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E Tutti a Parlare di Spread

September 19th, 2011 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Trovo sempre affascinante come l’informazione ufficiale – televisione radio e quotidiani – riescano ogni volta a “creare” un fenomeno su cui poi battere e ribattere per tener desta l’attenzione degli utenti, e quindi vendere il proprio servizio. Niente di male, è il commercio: creo qualcosa che interessa, che colpisce, e lo uso come cavallo di Troia per vendere, ché se non vendo muoio di fame. Che poi il mio cavallo di Troia commerciale abbia un valore concreto rispetto ai termini in cui è venduto, è un po’ affare di chi (magari stupidamente) lo “compra”.

Ultimamente ci stanno “vendendo” con costanza lo spread tra BTP e Bund, e giù tutti a parlarci sopra come bussola di qualsiasi dibattito.

 

  

Il punto è presto detto: lo spread dice cose importanti, ma non dice tutto, e a volte quel che è più importante è tutto il resto.

Lo spread tra BTP e Bund dà una misura di quanto più rischioso sia il finanziamento (nel caso, a lungo termine) allo Stato italiano rispetto a quello tedesco. Nell’ottica secondo la quale io, essere razionale o per lo meno ragionevole, non mi prendo maggiori rischi per uno stesso premio o accetto un minor premio solo se il rischio cala in misura sufficiente – non smentibile dal punto di vista individuale ma sicuramente ben alterabile se ci mette mani un ente sovra-individuale – è chiaro che per accollarmi un rischio più alto pretendo un premio più alto; allo stesso modo, se sono consapevole di rappresentare un rischio più alto accetterò di pagare premi maggiori pur di venir finanziato. Il mercato è fatto di chi domanda e di chi offre (e non, come spesso si racconta, di soggetti genericamente definiti “speculatori” che comprano e vendono secondo il metodo Randazzo per il quale poi i prezzi si muovono a… rima), e se questo conviene su rendimenti più alti per un titolo è segno che alla base c’è un maggior rischio. Quanto maggiore è il rendimento richiesto (e doverosamente riconosciuto da chi vende) a un BTP rispetto a un Bund, tanto maggiore è il sovra-rischio percepito sul titolo italiano. Attenzione, non significa che il Bund sia un titolo sicuro tout court, ma solo è che è meno rischioso.

Ultimamente ci hanno fatto due scatole così con ‘sto spread: lo spread è a 280 punti base (cioè il BTP deve offrire il 2,8% di rendimento in più)… oggi lo spread rompe quota 300… attenzione, spread a 360… pericolo: spread a 380… aaaah spread a 400, si salvi chi può!… siamo salvi, è sceso a 370… Peccato che l’Italia (come chiunque altro) non paghi lo spread, bensì gli interessi tutti interi, e paritariamente che il rischio relativo sia solo una parte del rischio totale.

 

Il rendimento dei titoli italiani è sicuramente in tendenziale crescita dal terzo trimestre del 2010; da quella data però è ripreso a crescere anche il rendimento dei titoli tedeschi. Lo spread sui titoli a 10 anni era a quel tempo di circa 150 punti base (BTP un po’ sopra al 4%, Bund circa al 2,5%). A gennaio 2011 lo spread era a circa 175 (BTP a circa il 4,75%, Bund a circa il 3%. A fine del primo trimestre 2011 lo spread si era ridotto a circa 125 (BTP ancora attorno al 4,75% e Bund al 3,5%). Da metà 2011 le cose sono cambiate, e i rendimenti dei due titoli hanno preso strade divergenti. A metà 2011 lo spread era già a circa 200 (BTP circa al 5% e Bund tornati al 3%). Lo spread ha poi rapidamente sfiorato i 400 (BTP quasi al 6% e Bund giù al 2,5%), e dopo un po’ di altalena siamo attorno ai 370 (BTP un po’ sopra al 5,5% e Bund sotto al 2%) salvo ulteriori oscillazioni nei giorni che intercorrono tra le stesura di questo pezzo e la sua pubblicazione.

Complessivamente il rendimento dei BTP è salito dell’1,5%, con una punta del 2%; contemporaneamente lo spread è salito di circa 220 punti base, con una punta di 250. Visto così lo stato del debito italiano sul mercato ha un colore un attimo diverso da quel continuo crollo strombazzato dall’informazione ufficiale. Niente toglie che ci sia stato un calo assoluto di fiducia, ma questo non è compreso a pieno dallo spread che invece sconta almeno due fattori: la sfiducia sull’Italia e la crescente fiducia sulla Germania.

In effetti forse non si tratta nemmeno di genuina fiducia/sfiducia, ma sottostanti ai movimenti riportati corrono alcuni fenomeni di necessità di uscita da impieghi più rischiosi e contemporaneo rimpiazzo con titoli meno rischiosi (di questo vi ho già raccontato), sui cui probabilmente ha avuto gioco il taglio del rating USA oltre che le dilettantesche e deprimenti vicende politiche attorno al debito greco ed alla manovra correttiva italiana. I movimenti sui prezzi – e di conseguenza sui rendimenti – creano di riflesso movimenti sullo spread, il quale ha quindi un valore relativo e non assoluto.

Considerate cosa è accaduto durante il primo trimestre 2010: lo spread è andato da 175 a 125 ma il tasso sui BTP è rimasto attorno al 4,75%. Qualcuno vede qualche motivo di rallegrarsi del minor spread? Questa è una situazione che potrebbe ripresentarsi nel futuro: se i tassi sui BTP salissero al 6,5% e per qualche motivo i tassi sui Bund schizzassero al 4% (prese di profitto sui Bund, sciagurato assenso tedesco a salvare tutte le banche e gli Stati stampando euro ad libitum, improvviso fallimento commerciale teutonico…), lo spread si ridurrebbe a 250; dovremmo festeggiare? Per nulla: con un continuo 6,5% sui decennali italiani altro che manovrina di fine estate ci vorrebbe…

Insomma, ok che tutti voi prestiate attenzione allo spread BTP-Bund per rendervi conto di quanto mediamente siamo considerati “peggiori” dei tedeschi, ma ricordatevi che, quanto siamo “cattivi” in senso assoluto, ce lo dice il livello pieno dei tassi (al massimo decurtate da questo il tasso ufficiale della banca centrale, per pulire un pochino il dato dalla distorsione operata dalla Banca Centrale), che è quello che alla fine va pagato.

 

Vogliamo comunque misurare quanto ci costa essere “peggio” della Germania e politicamente incapaci di metterci finalmente in riga? Maneggiando un po’ di dati che Silvano (onore a lui) ha elaborato qui su IHC, mettiamo che delle emissioni negoziabili in euro di debito pubblico italiano (€ 1.500 mlrd sul debito totale di € 1.900 mrld) nel 2011 ne sia stato rinnovato o messo per € 350 mlrd (di cui buona parte con scadenza entro il 2010) con uno spread medio del 2%; già questo spread vale € 7 mlrd pari allo 0,44% del PIL italiano (questi diventano € 8,5, lo 0,54% del PIL, se il maggior spread cade anche sul debito non negoziabile). Ora mettiamo che nel 2012 occorra rinnovare € 175 mlrd di quanto emesso nel 2011, che si aggiungano nuove scadenze ed emissioni per circa € 400 mlrd, e che lo spread si attesti nel 2012 su una media di 300 punti base; il costo dello spread sui € 350 mlrd del 2011 andrebbe a € 8,75 mlrd cui si aggiungerebbero ulteriori € 12 mlrd relativi alle emissioni 2012, per un totale di € 20,75 mlrd pari a oltre l’1,3% del PIL (se tutto questo si riflettesse proporzionalmente anche sul debito non negoziabile, allora il valore totale dello spread sarebbe sui € 25,4 mlrd pari all’1,6% del PIL).

Il nostro essere “cattivi” già ci costa una “spesa per interessi” come terza voce di spesa dello Stato. Il solo nostro essere “peggio dei tedeschi” e incapaci politicamente di decidere – tanto meno riformare – alcunché ci costerà ben più di un punto di PIL, e questo per uno Stato che non è atteso crescere nemmeno di un punto nel 2011 con la prospettiva di un 2012 poco più che in pari.

Essere continuamente paragonati ai tedeschi può risultare a molti odioso, ma come si vede c’è un motivo per farlo ed è ben più grande della nostra capacità di crescita.

 

Detto questo, sarebbe il caso che l’informazione pubblica – se vuol essere davvero informazione – esponga  non solo a quanto è lo spread, ma anche a quanto ammonta la spesa per interessi in assoluto rispetto a tutto il resto, facendo capire quanto è importante la riduzione del debito pubblico e mostrando quante cose buone non possono esser più fatte a causa dell’inerzia politica a risolvere questo problema.


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