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Due Debiti non Fanno una Ragione

October 22nd, 2012 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Ogni tanto escono classifiche dei Paesi in base a misure più o meno fantasiose del “debito totale”. Tendenzialmente certe statistiche ricorrono quando qualche politico ha intenzione di chiamarle in causa per questa o quella rivendicazione; nel caso, il “debito totale”, cioè somma secca di debito privato e debito pubblico, per qualcuno varrebbe a certificare un qualche primato di salute economico-finanziaria dell’Italia, il che significherebbe accedere ad aiuti europei (tipo ESM e le Draghiane OMT) senza sottostare a un fattuale commissariamento.

Ma a parte le recondite motivazioni politico-economiche, ha senso questa mera addizione?

 

Un’ultima stima per il 2013 (Invest Banca) sul rapporto tra debito totale e PIL dicono: Giappone 471%, UK 466%, Spagna 366%, Francia 323%… Italia 315%… USA 296% e Germania 285% (quindi debito privato italiano stimato quasi al 190%, quello USA giù di lì, quello tedesco attorno al 200%, mentre gli altri mirano alla luna). Si tratta di un indebitamento lordo, al netto del risparmio o altre misure della “ricchezza”. Ricordo che un articolo di IHC di “soli” quattro anni fa (questo) riportava una classifica simile dove il debito totale italiano era del 135% (di cui 30% debito privato) e posizionava l’Italia di gran lunga meglio anche degli USA (al tempo: 170%); classifiche simili si possono trovare un po’ ovunque, ed a seconda delle fonti e delle definizioni cambiano sia i risultati assoluti che le classifiche, ma in genere ricorre o il maggior tasso di risparmio o comunque il minor indebitamento privato come “punti di forza” del Belpaese (specie se si esclude il debito delle imprese finanziarie).

 

Prendiamo pure per buone le ultime stime. Come detto queste sono di solito prese per sottolineare una qualche intrinseca maggior forza dei fondamentali italiani e, per converso, una debolezza degli altri Paesi. Il ragionamento essenzialmente è che se il debito pubblico alto è un male, lo è anche il debito privato in quanto esso stesso debito. Per certi versi è vero: il debito è debito, e la crisi attuale si è alimentata certamente di quell’easy credit (figlio dell’easy money delle Banche Centrali) che implica distorsioni nella struttura del capitale, almeno in una lettura “austriaca” dell’economia. Ma limitarsi a questa considerazione è un po’ semplicistico, specialmente se si trascura cosa dovrebbe essere un sistema economico capitalista e che un debito è la controparte contabile di un credito.

Sostanzialmente un ambiente pro-mercato e pro-capitale è un ambiente dove la singola persona non deve rivolgersi alla propria “famiglia” per recuperare fondi, ma può andare ad indebitarsi sul mercato; questo è un avanzamento di civiltà, perché in effetti mette tutti sullo stesso piano, evita che la ricchezza finisca per circolare e rinnovarsi solo all’interno di un certa famiglia, e favorisce la mobilità sociale. Nessun dubbio che chi proviene da una famiglia ricca avrà un vantaggio sempre e comunque, ma per lo meno la discendenza da una famiglia povera smette di essere un vincolo assoluto sul futuro. E allora cosa succede? Succede che più c’è fiducia e capacità/volontà di rischiare, e più il sistema finanziario si permette di dare credito (“credito” da “credere”, “aver fiducia”) e quindi investire – e far investire – sul futuro del Paese. E la relazione funziona anche al contrario: se si sa che una persona può contare direttamente sulle proprie forze per raccogliere sul mercato risorse necessarie ai propri progetti, anche la famiglia potrà permettersi di “non aiutarlo”; questo è in verità alquanto educativo (pensate a Bill Gates, che pur lasciando una bella eredità ai figli devolverà la maggior parte della sua ricchezza in beneficenza in modo che i figli imparino doverosamente a guadagnarsi il pane). D’altra parte – e lo dico anche agli austrofili che hanno un po’ la tendenza a deplorare moralmente il ricorso al debito – se si condanna il paternalismo di Stato non capisco perché si debba invece giustificare il paternalismo famigliare, ché la far trovare la pappa scodellata è diseducativo sia a livello macro che a livello micro. Per fissare il punto faccio un esempio in più fasi attorno al solo indebitamento privato per un’economia in cui sono presenti gli operatori A C D E F G e l’operatore banca (B):

         Fase 1

L’operatore A dispone di una ricchezza risparmiata di 100, gli altri nulla, e non esiste debito alcuno.

         Fase 2

A deposita in banca il suo risparmio (deposito a termine, così gli Austrodossi se ne stanno buoni), trasformando il risparmio in un credito verso la banca; la banca registra questo debito e sfrutta la disponibilità per fare credito all’operatore C che quindi diventa debitore della banca. Il debito nel sistema è ora 200 (banca verso il depositante più C verso banca); volendo escludere la semplice intermediazione della banca il debito lordo del sistema sarebbe 100 (di C) che con il risparmio originario fa un indebitamento netto nullo.

         Fase 3

C compra una merce o ancora meglio un servizio da D al prezzo di 100, D deposita (a termine) la somma presso la banca, e la banca utilizza la somma per concedere un prestito a E. Sempre saltando l’intermediazione bancaria, il sistema ora ha un debito lordo di 200 (di C e di E) e quindi un indebitamento netto di 100.

         Fase 4

Si ripete quanto nella fase 3 con E che acquista da F, F che deposita, e la banca che fa credito a G. Indebitamento netto a 200.

Andando avanti con questo esempio si dovrebbe capire che il sistema può registrare un tasso di indebitamento crescente a causa di un meccanismo molto sano: circolazione del risparmio iniziale da chi lo dispone a chi ne ha bisogno e lo utilizza in modo opportuno.

 

Insomma, la semplice dimensione del debito privato è coerente con due situazioni: sia con l’inflazione degli aggregati creditizi per cause monetarie “austriache”, che con un ambiente economicamente sano in cui gli operatori si prestano denaro con un ragionevole grado di fiducia. Chiaramente questo non vieta che un ambiente sano si trovi poi “corrotto” dalla manipolazione della moneta, ma questo è un altro discorso, e neppure esclude che ormai tutti i Paesi abbiano un sistema del credito variamente “corrotto”, ma almeno in linea di principio deve essere ben presente la non univocità a priori dei dati osservati. Infine, dovrebbe essere scontato ora il fatto che un sistema sociale fortemente incentrato sulla famiglia come erogatore di welfare e risorse è in realtà un sistema altamente sperequativo, e manifesterebbe a livello macroeconomico un tasso di indebitamento privato più contenuto (il prestito del padre al figlio non è contabilizzato da nessuna parte).

Preciso che escludere il passaggio dato dall’intermediazione bancaria serve a non far esplodere l’aggregato debito, ed a rendere conto del fatto che avremmo potuto ragionare di credito concesso direttamente da A a C e da D a E… insomma, serve a rendere il ragionamento indipendente dalla particolare organizzazione istituzionale; in effetti anche le banche potrebbero essere considerate semplicemente come operatori privati, e pertanto l’indebitamento di imprese finanziarie potrebbe esser valuto negli stessi termini di cui sopra, ed aggiunto nei calcoli.

Fatte queste precisazioni si può ben pensare che un sistema anglosassone – storicamente più orientato al capitalismo ed a maggior tasso di intermediazione bancaria – abbia un tasso di indebitamento privato elevato anche in una condizione di funzionamento “sano”, mentre un sistema mediterraneo – storicamente più accentrato sulla famiglia – avrà un tasso di indebitamento elevato essenzialmente solo come conseguenza di un funzionamento “non sano” perché altrimenti dovrebbe essere basso. Pertanto, può essere sì preoccupante un indebitamento privato britannico oltre il 350% (circa il 200% senza il debito di imprese finanziarie), e può essere comunque preoccupante un indebitamento privato statunitense al 190% (circa il 165% senza il debito di imprese finanziarie), o uno tedesco quasi al 200% (forse un 120% al netto del debito di imprese finanziarie), ma decisamente più inquietanti sono allora il circa 270% della Spagna (circa un 210% al netto del debito di imprese finanziarie), il 230% della Francia (160% al netto del debito di imprese finanziarie) ma anche il 190% dell’Italia (75% al netto del debito di imprese finanziarie). Se l’indebitamento privato mediterraneo prossimo a quello anglosassone, il primo dovrebbe essere ben più preoccupante del secondo; però se l’indebitamento dei privati escluse le imprese finanziarie è particolarmente basso (caso italiano) potremmo aver di fronte un Paese economicamente e socialmente statico o fortemente pervaso da sfiducia, appunto un Paese mediterraneo nel senso peggiore.

 

Per concludere, una classifica sul “debito totale” non ha senso perché se il debito pubblico è – come è attualmente – una zavorra per l’economia, il debito privato ha una componente “malata” (malinvestment austriaco da inflazione) ma anche una componente “opportuna” (derivante dalla fiducia, motore della mobilità sociale e dello spirito imprenditoriale). Pertanto un giudizio etico tranchant sul debito è fuori luogo, e la “forza” dell’Italia in realtà può essere una delle sue debolezze storiche.

 


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