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di Andrea, Ihc
[…] studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera.
Dante, Purg. XXVII, 62-63.
Occorre guardarsi dal prendere la paglia delle parole per il grano delle cose.
Gottfried Wilhelm Leibniz
La nostra epoca ha partorito un grande mito: quello dello Stato concepito come realtà sopranuotante agli individui; più buona, più giusta, più potente degli individui, a cui dovrebbe tendere la mano per renderli migliori.
Oggi molti agiscono in nome dello “Stato” con la convinzione di agire in nome di un ente reale. Questo convincimento ha a che fare con la mitologia; esso muove da un concetto che, pur non avendo substrato empirico, è tanto radicato che lo si accetta quasi senza accorgersi di obbedire a un mito.
Bruno Leoni, Lezioni di dottrina dello Stato, Soveria, Rubbettino, 2004.
Come non accorgersi del difficile momento storico che noi, come italiani, come europei, come – concedetemi di apparire politicamente scorretto – cittadini del mondo civile stiamo vivendo. Nell’ultimo anno sono state diverse le pubblicazioni di economisti, sociologi, intellettuali di varia estrazione che hanno affrontato la crisi del nostro essere europei ed occidentali[1]. Significativo che Alessandro Baricco e Marcello Veneziani mettano come parola chiave dei loro ultimi lavori il sostantivo “barbari”[2]. Ma così come non furono i barbari a significare la fine del mondo antico, non sono oggi i nuovi barbari a produrre e determinare il collasso del nostro mondo. E’ il nostro mondo stesso che ha deciso, come più volte ha voluto disperatamente far notare la ossimorica – in essa convive la pesantezza drammatica di un titano e la levità di un bimbo – figura del santo padre Benedetto XVI[3], di suicidarsi. E’ una decisione non di oggi, stiamo semplicemente assistendo al tirare le somme di un lungo processo. Un processo davvero lungo e complesso le cui tracce alcuno le ravvisa nel 1789.
E’ sicuramente per tutto il nostro secolo – anche se iniziato ormai da più di un lustro non riesco a considerare questo che stiamo vivendo un nuovo secolo – che gli animi più sensibili ed in particolare quelli che hanno assistito alla tragica finis austriae, morte di quel mondo che :«incompres(o) e ormai scompars(o), che in tante cose fu modello non abbastanza apprezzato»[4]denunciano nei loro dolenti e malinconici racconti e romanzi. Leggete Joseph Roth, leggete Sandor Marai: ravviserete una tragica attualità.
Confesso in questi anni, in questi giorni, usando le parole di Marai «che in fondo all’animo e nei gusti mi sento più vicino a un sessantenne che a un giovane di venticinque anni»[5] e di questo me ne dolgo.
Leggendo la grande letteratura del ‘900 ci si accorge che già tutto era stato detto tanto da arrivare ai Montale ed ai Calvino che smettono di scrivere perché non sono rimaste più parole, così come in musica non vi sono più note, e per analogia così nel campo delle altre arti. La nostra debolezza di uomini del ‘900 era già stata descritta agli albori di quel secolo da Italo Svevo con Zeno e da Thomas Mann con Thomas ed il figlio Johann Buddebrook.
Lasciamo parlare Roth. Qui descrive la sua cerchia di amici e siamo alla vigilia della prima guerra mondiale e forse queste parole più di qualsiasi altre ci spiegano il perché di un lungo secolo – che perdura tutt’ora – che ha visto e sta vedendo l’agonia dell’Europa: «Ma alla vista dei loro volti stanchi, molli e beffardi, della loro visibile, addirittura sfacciata smania di mordacità, di cui non solo temevo di diventare vittima, ma di cui desideravo essere unanimemente riconosciuto complice, piombavo subito in uno sciocco, muto pudore, per poi cadere, dopo neanche due minuti, in quell’arrogante decadentismo di cui noi tutti eravamo i figli perduti e superbi. […] Io ero miscredente, come i miei amici, come tutti i miei amici. Non andavo mai alla messa. Ero solito però accompagnare mia madre fin davanti all’ingresso della chiesa, mia madre che forse, è vero, non era credente, ma sicuramente “praticante” come si diceva. A quell’epoca odiavo addirittura la Chiesa. Per la verità, oggi che sono credente, non so più perché l’odiassi. Era “di moda”, per così dire. Mi sarei vergognato se avessi dovuto dire ai miei amici che ero andato in chiesa. Non c’era in loro una vera ostilità verso la religione, bensì una specie di orgoglio nel non riconoscere la tradizione nella quale erano cresciuti. Non è che volessero rinunciare alla sostanza della loro tradizione; ma essi, anzi noi – io ero dei loro – ci ribellavamo alle forme della tradizione, perché non sapevamo che la vera forma è identica alla sostanza e che era puerile scindere l’una dall’altra. Era puerile, come ho detto: e infatti noi allora eravamo puerili. La morte incrociava già le sue ossute mani sopra i calici dai quali noi bevevamo, lieti e puerili. Noi non la sentivamo la morte. Non la sentivamo perché non sentivamo Dio»[6].
Lieti e puerili ed esageratamente opulenti e così lontani mi appaiono oggi nel ricordo di bimbo quegli anni ’80 e primi anni ’90 in cui le nostre società vivevano nella duplice illusione della fine della storia[7] e della, come la chiama Ricossa[8], fine del costo. Avevamo raggiunto il mondo perfetto secondo alcuni, avevamo invece perfezionato il Leviatano dandogli da un lato il volto buono dell’assistenza sociale senza renderci conto, o forse sì, che così facendo non si faceva altro che aumentarne la sua voracità. Alla luce degli eventi aveva visto giusto il filosofo Augusto Del Noce[9] e negli anni in cui il comunismo in salsa sovietica vedeva il suo tracollo un altro e più subdolo comunismo trovava la via del successo e si imponeva anche grazie a chi più di altri avrebbe dovuto opporsi: i liberali – chi sono costoro? Tutti sono oggi liberali; abbiamo a tal punto consumato le parole (del resto nulla più costa e neanche il loro improprio utilizzo) che non possiamo neanche più esprimerci senza rischi di fraintendimenti – ed i cattolici che da par loro dimenticando che “la vera forma è identica alla sostanza” facevano di Gesù un Guevara qualsiasi e trasformavano la messa da momento di bellezza in quanto incontro, per il credente, con l’assoluto in comizio politico del parroco-sindacalista con sottofondo di chitarre stornellanti.
Ecco che per un’Italia che si esalta per un mondiale di calcio, che non sa fare altro che organizzare notti bianche e per una Parigi più orgogliosa per il suo cubo de la Défense[10] che per la sua splendida Notre Dame, per un continente che non ha più voglia di vivere ed i bambini – manichini – li impicca agli alberi nei centri delle sue capitali certe letture si fanno necessarie e diventa imprescindibile ascoltare quelle Cassandre – Oriana ci manchi tanto – che tentano di svegliarci da quella strana situazione in cui siamo immersi che ci illude solamente di essere liberi mentre in realtà siamo asserviti ad una dittatura di stampo welfare-comunista dove la “democrazia”, il voto, è solo più lo strumento di ipocrita legittimazione di un potere demagogico dove non hanno cittadinanza quei diritti che più di ogni altro definiamo inerenti la persona quali la libertà di cura e la libertà di istruzione.
Certe letture – quella che qui presento è una di esse – possono essere scioccanti eppure possono dare il la a quelle “minoranze creative”[11] che solo sono i motori dell’evoluzione sociale.
La demografia nelle sue previsioni parla di “declino irreversibile”, ma tante volte le previsioni sono state smentite dalla realtà dei fatti, tocca a queste minoranze invertire la rotta se ancora vogliamo che i nostri figli – se a qualcuno interessa ancora il futuro e non il solo presente – possano non vedere “atrii muscosi e fori cadenti”[12] nei centri delle nostre città. Negli anni ’20 José Ortega y Gasset vedeva già questa deriva, individuandola nella massificazione, ed esortava con le parole di Dante ad intervenire. Parole che debbono esortare anche noi oggi: «[…]studiate il passo,/ mentre che l’occidente non si annera.» (Purg. XXVII, 62-63).
L’editore, la Liberilibri di Macerata, non poteva esimersi dall’avvertire il lettore della forza del messaggio che l’economista e filosofo di scuola austriaca Hans Herman Hoppe, allievo di Murray N. Rothbard, a sua volta allievo di Ludwig von Mises lancia con il suo libro dall’emblematico titolo Democracy: The God that Failed: «Si dà avvertenza che il sacrosanto e venerato nome di Democrazia sarà oggetto, in questo libro, di un empio attacco sferrato con le armi della logica e dell’analisi storica. Pertanto, chi fosse persuaso che il presidio della nostra libertà risieda negli ingranaggi della democrazia sappia che potrà trovare assai amara questa lettura». Debitori ad Alberto Mingardi dell’Istituto Bruno Leoni che con la sua traduzione ha permesso al pubblico italiano di conoscere l’originale visione di questo autore e a tutto il gruppo dell’Istituto Bruno Leoni che pone al centro del suo operare la “libertà” una libertà vista come “responsabilità del proprio agire” ed è con una tale visione di libertà che la degenerazione, od una incoerente interpretazione della “democrazia” diventa incompatibile come tenta di spiegare Hoppe nonché il filosofo politico Carlo Lottieri nel suo intervento Democrazia: una minaccia per la liberta? pubblicato dal CIDAS di Torino nel 2006[13]. Debitori anche al coraggioso editore che ha deciso di pubblicare un così scomodo saggio, perché come dice Lottieri «quello della democrazia è oggi uno dei temi più scomodi e su cui è meno facile aprire una discussione libera».
È difficile oggi confrontarsi seriamente perché davvero non si hanno più parole, ovvero anche in questo campo si è verificata la disgiunzione tra «vera forma e sostanza», non si è più creduto alla potenza della parola evocatrice di concetti[14] «sacramento da amministrare con delicatezza»[15].
Hoppe parte da un dato storico: «La prima guerra mondiale è uno dei grandi spartiacque della storia moderna. […]» con essa «[…] l’Europa assieme al mondo intero sarebbe entrata nell’era del repubblicanesimo democratico». Secondo l’autore fu una guerra ideologica, ideologizzata dalla sinistra americana del presidente Wilson. Proprio perché guerra ideologica divenne guerra totale che non poteva concludersi tradizionalmente con un compromesso ma doveva portare alla resa totale e incondizionata dell’avversario. Così si produsse l’umiliazione tedesca che ebbe tragiche conseguenze[16] e lo smembramento dell’Austria[17]. L’enorme produttività intellettuale e culturale dell’Austria asburgica non poteva però venire dimenticata ma mai fu «collegata sistematicamente alla tradizione pre-democratica della monarchia degli Asburgo». Hoppe fa poi un bilancio di quello che è stato il secolo americano. Un bilancio piuttosto negativo: «il sistema americano attraversa esso stesso una crisi profonda. Dalla fine degli anni Sessanta-primi anni Settanta, i salari reali negli USA e nell’Europa occidentale sono in fase di stagnazione o sono diminuiti. […] Il debito pubblico è aumentato ovunque sino ad altezze astronomiche, in molti casi eccedendo il PIL annuale. Analogamente i sistemi di sicurezza sociale ovunque sono sull’orlo della bancarotta. Il collasso dell’impero sovietico ha rappresentato non tanto il trionfo della democrazia quanto il fallimento dell’idea stessa di socialismo, e in quanto tale contiene un atto d’accusa anche verso la variante occidentale – democratica anziché dittatoriale – del socialismo. […] Negli USA, meno di un secolo di democrazia in tutto il suo splendore ha avuto come risultato una sempre maggiore degenerazione sociale e delle famiglie, e declino culturale nella forma di tassi continuamente crescenti di divorzi, nascite illegittime, aborti, e crimini». Hoppe, vestendo i panni dello storico del “se”, si domanda cosa sarebbe accaduto se Wilson avesse deciso di non intervenire in quella che era una semplice guerra intraeuropea. Hoppe azzarda un esperimento mentale: «[…] il conflitto europeo avrebbe avuto fine nel tardo 1916 o all’inizio del 1917, come risultato di diverse iniziative di pace condotte soprattutto dall’imperatore austriaco Carlo I. La guerra si sarebbe conclusa con un compromesso di pace mutuamente accettabile, che avrebbe salvato la faccia a tutti. Di conseguenza , l’Austria-Ungheria, la Germania, e la Russia sarebbero rimaste monarchie tradizionali invece di essere ridotte a repubbliche democratiche di breve vita. Con al loro posto lo Zar di Russia e un Kaiser in Germania e in Austria, sarebbe stato pressoché impossibile per i bolscevichi andare al potere in Russia e, come reazione alla crescente minaccia comunista nell’Europa occidentale, per i fascisti e i nazionalsocialisti fare lo stesso in Italia e in Germania. I milioni di vittime del comunismo, del nazionalsocialismo, e della seconda guerra mondiale avrebbero potuto essere evitati. L’estensione dell’interferenza governativa nell’economia privata, e in ultima istanza il controllo della stessa da parte dello Stato, negli USA e nell’Europa occidentale non avrebbe mai raggiunto le vette alle quali è oggi. E anziché vedere l’Europa centrale e orientale (e di conseguenza mezzo mondo) cadere nelle mani del comunismo e venir depredata, devastata, e isolata forzosamente dai mercati occidentali, tutta l’Europa (e tutto il mondo) sarebbe rimasta economicamente integrata (com’era nel XIX secolo) in un sistema di divisione del lavoro e cooperazione su scala mondiale. Gli standard di vita a livello mondiale sarebbero divenuti immensamente più alti di quanto non abbiano fatto». Hoppe non da storico ma da economista e da filosofo politico, date queste premesse, analizza le trasformazioni storiche che hanno portato dalla monarchia[18] alla democrazia.
[1] Tra questi: Zygmut Bauman: «Un’arte che l’Europa non ebbe mai motivo di apprendere da quando si rese conto di essere Europa […] è stata quella di vivere all’ombra di una potenza maggiore di se stessa, più ambiziosa e risoluta a fare della proprie aspirazioni regole per le prassi altrui e perciò di adottare come modello le regole importate/imposte da tale potenza. L’Europa non era mai stata guardata dall’alto in basso e denigrata come potenza di rango inferiore, tenuta ad essere fedele a un impero straniero e a ingraziarsi una forza estranea con poche speranza di poterla mitigare[…] Mai l’Europa si era trovata a vivere con l’avvilente consapevolezza della propria inferiorità e a provare la necessità di guardare con ammirazione modelli di vita predicati e praticati da altri[…]» in L’Europa è un’avventura, Bari, Laterza, 2006. Ryszard Kapuscinski: «Per noi europei è molto difficile rinunciare alla posizione privilegiata che abbiamo avuto negli ultimi cinquecento anni. Cerchiamo in tutti i modi di non ammettere di averla persa, ma tutte le mosse sono a breve termine[…]» in Il Giornale, 25 gennaio 2007. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Goodbye Europa: cronaca di un declino economico e politico, Milano, Rizzoli, 2006; Georg Weigel, La Cattedrale e il cubo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006.
[2]Alessandro Baricco, I Barbari. Saggio sulla mutazione, Roma, Fandango, 2006. Marcello Veneziani, Contro i barbari, Milano, Mondadori, 2006.
Significativo che come con le invasioni barbariche la territorialità del diritto sia venuta meno ed allora si impose il ius sanguinis, così oggi si sta andando nella realtà dei fatti – lo dice la cronaca – verso un analogo processo.
[3] «[…] il problema dell’Europa, che apparentemente quasi non vuole più avere figli, mi è penetrato nell’anima. Per l’estraneo, quest’Europa sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia. Perché le cose stanno così? Questa è la grande domanda. Le risposte sono sicuramente molto complesse». Benedetto XVI nel Discorso alla Curia Romana in occasione della presentazioni degli auguri natalizi, 22 dicembre 2006, www.vatican.va
[4] Robert Musil, L’uomo senza qualità, Torino, Einaudi, 1976.
[5] Sandor Marai, Confessioni di un borghese, Milano, Adelphi, 2003.
[6] Joseph Roth, La Cripta dei Cappuccini, Milano, Adelphi, 1974.
[7] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992.
[8] Sergio Ricossa, La fine dell’economia: saggio sulla perfezione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006.
[9] Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Milano, Rusconi, 1978.
[10] Georg Weigel, La Cattedrale e il cubo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006.
[11] Marcello Pera e Joseph Ratzinger, Senza Radici, Milano, Mondadori, 2004.
«Il dinamismo sociale, che chiamasi pure progresso sociale, incute alle masse un vero terrore. […] E’ questo il fondamento delle opposizioni che incontra. La grandissima maggioranza è in favore di posizioni statiche. Una piccola parte dell’umanità funziona da lievito». Maffeo Pantaloni in Aa. Vv., Il coraggio della libertà, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002.
[12] Alessandro Manzoni, Adelchi, Torino, Einaudi, 1988.
«Appoggiato alla finestra del suo ufficio, che dava sulla Ringstrasse, non una sola volta Mises ebbe a dire: “Probabilmente in questo posto crescerà dell’erba, poiché la nostra civiltà è destinata a finire„». In Aa. Vv., Il coraggio della libertà, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002.
[13] È reperibile sul sito dell’Istituto Bruno Leoni: www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4184
[14] Nicola Matteucci, Usare concetti non parole, Macerata, Liberilibri, 2006.
[15] Josè Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, Milano, SE, 2001.
[16] L’ascesa del partito nazionalsocialista che cavalcava i sentimenti di revanscismo, naturale conseguenza della pace imposta con Versailles.
[17] Con la costruzione a tavolino di due nuovi stati – Cecoslovacchia e Iugoslavia – in un’opera di ingegneria geopolitica. I frutti di questa dissennata politica sono ancora evidenti in area balcanica.
[18] Intesa qui come governo assolutistico di un solo uomo.
L.Baggiani Says
Siamo stati costretti a dividere in due questo significativo lavoro. Tra non molto pubblicheremo la seconda parte.
May 15th, 2007 at 2:23 pm
Zamax Says
Chi avesse letto per benino Alexis de Tocqueville (compreso Hoppe) non si sarebbe mai posto la domanda “sulla discutibilità della democrazia”. “Discute la democrazia” chi ha fatto della democrazia un’ “ideologia”, come un amante tradito. E’ sempre il vecchio errore giacobino che fa capolino, magari seminascosto. Tocqueville non fu mai un “profeta” della democrazia, cui non diede mai alcun significato di tipo morale. Semplicemente la considerò inevitabile, perché la spinta naturale verso le libertà individuali col tempo polverizza ogni privilegio di casta. Quando comincia la democrazia e quando finisce? Il processo democratico si può ben dire che cominciasse già mille anni fa e in Inghilterra, ad esempio, chi può dire con esattezza quando finì il regime aristocratico e cominciò quello democratico? Sono i soliti errori, come quello di chi, nel 2007, parla di “democrazia compiuta” o non. Cioè parla di una cosa che non esiste e non può esistere.
La “democrazia compiuta” è un’ideologia come il “comunismo”. Il concetto poi di “guerra ideologica” applicato alla prima guerra mondiale, è un parto intelligente del grande “reazionario” Carl Schmitt. E la guerra era divenuta “ideologica”, nonché una carneficina senza precedenti, già prima dell’intervento americano. E soprattutto la guerra ideologica fece il suo debutto con la Rivoluzione Francese, con la coscrizione obbligatoria, con lo scarico verso l’esterno delle tensioni interne, con la carica ideologica degli eserciti napoleonici che non erano dei semplici eserciti d’occupazione, ma delle truppe sedicenti di “liberazione” e tutte comprese della loro missione “convertitrice” verso i popoli soggetti.
Del tutto arbitrarie mi sembrano poi le previsioni di Hoppe in caso di non intervento americano. Davvero le monarchie sarebbero rimaste al loro posto? Davvero la Germania sarebbe riuscita a comporre le tensioni interne?
E l’Impero Austro-Ungarico a trattenere la spinta centrifuga del mosaico di popoli che lo componeva?
Tutto il discorso di Hoppe, più che una profonda riflessione, sembra il lamento di uno che dalla democrazia si aspettava il Regno di Dio o il Paradiso. Ci presenta come una novità cose vecchie, e che una salda ed equilibrata concezione del fenomeno democratico avrebbe da sempre tenuto nel debito conto: col pericolo che lo zelo libertario (da quelle parti aleggia sempre un jusqu’au-boutisme giacobineggiante) non lo spinga adesso a invitarci tutti a mandare la nostra malandata democrazia al diavolo!
P.S. No ho letto il libro di Hoppe! (eh eh)
May 15th, 2007 at 8:11 pm
Germanynews Says
Non è affatto male.
Tra i punti chiave, che davvero ho trovato profondissimi e intensissimi:
-il rapporto tra “forma e sostanza”.
- e la libertà come “responsabilità del proprio agire”. Un’ottima definizione davvero, che, però, stride leggermente con quanto detto dal Professor Lorenzo Infantino nella sua lezione “Individualismo metodologico e società liberale” alla Scuola di Liberalismo di Torino. Sostiene Infantino che la libertà sia la scelta individuale totalmente incondizionata da prescrizioni di qualunque genere.
Non posso che ravvisare una certa dissonanza con quanto scritto sopra. Purtuttavia, sposo in pieno la prima definizione.
Non mi convince affatto la dietrologia, se così si può chiamare, di Hoppe. La Storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Le conclusioni a cui è arrivato l’allievo di Rothbard sono del tutto arbitrarie e un pochino frettolose. Profuma dei più beceri dei meccanicismi…
Infine,OT, avrei citato l’edizione più nuova de “L’uomo senza qualità”, giusto giusto perchè l’ha tradotta mia madre.
May 15th, 2007 at 8:30 pm
Jacopo Says
“Profuma dei più beceri dei meccanicismi…”
A me sa più di pensionato annoiato al bar di paese.
May 15th, 2007 at 9:54 pm
libertyfirst Says
Articolo interessante, ma senza le conclusioni che dire? Giusto due note nei commenti:
Germanynews
1. Infantino hobbesiano?
Di Infantino ho letto diverse cosucce ma non posso essere un esegeta del suo pensiero, visto che non riesco ad esserlo neanche del mio, in genere. Ma siamo sicuri che abbia veramente detto quello che riporti? La distinzione tra libertà (limitata dal “diritto naturale”, secondo Locke) e licenza (illimitata, e “nasty, brutish and short”, per Hobbes) è un caposaldo del liberalismo. Non riesco a credere in quello che riporti: stanotte non dormirò!
2. Hoppe meccanicista?
Non solo, è mancanza di buonsenso: non è una caratteristica che lo contraddistingue.
Nel suo libro Hoppe cerca fondamenta apriori della politica, seguendo le orme metodologiche di Mises e Rothbard. Ma lo sviluppo delle intuizioni a priori è corredato di applicazioni superficiali e poco credibili, diciamo giustamente meccanicistiche.
Un Austriaco avrebbe fatto notare che l’interpretazione storica è un’arte e non finisce con la teorizzazione degli “apriori”. Non facendo notare questo, un lettore rischia di intepretare l’interessante teoria hoppeana delle relazioni tra basse preferenze temporali e forma politica (democrazia = infantilismo e irresponsabilità) come un’interpretazione storica monocausale, superficiale e meccanica. In realtà, la teoria è un insieme di strumenti, e Hoppe ne sviluppa alcuni, cercando in maniera non sempre riuscita (le sue idee sulla WWI mi sembrano irrealistiche, ma di storia so niente o poco) esempi pratici (lo stesso problema che ho io con la giurisprudenza: ho studiato diversa filosofia dle diritto e niente diritto).
Zamax
3. Democrazia pussa via…
La distinzione importante per un libertarian non è tra democrazia e autoritarismo, ma tra potere limitato e illimitato. Per Hoppe, come per quasi tutti i liberali, da Tocqueville a Rothbard passando per Bastiat, Mises, Hayek e Jouvenel, ad esempio, la grande colpa della democrazia è di aver spianato la strada al totalitarismo. E nell’occidente il totalitarismo democratico è l’unica forma di totalitarismo sopravvissuta, e quella da combattere con tutte le armi.
La democrazia va quindi demistificata, delegittimata criticata e schifata come un qualcosa di satanico.
E’ vero che non tutti prendono la democrazia sul serio (ma i liberal, ad esempio Bobbio, non sono in grado di distinguere totalitarismo e autoritarismo, quindi un problema concetuale c’è!), ma rimane che nella democrazia totalitaria purtroppo ci viviamo, e se vogliamo un po’ di libertà, al giorno d’oggi l’antifascismo o l’anticomunismo non servono a nulla: bisogna essere anti-democratici! (”democrazia” nel senso “totalitario” del termine, ovviamente: non per difendere autoritarismi, ma per difendere gli individui dalla classe politica).
May 15th, 2007 at 10:12 pm
libertyfirst Says
Finchè non rileggo quello che scrivo riesco ad illudermi di avere buonsenso.
May 15th, 2007 at 10:15 pm
Germanynews Says
Dunque. Conoscendo Infantino sarebbe capace di fare subito marcia indietro e dire che non ha mai detto quello che ha detto. Scherzi a parte, ho la registrazione e andrò a risentirmi per filo e per segno la lezione del buon Lorenzo. Fa piacere vedere che su Hoppe, limitatamente a questo caso, concordiamo.
May 16th, 2007 at 6:26 am
L.Baggiani Says
Concordo con Liberty riguardo la difficoltà di poter arrivare a giudizi in mancanza di una seconda, e consistente, parte di questo lavoro.
Evidentemente però c’è già qualcosa di cui discutere per affrontare appropriatamente il resto. Chiedo a Andrea se preferisce dare qualche risposta alle osservazioni fatte o andare direttamente alla pubblicazione della seconda parte.
May 16th, 2007 at 8:56 am
Andrea Says
Ho letto con molto interesse i primi commenti. Mi piacerebbe sentire qualche commento più che altro sulla parte introduttiva, la più soggettiva.
Emerge la mia visione “pessimistica” di quello che ci attende, frutto di svariate letture, ed ore ed ore di discussioni semi-clandestine nello studio del mio prof. di economia a pavia.
Se ci fosse qualche amante di Roth e Marai si faccia avanti!!! Sono i iei autori preferiti inieme a Italo Svevo.
Hoppe mi è piaciuto fin da subito. Fin da bambino ho una visione romantica della monarchia percui un pensatore che mi dice è meglio la monarchia che la repubblica non può che trovarmi daccordo. (scusatemi la banalità di questa affermazione).
Ovviamente Il testo di Hoppe presentato è una provocazione.
SE per gli autentici liberali la democrazia non è mai stata un mito, vi invito a parlare male della democrazia pubblicamente e vediamo che capita.
Un processo intentato per villipendio al politicamente corretto è il minimo che si rischia.
Desidero anche specificare che questo intervento nasce a dicembre.
Pier Franco Quaglieni presidente del centro Pannunzio (www.centropannunzio.it)mi chiede di scrivere un pezzo da pubblicare sugli annali del Centro. Stavo leggendo il libro di Hoppe ed ecco che mi viene l’idea di scrivere una pseudo-recensione.
Stavo già concludendo il lavoro ed ecco apparire su “Il giornale” un intervento di Mario Unnia particolarmente interessante che troverete riportato nella seconda parte.
Invito quindi a rompere gli indugi e a pubblicare la seconda parte che vedrà un Hoppe più teorico che storico del se (fin dalle elementari la mia maestra ripeteva “la storia non si fa con il se” ma trovo che sia un interessante esercizio intelletuale chiedersi cosa sarebbe stato”se…”)e l’interessante pensiero di Mario Unnia.
May 16th, 2007 at 9:29 am
Zamax Says
Ho detto di non aver letto il libro di Hoppe. E ne avevo tuttavia recepito la carica “provocatoria”, che ho usato in contraccambio anche nella mia risposta.
) ” dice Libertyfirst: esatto, ma solo perché è stata mistificata fin dall’inizio! Tocqueville, che in un certo senso ebbe il privilegio di vederla nascere e svilupparsi in Europa ed in America, ed ebbe anche il genio di coglierne la logica più riposta e profonda, seppe prevederne i pericoli proprio perché non ne era sedotto. E’ stato lui il primo a capire con grande chiarezza che l’ideologia egualitaria della democrazia poteva portare ad un’uguglianza di … schiavi di fronte al potere centralizzato.
“La democrazia va quindi demistificata, delegittimata criticata e schifata come un qualcosa di satanico
Le opere “libertarie” tentano ora di riparare a dei guasti “culturali” che una concezione realistica della democrazia avrebbe dovuto fin dall’inizio evitare: anche se questo, naturalmente, era impossibile.
Sono un estimatore dell’opera di Italo Svevo e ho letto molti degli agili romanzetti di Joseph Roth. Probabilmente è proprio nella citata “Cripta dei Cappuccini” che si coglie con più vivezza questa nostalgia per un mondo che non c’è più, e che solo ora viene compreso in tutta la ricchezza della sua “Kultur” e il suo umanistico cosmopolitismo, che la barbarie nazionalistica e la brutale quando non totalitaria “Zivilisation” “democratica” stava per spazzare via. E’ un sentimento che si rintraccia anche nell’opera di Thomas Mann e specialmente nella “Montagna Incantata”. Ma c’è un’opera che secondo me riassume meglio di tutte le altre questo gentile e civile rimpianto: “Il mondo di ieri/Ricordi di un europeo” dello scrittore austriaco Stefan Zweig: Ricordi di un europeo, e non solo di un ex suddito dell’Impero, perché è come se lo scrittore si considerasse un sopravvissuto alla tempesta della prima guerra mondiale col dovere di cercar di far intendere alle giovani generazioni “la dolcezza di vivere” in Europa prima della guerra, quando l’Europa era ancora l’Europa. E vi era anche, in un certo senso, molta più libertà.
Ma non fu già Talleyrand a dire: chi non ha vissuto prima della Rivoluzione in Francia, non sa cos’è la dolcezza di vivere?
Non mi pare però che se vogliamo ri-incivilire e ridare all’Europa i suoi colori, dobbiamo cadere nella trappola dei ricordi selettivi, quand’anche colti e sinceri….
May 16th, 2007 at 1:10 pm
Andrea Says
Grazie Zamax per la lettura consigliata. Appena ne avrò il tempo me la godrò.
Ti consiglio il bellissimo “Confessioni di un borghese” dell’ungherese Sandor Marai.
Le pagine di chiusura rispecchiano molto il mio modo di pensare e di vedermi.
Hai ragione non possiamo però correre il rischio di “cadere nella trappola dei ricordi selettivi, quand’anche colti e sinceri…”.
In questa cappa di pessimismo che grava sull’Europa un grande faro acceso è a Roma. E’ Benedetto.
Una speranza viene anche dalle elezioni francesi con il “mitteleuropeo di nascita” Sarkozy.
Visto la tua passione per Tocqueville ti invito a fare richiesta presso il già citato Centro Pannunzio (www.centropannunzio.it) degli annali 2005/2006 dedicati alla figura del francese. Tra i tanti interventi te ne segnalo uno di Francesco Forte “Su alcuni contributi di Alexis de Tocqueville alla sociologia della democrazia”.
Tra l’altro c’è anche un articolo intitolato “Thomas Mann e la democrazia”.
Su quegli annali c’è anche un mio contributo sul tema dell’esilio.
May 16th, 2007 at 2:47 pm
Germanynews Says
Nell’”Uomo senza Qualità” si legge anche questo bel pezzo:
“Quando entrò nelle aule dove si insegnava la meccanica, Ulrich fu immediatamente colto da un’agitazione febbrile. A che serve ormai l’Apollo del Belvedere, quando si hanno davant agli occhi le forme nuove di una turbodinamo o i comandi di una macchina a vapore? Chi mai si lascerà ancora incantare dalla chiacchiere millenarie sul bene e sul male, quando si è stabilito che non si tratta di “valori costanti”, bensì di “valori funzionali”, cosicchè la bontà delle opere dipende dalle circostanze storiche e quella degli uomini dall’abilità psicotecnica con la quale si sfruttano le loro qualità? Il mondo è davero buffo, se lo si considera dal punto di vista tecnico; privo di praticità in tutti i rapporti interpersonali, altamente antieconomico e impreciso nei suoi metodi; e chi è abituato a sbrigare le proprie incombenze con il regolo calcolatore non potrà più prendere sul serio una buona metà delle asserzioni umane. Il regolo calcolatore: due sistemi di numeri e righe combinati insieme con straordianria intelligenza; sue sbarrette… grazie alle quali si possono risolvere in un attimo i problemi più complicati, senza sprecare nemmeno un pensiero. Quando si possiede un regolo calcolatore e si fa avanti qualcuno con grandi dichiarazioni e grandi sentimenti, gli si dice: “Un momento prego. Prima dobbiamo calcolare i margini di errore e il valore probabile di tutto ciò”.
May 20th, 2007 at 7:03 pm
Andrea Says
Davvero una gran bella citazione. Del resto “l’uomo senza qualità” è una miniera inesauribile.
May 21st, 2007 at 8:26 am
libertyfirst Says
Bella citazione. C’è in una sola frase tutto il meccanicismo tecnocratico che vuole ridurre l’economia alla logistica e la società ad una macchina. Il peggio dei deliri del XX…
May 21st, 2007 at 12:22 pm