Economia come Bene Pubblico: una Austro-Discussione?
July 4th, 2011 by Leonardo
Qualche tempo fa su Coordination Problem è partito un dibattito sulla natura del bene “ricerca economica”. Mario Rizzo si è chiesto se l’economia (intesa come conoscenza ottenuta dalla ricerca) sia un “bene pubblico”. La domanda è importante, soprattutto se si pensa alla ricerca teorica pura, quella che resta negli istituti, che non “produce libri”, e la cui utilità è data dagli sviluppi successi permessi all’economia applicata: se l’economia è un bene privato, non ha senso che lo Stato ne sostenga un qualche livello minimo; se è un bene pubblico, si ha il problema di come debba essere finanziata e di come determinarne il livello ottimo di produzione. In breve, l’economia come bene è più simile a un’automobile o all’acqua?
Le mie riflessioni hanno preso talmente spazio che ho diviso il ragionamento in due pezzi, di cui il presente è appunto il primo.
Il discorso, volendo, si potrebbe estendere a molta parte della ricerca scientifica (penso alla matematica, alla logica…) ed umanistica (letteratura, musicologia…), sicuramente nei termini in cui non sfocia in pubblicazioni divulgative e quindi redditizie di per sé (leggi: con valore sufficiente economico riconosciuto su un significativo mercato). Sono pochi gli economisti (e supposti tali) che possono vantare un reddito significativo grazie ai propri libri, mentre di più sono gli economisti che vivono di un’attività di consulenza e analisi – penso agli strategist delle grandi banche – appunto perché entrano come fattori di un processo produttivo che sfocia in un servizio di investimento privato, cioè diretto ad un certo cliente e solo a lui, escludendo che altri se ne approprino senza aver bisogno di “personalizzazioni” e senza pagarne il corrispettivo.
Ma la ricerca è altro, fornisce gli strumenti teorici anche a questi economisti applicati, e si muove con lentezza ed al massimo per rari “strappi”, in un ambiente di complessivo disaccordo (quindi se esiste una verità, in molti ne fanno a meno), e spesso coagulati in circoli alquanto auto-referenziali che discutono su argomenti neppure testabili a pieno.
La ricerca crea, come dice anche Rizzo e i commenti all’articolo linkato ribadiscono, un prodotto finale fatto di “conoscenza” che ha caratteristiche particolari: la si può trasmettere anche a pagamento, ma una volta “uscita” dal ricercatore, questa può diffondersi e venir utilizzata illimitatamente da chiunque senza che l’uso crescente incida sulla sua qualità e disponibilità: se un teorico dimostra con la sua logica che in base ai vantaggi comparati si può massimizzare la produzione, che il principio sia utilizzato da tre persone o dal mondo intero non incide sulla validità e sulla fruibilità del principio stesso. Questo crea già un problema di come valutare in termini di prezzo la ricerca fatta, tanto più quando la conoscenza ottenuta ha connotati marcatamente teorici, poco testabili in termini di verità assoluta tranne che in puro ambito logico. Rizzo riporta che nel suo ambiente è opinione comune che stiano producendo un bene pubblico. Un economista potrebbe stare una vita a rimuginare per poi partorire un risultato interessante a settant’anni, una conoscenza però del tutto teorica e dalle applicazioni ancora non ponderabili che possono (ma anche no) produrre una serie di esternalità economicamente significative eppure non predeterminabili. La vastità degli effetti, benché incerti, della ricerca economica giustifica, a dire dei colleghi di Rizzo, la qualificazione della ricerca economica come bene pubblico e quindi il finanziamento attraverso la fiscalità dello Stato.
Legittima posizione, ma personalmente ritengo curiosa questa sorta di difesa di un sostegno pubblico da parte di chi normalmente gli è avverso – forse qualcuno è inciampato in un italianissimo “conflitto di interessi”?
Curiosamente tra i commenti all’articolo di Rizzo c’è pure chi considera gli intellettuali – comprendendo tra questi gli economisti, ma a mio parere ci starebbero dentro dai filosofi ai giornalisti, e dai matematici ai critici d’arte, almeno ai fini della discussione – in realtà dei meri diffusori del verbo governativo, e proprio per questo pagati attraverso la fiscalità statale. Chiaramente nel novero vengono esclusi gli accademici di stampo austrofilo (posizione certamente condivisibile finché questi campano sui soli contributi privati). Un altro interessante commento vede come bene pubblico solo la – chiamiamola – “ricerca di base” che fornisce gli strumenti concettuali per chi svolge una attività più commerciabile (questo mi conforta nel concentrarmi sulla pura ricerca teorica come eventuale bene pubblico).
In realtà io penso che la questione vada affrontata in modo completamente diverso. Anzitutto non sono d’accordo che la ricerca intesa come risultato in termini di conoscenza sia un bene pubblico: non è come l’acqua o ancor meglio l’aria che sono per natura liberamente disponibili e fruibili. Ad esempio, tutti respiriamo l’aria, pure affannosamente, o la bruciamo attraverso vari processi di combustione, o possiamo disperdervi sostanza sgradite, e questo senza dover ottenere un qualche accesso, e possiamo tranquillamente infischiarcene se i nostri processi di combustione riducono la disponibilità di aria per le altre persone o comportano effetti climatici altrove (esempi di esternalità); per tali motivi alcuni beni, che hanno caratteri di scarsità ma il cui utilizzo non è assoggettabile privatamente a misure di esclusione verso terzi (e quindi nemmeno ad una privata tutela della qualità e quantità della singola fruizione) vengono qualificati come “beni pubblici” e così sottoposti ad un controllo “collettivo” o statale che possa imporre un “prezzo” e una tutela alle diverse fruizioni (tariffe sull’acqua, vincoli di emissioni e scarichi…). Ribadisco: il problema sta nell’assenza di controllo privato all’accesso quando invece il bene ha comunque caratteri di scarsità (fosse anche scarsità di un certo standard qualitativo-sanitario).
La conoscenza condivide con questi beni il problema di escludibilità, ma non quello di scarsità, perché la pura legge di economia non cambia di validità se conosciuta da una o da un milione di persone: ognuno può sempre fruire dell’intera conoscenza come appena sfornata (questo vale per ogni materia: non so meno di chimica solo perché un’altra persona sa distinguere l’ozono dallo stronzio, ad esempio). La situazione cambia quando si passa all’applicazione della conoscenza in un contesto “imprenditoriale” (sfruttare un modello economico per anticipare l’andamento di un mercato, ad esempio), ma in questo caso si crea un effetto di scarsità (se tutti conoscessero il modello, nessuno anticiperebbe nessuno, e questa conoscenza perderebbe valore economico – appunto in quanto non più scarsa!). Per queste semplici considerazioni ritengo che la “conoscenza economica” non possa essere considerata un bene pubblico – il problema è che entra in crisi per lo meno il concetto di economicità – così come non è un bene pubblico l’imprenditorialità o l’idea della Coca-Cola.
Serve forse un diverso punto di vista.
[continua…]


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