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EBA: Ennesimi Bilanci Adulterati?

December 19th, 2011 by Leonardo

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di Leonardo, IHC

 

Tutti ormai sapranno dell’European Banking Association (EBA), una specie di associazione di categoria simile all’italiana ABI, un ente sovranazionale cui è riconosciuto il diritto di esprimere linee di gestione del sistema bancario (privato) europeo. L’EBA può, tra le altre cose, definire gli obblighi di capitalizzazione delle banche in relazione alle caratteristiche del loro bilancio, ed è su questo che per qualcuno si è giocata una partita contro le banche italiane; strano però da parte di un ente presieduto proprio da un italiano…

Come si sa, l’EBA ha stabilito che le banche iscrivano in bilancio i titoli di Stato al valore di mercato; nell’attuale congiuntura di “pressione” sui titoli di Stato italiani, questo incide soprattutto sulle banche italiane che sono piene appunto di tali titoli. La decisione dell’EBA è stata da alcuni considerata solo “politica” (cioè: volontariamente discriminante), ma davvero non c’è un fondamento “tecnico” condivisibile?

 

 

Un punto di discussione – valido per qualsiasi tipo di impresa –  è sempre stato a quale valore iscrivere le poste di bilancio, in particolare quel che viene iscritto “nell’attivo” cioè ciò che rappresenta il patrimonio della banca, le forme in cui le sue risorse (capitale e debiti) sono state impiegate o investite. Il problema dell’obsolescenza di immobili e attrezzature è stata risolta correggendo il valore storico di acquisto con un flusso standard di ammortamenti (salvo maggiori perdite di valore particolari); i crediti, specialmente per le imprese bancarie che prevedono piani di rientro sviluppati su tempi anche molto lunghi, vengono iscritti al valore attuale così da rendere giustizia del fatto che si tratta di “moneta futura”, oltre a venir svalutati sia in termini standard che in termini particolari in relazione alle probabilità di ritorno dei crediti stessi; i titoli detenuti a fine speculativo (cioè che si è pronti a vendere appena il prezzo consente un certo guadagno) comportano la pronta iscrizione delle variazioni di valore, che per i titoli quotati significa riflettere in bilancio il prezzo di mercato e le sue variazioni; i titoli, bond ad esempio, che si pianifica di detenere fino alla loro scadenza, erano da iscrivere al loro valore storico ma – ed è questa la questione sul tavolo – l’EBA ha deciso che i titoli di Stato debbano parimenti venir valorizzati al prezzo di mercato.

Riguardo i titoli finanziari, la ratio è sempre stata di riportare sostanzialmente un valore in linea con l’uso che si fa dei titoli. Le azioni detenute a fini di controllo stabile servono, appunto, ad incorporare stabilmente un certo controllo o collegamento con la relativa vicenda aziendale, pertanto si sono studiati modi perché il valore dell’azienda “collegata” venisse riportato nel valore delle azioni stesse. I titoli speculativi, proprio perché utilizzati in funzione del loro valore corrente, si è disposto che venissero valorizzati appunto al loro valore corrente. I titoli di debito a scadenza vengono detenuti (salvo problemi di solvibilità) in quanto produttori di cedole e diritti di rimborso al valore nominale, quindi “valgono” il loro valore di rimborso (contabilizzato l’eventuale aggio o disaggio di sottoscrizione). Il trattamento dei titoli di Stato sic et simpliciter come fossero titoli speculativi, e quindi prezzati a bilancio al valore corrente di mercato, è quindi apparso a molto come un modo per penalizzare direttamente le banche dei paesi i cui titoli di Stato stanno al momento sotto pressione – ad esempio le banche italiane piene di BTP – facendo per converso un favore relativo alle banche tedesche e francesi (fino a un certo punto, perché anche quelle francesi hanno problemi legati ai BTP e con quelle tedesche hanno problemi connessi ai titoli greci…); far calare così l’attivo di una banca implica la necessità di maggior capitale (cioè i soci dovranno scucire nuovi soldi) per rispettare i parametri di capitalizzazione.

 

Effettivamente, se ci si limita a vedere che qualcuno ci rimette e qualcuno no (anzi, meno), e visto che ci rimette sono le banche dei paesi “deboli” e sotto pressione (Italia e periferici) mentre vengono (più o meno) risparmiate le banche dei paesi “forti” (Germania e Francia, il cosiddetto “direttorio Merkozy”), l’idea di una “cospirazione” contro gli italiani può pure venire. Ma per me questa conclusione è troppo semplice e “caricaturale”, e sinceramente spererei che una authority operi, almeno formalmente, su basi tecniche con un minimo di fondamento piuttosto che in base a mere considerazioni politiche discriminatorie.

E a ben vedere una motivazione tecnica per questa decisione si può ravvisare, purché si dismetta l’ottica meramente storica e basata sulla tipologia dello strumento (titolo di Stato) e si rinforzi l’ottica sulla funzionalità dello strumento finanziario posseduto in relazione alle nuove fattispecie emerse negli ultimi tempi. La nuova fattispecie che cambia la prospettiva sui titoli di Stato è che questi ormai non hanno valore in quanto bond portatori di diritti di cedola e di rimborso bensì in quanto collateral per i prestiti della BCE.

Come è stato più volte detto su IHC, la BCE si è ormai prostrata, pur di mantenere liquido il mercato interbancario e al contempo sostenere il mercato dei titoli di Stato, ad accettare qualsiasi bond governativo come garanzia per i suoi prestiti alle banche commerciali senza più guardare al rating del titolo, tanto che perfino i titoli della decotta Grecia sono ancora collateral eleggibili. La possibilità di rifilare a volontà questi titoli alla BCE in cambio di prestiti – in pratica monetizzando titoli che potrebbero non aver ormai più mercato e scaricando nel frattempo il rischio di default sulla BCE – è stata sfruttata in modo crescente con il progredire della crisi, sia perché alcuni titoli stavano perdendo mercato che per la crescente illiquidità di un mercato interbancario gravato anche dal peso della peggior qualità dei crediti delle banche. In questo contesto è ormai cresciuto un incredibile mercato appunto non di denaro bensì di titoli eleggibili come collateral per la BCE, fino al punto che ormai le banche cartolarizzano parte del proprio attivo e lo cedono a intermediari specializzati non contro denaro bensì contro titoli di Stato (o corporate bond) eleggibili!

Tutto questo implica che, realisticamente, i titoli di Stato nell’attivo delle banche non valgono ormai in quanto semplici titoli di credito, non come forme di impiego più o meno durevole delle disponibilità delle banche, bensì in quanto asset velocissimamente liquidabili presso la BCE. Cambiandosi la fattispecie rilevante, anche il bilancio delle banche deve essere in grado di cogliere (più o meno) la realtà operativa corrente; se i titoli di Stato hanno valore perché convertibili – in relazione al loro corso – in moneta centrale, il bilancio deve riportare il fatto che il loro valore funzionale è appunto quello di mercato, anche perché a questo punto è tale valore che riflette la realtà patrimoniale della banca.

 

Ritengo che sotto questo punto di vista la decisione dell’EBA sia semplicemente una presa d’atto della realtà, un atto di verità sul valore del patrimonio delle banche in relazione non ad una qualche valutazione “astratto e oggettivo” bensì in base alla pratica comune – prassi – vigente sul mercato ed originata da valutazioni soggettive.

A questo punto, e considerando che una banca tende ad acquistare maggiormente titoli di Stato del paese di origine (cause: home bias e ruolo di specialist), nemmeno dovremmo stupirci se le banche che vengono penalizzate sono quelle dei paesi “deboli”, proprio le banche che sempre di più vivono di denaro centrale invece che di intermediazione dei risparmi (funzione per cui sono sorte), perché si tratta in fondo di due facce di una stessa medaglia: debolezza finanziaria come riflesso della debolezza economica. Allora, se effettivamente si è in una situazione di debolezza il bilancio deve evidenziarla (e non mi spiego perché non dovrebbe emergere una qualche maggior difficoltà delle banche di certi paesi ed a questi finanziariamente legate), e se una banca è debole deve rafforzarsi – la mossa dell’EBA in fondo fa emergere un problema di debolezza relativa che a livello macroeconomico non è così incomprensibile. Casomai il problema è che gli azionisti non vogliono scucire soldi, e le necessità di ricapitalizzazione in tal caso li espongono all’ingresso di nuovi soci concorrenti.

 

Queste sono le mie considerazioni. Se non piacciono, resta l’ipotesi di cospirazione dell’EBA contro le “povere” banche italiane.


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