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È possibile discutere la democrazia? Crisi di un mondo (il nostro), processo a un mito (la democrazia), proposte per una nuova società - Seconda Parte

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May 18th, 2007 by Leonardo

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di Andrea, Ihc 

Hoppe si definisce subito un apriorista in contrapposizione con gli empiristi e pone alcuni esempi di quello che possono essere considerate le “teorie a priori”.

"Nessuna cosa materiale può essere in due posti diversi allo stesso momento. Due oggetti non possono occupare lo stesso luogo. Una linea retta è la linea più breve tra due punti. […]Implausibilmente, gli empiristi tendono a denigrare tali proposizioni come mere convenzioni linguistico-sintattiche senza alcun contenuto empirico, ovvero “vuote” tautologie. Contro tale visione e d’accordo col senso comune, io invece riconosco che queste stesse proposizioni asseriscono alcune semplici ma fondamentali verità circa la struttura della realtà. E, ancora d’accordo con il senso comune, considererei mentalmente confusa una persona che volesse “provare” queste proposizioni o riportasse “fatti” che le contraddicono o si distaccano da esse. Una teoria a priori vince sull’esperienza e la corregge (così come la logica comanda sull’osservazione), e non viceversa."

Hoppe fa poi una lunga serie di esempi di affermazioni teoretiche – ovvero teorie a priori – nel campo delle scienze sociali. Egli basandosi su alcune di queste affermazioni derivate sia dall’economia politica che dalla filosofia politica (in particolare da von Mises e da Rothbard) propone di rivedere «tre credenze e interpretazioni centrali (pressoché mistiche) della storia moderna», ovvero che l’istituto monarchico non è poi così deprecabile, che la democrazia non è poi così positiva e che tra le due opzioni sarebbe da preferirsi quella monarchica. Hoppe partendo dall’intuizione teoretica sulla natura della proprietà privata contro la proprietà e amministrazione pubbliche e delle imprese contro gli Stati propone una interpretazione favorevole dell’istituto monarchico in quanto per il re assoluto lo Stato sarebbe sua proprietà privata e di conseguenza le sue azioni avranno una visione di lungo periodo, orientate al futuro, con l’obiettivo di preservare, attraverso il calcolo economico, ed anzi incrementare il bene capitale. Di conseguenza propone un’interpretazione sfavorevole dell’esperienza democratica dove il governo è pubblico e chiunque si troverà a gestire momentaneamente il potere, proprio per la momentaneità e per la consapevolezza di doverlo lasciare ad altri, sarà orientato al presente ed a trarre i maggiori benefici possibili a detrimento dei valori di capitale. Quindi per Hoppe la transizione da monarchia a democrazia dovrebbe essere interpretata come un declino della civiltà. L’autore dice chiaramente di non essere monarchico ma afferma che se si crede che ruolo dello Stato sia quello di essere «un’agenzia che esercita un monopolio territoriale coercitivo della giurisdizione e della tassazione, allora è economicamente ed eticamente vantaggioso scegliere la monarchia rispetto alla democrazia». Per l’autore la domanda da porsi è se davvero sia necessario il monopolio rappresentato dallo Stato o se invece non sia possibile un’alternativa. Hoppe dichiara che, portando alle sue ultime conseguenze la teoria sociale della scuola austriaca[19], nessun Stato può essere economicamente ed eticamente giustificato. La scelta tra monarchia e democrazia è una scelta tra due sistemi difettosi. Perché ogni monopolista, compreso il monopolista della giurisdizione, è un “male”. La teoria sociale dimostra, a detta dell’autore, la possibilità di un ordine sociale alternativo che può essere definito come ordine naturale, anarchia ordinata, anarchismo basato sulla proprietà privata, anarco-capitalismo, autogoverno, società basata sul diritto privato e capitalismo puro. E ci fornisce esempi di come anche beni come la sicurezza e la giustizia possano essere forniti da operatori in concorrenza l’uno con l’altro.
Hoppe individua nella propensione al risparmio il motore della civilizzazione. Egli parte dalla considerazione che chiunque ambisce a sostituire uno stato di cose più soddisfacente a uno meno; ma è pur sempre vincolato dalla variabile tempo, ed il tempo è scarso e quindi il nostro attore deciderà di scambiare un bene presente per un bene futuro soltanto dovesse ritenere che così agendo aumenterà la quantità di beni futuri. Hoppe introduce così il tasso di preferenza temporale. Per il nostro autore ci sono dei fattori che influenzano la preferenza temporale e questi fattori possono essere esterni, biologici, personali e sociali o istituzionali. Quelli esterni possono essere la previsione di un evento catastrofico o il verificarsi di una profittevole congiuntura. Quelli biologici sono legati al naturale crescere ed evolversi dell’individuo che bambino non potrà fare altro che desiderare soddisfazione immediata ai propri bisogni, ma che crescendo muterà prospettiva assumendone una a lungo termine ed agirà di conseguenza; questa prospettiva dovrebbe tornare a modificarsi verso la vecchiaia, essendo ormai il termine della vita molto vicino, in realtà per molti ciò non si verificherà perché si guarderà ai propri figli e discendenti. Quelli personali sono fattori legati alla volontà personale degli individui. Quelli sociali o istituzionali sono quelli che Hoppe analizza più approfonditamente, data la loro importanza nel modificare il tasso di preferenza temporale degli individui tanto da poter portare ad una regressione della civiltà alla fase adolescenziale portando gli individui a ragionare sul breve periodo e a trovare soddisfazione immediata ai propri desideri. Questi fattori sociali e istituzionali sono legati, secondo l’autore, alle violazioni del diritto di proprietà[20]. Le violazioni al diritto di proprietà possono essere di due tipi. Possono avere forma di attività criminosa oppure di interferenza delle istituzioni e del governo.

La differenza tra queste due forme di attacco è che alla prima si può reagire legittimamente, alla seconda no perché lo stesso attacco portato dallo Stato è considerato legittimo e quindi la vittima – il cittadino – non può difendersi. «L’imposizione di una tassa sulla proprietà o sul reddito viola i diritti del proprietario e del produttore di reddito nella stessa misura di un furto». L’attacco criminoso arresterà momentaneamente la riduzione del tasso di preferenza temporale, ovvero non implicherà cambiamenti permanenti al grado di orientamento al futuro in quanto da queste aggressioni ci si può difendere e ci si può assicurare. «[…] il processo di civilizzazione deraglia permanentemente quando le violazioni dei diritti di proprietà prendono la forma dell’interferenza governativa. […]l’interferenza dello Stato sui diritti di proprietà riduce la disponibilità di beni presenti di qualcuno e quindi fa salire il suo tasso di preferenza temporale effettivo. Ma le aggressioni statali – contrariamente al crimine – al tempo stesso accrescono il grado di preferenza temporale delle vittime attuali e potenziali, poiché implicano anche una riduzione della disponibilità di beni futuri (un’inferiore tasso di ritorno degli investimenti). […]». Il crimine poi, in quanto illegittimo, si verifica saltuariamente mentre le violazioni da parte dello Stato al diritto di proprietà sono continue. Conseguenza di tutto questo secondo l’autore è una diminuzione dell’orientamento al futuro ed un pressoché totale riorientamento al presente della società, ed è del resto quello a cui stiamo assistendo. «Se le violazioni dei diritti di proprietà da parte del governo divengono abituali e si moltiplicano, la tendenza naturale dell’umanità a creare una riserva sempre in espansione di capitali e beni di consumo durevoli, a diventare sempre più previdente e a porsi obiettivi sempre più distanti può giungere non solo a una battuta d’arresto, ma addirittura a una inversione di rotta, verso la decivilizzazione: individui prima previdenti e scrupolosi si trasformeranno in beoni o sognatori a occhi aperti, adulti in bambini, uomini civili in barbari, e produttori in criminali».

Questo processo di decivilizzazione penso sia sotto gli occhi di tutti e certamente Hoppe coglie nel segno. Meno convincente la pars costruens del suo ragionamento dove immagina la dissoluzione degli odierni stati nazionali – ormai è da parecchi anni che si parla di crisi degli stati nazione – ed il proliferare di una miriade di microentità territoriali dove proprio per la caratteristica di essere limitati territorialmente anche la popolazione sarà in numero limitato e quindi tutti si conosceranno e secondo l’autore questo porterebbe ad un emergere di elite naturali riconosciute da tutti. Personalmente questo ricorda lo spaventoso governo dei migliori de “La Repubblica” di Platone. Il merito di Hoppe, in questo suo lavoro, è stato quello di demitizzare la democrazia. Il grande filosofo del ‘900 Karl R. Popper ci ha insegnato che la domanda che ci dobbiamo porre non è «chi deve comandare?» ma «come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?». Ecco alla luce di questo assunto e del lavoro di Hoppe ci possiamo domandare «le nostre istituzioni democratiche ci permettono di impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?». Se la risposta è un no ecco il compito che spetta alle minoranze creative: trovare un nuovo mezzo per impedire che governanti incompetenti facciano troppo danno e questo compito passa necessariamente anche dal mettere in discussione convincimenti che fino ad oggi venivano dati per assodati.

In questo solco si inscrive anche il ragionamento del politologo Mario Unnia elaborato nel corso del 2006 e recentemente pubblicato su “Il giornale”[21]. Unnia ritiene che «si sia definitivamente chiuso il lungo ciclo socio-politico che è iniziato con la crisi della società medioevale e il trionfo della società moderna» e che «occorre ripartire dalle finalità della politica, dalla natura della rappresentanza, dal ruolo e dai mandati degli attori politici: ma ancor prima è necessario interrogarsi sulla struttura della società e sui valori che ne ispirano i comportamenti collettivi. La ricerca antropologica e sociale deve precedere l’ingegneria costituzionale». Il programma lanciato da Unnia è quello di abbandonare il concetto della società di classi e di adottare quello di società di ceti. Da rigettare è il concetto di classe per il venir meno dei presupposti stessi che definiscono il termine ‘classe’: «la presenza di comuni riferimenti ideali, ideologici, politici, e interessi. Il venir meno della compattezza della società industriale, costituita appunto dalle classi chiaramente definite nei contenuti sociali, nelle aspettative e nei ruoli». Il concetto ‘ceto’: «insieme delle persone che godono, per la comune condizione in cui si trovano, della medesima posizione in ordine ai doveri e ai diritti politici: e che per il fatto di goderne insieme, elaborano e praticano forme di gestione della loro posizione che sono appunto comunitarie o perlomeno rappresentative» risulta invece più corrispondente alla realtà sociale odierna. L’autore propone una proporzione in cui i ceti stanno alle classi come la società post-industriale sta alla società industriale. Accettato questo mutamento di prospettiva le conseguenze sono dirompenti e salvano ben poco del nostro concetto di Stato e democrazia rappresentativa parlamentare. Il potere non scaturisce più dallo Stato, per il quale rimane un ruolo marginale. La società immaginata da Unnia è una società pluralista dove c’è un pluralismo anche nelle fonti del potere che possono essere tra di loro più o meno in concorrenza o coordinate. Queste fonti sono i ceti. I ceti che sono portatori di interessi, dove interessi è da intendersi in senso politico – interesse uguale potere – e non economico, sono soggetti politici che accettando al loro interno il pluralismo e la regola della democrazia rappresentativa perseguono «una democrazia degli interessi».

Usando i termini della tradizione contrattualistica, il nuovo contratto sociale sarà il risultato di «accordi fondativi tra interessi di cui sono portatori i ceti». Unnia disegna un possibile assetto istituzionale dove il soggetto di base sono i ceti dotati di potere di iniziativa politica; essi partecipano direttamente alla direzione della società. Prefigura una gerarchia in cui alla base stanno le forme associative dei ceti e al vertice una camera che rispecchi le individualità, le dimensioni e le loro consistenze. Accanto al principio degli interessi organizzati – i ceti che trovano rappresentanza in un loro organismo camerale – un altro principio ha un valore altissimo ed è quello della territorialità. «La società dei ceti è profondamente federale alla base e al vertice» quindi v’è il posto per una seconda struttura di rappresentanza che fonda sul territorio, da intendersi come residenza fiscale, la sua legittimazione. Rappresentanza territoriale che si gradua in tre livelli: il primo è il comune, il secondo la regione – le cui assemblee sono dotate di forti poteri autonomi – il terzo è una assemblea che rappresenta le volontà e gli interessi dell’insieme dei territori. Principio cardine è la sussidiarietà. «[…] l’apparato di rappresentanza […] non rispecchia la nazione […]. Non si configura una volontà nazionale a fondamento dello stato. Esistono invece le volontà degli interessi e dei territori che su base contrattuale, dotata di vincoli naturalmente, convengono sulla convivenza e collaborazione tra affini. Lo stato risulta quindi il punto d’arrivo dell’autorità delegata dagli interessi e dai territori. Non esistono poteri delegati dallo stato agli interessi e ai territori». In tutto questo non si è parlato del cittadino. Esso, in una società così disegnata, è connotato dall’attività professionale che svolge e dalla residenza fiscale. L’attività professionale comporta l’iscrizione all’associazione del ceto di appartenenza, quindi il diritto di voto di ceto. La residenza fiscale comporta l’iscrizione alle liste elettorali del territorio in cui essa è collocata. Il cittadino vota per le due camere con diritto attivo e passivo.
Questo esercizio intellettuale di Unnia è un primo esempio di quel lavoro – a cui sopra accennavo – che spetta alle minoranze creative portare avanti. Vale a dire ragionare e proporre nuovi modelli che ci permettano di contenere la naturale espansione dello Stato e di controllare in modo adeguato il potere affinché chi vi giunge, chiunque vi giunga, possa arrecare il minor danno possibile.

Si «studia(mo) il passo mentre che l’occidente non si annera». Saliamo sulla barca, lasciamo alle spalle i nostri vecchi miti – democrazia, così come oggi intesa, egualitarismo – sorpassiamo le colonne d’Ercole del politicamente corretto alla ricerca del vero significato di libertà.

[19] Il cui fondatore è Carl Menger, e che annovera tra i suoi più insigni rappresentanti Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises e Murray N. Rothbard e fa del soggettivismo metodologico la sua bandiera.

[20] «Come ci dice la ragione, tutti nascono uguali per natura, ossia con pari diritto sulla propria persona, e un pari diritto alla sua conservazione …e giacché ogni uomo possiede la propria persona, [il frutto] della fatica del suo corpo e dell’opera delle sue mani è giustamente suo, e nessuno tranne lui può rivendicarlo come proprio; da ciò consegue che, quando toglie qualcosa dallo stato in cui l’aveva posto, mescola con esso il proprio lavoro e vi aggiunge qualcosa di suo, rendendolo con ciò sua proprietà[…] Quindi, poiché tutti hanno un diritto naturale – che definiamo proprietà – alla propria persona (cioè la possiedono), alle proprie azioni e al proprio lavoro, da ciò inevitabilmente segue che nessuno può accampare un diritto sulla persona e sui beni di un altro. E, chiunque ha diritto alla propria persona e ai propri averi ha anche il diritto di difenderli […] e pertanto ha il diritto di punire qualsiasi offesa alla propria persona e ai propri beni». Rev. Elisha Williams (1774) in Murray N. Rothbard, L’etica della libertà, Macerata, Liberilibri, 1996. [21] Il Giornale, 29 dicembre 2006, p. 5.

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23 Responses to “È possibile discutere la democrazia? Crisi di un mondo (il nostro), processo a un mito (la democrazia), proposte per una nuova società - Seconda Parte”

  1. 1

    libertyfirst Says

    Hoppe, magari in piccole dosi, non mi dispiace. Unnia invece mi pare un costruttivista (in senso Hayekiano) bello e buono. Ho provato a cercare suoi articoli ma non ho trovato nulla…

    Come gestire i rapporti tra associazioni professionali, le gilde di un tempo? Come gestire i problemi che richiedono cooperazione tra gilde, oltre che soluzioni di contese? Cosa deve decidere la gilda e cosa rimane all’individuo? Come si entra ed esce nella gilda e come si avvia un’attività professionale simile ma non inclusa nello statuto della gilda, o semplicemente come si fa concorrenza al cartello costituito dalla gilda?

    Senza questi dettagli, l’unica cosa che posso dire è citare Hayek (ma quando mai un piano di palingenesi istituzionale su vasta scala è mai stato di successo?) e Mises (il socialismo delle gilde non è un’organizzazione sociale possibile)…

  2. 2

    libertysoldier Says

    Anche a me il passo in cui Hoppe propone il governo di migliori su base paesana mi ha fatto storcere il naso.
    Certo è che sicuramente stati più piccoli garantiscono una maggiore efficienza. Qualunque sia la forma di governo adottata

  3. 3

    L.Baggiani Says

    Io definirei la proposta dell’articolo come “corporativista” in senso pieno: tutti sono parte di corporazioni e come tali competono. A parte che il termine puzza di Fascio, l’idea potrebbe non essere così malvagia (se esiste una lobby, facciamo che tutti abbiano una lobby ed almeno di lotta a armi pari senza escludere nessuno dalla stanza dei bottoni) solo che temo ricrei su scala “globale” un problema di “ordini professionali” funzionanti come “caste”, e quindi immobilismo sociale pieno che è l’ultima cosa che vorrei in un paese “libero”.

    Per le simpatie di Andrea: accetteresti di vivere sotto un monarca che ti considera proprietà privata sua e quindi dispone di te in quanto tale? Ma veramente? E visto come tengono la propria casa diverse persone, oltre a fare un Re dovremmo pure incrociare forte forte le dita…

  4. 4

    libertyfirst Says

    “Per le simpatie di Andrea: accetteresti di vivere sotto un monarca che ti considera proprietà privata sua e quindi dispone di te in quanto tale? Ma veramente? E visto come tengono la propria casa diverse persone, oltre a fare un Re dovremmo pure incrociare forte forte le dita…”

    L’idea che la nazione sia proprietà dello stato, rappresentante della comunità politica, è recente. E non avrebbe mai avuto successo senza l’ideologia democratica a dire “lo stato siamo noi”.

    “L’acquiscienza al potere ha creato più despoti della violenza politica dei despoti stessi”, non ricordo chi l’ha detto. E il miglior modo per ottenere acquiscienza è dire al suddito di essere comproprietario dello stato, aggiungerei.

    E’ impensabile al giorno d’oggi una rivolta per una tassa sul tè… fosse questo il rischio dopo ogni nuova tassa, avremmo una spesa pubblica al 2%… :-D

  5. 5

    libertyfirst Says

    La coscrizione militare, ad esempio, è un’invenzione della Rivoluzione Francese. Senza questo antecedente sarebbe stato difficile immaginare i massacri della WWI e della WWII, sia per i civili che i per i militari. La carne da cannone l’ha inventata la democrazia.

  6. 6

    L.Baggiani Says

    Dear Liberty, chiaramente era per sondare la dichiarata nostalgia per una Monarchia (più che per lo Stato in sé) del nostro Andrea, fondandota sul fatto che il Re, avendo una nazione come sua proprietà, avrebbe maggior interesse a farla ben funzionare in ossequio proprio al diritto di proprietà.
    Il suo mega-lavoro, e il suo intelletto, possono essere fonte di confronti molto interessanti.

  7. 7

    Andrea Says

    Cari amici, devo fare una confessione. Io non so perchè ma sono monarchico. Fin da bambino. I miei genitori non lo sono ad esempio. Le ragioni credo che debbano trovarsi nel background nel quale sono cresciuto. Dovete sapere che sono piemontese e con vezzo aggiungo un provinciale piemontese (e ancor più vezzosamente mi piace chiamare il piemonte Vecchio Piemonte). Da parte di padre la mia è una famiglia di piccola proprietà agricola che negli anni cinquanta si da al piccolo commercio. Da parte di madre appartengo a quella borghesia industriale-commerciale nata sul finire dell’800 primi ‘900. Ben presto le fortune si fanno sfortune ma l’impronta borghese resta salda nei valori.
    Tutto questo per dirvi che da bambino trascorro il mio tempo tra nonne e sopratutto zie (non sposate quasi per vocazione, quasi delle vestali della famiglia)nate tra il 1900 ed il 1910 che mi trasmettono un amore romantico e malinconico per quegli anni della loro giovinezza, per quegli scampoli di belle epoque da loro vissuti.
    Biella la mia città fu città che diede molto in quegli anni. Rocordo gli innumerevoli esponenti della famiglia Sella, l’avvocato Alfredo FRassati (padre del beato Pier Giorgio, fondatore e direttore de LA STAMPA), Gualino, gli Zegna, il presidente del consiglio Giuseppe Pella, Edgardo Sogno ecc.
    In quell’epoca Benedetto CRoce trscorreva le estati a Pollone piccolo centro di media montagna a ridosso della città. Luii Einaudi fu frequentatore delle estati biellesi.
    Ecco delineato il quadro. Se sono monarchico lo dedvo all’ambiente ed alle mie due care prozie.

    Un altro tema di fondo che da sempre mi anima è l’amore e la passione per l’austria (non ridete, vi prego…se danno sissi in telesione o tutti insieme appasionatamente non li perdo ancora oggi).
    Al liceo mi trovo un tema di storia da svolgere. Il titolo era: “pregi e difetti della resaurazione”. Immaginatevi come lo svolsi? Delineai tutti i pregi ma non individuai nessun difetto.
    Anni dopo incominciai a scoprire Hoppe e mi accorsi di come sostenni in quel tema le sue stesse considerazioni.
    Ovvio che sono provocazioni ma quello che più mi preme sottolieare è la finzione della democrazia.
    Mi volete forse far credere che con il nostro voto determiniamo le scelte dello stato? Sono sempre più scettico sull’utilità del voto. Ci sono delle oligarchie che determinano le politiche di massima qualunque maggioranza vi sia al potere. Nelle piccole cose quotidiane il grdo di linìbertà individuale non so se possa essere determinato da un ordinamento di democrazia a suffraggio universale.
    Mi preme sottolineare che il problema da posi è se le nostre istituzione ci garantiscono da un mal governo.(popper). La risposta io credo sia un no. Allora bisogna cercare di aprire un serio dibattito per trovare delle soluzioni. Soluzioni che non possono neppure essere quelle prospettate da Unnia. Ma ad Unnia va riconoscito il merito di aver iniziato a prospettare soluziomi alternative. Quello che mi ha trovato deluso è che nessuno abbia ripreso sulle pagine de “Il giornale” o su altri fogli l’intervento di Unnia tanto da apire un dibattito.

    Apro parentesi: un finessetimana di ottobre organizzo a Biella una serata dedicata alla crisi delle rappresentanze. Ho invitato Unnia e Lottieri. Invito anche voi e tutti coloro che seguono questo sito. Sarebbe l’occasione per conoscersi e passare un piacevole finesettimana.

    Chiusa parentesi.
    Concordo pienamente con libertyfirst.

    Da un punto di vista di funzionalità c’è uno stato che è monarchià assoluta e che da 2000 anni da prova di funzionare molto bene. Ha un’ottimo sistema di selezione dei quadri diringenti e garantisce il massimo di mobilità sociale tanto da eleggere al suo massimo livello diversi figli di contadini. Questo è la chiesa.

  8. 8

    L.Baggiani Says

    A ognuno le proprie idee, basta esporre come le si vogliono sostenere.
    Una passione romantica non è da discutere; discutiamo sull’applicazione.
    Mettermi nelle mani della benevolenza di un sovrano non mi pare il massimo; se una democrazia ha insiti pesanti fallimenti anche perché si tratta di democrazia rappresentativa, figuriamoci un intero Stato rappresentato solo da un Re!
    Tornando a quanto hai scritto nel primo pezzo, sperare nell’intelligenza del sovrano in quanto lo Stato è sua proprietà privata mia pare un azzardo.
    Questo non vuol dire che “la soluzione ottima” sia la democrazia, che forse si è dimostrata veramente peggio di quanto si immaginasse. Tra l’altro io scindo il concetto di democrazia da quello di repubblica proprio per esaltare il ruolo di alcuni principi fondamentali che non debbano venir toccati sicuramente non da una qualsiasi maggioranza “qualificata”.

    Da parte mia, di semplice appassionanto di economia orientato alla libertà personale, ho sfiducia in qualsiasi concentrazione di potere, e la democrazia reale (al pari del socialismo reale) si è dimostrata questo. Certo, anche perché la gente vota con il cuore o con l’ignoranza, e chi può anche con il portafoglio, la democrazia ha solo creato un “ceto”: i politici, che si portano nell’apparato famiglia e ganze. Ma a maggior ragione ripudio una concentrazione massima quale una monarchia.

    Le proposte di cui parli nel finale sono un tentativo di dare un volto diverso alla rappresentanza, cercando un federalismo del potere e quindi una sua maggior diffusione. Mi pareva si capisse un cenno di approvazione da parte mia. Ma ripeto l’osservazione più sopra fatta: temo ricrei su scala “globale” un problema di “ordini professionali” funzionanti come “caste”, e quindi immobilismo sociale pieno che è l’ultima cosa che vorrei in un paese “libero”. Allora, mi pongo un problema sbagliato o è un problema già risolto o è un rischio concreto?

  9. 9

    libertyfirst Says

    A me pure piace Sissi.

    A parte gli scherzi, in Piemonte non sono mai stato, magari mi faccio ’sti 500km…

  10. 10

    Andrea Says

    Non è affatto sbagliato il problema che tu poni. SE è per quello sono anch’io contro gli ordini professionali. E credo sia giusto l’abolizione di tali organismi. Torno però a ripeterti che il mio intervento è un riportare la proposta di Unnia. Che credo vada vista come un meritorio tentativo di superare il blocco attuale. La democrazia come oggi intesa è in crisi ovunque. A invertire il trend sono state le elezioni francesi. Con alta partecipazione ed un vincitore con il 53 % che se si pensa è poco ma rispetto ai risultielettorali degli ultimi anni verifitesi in Itale, in Germania , negli USA è tantissimo.

    Non è possibile che una minoranza del paese (perchè in effetti la maggioranza politica italiana è minoranza reale)possa determinare il destino di una nazione.

    Concordo con te che l’idea di una monarchia assoluta è irrecepibile. Ma togliamoci gli occhiali da sole e vedremo che anche questa democrazia è dispotica. Perchè ci colpisce in quelle che sono li libertà indivuali principali.
    Il diritto di istruzione ed il diritto di salute.Dobbiamo formarci attraverso un programma statuito dallo stato, su libbri approvati dallo stato. Dobbiamo curarci come dice lo stato.

    E ta poco dovremo anche nascere e morire come ci impone lo stato.

    «[…] l’apparato di rappresentanza […] non rispecchia la nazione […]. Non si configura una volontà nazionale a fondamento dello stato. Esistono invece le volontà degli interessi e dei territori che su base contrattuale, dotata di vincoli naturalmente, convengono sulla convivenza e collaborazione tra affini. Lo stato risulta quindi il punto d’arrivo dell’autorità delegata dagli interessi e dai territori. Non esistono poteri delegati dallo stato agli interessi e ai territori»

    Questo è il passaggio fondamentale nel discorso di Unnia. Poi si può discutere su come attualizzarlo.
    LO STATO E’ IL PUNTO DI ARRIVO DELL’AUTORITA’ DELEGATA. NON ESISTONO POTERI DELEGATI DALLO STATO.

    Queste due affermazioni se vogliamo potrebbero essere i primi due articoli di una nuova costituzione che realmente svolga il suo compito ovvero limiti lo stato. Non come la nostra costituzione che invece comprime i diritti dei cittadini e giustifica l’incontrollata espansione di esso.

  11. 11

    L.Baggiani Says

    Da parte mia, riguardo come vedere il lavoro di Unnia, siamo d’accordo.

    A latere:
    Tu in quanto “giurista” sei più ferrato di me, ma l’art.5 non promuove il massimo decentramento amministrativo? e l’art.33 non dice che arte e scienza sono libere nell’insegnamento? No, tanto per dire che finora non è stata proprio proprio applicata tutta questa Costituzione (se no avremmo diversi De Soto anche qui, come la Carta ma non la politica permetterebbe). Comunque, per me, in questa Costituzione non è chiaro il “limite” alle “limitazioni” che lo Stato può opporre ai diritti personali; d’altra parte è la scuola di quelli che storicamente sono passati per i “liberatori”… i “resistenti”… sì i “resistenti al pensiero ragionevole”!

  12. 12

    Zamax Says

    Ripeto che secondo me l’errore di Hoppe (e di Unnia) - e di quasi tutti - è quello di considerare la “democrazia” e la “monarchia” alla stregua di “sistemi”. E’ un riduzionismo che impedisce di guardare le cose nel suo complesso e finisce per ricercare una soluzione miracolistica nell’ingegneria costituzionale. Secondo Hoppe - ad esempio - la Gran Bretagna odierna è una monarchia o una democrazia? La seconda, si direbbe, ma perché? E poi, cos’è una monarchia?
    Per pigrizia e mancanza (magari con più agio ci ritorno) cito da un mio post:
    http://zamax.wordpress.com/2007/01/09/maometto-il-rivoluzionario-e-la-fine-dellislam/

    “[…]la fisiologia dell’espansione democratica moderna. Possiano chiamare democrazia la forma statuale della libertà individuale nell’era moderna. I suoi liberali difensori però sbagliano, facendo il gioco dei giacobini, nell’investire il concetto di democrazia di un valore morale. Errore che Tocqueville si guardò bene dal fare. Egli chiama genericamente uguaglianza delle condizioni il risultato inevitabile di questo travaglio storico che stava prendendo forma sotto i suoi occhi, al di qua e al di là dell’Oceano, e avvisò (e fu profeta dei totalitarismi) che in tempi di democrazia il dispotismo avrebbe potuto assumere forme oppressive quali mai si erano viste in precedenza. Il trapianto della forma democratica, in altre parole, laddove i tempi non fossero maturi e non fosse in armonia con i costumi poteva portare al collasso delle istituzioni di un paese e alla presa del potere di minoranze settarie organizzate. Quando Metternich affermava di temere i liberali, perché dietro i liberali vedeva i democratici, e dietro i democratici i repubblicani, e dietro questi i socialisti e i rivoluzionari con la ghigliottina, era più un profondo conoscitore della realtà dei suoi tempi che un acido conservatore. Va sottolineato con forza che nella sua Democrazia in America Tocqueville ritornava insistentemente sull’importanza dei costumi di una nazione, ovvero su quanto in una realtà democratica lo spirito di libertà e di responsabilità individuale (le due cose vanno di pari passo e sono inseparabili) fosse radicato in un popolo, perché naturalmente un sistema democratico vivo non è un congegno ad orologeria, un alambicco costituzionale la cui bella architettura e le parti ben distribuite ne garantiscano indefinitamente il funzionamento, ma in ultima analisi è un sistema fondato sulla fiducia o, per dirla con gli anglosassoni, sul consensus. Nell’era moderna il primo grande esempio di questo trapianto è stato il rapporto Francia-Gran Bretagna nel ‘700. L’illuminismo inglese (e possiamo fare i nomi di Locke, di Hume, di Gibbon, di Smith) non fu la causa delle libertà inglesi, ma l’effetto di queste ultime nel campo culturale. Viceversa l’illuminismo francese fu un fenomeno riflesso, di importazione. L’intellighenzia francese in generale ammirava, apprezzava queste libertà ma non riusciva a coglierne il nesso coi profondi meccanismi sotterranei della società inglese, ad accettarne la volgarità e causava soprattutto, in quella di matrice aristocratica, il disgusto per lo spirito affaristico e borghese dell’aristocrazia isolana. Voltaire stesso che beneficiò di questa libertà, confessava di sentirsi in un paese a lui estraneo, completamente differente da quelli del continente. Priva del suo retroterra, del suo indispensabile humus, in terra francese la democrazia, o meglio la libertà, divenne un fatto ideologico. L’ateismo serafico e tranquillo di Hume divenne odio contro la religione, la libertà dei costumi divenne un libertinismo dai tratti a volte criminali (Sade), la pratica democratica nelle mani di minoranze settarie di novelli professionisti della politica, che si servivano di un popolo passivo per mettere le istituzioni di fronte al fatto compiuto (che è il tradimento principe dello spirito democratico), servì per coprire formalmente la violenza, l’assassinio e le epurazioni: la Francia cadde come un gigante senza anticorpi. Quando alla democrazia non si arriva naturalmente per lunghi passaggi intermedi, la sua anima universalistica schiaccia impietosamente tutte le differenze in un dispotismo illiberale. In questo senso il Comunismo in Russia e poi nel resto del mondo extra euro-americano non è che una prima forma brutale e criminale di secolarizzazione democratica. Fatalmente il fascino democratico agisce profondamente nella mente di un popolo diviso in caste senza immaginare che i rivoluzionari non gli prospettano altro che un’uguaglianza da schiavi.”

  13. 13

    Andrea Says

    Caro Zamax concordo perfettamente con te. Certo per Hoppe la Gran Bretagna oggi sarebbe una democrazia e non certo una monarchia.
    Cos’è poi la monarchia? In occidente la vera monarchia ha trovato la sua tomba a Versailles.
    La monarchia è servizio, la monarchia è la cura degli scrofolosi. La monarchia è il re che entra nudo nella cattedrale di Reims per essere rivestito. Quando questo viene meno essere re si trasforma da ONERE in ONORE o quando il re diviene il primo burocrate dello stato la monarchia ha cessato la sua funzione.

    Tengo ancora a citare questa particolarità: l’unico eurodeputato che conosce tutte le lingue d’Europa è il capo della Casa d’Austria, Otto von Habsbourg.

    Credo e sono fermamente convinto che la prospettiva monarchica autentica sia irricevibile oggi.

    Quanto alla nascita ed alla affermazione della democrazia occorrebbe un discorso lungo che per ora non ho il tempo di affrontare e mi riservo di affrontare appena possibile. A grandi linee concordo con la tua citazione riportata.

    “(…)l’importanza dei costumi di una nazione, ovvero su quanto in una realtà democratica lo spirito di libertà e di responsabilità individuale (le due cose vanno di pari passo e sono inseparabili) fosse radicato in un popolo, perché naturalmente un sistema democratico vivo non è un congegno ad orologeria, un alambicco costituzionale la cui bella architettura e le parti ben distribuite ne garantiscano indefinitamente il funzionamento, ma in ultima analisi è un sistema fondato sulla fiducia o, per dirla con gli anglosassoni, sul consensus.”

  14. 14

    libertyfirst Says

    Non romanticizziamo troppo, però: tutte le autorità sociali (re, aristocratici, rappresentanti, burocrati, intellettuali, preti, ricchi, sindacati) sono poteri totalitari nei loro sogni, anche se solo con la democrazia il sogno è diventato completamente realtà, per il Potere centrale. Quello che dobbiamo invidiare del passato è che il Potere non era onnipotente, e questo ipso facto implica che qualcos’altro nella società aveva diritti che non erano mere concessioni, ma non era certo per grazia del Re e degli aristocratici che ciò accadeva.

  15. 15

    Andrea Says

    No di certo. Nell’ultimo mio intervento ho voluto semplicemente riportare quello che tutti gli anni ricorda un mio amico sacerdote nella domenica del Cristo Re. Il monarca assoluto medievale era conscio e consapevole della relatività della sua assolutezza. (scusate il giro di parole).

    Quello che occorre ribadire è che nessuno qui vorrebbe più vivere sotto a un regime assoluto sia esso monarchia, o democrazia che si assolutizza in una costituzione che vieta il rimettere indiscussione la forma dello stato.
    Per chi legge questo sito la libertà individuale nella piena assunzione di responsabilità è l’obbiettivo. Su questo dobbiamo dibattere.
    E a parer mio bisogna uscire dalla teoria e sporcarsi le mani. Io per conto mio credo nel progetto politico portato avanti da Michela Vittoria Brambilla e ho deciso di aderire ai circoli della libertà.

  16. 16

    Jacopo Says

  17. 17

    L.Baggiani Says

    Credo che Zamax abbia toccato un punto significativo: il rapporto tra forma di governo e maturità intellettuale della popolazione.
    Riallacciandomi anche a qualcosa che avevo accennato, se non si è abbastanza maturi come popolo non si è in grado di gestire una democrazia tramite il voto, e questa scarsa avvedutezza aiuterà la formazione di una casta di “politici professionisti” che di fatto costituirà una sorta di politocrazia dittatoriale. Questo punto mi è caro, venendo da luoghi in cui prima si vota a sinistra e poi ci si chiede perché e poi non ci si risponde.
    L’assenza di un “pericolo” di perdita del potere consente di gestire la cosa pubblica a piacere da parte della politocrazia. In questo senso la proposta di Unnia è interessante perché, se ho ben capito, teoricamente tutti sono passibili di essere eletti (fuori da schieramenti preconfezionati e come in Italia scaduti dal dopoguerra). Questo chiaramente non risolve i miei dubbi su un possibile immobilismo sociale, anch’esso almeno in parte riferibile a una scarsa maturità dell’elettorato
    Questo forse fa la differenza tra le democrazie continentali e quella inglese tanto decantata, la maturità intellettuale? Perché se così fosse dovremmo evitare qualsiasi tentativo di riforma del sistema politico, in quanto quel che si ha è diretta conseguenza del tipo di popolazione che si ha (un po’ il prezzo di equilibrio di un qualsiasi mercato), e lasciare che la gente prima cresca a sufficienza transitando da monarchie, repubbliche, democrazie, fino ad una anarchia funzionante. Il tentativo di forzare la mano potrebbe essere in tal caso paragonabile alla ss. esportazione di democrazia di Bush Jr…

  18. 18

    Libertyfirst Says

    Il duetto di Ballarò tocca vette di lirismo notevole, sembrano Bocelli e Giorgia in “Vivo per lei”. Come fanno a parlare contemporaneamente? Cazzeggio sincronizzato… Comunque, il miglior esponente della CDL è Berlusconi, pensate ‘n po’ j’artri come je stanno! Cani randagi…

    “Questo forse fa la differenza tra le democrazie continentali e quella inglese tanto decantata, la maturità intellettuale?”

    Quali differenze? Ce n’erano fino agli anni ‘30… la Gran Bretagna è stato per mezzo secolo il paese più socialista d’Europa (Occidentale). Si è desocializzato un pochino solo con la Thatcher. Ma a far peggio del resto d’Europa solo lo Zimbabwe ci riesce. :-D

    L’assetto istituzionale è un mix di valori, idee, istituzioni, abitudini, istituti… non credo si possa dire “comincio dalle idee”, o “comincio dalle istituzioni”, perchè sono un po’ tutte interconnesse.

    Al momento non c’è un percorso verso la libertà aperto. Anzi, più tempo passa più la situazione sta peggiorando, a giudicare dal XXI secolo.

    E’ un peccato, perchè quando staremo in centinaia di milioni senza pensione, senza lavoro, senza capitali e in pieno conflitto anche per il controllo di scatolette di fagioli sarà un po’ troppo tardi…

    Penso di poter astrarre un pochino e considerare due tipi di soluzioni: quelle che passano attraverso il sistema politico e quelle che lo bypassano. Le prime sono impraticabili perchè la libertà non è nell’interesse della classe dirigente; le seconde sono impraticabili perchè lo stato ha troppo controllo sulla società per poter lasciare concorrenti in piedi. E quando questo controllo svanirà, si apriranno le porte per gli istinti più bestiali, altro che liberalismo.

    C’è un modo pulito per risolvere tutti i problemi sociali in poco più di 80 anni. Smettere di fare figli e aspettare la morte.

    Oppure convivere con i problemi, con la consapevolezza che non verranno affrontati e che peggioreranno col tempo. Pazienza…

  19. 19

    L.Baggiani Says

    Mi pareva che qualcuno avesse parlato di qui di una unica democrazia europea che sta in piedi da 200 anni e si regge su una santa common law… insomma, mettiamci d’accordo!

  20. 20

    libertyfirst Says

    Non mi riferivo al presente. USA e UK sono stati le uniche terre dove il liberalismo ha messo piede, l’ha tenuto un pochino, ed è resistito un po’ di più. Ovviamente non si potrà mettere una data per la fine della libertà negli USA: ma da Hamilton, Lincoln, Wilson, Roosevelt II, Nixon e Bush II è stato un continuo declino… meglio avere un passato decente che non averlo affatto (come la Francia, l’Italia, la Germania, la Spagna). Sempre passato rimane.

  21. 21

    L.Baggiani Says

    quindi anche la common law inglese ha fallito, ed ha retto solo per un fatto di maturità politica…

  22. 22

    Paolo Says

    […]Al momento non c’è un percorso verso la libertà aperto. Anzi, più tempo passa più la situazione sta peggiorando, a giudicare dal XXI secolo.

    E’ un peccato, perchè quando staremo in centinaia di milioni senza pensione, senza lavoro, senza capitali e in pieno conflitto anche per il controllo di scatolette di fagioli sarà un po’ troppo tardi…

    Penso di poter astrarre un pochino e considerare due tipi di soluzioni: quelle che passano attraverso il sistema politico e quelle che lo bypassano. Le prime sono impraticabili perchè la libertà non è nell’interesse della classe dirigente; le seconde sono impraticabili perchè lo stato ha troppo controllo sulla società per poter lasciare concorrenti in piedi. E quando questo controllo svanirà, si apriranno le porte per gli istinti più bestiali, altro che liberalismo.

    C’è un modo pulito per risolvere tutti i problemi sociali in poco più di 80 anni. Smettere di fare figli e aspettare la morte.

    Oppure convivere con i problemi, con la consapevolezza che non verranno affrontati e che peggioreranno col tempo. Pazienza…[…]

    Sto sempre rileggendo 1984, ho quasi finito… e’ esattamente, ma dico esattamente, non metaforicamente, quello che Orwell scrisse. Ovviamente non per tacciare Liberyfirst di plagio… ma per dire che il meccanismo di propagazione del potere, qualsiasi esso sia, e’ sempre stato lo stesso. Owell non vedeva il futuro, ma analizzava, capendolo, il passato.

    Io sono un po’ limitato intellettualmente e allora cerco sempre di vedere le cose attraverso metafore, sia perche’ mi emoziono, e la parte rettiliana di me quindi ricorda meglio, sia perche’ da bambino studiando la mitologia greca capii l’importanza delle metafore e la loro potenza sia come mezzo di comunicazione sia come mezzo di analisi.

    Allora egoisticamente da qualche tempo sto cercando di capire cosa fare per accumulare da qualche parte qualche barattolo di fagioli (del tipo giusto) e scoprire quale sara’ il posto adatto dove scappare quando al primo scricchiolio del controllo sulle masse da parte delle oligarchie, la ferocia di chi vede la morte d’inedia avvicinarsi affamata verra’ mistificata in rivoluzione.

    Al momento sono scappato in UK perche’ la potenza della sterlina terra lo sterco dell’euro lontano da qui per piu’ a lungo che altrove… ma per quanto?

    Qualche idea?

  1. 1

    La Perniciosa Lobby dei Vecchi at Ideas Have Consequences

    […] <–!more–>   Un sindacato dei lavoratori, cioè una organizzazione cui i lavoratori deleghino volontariamente la contrattazione delle condizioni di lavoro con una pari lobby delle aziende, ha una ragione naturale d’essere in un sistema liberalista, in quanto strumento che consente la specializzazione delle figure delegate e quindi vantaggi in termini di tempi e costi. Questo tipo di articolazione per lobby contrapposte richiama, tra l’altro, il disegno di revisione del sistema democratico proposto dal prof. Unnia e su questo sito già discusso. Lavoratori e aziende hanno certo interessi diversi (basta pensare allo stipendio), ma alla fine convergono su un punto: hanno tutti interesse che l’azienda prosperi, quindi c’è il dovuto spazio per una contrattazione costruttiva; al proposito riporto la dichiarazione di Sangalli, segretario nazionale della Confederazione Nazionale Artigianato (intervistato da Picchio in “Sindacati incapaci di guardare al futuro” del Sole24ore del 28/06/07): “i lavoratori devono poter avere la libertà di rapportarsi con l’azienda individuando obiettivi comuni”. Considerando l’articolata casistica delle aziende già solo in Italia, sarebbe più opportuno che la contrattazione avvenisse su una base quanto più locale possibile, essendo una contrattazione a livello nazionale foriera di forzature approssimazione e quindi distorsioni nell’economia; corretta in tal senso mi pare la posizione di Carruba (“Il sindacato del no – una anomalia solo italiana” del Sole24ore del 28/06/07) che identifica l’attuale come “un sindacato che riflette relazioni industriali e concezioni economiche che non ci sono più: basate su poteri di veto che potevano essere spiegabili (e non giustificabili) quando c’era il monopolio”. Una contrattazione basata sulle specifiche realtà rende inutile, se non dannosa, una contrattazione tra sindacato e Confindustria triangolata tramite il Governo, e consente soluzioni condivisibili (su base volontaria) altrimenti inibite; ad esempio Sangalli fa notare che “è un interesse comune poter magari lavorare il sabato, per far fronte ai picchi di lavoro e avere qualcosa in più in tasca. Questo valore il sindacato non lo rappresenta”. Si deve ricordare poi che il sindacato attualmente contratta per ogni lavoratore un contratto nazionale indipendentemente dal fatto che il lavoratore voglia essere rappresentato dal sindacato stesso. L’attuale struttura della contrattazione è quindi, dal mio punto di vista, “scorretta” sul piano della rappresentatività e del grado di accentramento, e quindi l’impiego del lavoro è subottimale sia per il lavoratore che per l’azienda. Ripeto: non intendo dire che i lavoratori debbano necessariamente veri rappresentati da un sindacato; questo vale solo per coloro che scelgono di delegare il proprio diritto di contrattazione, dovendosi permettere al singolo di affrancarsi da qualsiasi sindacato qualora ritenga ciò più consono al proprio interesse. In questo senso non concordo con Carruba quando dice che “quando le lobby prevalgono lo Stato collassa”, almeno finché le lobby sono “contraenti” e non “dittatori” (probabilmente la divergenza di opinioni discende da una mia visione miniarchica dello Stato in cui quest’ultimo non debba aver quasi nulla da “controllare o gestire”). Ma la distorsione operata dai sindacati in Italia è ben più profonda. Voglio ricorda l’idea del segretario nazionale della CISL Epifani, già altrove ben discussa, per cui le pensioni (e a questo punto chissà quant’altro) devono venir riconosciute indipendentemente da questioni di bilancio (cioè senza riguardo alla loro sostenibilità finanziaria); ritengo che questo sia emblematico di quanto il sindacato sia alieno dalla realtà: operare in termini avulsi dalla congiuntura economica significa non (voler) capire che il lavoratore è più forte e più “libero” in un ambiente economicamente sano (grezzamente: più l’economia gira bene, più si creano opportunità di lavoro, maggiore è il valore e quindi il potere del lavoratore); ma può anche significare altro, e cioè che il sindacato dà più peso a chi già gode di “diritti acquisiti con la permanenza nel mondo del lavoro” rispetto a chi debba ancora stabilizzarvisi se non addirittura entrarci. È pertanto ottima l’affermazione di Carruba “qualunque lobby e corporazione, anche quella degli imprenditori, esercita legittimamente il proprio ruolo tutelando i propri interessi. Se il sindacato rappresenta soprattutto pensionati non meraviglia che prometta loro il paese di Bengodi”, cui fa eco Sangalli “non si parla di giovani, non si parla di strumenti per mettere le imprese nelle migliori condizioni per cogliere le occasioni del mercato”, trovando una logica spiegazione ancora con Carruba “[il sindacato conta] sull’assenza obbligata di un altro sindacato che rappresenti chi quel Bengodi dovrà pagare”.   L’attuale sistema quindi vede una lobby che consuma risorse di soggetti che non possono opporsi perché non organizzati in una lobby contrapposta, che accentra a livello nazionale decisioni riguardanti realtà eterogenee, arrogandosi una rappresentatività assolutamente non scontata, perseguendo obiettivi concreti diversi da quelli che volevano essere in origine, e magari ingerendosi pure in questioni meramente politiche e quindi non di competenza.   Alcune problematiche connesse alla presenza di un sindacato “wage-setter” sono state esplorate da Herrendorf e Neumann (1997) in un modello formale concernente il valore dell’indipendenza della Banca Centrale da Governo. Alla base vi è una efficace stilizzazione della realtà osservata: i lavoratori sono divisi in Senior (di più lunga permanenza sul mercato) e Junior (i “giovani”, appena entrati o entranti sul mercato); i Junior sono quelli che, per minor esperienza o minor protezione legale, subiscono per primi le contrazioni della domanda di lavoro (sono quindi i primi da licenziare ed i più difficili da assumere). Dato quanto sopra, i lavoratori Senior i più numerosi nel sindacato e saranno più sensibili alla protezione salariale che al problema della disoccupazione, viceversa per i Junior; essendo la maggioranza, i Senior dettano la politica del sindacato, che non si curerà pertanto di stimolare l’occupazione tramite salari più contenuti. Va da sé che di fronte a una frazione Senior di lavoratori soddisfatti per salario e occupazione, si avrà una frazione Junior di lavoratori insoddisfatti per carenza di lavoro, quindi si una perdita netta di welfare complessivo rispetto all’ottimo. Una Banca Centrale indipendente può controllare l’inflazione in modo supposto efficace, ma non consente per lo stesso motivo una riduzione del salario reale (e recupero di occupazione) attraverso l’inflazione stessa. Una Banca Centrale dipendente dal Governo potrà eventualmente subire le istanze della minoranza Junior, assumendo dal Governo un obiettivo anche sul welfare, e quindi un obiettivo occupazionale. In particolare può accadere che i Junior (alla fine sono elettori e il Governo non può ignorarli del tutto) possono esercitare pressioni “inflazionistiche” che in parte compensino la “dittatura salariale” dei Senior, con un risultato certo in termini di permanenza di un certo livello di distorsione inflazionistica e un risultato incerto in termini occupazionali. Date le specifiche del modello, il rapporto di maggiore o minore variabilità dell’occupazione tra i casi di dipendenza e indipendenza della Banca Centrale dipende crucialmente dalla probabilità che l’una o l’altra frazione di lavoratori prevalga politicamente e dalla variabilità degli shock che colpiscono la domanda di lavoro. In altre parole, il sindacato costringe parte della politica a seguire un welfare sociale creando inflazione ma senza poterne ricavare un vantaggio certo, e l’isolamento politico della Banca Centrale può ridurre le tensioni inflazionistiche ma al prezzo di una certa maggior disoccupazione “giovanile”: il sindacato, per come si è osservato comportarsi, distrugge il trade-off inflazione-occupazione creando le condizioni perché si abbia sia più inflazione che più disoccupazione, cioè una perdita netta di welfare! Gli autori riconoscono che il risultato prescinde da variabili anche rilevanti ma non formalizzabili, ma io ritengo con loro che il risultato sia comunque significativo: un orientamento politico del sindacato come pare aversi in Italia (con una Banca Centrale a mio avviso non alinea da istanze politico-sociali quale aggravante) è quindi un freno allo sviluppo economico ed un fattore di perdita di potere d’acquisto per i lavoratori stessi.   Is there any easy way out? Anche no, purtroppo, perché i sindacati sono per natura contigui ad una parte della politica del Palazzo, e come tali non riducibili se non attraverso “interventi profondi” sull’assetto istituzionale e sulla coscienza della popolazione. Voglio ricordare che questi “sedicenti rappresentanti dei lavoratori” non sono stati eletti con la partecipazione di tutti i lavoratori, quindi noi “consumatori di politica” non possiamo cacciarli o meglio non rinnovarli. Però la loro “legittimità” di fronte al Governo si afferma anche con il loro abusato ricorso allo sciopero sia di categoria che, ed ai fini di questa discussione soprattutto, politico. Si potrebbe cominciare non rispondendo alle loro “chiamate alle armi”, facendo così capire che quel che ci interessa è lavorare e avere sempre più occasioni di lavoro, e non bloccare quel tal antipatico imprenditore, quel tal mefistofelico partito o quella tal fusione aziendale, né lottare per 50 centesimi di ticket restaurant o dimostrare il proprio sdegno per l’umidità dello scirocco; un sindacato sordo a questo, così decadrebbe, e saremmo più liberi. Print This Post […]

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