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Due Intuizioni Incidentali dal Caso Cinese

February 25th, 2013 by Leonardo

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di Leonardo IHC

 

La BCE, come tanti altri enti, ogni tanto pubblica qualche ricerca dei suoi economisti. Ultimamente la sua occasional paper series ha presentato una interessante analisi sulla Cina China’s economic growth and rebalancing” di Dorucci, Pula e Santabàrbara (potete scaricarla direttamente qui). Tra le varie analisi e ricostruzioni (di cui parte già dette su IHC già da anni), ho trovato due intuizioni scollegate tra loro ma su cui val la pena riflettere.

La prima riguarda la politica sul tasso di cambio dello Yuan (o Renminbi), la seconda il problema della sperequazione del reddito.

 

La politica monetaria cinese è rappresentata così: il mantenimento di una parità rispetto a un paniere di valute (la cui composizione è sconosciuta), permettendo un graduale apprezzamento dello Yuan contro il dollaro. Ora, l’apprezzamento è dovuto non tanto ad una decisione cinese di rafforzare la moneta, bensì alla politica monetaria inflazionista USA che ha svilito il dollaro; l’ancoraggio ad un paniere di valute ha permesso che questo indebolimento non venisse recuperato per intero dallo Yuan, facendolo in realtà apprezzare (dal 2005 il suo tasso di cambio reale è cresciuto del 27%).

Tecnicamente questa politica è condotta così: la Banca Centrale cinese (BPC – Banca del Popolo della Cina, nella retorica locale) assorbe la domanda di Yuan in caso di afflussi di capitali e soddisfa la domanda di dollari in caso di deflussi (nel primo caso stampa Yuan, nel secondo li distrugge). Se si hanno aspettative di apprezzamento dello Yuan, è chiaro che i capitali cominceranno ad affluire verso la Cina (magari si esce dai dollari, si acquistano Yuan, si aspetta l’apprezzamento, e poi si fa l’operazione inversa e si conta il guadagno in dollari), e questo continuerà finché l’aspettativa resta. Cosa è successo di interessante? È successo che contando sulla politica di graduale apprezzamento dello Yuan, i capitali hanno semplicemente continuato ad affluire alla Cina, la BPC ha quindi continuato ad incamerare valuta estera – specialmente dollari – e stampare Yuan. Due risultati: la BPC è piena di dollari (e si sa), e l’inflazionismo USA si è esteso a tutta l’Asia (lo sanno già i lettori nostri e di non troppe altre fonti). Dicono i tre economisti:

 

A causa delle costanti pressioni all’apprezzamento del Renminbi operanti fino ai tempi recenti, il sistema ha anche fornito una scommessa a senso unico contro il tasso di cambio, comportando afflussi di capitali speculativi […] Un passo sempre più veloce di apprezzamento rafforza le attese di apprezzamento stesse, il che fa incrementare gli afflussi “speculativi” e, di conseguenza, le dimensioni degli interventi della BPC”.

 

Allora il punto è questo: lasciar apprezzare lo Yuan con modalità in un certo senso predefinite permette alla speculazione di usare la BPC come un bancomat a cui in cambio scaricare dollari non più così desiderati. Se non ci fosse questa gestione accentrata, si dice, lo Yuan sparerebbe in alto velocemente, ma per converso il dollaro crollerebbe, il che in fondo non è desiderabile dagli USA finché tengono ad avere una valuta di riserva mondiale; ne seguirebbero forti oscillazioni di apprezzamento e poi deprezzamento (prese di profitto) sullo Yuan che renderebbero l’operatività in valuta una grossa scommessa. La gestione graduale – in altri contesti si direbbe “ordinata” – dell’apprezzamento dello Yuan invece crea, come dicono i due economisti, una scommessa “a senso unico”: il cambio si può solo apprezzare, gradualmente, finché la Federal Reserve continuerà con la sua politica espansiva. Più il meccanismo va avanti, più i capitali entrano, più la BPC risponde, più le riserve in dollari crescono.

Sapete perché mi interessa questo discorso? Perché è lo stesso ragionamento che ho fatto qui e qui parlando dello “scudo” di ESM/BCE contro la speculazione. Il fatto che un lato del mercato sia fatto da un soggetto che compensa domanda e offerta tenendo amministrativamente fermo il prezzo, causa un “fenomeno bancomat” che non solo arricchisce coloro che si vorrebbero contrastare, ma crea continuamente presupposti perché questi continuino a giocare “contro” il lato del mercato che si vorrebbe proteggere. Forte, eh?

 

L’altro spunto di riflessione riguarda il problema della sperequazione reddituale in Cina. Lo sviluppo del Paese nell’ultima ventina di anni non si sarebbe equamente distribuito su tutta la popolazione: il reddito nelle città sarebbe cresciuto di più che nelle campagne, e nelle città il miglioramento si sarebbe concentrato nei segmenti di reddito già alti. Questa crescente disuguaglianza dei redditi è vista come un motivo di preoccupazione: la Cina può proseguire il suo processo di “capitalismo gestito” o “di Stato” finché non si creano certe tensioni interne; le turbolenze sociali sono l’ultima cosa che un pianificatore centrale possa volere, proprio perché a questo manca la possibilità di dare la colpa a qualcun altro e poter dire “ora arrivo io e sistemo tutto”… il Governo c’è già dentro ed è essenzialmente il responsabile (in Europa i politici possono ancora incolpare il “mercato” per le disuguaglianze sociali eleggendosi “salvatori” perché la massa non vuol vedere che qui la metà del reddito deriva da spesa pubblica e che parte dell’offerta di beni e servizi è data da imprese controllate o sovvenzionate dallo Stato… e infatti la gente va in strada contro la speculazione, i derivati, il liberismo…).

Va bene quanto detto dai tre economisti. Ma il caso cinese è un caso in cui non sembra esserci redistribuzione di reddito da un segmento della società ad un altro, bensì solo la crescita del reddito di alcuni mentre per altri la situazione rimane la stessa o cresce meno. Da una situazione di partenza ad una di arrivo in cui qualcuno migliora e nessuno peggiore si ha un miglioramento “paretiano”. Chi non vorrebbe lanciarsi in una scommessa in cui puoi solo migliorare alle spese di nessuno e nel caso peggiore restare come eri? Chi non vorrebbe rischiare solo di migliorare? Eppure nell’analisi del caso cinese ci si pone il problema che, una volta che alcuni hanno migliorato la propria situazione senza aver gravato sugli altri, si possano creare moti di protesta – verosimilmente volti al trasferimento di reddito dei più ricchi ai più poveri. Una semplice spiegazione è che l’uomo è per natura “socialmente invidioso”, non ammette il successo altrui anche se meritato ed a spese di nessun altro. Da qui parte la strada verso il peggior socialismo (conclusione interessante, essendo paratiti da un Paese socialista per definizione). Il dubbio che mi pongo è se davvero esista un pericolo di turbolenze sociali da parte di coloro che non si sono impoveriti ma hanno solo visto arricchire gli altri, nella fattispecie in Cina. Perché se la questione fosse sovrastimata – se la massa Cinese non pensasse di star “pagando” la ricchezza altrui – avremmo una ragione in meno per dubitare del futuro della potenza cinese (quindi dobbiamo rassegnarci a trattare con il gigante).

Il problema della sperequazione reddituale esiste sia in negativo che in positivo, perché l’uomo mal sopporta sia il “basso” posizionamento sociale che il trovarsi in una posizione “alta” ma accerchiato da situazioni troppo “basse”: se alcuni vogliono far cadere su sé i soldi di chi è più ricco, altri sono disposti ad atti “caritatevoli” per riequilibrare le posizioni svantaggiate – scelta razionale anche per ragioni di sicurezza personale. A volte credo che questo problema venga, all’atto pratico, confuso con altri meccanismi: al crescere del livello del reddito, superando certe soglie di accesso a beni e servizi, si generano richieste sempre più consapevoli a carattere economico e politico che nelle fasi precedenti non avevano particolare valore perché offuscate da altre questioni più pressanti. Se il problema è la fame, non ci si pongono particolari questioni politiche o estetiche; superato quel problema, si sente il problema della decenza di alloggio e vestiario; superato questo problema si hanno altre “soglie di sensibilità” riguardanti i vari gradi di istruzione, la soddisfazione lavorativa e la remunerazione delle competenze, l’accessibilità a servizi culturali e opportunità politiche e così via… Le rivendicazioni che possono scattare in queste fasi successive non sarebbero mosse “dall’invidia” verso “chi ha e può”, ma avrebbero una origine più personale ed “interna” legata alla scala delle preferenze ed all’intensità dei bisogni non ancora soddisfatti (quelli soddisfatti si danno per assodati, scontati, non assillano più).

 

Quel che conta è sempre l’utilità marginale, e per chi deve uscire dalle affamate campagne cinesi conta più uno schifoso lavoro che dia da mangiare che qualsiasi elucubrazione su quel che altri possono combinare con i loro più alti redditi. Infatti noi stiamo a ragionare delle perversioni fini di un tasso di cambio strisciante in termini reali; sai che gli frega, al cinese che scappa dalla campagna?

 


5 Responses to “Due Intuizioni Incidentali dal Caso Cinese”

  1. 1

    Silvano Says

    La relazione tra repressione finanziaria e disuguaglianza mi convince fino a un certo punto per tre ragioni:
    – il settore è “paraculato” dappertutto; mi sembra che negli USA il 35-45% circa dello 0,1% dei top earners appartenga al settore finanziario;
    – il periodo 1945 – 1980 è stato un periodo di financial repression generalizzata ma ha visto una riduzione dell’indice di Gini nei paesi Occidentali. E’ vero però che il contesto adesso è diverso, i movimenti di capitale sono generalmente liberi: questo offrirebe un certo numero di facili opportunità di arbitraggio agli insider, anche se gli “insider” nel sistema cinese non hanno bisogno certo di qualche scappatoia finanziaria per arricchirsi.
    – sicuramente il risparmiatore ottiene una remunerazione reale inferiore a causa di tassi forzatamente bassi ma d’altra parte gli asset reali tendono a inflazionarsi. Molto più probabile che i quintili bassi e centrali possiedano una casa o del terreno che ricchezza finanziaria. Che questa sia una distorsione allocativa non ci piove ma che peggiori gli indici di disuguaglianza non lo so, almeno in teoria l’effetto mi sembra aperto.

    Il divario in termini di andamento del reddito tra zone rurali e zone urbane non è un fatto nuovo nei processi di sviluppo: probabilmente il modello export-led cominciato con le zone economiche speciali locate lungo la costa può averlo accentuato, ma stiamo parlando di quello che a tutti gli effetti è un impero in piena industrializzazione, è difficile identificare un numero ridotto di variabili in grado di spiegare la varianza dei dati.

  2. 2

    Leonardo Says

    Dove ho parlato del rapporto tra repressione finanziaria e disuguaglianza?

  3. 3

    Silvano Says

    No, non ne hai parlato. Mi sono scordato di dire che l’ho letta nel report che hai linkato…

  4. 4

    Federico Says

    Sono d’accordo che le persone con redditi bassi o inesistenti non rivendichino un miglioramento delle loro condizioni perchè ‘invidiose’, vogliono semplicemente sopravvivere. Però mi verrebbe da dire che l’invidia sociale diventi sicuramente una delle determinanti dell’agire umano non appena le condizioni economiche degli individui migliorano. Non sono un esperto, però quanti movimenti politici ancora oggi raccolgono successo facendo leva su questo sentimento?

  5. 5

    Leonardo Says

    Il fatto che io non ritenga di soffrire di tale invidia per me è sufficiente a confutare la teoria per cui l’essere umano è indistintamente per natura socialmente invidioso. Che qualcuno lo sia, è un altro discorso.

    Però, quando si guarda il mondo reale, si può anche cadere nell’errore di considerare (o no) invidia sociale ben altro: ora, a me sta sulle scatole Lapo Elkan e gli sequestrerei perfino le mutande, ma non è che io sia invidioso del suo reddito bensì non riconosco le sue personali capacità e talenti (oggi si dice “merito”) come giustificazioni di quel reddito. Allo stesso modo non mi frega nulla dell’iperreddito di Gates. Nel mondo reale puoi chiedere una redistribuzione non per il fatto che qualcuno ha di più ma perché non riconosci la ragione di quel possesso. La questione poi può allargarsi dalla persona alla “classe” (tipo i manager di banche), ma sempre perché non riconosci la ragione di quel reddito che attribuisci o a “mafia” o a “furto”. Quella non è “invidia”.

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