all’interno di determinati pattern comportamentali identificabili. E questo senza considerarne i costi economici connessi in termini di fiscalità generale.

 

Cominciamo con l’obbligatorietà dell’istruzione. Le giustificazioni fornite sono le più varie: fornire un livello minimo di istruzione a tutti, tutelare il minore da padri arcigni e illetterati, e via dicendo. Sotto il profilo liberale e libertario sono tutte quante smontabili.

Attraverso l’istruzione minima obbligatoria lo Stato impone alle famiglie di far seguire ai propri figli un predeterminato percorso "educativo" espropriando di fatto i genitori del diritto di fornire (o anche non fornire) l’istruzione desiderata al minore. Tale esproprio tende a far coincidere il concetto di istruzione con tutto ciò che viene impartito all’interno delle mura scolastiche e a deresponsabilizzare i genitori circa i propri compiti educativi e di allevamento della prole. L’obbligo scolastico non è finalizzato a fornire un’istruzione minima; lo scopo dell’obbligo è l’adempimento dell’obbligo stesso da parte dei bambini, inquadrati per scaglioni di età, tenuti a eseguire un determinato iter in un modo non molto dissimile, peraltro, da quello del servizio militare. L’obbligo si assolve infatti permanendo per un determinato numero di anni a scuola a prescindere dal livello di istruzione raggiunto; un pluri-ripetente ed uno studente modello, trascorsi dieci anni scolastici, sono parimenti liberi da ulteriori obblighi. Non è necessario diventare alfabeti o istruiti, è necessario trascorrere dieci anni a scuola. Gli eventuali risultati deludenti porteranno al consueto rimpallarsi di responsabilità tra genitori e docenti. Fa parte del copione. Il minore è sempre più dipendente dal sistema e quindi sempre meno capace di affermazioni individuali, così come di raggiungere la propria indipendenza, e pertanto sempre più bisognoso di essere "guidato" (e deresponsabilizzato). La figura del padre orco, del padre padrone che tratta il figlio come mera res (cosa, oggetto) è un altro aspetto dello stesso copione volto a giustificare l’interventismo statale nelle menti dei bambini.

Lo Stato tradizionalmente invoca le paure (meglio se recondite ed abiette) per giustificare il proprio potere sugli individui. Libertà di educazione alle famiglie non significa libertà assoluta di disporre dei figli. Un ordinamento liberale non lascia potere assoluto alla figura del pater familias. Abusi e violenze non sono compatibili con il ruolo di tutela proprio del padre e della madre. E del resto l’adempimento dell’obbligo scolastico in sé non rende pacifico un genitore violento né affettuosa una madre arcigna. Tuttavia l’immagine dell’orco di famiglia che spedisce i pargoli al lavoro in tenera età, quando evidenze empiriche ci mostrano sempre più numerosi casi di fankazzisti adulti lasciati a decantare nelle università ben oltre i 24 anni, mantiene inalterato il suo fascino nel giustificare l’intervento pubblico.

 

Da notare inoltre che il lavoro, ovviamente, non è mai concepito come un percorso professionale grazie al quale l’individuo cresce e diventa indipendente, bensì come abietto sfruttamento; il controllo statale è quindi necessario per evitare di consegnare piccoli pargoli indifesi nella braccia di Mangiafuoco. Il fatto (peraltro palese) che la carriera economica di un apprendista idraulico o di un apprendista meccanico sia oramai diventata mediamente più vantaggiosa in confronto a quella di un laureato di 27 non scuote minimamente le teste benpensanti.

I teorici, da Platone a Rousseau, sanno che se i bambini possono essere rinchiusi con altri bambini, privati di responsabilità ed indipendenza, incoraggiati a sviluppare solo le banalizzanti emozioni di avidità, invidia, gelosia, e paura, cresceranno in età ma non diverranno mai grandi.

 

In realtà è possibile liberarsi di strutture vecchie e stupide ed aiutare i ragazzi a prendere un’educazione piuttosto che meramente ricevere un’istruzione. È possibile incoraggiare le migliori qualità della gioventù – curiosità, avventura, determinazione, capacità di intuizioni sorprendenti – senza necessariamente parcheggiarli su quel binario morto della scuola pubblica, con la sua routine, i suoi programmi ministeriali, la sua didattica stereotipata. Ma ciò non viene fatto; non viene fatto perché lo scopo dell’istruzione di Stato non è "colmare di conoscenza i giovani della specie e svegliare la loro intelligenza", bensì "ridurre quanti più individui possibile allo stesso livello di sicurezza, per alimentare ed addestrare una cittadinanza standardizzata, per reprimere il dissenso e l’originalità" (H.L. Mencken, 1924).

La stessa figura media dell’insegnante pubblico – così come di fatto concepita dal sistema – è quella di una persona che entra a scuola a 6 anni per uscirne a 60, che ripete i medesimi programmi (con poche variazioni di fondo) per la quasi totalità della sua vita lavorativa, che avanza per anzianità, che compete con la propria burocrazia interna – fatta di punteggi e graduatorie – per l’assegnazione delle cattedre, che, attenendosi al protocollo, non ha la minima necessità di confrontarsi o verificare la soddisfazione del "cliente esterno". L’esistenza di professori validi è, a conti fatti, rimessa unicamente alla buona volontà ed al livello motivazionale del singolo professore. Nell’istruzione pubblica, come in tutti servizi a monopolio statale, la qualità è un optional ed il vincolo di bilancio (debole) è funzione di variabili politiche. La vita del travet dell’insegnamento è quanto di più socialista e livellante si possa concepire; lo è assai meno quando questi oltre all’insegnamento svolge una qualsiasi altra attività professionale in cui sia presente un minimo di confronto e competizione (è interessante notare a tal proposito come le ripetizioni "a nero" siano estremamente più efficaci ad individuare e prezzare il merito degli insegnanti, di quanto non lo siano le graduatorie e ed i cervelli dei sindacalisti della scuola). Per lo Stato, il nostro travet, può entrare pargolo a 6 anni e trascorrere i successivi 54 con una vita caratterizzata dagli stessi ritmi, dagli stessi calendari, dalle stesse identiche materie ed uscire dalla funzione pubblica per continuare a mangiare pane e Governo per il resto dei suoi giorni. Questa figura è stata creata con lo scopo di formare menti critiche ? Ovviamente no. Certo per mero accidente può succedere, e succede a volte, ma ovviamente non è questa la finalità dell’istruzione pubblica.

Le Corbousier, e gli amanti della prima ora del cemento armato e dell’architettura urbana fatta di moduli replicabili in serie, hanno dato nel corso del novecento un grande contributo all’edilizia scolastica, affinché questa sia omologabile in tutto e per tutto a quella degli edifici di concentrazione di massa. Quante scuole potrebbero tranquillamente fungere e sembrare in tutto e per tutto delle caserme, delle stazioni di polizia o viceversa? Tantissime. Quanti piazzali in cemento ricordano quelli dove i detenuti vanno a trascorrere l’ora d’aria tentando di ammazzare la noia? Troppi. 

 

Uno storico liberale, Salvatorelli, definiva la cultura generale "l’analfabetismo degli alfabeti". E tale cultura generale è la quintessenza dei programmi e dei piani di offerta formativa. Caratterizza parimenti scuole pubbliche e private assimilate, e in particolare tutte le scuole superiori dei principali paesi sviluppati. Il livellamento verso il basso (nonostante tutte le lodevoli ed immancabili eccezioni), la de-responsabilizzazione degli individui, l’appiattimento dello spirito critico sono una costante che caratterizza l’interventismo pubblico nella società. Con il tempo, come ben sapeva Einaudi, le persone si assuefanno a servizi qualitativamente sempre più scadenti ed economicamente sempre più costosi.


11 Responses to “(D)Istruzione Obbligatoria”

  1. 1

    Leonardo, IHC Says

    A me piace questo pezzo, anche se per me avevi già in mente il risultato, il “controllo mentale”, e da qui sei disceso a interpretare la scuola.
    Lecito, e poi io sostanzialmente condivido quello che hai scritto, ma ti contesto di esser passato troppo sbrigativamente sull’aspetto del padre-orco come lo chiami tu.

    Tendenzialmente nessun padre (e madre) negherebbe una formazione di base a un bambino di 4-6 anni per mandarlo a lavoro. Tendenzialmente.
    I genitori sono premurosi. Quasi tutti. Quel quasi, non apre uno spazio di tutela legale minima? E non per paternalismo, ma perché il bambino ha dei limiti psico-fisici. Servirà a risolvere una situazione su un milione… ok, ma non è nell’interesse veramente di tutti che quella cinquantina di situazioni vengano risparmiate? E non dico che lo Stato sia buono e giusto, dico offrire una istruzione minima, ma minima minima per tutti perché tutti PARTANO da un livello minimo comune di alfabestimo, cioè leggere, scrivere, esprimersi, capire. Questo senza alcun riferimento a contenuti nozionistici.

    E poi ok il riferimento al fatto che i professori non devono curarsi della soddisfazione del “cliente”. L’intuizione sulle ripetizioni è ottima!

  2. 2

    Silvano Says

    L’argomento della tutela legale minima su soggetti non pienamente capaci dal punto vista giuridico, siano essi minori, ma anche anziani malati o altro, è un argomento interessante. Sotto il profilo giuridico è un tema che uno stato minimo (ma qualsiasi società in senso lato) deve affrontare.
    Nella nostra realtà vedo molti più padri immaturi od amiconi, come fonte di danno per i minori, che non padri orchi. Il punto però non è questo. Ciò qui ed ora potrebbe essere ragionevole, potrebbe non esserlo in un altro luogo ed in un altro tempo: ad ex. in un paese africano dove l’aspettativa di vita è di 40/45 anni, caratterizzato da un economia di sussistenza, l’eliminazione del lavoro minorile porterebbe il collasso della produzione agricola, carestie, ed in ultima analisi una situazione di maggior sofferenza. Pertanto è difficile stabilire un criterio sempre valido. La mia idea, estendibile anche ad altri argomenti (sanità, servizi “sociali” – chiamiamoli così, etc.) è la seguente: in presenza di entità statali leggere caratterizzate da un forte decentramento dei processi decisionali e dei poteri coercitivi, alcuni “interventismi” non sono un male assoluto, né blasfemie. Comunità diverse, con differenti culture, sensibilità, livelli di benessere, possono sviluppare istituti, forme mutualistiche, volontarie, semi-volontarie o obbligatorie di intervento, su ciò che (per una ragione o per un’altra) può venir percepito come prioritario dalla maggioranza consistente della popolazione stessa. Statì e comunità “leggeri”, fortemente decentrati (e quindi con un miglior controllo dal basso, e con un ridotto potere di enforcement di politiche liberticide) permettono un maggior feedback sulla tassazione. La concorrenza tra stati, regioni, financo città “light” inoltre darebbe anche una maggior possibilità di scelta.

  3. 3

    Silvano Says

    Noi però viviamo in una realtà opposta. E dal big government, stiamo andando verso il very big government. L’accentramento e la prolificazione dei livelli di potere è un trend costante da oltre un secolo. Tralascio l’argomento degli organismi internazionali e dei “superstati” (ex. la UE), altrimenti sforiamo il tema. Dai una mano al governo, e quello ti prende il braccio. Siamo pieni di assistenti sociali che si sentono in diritto di dire come devono essere cresciuti i figli. Vi sono documentati casi in Italia, in cui i Tribunali dei minori tolgoni i figli ai genitori, semplicemente perchè ritenuti poveri (ovviamente bambini del terzo mondo farebbero festa per avere quella “povertà”). Far dormire 3 fratelli nella stessa camera – cosa peraltro normale fino a 20/30 anni fa – è un elemento di sospetto, specie se l’abitazione dispone di un solo servizio sanitario. E’ sufficiente a giustificare l’invasività di servizi sociali, insegnanti, pedagoghi e tribunali del minori. Lo stato, forte con i deboli e debole con i forti, cerca il padre orco (più raramente la madre – e anche qui ci sarebbe da discutere) tra i poveri, tra gli immigrati e tra tutti quelli non conformi ai comportamenti di massa quando è abbastanza pacifico che tutta una lunga serie di aberrazioni comportamentali, sessuali, etc. non hanno censo (qualsiasi mignottona o escort te lo può confermare). Alla fine, così come vi sono vigili che hanno budget di multe, finanzieri che hanno budget di violazioni da scoprire, ospedali che hanno budget di interventi, non mi stupirei se vi fossero dei novelli Savonarola in carriera con budget di famiglie da moralizzare. I pubblici controllori, specie quando sono autoreferenti, hanno bisogno di controllati da perseguire per giustificare i propri stipendi e le proprie carriere.

  4. 4

    Leonardo, IHC Says

    Ma su questo siamo d’accordo! Pure sul fatto diseducativo dei padri amiconi. Quello su cui mi concentro io sono le situazioni veramente “patologiche” di genitori assolutamente idioti; siccome non si può fare lo screening a tutti, un obbligo scolastico limitato sia per anni che per contenuti è nell’assoluto interesse del bambino di poter disporre dei mezzi minimi per capire cosa ha intorno.
    Certamente se si passa dal minimo indispensabile (che, come detto su usemlab, avrebbe bisogno di un supporto scientifico, qualcuno che da esperto della materia sappia dire a cosa corrisponda quanto oggettivamente possibile questo “minimo”) al concetto di opportunità si finisce per aprire la strada all’espropriazione dei figli dai genitori, ma questa è una aberrazione non una conseguenza diretta e necessaria.

    Mi sono posto un altro dubbio questo fine settimana: se non avessi studiato un minimo di economia a ragioneria, avrei capito che sarebbe potuta essere una passione? ho scoperto la filosofia solo con LibertyFirst, non sarebbe stato meglio che qualcuno me ne avesse accennato prima? come facevo a sapere che la musica era un’altra mia passione senza lezioni, benché orribilmente condette, alle medie? Questo porterebbe al secondo passo, cioè fin dove la tutela del minore dovrebbe estendersi quantitativamente.

    I rischi di riprodurre il sistema già vigente ci sono proprio tutti.

    E comunque la discussione verteva su un ambiente come quello italiano; mi par chiaro che un paese “povero” abbia ben altro a cui guardare prima di darsi a suonare un violino… anche se le necessità minime iniziali del minore per me restano un vincolo per poter aspirare a un processo autonomo di crescita, del ragazzo e di tutta l’economia.

  5. 5

    silvano Says

    Il fatto che tu sia una persona con interessi culturali, reattiva agli stimoli esterni, non può portare a generalizzare i termini della questione. A me piaceva molto storia, materia su cui l’80% degli studenti si fa delle sonore dormite. Io mi sono sciroccato leggendo 10.000 pagine di letteratura russa in un anno e mezzo, ma l’idea di riaprire i Promessi Sposi o i Malavoglia mi mette la nausea. E questo è un riflesso pavloviano.
    LibertyFirst ti ha fatto apprezzare la filosofia. Ma sotto il profilo didattico al liceo avresti potuto studiare la storia della filosofia occidentale e non oltre e nessuno ti avrebbe parlato di economia. Vi sono insegnanti stimolanti e passioni che persistono nonostante docenti pedanti. Qui la discussione però più che socio-economica comincia a diventare pedagogica.

  6. 6

    silvano Says

    Io invece questo finesettimana ho fatto queste considerazioni:
    – benché sia possibilissimo insegnare a leggere, scrivere e fare calcoli rudimentali prima dei 6 anni, non lo si fà; semplicemente nella stragrande maggioranza dei casi si attende la scuola;
    – è perfettamente inutile essere particolarmente bravo in una disciplina, o meglio “più bravo del previsto”: le derivate le studierai il 5 anno delle superiori, e in ogni caso non andrai mai oltre il calcolo integrale prima dell’università;
    – l’avanzamento a scaglioni di età realizza proprio questo: tiene tutti dentro una fascia media; trascina i somari e frena le eccellenze individuali.

  7. 7

    Leonardo, IHC Says

    ok che l’avanzamento a scaglioni è una fondamentale cazzata, ma questo attiene all’organizzazione della scuola attuale e non alla sua eventuale obbligatorietà più o meno limitata.

    lo scaglionamento è per me più funzionale a una società di uguali, dove si elimini l’estro del singolo per evitare che i mediocri si sentano quel che sono; la mia è una versione un po’ più morbida della tua, lo capisci.
    Una scuola minima che insegni le basi fondamentali non implica che inizi a 6 anni, potrebbe iniziare anche a 3, oppure essere lì senza riferimenti di età, strutturata solo per stati di avanzamento delle capacità (come in teoria dovrebbe essere se i prof si decidessero a bocciare chi deve essere bocciato).

    Sì, si sfora in pedagogia, ma tu ritieni si possa parlare della struttura e dell’organizzazione dell’apprendimento trascurando problemi pedagogici? Io no, ecco perché da altre parti ho tirato fuori che ci vuol un “tecnico” oltre che un “filosofo liberale” (che siamo tutti quando avanziamo discorsi di valore cercando una ratio solida) “un economista” (come pretendiamo di essere) un “politico” (quando disegniamo un certo mondo sociale) nell’affrontare questi problemi.
    E’ come parlare di medicina tra avvocati senza chiamare un medico.

  8. 8

    silvano Says

    Vedi che alla fine molte cose collimano. Quello che volevo appunto dire è che la struttura della scuola pubblica contiene in sè i germi del livellamento e su questo siamo abbastanza d’accordo. Ed io non escludo affatto che si possano avere sistemi formativi migliori. Semplicemente li vedo incompatibili con il big government. Per il big government la scuola è un elemento organico alla sua autoriproduzione.
    Anche senza coinvolgere la pedagogia (tra l’altro su usemlab il “tecnico” Gallazzi ha postato un intervento molto libertario), già partendo da qui si può arrivare a sfiorare molti temi:
    – compatibilità tra servizi di welfare e stato minimo;
    – processi decisionali accentrati vs decentrati;
    – la spesa pubblica come sistema di compravendita del consenso in democrazia (quindi stato minimo e forma politica);
    – tutela giuridica dei soggetti minori;
    – istituti positivi di tutela e giusnaturalismo;
    – integrazione tra processi di formazione non liberali (ad ex. rigidamente confessionali) e diritto di scelta;
    mi fermo qui, ma potrei continuare.

    Lo so cosa vuoi dirmi: mettiti a lavorare 😉

  9. 9

    Leonardo, IHC Says

    allora lo sai!

  10. 10

    prometeo Says

    Non posso che condividere il pezzo :)

  11. 11

    Leonardo, IHC Says

    ore 11:30 del 09/10/09
    Firenze
    Studendi per strada, corteo contro Gelmini (e avrebbe un qualche senso forse), disoccupazione, anti-immigrazione e quant’altro.
    Prego, rileggersi le prime sette mezze-righe del pezzo.

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